Fuori dai ristoranti attendo che tacchi
e cravatte abbandonino la scena…
Non sono un uomo di smoderata
pazienza, solo dispongo di tanto tempo.
Quando le luci della sala si spengono
e dalle cucine gli sbadigli rincasano,
ho tutto il tempo di sfamarmi dal pattume
prima di preoccuparmi del maltempo.
A ventre sazio faccio una puntatina
alla ferramenta all’angolo dove il gestore
lascia sempre bancali di poliuretano
sul retro, perfetti a copertura del mio riparo.
Pago della sera, spingo il carrello fin al bacino
di raddobbo ove domattina, tempo permettendo,
sanerò il mio ricovero; mi assopisco nella
vasca di carenaggio dissueta, mirando il faro.
La prima volta che ho sceso le scale
di questo enorme albergo con le sbarre alle finestre
ti ho trovata pallida e tanto silenziosa.
E da allora tutte le volte che scendo ti trovo che dormi.
Mi domando quante cose ti facciano fare
durante il giorno per essere sempre così stanca…
Vengo spesso a trovarti anche se tu non dici niente
perché mi ricordi lei: sai prima che mi trasferissi qui
abbiamo abitato insieme per tanti anni in una casetta
col giardino, e sopra il tetto un nido con le rondini.
Sai lei le accudiva, come accudiva me che a volte
non ricordo le cose e ho una gamba cianca.
Poi un mattino le rondini sono partite, e lei
si è addormentata; da quella volta ha dormito tanto
come fai tu fino al giorno che un signore gentile
vestito tutto di bianco mi ha portato qui.
Qui mi trovo bene, ma qualche volta mi sembra
di non ricordare più il mio giardino e la casetta bianca.
Qui mi danno quelle belle pastiglie colorate da bere
che io nascondo nella federa e quando sono triste
perché le rondini non tornano ci gioco al gioco dei bottoni.
Delle volte ricordo che non ricordo che ci faccio in questo
albergo coi chiavistelli alle porte; delle altre volte non sto
bene: mi guardo i polsi e mi sembra di ricordare la calanca.
Sono tutti così belli fuori,
con le ortensie appese sui balconi,
le persiane rifinite di tutto punto e le
facciate fresche di intonaco,
ma che interno malinconico.
La polvere ha marcato bene ogni angolo,
è sparito, dunque, ogni pensiero circolare.
Ci sono strati scuri, lì sul pavimento tra le fughe,
croste in mezzo alle fessure
di quella festa di tappeti esuberanti,
messi sopra i buchi come tappi,
come belle maschere
su di una faccia che non si vuol mostrare.
Un interno abbandonato,
il soffitto macchiato
il tetto appoggiato, precario
su portanti ormai di stenti.
Le vedi Indaffarate, affannate le mani
di quelli oltre la finestra,
ombre polverose che decorano le loro porte luccicanti,
che innaffiano i loro gerani profumati,
che appendono le palline il giorno di Natale,
facciate ben sistemate
per illuminare la strada dei passanti,
solo per ricevere complimenti.
Sono case non finite
oltre l'ingresso, squallide capanne,
sono quelli che gettano lo sporco dentro
che non vedono mai la luce del sole.
A Betlemme malattie e deformazioni
stavano come cani dormienti innanzi alle porte
per le strade, sotto gli occhi di chiunque.
Erano ovunque… ma, ironia della sorte,
quella notte tutto correva verso una stalla.
Nessuno guardava, nessuno si accorgeva
degli altri; c’era una nascita
da festeggiare: un bambino cieco voleva
con tutto il cuore salutare la creaturina,
e narrano che seguì il suono forte
delle campane delle greggi fin sotto
la cometa… mancavano solo i cigli delle porte.
E’ mezzanotte anche stanotte che
è Natale, che farò gli auguri alle stelle
e brinderò con l’ultima sigaretta: hai
messo sul tuo albero, amico, le campanelle?
Alle parole pesanti, alle ansie
cadute sui fogli, nei giorni
non darò seguito: lascerò ad altri
ricordare le paure, i ritorni
dei superstiti consci del miracolo.
Anche se in stati spesso precari.
Molti di loro privati dal maremoto
dei propri cari, gli aiuti umanitari
confusi o bloccati, lunghe liste di
dispersi... troppa gente disciolta
in lacrime; gli sforzi della Protezione
Civile, gli sfollati, i centri di raccolta.
Lascerò ad altri scrivere della
solidarietà, davanti al telegiornale.
A quei volti già troppo segnati, spenti
da sciacalli, violenza sessuale,
commercio di vite umane e tratta
di bambini… se smetto di bere
quel buco che c’è in mezzo al salotto
e che troppi fingono di non vedere
temo possa scomparire in valigie
frettolose; temo se ne andrà.
Rifiuto la tintarella tra i cadaveri, il rischio
epidemie; quel buco prima o poi mi inghiottirà.
Di notte, quando rincorro
sul foglio cenci di anima
alla luce di un lume,
mi pare di udire una lacrima
e i gemiti di una donna
che si concede al marito
per mettere a tacere
ancora il loro attrito.
E io soltanto nella stanza
di fronte, con ovvietà,
scrivo di lei assopita
non per piacere ma per pietà.
E quasi tutte le notti puntello
il rispetto col silenzio.
Spengo la luce e la rabbia,
col di lei supplizio.briciole e cornici
sul piatto argento
del grammofono
la stessa propaganda,
la bussola mira
l'indice e la luna
ancora storta sulla bocca
dei babbei.
Scarponi androidi
nei cortei
in retromarcia verso
il sale iodato,
i capi stirati in panciolle
soffiano bolle
dal petto gonfio
di farfalle,ambasce bagasce.
La procedura
non ammette errore,
alcuno,
tranne il loro bel
bastone da reality
vestiti a squadre tutti neri
contro i neri
e un flessibile da idraulico nel
Tutto nella città ormai tace
e solo qualche luce flebile
taglia la bruma, assottiglia
e cela dell’oscurità gli spettri.
Incalzati dal mugghiare del
vento calcano le strade gelide
due sagome strette
nei propri zucchetti.
Lasse nell’incedere e tra loro
distanti meno di un palmo,
sentono le caviglie dentro ai
calzari braccate come da cani
nell’ombra, e boffonchiano una
melodia celata dietro un salmo.
Il lampione di fronte al Vescovado
mostra le svastiche sulle mani
e quel concetto di ariano, svela gli
spettri: i soldati di Odino di ritorno
da una sortita e tra le mani di uno
dei due prelati un rosario di loppa.
L’aurora inevitabilmente cancellerà
le tenebre e le sue larve, e farà giorno
ma ora la notte rende loro gli zucchetti
tediosi alla stregua di una kippah.

