Il dolore degli altri lo guardi attraverso un vetro: ti sfiora ma non ti tocca. L'altrui patimento ai nostri occhi appare appena appena sfocato: è un po' come se lo vedessi attraverso spesse lenti. Ne senti l'eco e pensi sempre che sia lontano anni luce da te. Non ci pensi al tuo dolore, fino a quando non ti tocca personalmente. Quando il tuo dolore rompe il vetro dell'oblio in cui era assopito, ti succede di risvegliarti nel bel mezzo della notte con la fronte sudata e una fitta allo stomaco. È allora che entri a stretto contatto con la tua sofferenza. È come se distrattamente urtassi una teca di cristallo e da essa fuoriuscisse un fiume in piena sfuggito agli argini. Vorresti soffocarlo con un cuscino il tuo dolore...ma non puoi: riesci a malapena ad attutirlo. Lo zittisci ma lui ritorna. In alcuni momenti ti pare di averlo ammutolito: non lo senti...ma poi in maniera subdola e silenziosa, lui ritorna più prepotente e violento che mai. E tu dai schiaffi mentre vorresti ricevere carezze. Urli, scalpiti e prendi a calci la tua rabbia. Tante le parole di circostanza, tante le carezze, copioso e talvolta sincero il pianto di chi ti avvicina e condivide le tue lacrime. Ma dopo un po', passata la bufera rimani sola. Nessuno vuole sentirti più urlare. Il dolore fa troppo male e nessuno vuole il tuo dolore. Così tu rimani lì fra alberi sradicati, rami secchi e foglie ingiallite a fissare la pioggia: la senti, ti bagni...ma sei senza ombrello. Soffri tanto e vorresti parlare ancora della tua sofferenza, ma non puoi più farlo. È come se il dolore avesse una scadenza e dopo un po' tu dovessi necessariamente sbarazzartene. La vita nonostante tutto continua, devi andare avanti...ma tu hai solo tanta voglia di voltarti indietro. È allora che cominci a ridere: accenni brevi risate che sanno di pianto. Improvvisamente ti senti sbagliata e fuori luogo. Ti par d'essere una voce bianca fra voci scure, una nota stonata in un coro di note affiatate, un tamburo fra fiati e flauti. Fingi di piangere lacrime di felicità, mentre vorresti piangere lacrime di dolore. Non tutti riescono a distinguere il pianto. Così ti ritrovi a piangere lacrime truccate di gioia: trasparenti. Perchè le lacrime si somigliano fra loro, sembrano tutte uguali: quelle di gioia...hanno lo stesso colore di quelle del pianto...
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Profilo Autore: Giovanna Balsamo  

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Mi chiamo sasha, Sasha Gabry F.,
ho avuto un’infanzia serena e un’adolescenza così così per via del divorzio dei miei genitori.
Cresciuto un altro po’, avevo finalmente trovato l’indirizzo di studi che più si accostava ai miei interessi e mi ero messo sotto a studiare per dare più esami possibile e finire presto l’università: tutto ciò era il preludio per organizzare una vita mia.
Una notte di metà settembre ero in un locale, Les Brasseurs,  con un gruppo di amici e stavamo valutando l’opportunità di prendere un appartamento in affitto in modo da risparmiare qualche soldo: quando si sta bene, si sa, il tempo scorre veloce ed era passata l’una, quando uno di questi amici, che reputavo tra i migliori, mi chiese di accompagnarlo a casa, con il motorino.
Inizialmente non volevo, perché per me la serata non era ancora finita e gli altri amici mi chiedevano di restare, ma Nils era talmente insistente che indossai giubbotto e casco e montai sul cinquantino per portarlo a destinazione.
La strada da percorrere non era neanche troppa e si procedeva senza fretta quando, ad un certo punto, qualcosa che non riuscii a identificare ci si parò davanti, restando quasi impietrito; per non investirlo sterzai bruscamente e questa manovra ci fece cadere malamente per terra.
Il mio amico ebbe la meglio e di lì a poco si rialzò sulle sue gambe, recuperò il casco che puntualmente non aveva allacciato ed era finito sul ciglio della strada e… forse per il trauma cranico o lo spavento, invece di soccorrermi riprese a piedi la strada di casa e mi lasciò da solo, con la faccia sull’asfalto.
Avevo dolori ovunque e vidi il sangue colarmi da qualche parte... Poi, buio totale.
Di quello che successe dopo me lo raccontarono mia madre e i miei fratelli maggiori.
Fui messo in coma farmacologico e poi operato un paio di volte al cuore per via dell’impatto avuto con la strada, e prima ancora con la parte anteriore del motorino, dove il mio corpo, appesantito da quello dell’amico, urtò violentemente. In parole povere mi si spaccò il cuore.
Ai ragazzi della mia età il cuore può spaccarsi per problemi d’amore; beh… io volevo fare di più!
Tra la fine di settembre e i primi di ottobre i medici, vedendo dei miglioramenti, provarono a farmi respirare da solo, senza macchinari, ma mi sa che hanno osato troppo; forse il cuore era ancora  debole o era troppo massacrato perché delle mani umane potessero saperlo rimettere a posto; sicché la notte del 3 ottobre 2012, da che vedevo la televisione nella camera d’ospedale, a che mi sono ritrovato in un’altra dimensione e ooops… eccomi qua!
Certo, inizialmente ero incazzatissimo, perché avevo tutta una vita davanti… ma ormai, mi sono abituato a questo modo di vivere e per fortuna, anche nell’aldilà danno in dotazione il pc; da cui mi connetto e comunico con la Terra.
La cosa positiva dell’aldiqua è che non invecchierò mai; resterò sempre bello e muscoloso e qui, gli angeli boni sono richiesti!!! Una cosa, tra le tante, che mi diverte un botto è che stare quassù è come volare perennemente, avendo l’opportunità di gustare il mondo da altre prospettive.
E poi, di fico, è che vi vedo! posso entrare nelle vostre vite e sapere parecchie cosucce ma sono discreto… mi faccio gli affari miei e per vostra fortuna passo la maggior parte del tempo - infinito/eterno -  a scrivere, scrivere, scrivere… senza che l’orologio mi assilli e soprattutto senza crescere di un giorno, alla faccia vostra!!!
Ebbene sì, avete capito che amo scrivere, specialmente poesie… che qualche volta parlano di questo mo(n)do, diversamente etereo, di vivere in altra dimensione.

Sono nato in Olanda nel 1989 - Fisicamente (si fa per dire!) residente in un parco stupendo di Ginevra dal 2012 - Trasferito successivamente in un punto X del creato, in compagnia di milioni e milioni di simili… e non potete capire che casino ci sia!!!

Vi aspetto… senza mettervi fretta

Ps:
non sono bravo in narrativa, quindi vi chiedo scusa se ho errato!
Anzi, correggetemi, voi che siete migliori!!!
Perdonatemi se questa presentazione ha un sapore decisamente spiritoso!
- non potevo proprio farne a meno!
- e vi assicuro che è l’età giovanile a rendermi così scanzonato e contrario ai luoghi comuni!
Mi fermo qui perché ogni frase pensata, in questo senso, non fa altro che farmi ridere… ahahah…

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Profilo Autore: sasha  

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Avevo circa dieci anni la prima volta che sentii parlare di lei.
Stavo facendo i compiti in cucina.
In un momento di svogliatezza, dopo aver appoggiato i gomiti sul tavolo mi ritrovai ad ascoltare, prima senza troppo interesse, ma poi via, via sempre con più curiosità, i discorsi che mia madre faceva nella zona pranzo, con le sue amiche.
In quel preciso momento stava parlando di me. Presa dalla foga del racconto, sembrava non ricordarsi più che io stavo appena un po’ più in là, nascosta alla sua vista solo dal muretto situato sotto l’arco foderato in legno, che divideva le due zone.
Stavano parlando di fantasmi e lei voleva dimostrare alle sue amiche che esistevano prove inconfutabili della loro esistenza.