Sotto un quadrato di cielo scuro
senza alcuna pausa al male,
sperduta
sotto un segreto e orrido frastuono
la tua vita imprigionata
migrò lontano
oltre quell’orrida stanza
fra terrore, deficit di memoria
e gemito mortale…
ultimo fremito di vita:
scambio tra luce e buio
del tuo corpo violato e poi mutilato
ed in pezzi occultato.
Nessuna dolcezza dei tuoi cari
ti fu di conforto nella sofferenza,
né il tuo cuore colmo d’amore
ti ha potuta salvare
da mani adunche e peccaminose
che commisero questa barbarie
con l’atrocità di un’anima dannata
che spense insensibilmente
la tua stella nascente.

Fanciulli, giovani, uomini, donne
che guardavate con stupore
attraverso i vostri cuori nudi e disarmati
le bellezze che la terra elargiva
ed il cielo benediva
essendo inconsapevoli
che mani rozze e cuori di pietra
spargessero seme avvelenato
atto a sopraffare refoli di fiato
scatenando un'ecatombe tempestosa
coniugata col buio della morte
che polvere e fumo acre generò.
Da questa oscura cavità di ossa
[a futura memoria]
ancora oggi s'elevano respiri innocenti
di coloro che furono cenere
dispersa nel vento.
La chiamano odissea, le sirene che vedi dal barcone
sono i lustrini di un reality o le vetrine di un negozio
di Armani. C’è il mare che sembra un tavolo di biliardo
e lo scirocco che ti porti da casa, nascosto nelle tasche
dei calzoni strappati. L’approdo è nell’isola degli aranci,
Nettuno sta sorseggiando il caffè, per gli slanci
di Venere devi aspettare un tempo di burrasche
e stelle cadenti. Il vuoto che senti è in fondo
allo stomaco, il cuore è presente, il dazio
da pagare ne sei cosciente, è una nuova prigione.
Circe già la conosci, l’hai vista all’opera ogni giorno
della tua vita nella terra del sole infuocato
l’incantesimo non è rotto e non lo sarà nemmeno
dopo lo sbarco nella terra dei vulcani dolenti.
Eppure questa specie imperfetta di animali
col dono della parola, pur in vite da squali
conosce il profumo di libertà degli amanti
felici. C’è il riscatto da inseguire, dal treno
il salto in corsa è rischioso, forse sarà perdonato
ai coraggiosi, ma già bruciano le fiamme dell’inferno.


Donna che ancora paghi per l’uomo codardo,
diffida sempre di chi ti dice che sei sua!
La vita tua è solamente tua e non di altri,
così come la sua è solamente sua!
La vita è della persona che Dio l’ha data,
nessuno ha il diritto di usurparla!
L’uomo vile, se uomo si può chiamare,
ancor la strappa per mania del sesso!
La vita è bene prezioso ed è una sola,
bisogna curarla e stare molto attenti!
Ognuno deve amministrar la sua ma,
troppo spesso questo più non basta!
La vittima povera, innocente e designata
è sempre la donna che ne paga il prezzo!
Se fossi io il Dio del cielo tanto lontano,
lo bloccherei prima che alzasse la mano!


se vonno divertì a dà lezioni
de tutto e gnente
e nun venite a dì ch’è divertente !
Riescono a riempisse la boccaccia,
ogni parola poi è ‘na frescaccia,
si è troppo granne a mettono pe iscritto
co dorci prose a trarne er profitto.
Prennete er caso de quella trasmisione
‘ndo du c’annavano a prenne a decisione
de sposasse e de potesse dì
te voijo bene, io pe te sto qui !
Chi conduceva, chi incitava a usà quelle parole ?
Du separati e puro senza prole !
Però parlaveno co granne eccitazione
che dei vocaboli avevan collezione.
Immagino che i due se so sposati
e, forse, ora se so pur pentiti
ma ‘e gambe ‘ndo poggiava l’intenzione
erano chiacchiere, ‘na bella invenzione !