<<Allora>>, diceva, <<che ne dite di quando la mia bambina a soli tre anni stava morendo annegata e il fantasma di Graziella l’ha salvata?>> <<Non dire sciocchezze!>> obiettava Giovanna (un’amica),<< i fantasmi non esistono e mi meraviglio di te che sei così intelligente, che credi ancora a queste sciocchezze!>> Mia madre riprese con più foga <<sentite come andarono le cose, poi giudicate: mio marito era andato a sciacquarsi le mani in mare per pulirle dalla sabbia. Io avevo visto la bambina andargli dietro, pensavo che lui la stesse guardando. Poi mi girai verso delle persone che stavano discutendo. Lui che non si era accorto della piccola, dopo essersi bagnato le mani, si allontanò per raggiungere un amico che aveva visto in quel momento. Insomma, per farla breve, la piccina era finita in acqua e dopo aver giocato per un po’ era caduta a faccia in giù e stava annegando. Intorno c’erano delle persone, ma non si rendevano conto di quello che stava succedendo.
A un certo punto, mi sembrò di udire la voce di mia figlia che mi chiamava, mi girai a cercarla. Quando guardando verso mio marito, mi accorsi che non c’era la bambina, fui presa dal terrore, e cominciai a urlare come una pazza. Quelli che stavano in mare, un po’ per la curiosità, un po’ per la paura dei miei urli, uscirono tutti, così fu più facile vedere la bimba tra le onde che, ormai, galleggiava sinistramente. Per fortuna c’era un dottore lì, che fece di tutto per riportarla tra noi. <<Dio mio!>>, esclamò Giovanna, <<mi ricordo ancora quella scena, c’ero anch’io quel giorno al mare. Certo che se l'è vista brutta davvero quella volta la piccola Maria.>> La mamma aggiunse: <<non sapete la parte più interessante voi. Non l’avevo mai detto a nessuno, ma quando la mia bambina riuscì a parlare con me, mi raccontò che lei dopo essere caduta, mentre stava bevendo tanta acqua salata, era stata presa da una ragazza dai capelli lunghissimi legati a coda di cavallo, che l’aveva portata sulla spiaggia e le stava insegnando un gioco, le insegnava a trattenere il respiro e le diceva di chiudere gli occhi e la bocca e chiamare la mamma col pensiero. Le diceva che se lei mi avesse chiamata senza parlare io sarei corsa da lei, "sei una brava bambina", le diceva, "pensala tanto, vedrai che arriva subito". Io non dissi nulla a mia figlia per non spaventarla, ma quando mi descrisse la ragazza, pensai subito alla mia amica Graziella, che come sapete morì annegata a sedici anni e aveva i capelli lunghissimi sempre legati a coda di cavallo>>.
Mentre ascoltavo le parole della mamma sentivo brividi di freddo su tutto il corpo. Non ricordavo nulla di quell’episodio della mia vita. Ero troppo piccola. Però quando mia madre aveva parlato di Graziella, avevo avuto come un lampo, come l’avessi rivista per un attimo, col suo sorriso calmo, bella come una madonnina.
Quando le amiche di mamma se ne andarono, parlai con lei, le domandai scusa per aver origliato, ma le chiesi di raccontarmi la storia di Graziella.
Lei ci pensò su per qualche minuto poi si decise a parlarmene.
<<Sai eravamo cresciute insieme nello stesso quartiere. Lei era una ragazzina molto povera, figlia unica. Era molto amica anche della contessina Flavia. Anche lei era figlia unica. Così d’estate, quando andava al mare, chiedeva sempre a Graziella di accompagnarla. Lo chiedeva anche a me, ma mia madre aveva il terrore di mandarmi al mare, così diceva sempre di no, invece la mamma di Graziella non se la sentiva di dire di no ai Conti Gallo e finiva sempre per mandarla.
Un giorno mentre stavano giocando in mare dove l’acqua era alta, la contessina ebbe dei crampi e stava annegando. Graziella cercò di salvarla e portarla a riva, ma l’altra presa dal terrore si aggrappava malamente e la spingeva sott’acqua. Quando le raggiunsero e le portarono a riva tutte e due, per Graziella non ci fu nulla da fare, invece la contessina riuscì a salvarsi.
Non puoi immaginare il rimorso dei Conti, si occuparono loro dei funerali. Ma la mamma di Graziella, che era già vedova, rimase distrutta. Da quel giorno non uscì più di casa, fu come se fosse morta anche lei insieme alla figlia>>.
<<Mamma, ma è vero che io la vidi quel giorno che stavo annegando?>> Mia madre mi guardò con un sorriso, poi mi disse <<non prendere per oro colato tutto quello che dico io. Lo dicevo per stupire le mie amiche. >>
<<Allora era una bugia?>> le chiesi. Lei rispose di sì, ma non mi sembrò sincera in quel momento. E poi adesso che le avevo sentito fare quel racconto, mi sentivo come se stessero emergendo in me dei ricordi.
Quella notte stessa feci un sogno. Rivissi la scena dell’annegamento e mi ritrovai sulla spiaggia con la ragazza dalla lunga coda di cavallo. Ero consapevole che fosse Graziella. Ci parlavo tranquillamente e non ero la bambina di tre anni, ma nel sogno avevo esattamente la mia età e infatti lei mi diceva: <<come sei cresciuta, sei diventata più bella di tua madre.>> << Eravate amiche tu e mia madre, vero?>> le chiedevo io, e lei mi rispondeva <<sì molto, anche le nostre madri erano amiche, pensa che avevano lo stesso nome, nel quartiere per distinguerle le chiamavano, una Maria di Enzo e una Maria di Vanni>>. Mi svegliai mentre stavamo ridendo.
Non ero spaventata anche se sapevo di aver sognato una morta.
Il giorno dopo raccontai il sogno a mia madre, lei disse che era dovuto alla suggestione, di non preoccuparmi perché non l’avevo vista davvero, avevo solo immaginato di parlarci. Quando le chiesi se era vero che la mamma di Graziella si chiamava come la nonna, e di come le chiamavano nel quartiere per distinguerle, ebbe un sussulto, poi mi domandò se me lo avesse detto Graziella nel sogno. Risposi di sì, <<certo è vero questo, ma non pensare che significhi che esistono i fantasmi>>, aggiunse poi, <<adesso certo non lo ricordi, ma di sicuro hai sentito questa storia altre volte, magari quando eri più piccola e ora sono affiorati i ricordi nel sogno. Credimi non è Graziella che te lo ha detto, ma lo sapevi già,>> affermò sicura. Era così sicura la mamma di quello che diceva che mi convinsi anch’io che fosse così.
Non la sognai più e un po’ mi mancava come ti può mancare una parente o un’amica a cui vuoi bene.
Così un giorno, chiesi alla mamma di parlarmi ancora di lei.
Mi disse che era molto brava a scuola, che sua madre faceva sacrifici enormi per farle frequentare le superiori. Cuciva giorno e notte poverina. Graziella quando finiva i compiti l’aiutava nel cucito <<pensa come è strano il destino>>, mi disse, <<Graziella quel giorno non voleva andare al mare perché sua madre, in quel periodo, stava cucendo un abito da sposa e lei voleva aiutarla. Ma Flavia si era messa a supplicare la signora Maria e così lei aveva quasi obbligato la figlia ad andare al mare; anche per questo, in seguito non si dette mai pace, diceva sempre: “è stata tutta colpa mia.” Povera donna!>> Dopo aver pensato un po’ aggiunse << Graziella ha lasciato dietro di sé un vuoto enorme e un grande dolore. Ma soprattutto rimorsi di coscienza. I Conti sapevano che la loro sarta non era contenta di mandare la figlia al mare con loro, ma che lo faceva solo per paura di perdere il lavoro che le pagavano bene e che le permetteva di mantenerla agli studi. Si approfittavano sempre di questa sudditanza e tutte le volte che la contessina voleva compagnia, la povera Graziella doveva dormire da loro o andare con loro dovunque volessero portarsela per tenere compagnia alla figlia.
Pensa che quando morì, siccome la mamma non aveva soldi per il funerale, fecero tutto loro e la seppellirono nella cappella di famiglia. La signora Maria un giorno disse alla nonna che era andata a trovarla “ me l’hanno rubata da viva e ora anche da morta”>>. << Che fine ha fatto la mamma di Graziella?>> chiesi io.
<<è morta circa quindici anni fa,>> mi rispose mamma. Poi aggiunse che erano passati già venticinque anni da quando era annegata la sua amica. Io feci questa riflessione che lasciò mia madre a bocca aperta, dissi: << certo! Morendo giovane è rimasta bella in eterno. Con quei lunghissimi capelli neri e i suoi occhi a mandorla somigliava a Audrey Hepburn, era davvero bellissima>>.
Non disse nulla mia madre, ma avevo avuto la netta impressione che fosse rimasta sconvolta dalla mia descrizione di Graziella. Non volle più parlare di lei e quando io prendevo il discorso lei rispondeva sempre che non ricordava più nulla. Avrei voluto chiederle tante cose ma non ci fu nulla da fare, ormai era diventato un discorso tabù. Intanto gli anni passarono e io cominciai davvero a scordarmi di Graziella e di tutta la sua storia. Mi ero fatta grande. Non ero andata molto avanti negli studi. Così ora mi ritrovavo a svolgere un lavoro umile ma dignitoso: lavoravo nelle mense comunali, facevamo da mangiare per dei frugoletti della scuola materna. Io e la mia cuoca, nella nostra piccola cucina, lavoravamo e ci divertivamo davvero tanto. Veniva spesso a tenerci compagnia la bidella e si parlava e sparlava di tutto e di tutti.
Ero emigrata al nord Italia. Nel mio paese in Sicilia ci tornavo solo ad Agosto per le ferie. Un pomeriggio che ero a casa dalla mamma, lei mi disse che bisognava portare i fiori alla nonna perché era ricorso il giorno prima l’anniversario della sua morte e lei non era potuta andare. Per questo (secondo lei) l’aveva sognata imbronciata.
Anche se eravamo in pieno Agosto (e vi lascio immaginare il caldo afoso terribile di quel giorno), la mamma volle che andassimo proprio in quel momento; perché essendo abituata a fare la pennichella in quell’ora, adesso aveva il terrore di addormentarsi e di risognare la nonna, sempre più imbronciata di prima.
Eravamo fuori dal cimitero. E io volli prendere un mazzo di garofani da distribuire sulle tombe che avrei visto sguarnite. 
Cominciò così la piccola processione. Ogni tanto la mamma mi indicava questa o quella tomba e mi parlava di quelle persone che lei aveva conosciuto e mi raccontava qualche aneddoto riguardante quelle vite.
Entrammo nella cappella dove si trovava la nonna, pare fosse provvisoria lì, finché non le avessero dato un posto da un’altra parte.
Mi ricordo la strana atmosfera di quel momento.
La mamma era salita su di una scaletta per mettere i fiori nell’oculo della nonna e io guadavo col naso in su reggendo tra le braccia il mio mazzo di garofani. A un certo punto, non so spiegare ancora adesso il perché, un garofano si spezzò e mi cadde a terra. Io mi abbassai per prenderlo e mi ritrovai con gli occhi all’altezza del primo loculo partendo da terra. Mi lampeggiò davanti, il viso di una ragazza giovanissima, una foto in bianco e nero. La guardai e la riconobbi subito, prima ancora di leggere "Graziella” sulla lapide.
<<Mamma, ma questa è la tua amica Graziella>>, esclamai, incredula. Lei mi rispose di sì cercando di non dare troppa importanza alla cosa. <<Allora questa è la cappella dei conti Gallo, ma sembra abbandonata ormai>>, dissi, <<sì, dopo la morte dei genitori, la contessa Flavia se ne era andata in America tanti anni fa e non si è più saputo nulla di lei.
Non è mai voluta venire in questa cappella, nemmeno quando viveva ancora in Sicilia. Forse per il rimorso di essere stata la causa della morte dell’amica. Vederla qui le faceva troppo male>>.
Io mi fermai a guardare il viso di Graziella. Sembrava sorridesse proprio a me. Era come se mi stesse dicendo: <<eccomi, mi hai ritrovata, ora non perdiamoci più di vista.>> Le misi i garofani nel vaso e le sorrisi anch’io. Poi le dissi: << grazie, lo devo a te se sono ancora viva, mi hai salvato la vita quel giorno, non lo dimenticherò mai più>>.
Da allora sono passati molti anni, io non sempre sono andata al cimitero, per molti anni non sono nemmeno più tornata in Sicilia. Nel frattempo anche mia madre se ne è andata. Una notte mi capitò di sognare ancora Graziella. Era insieme alla mia mamma, mi salutavano con la mano e poi se la ridevano chissà di cosa, mentre si giravano e andavano via.
Quell’anno andai al cimitero per mettere i fiori sulla tomba di mia madre, dopo volli andare a cercare nella cappella il suo loculo per metterci i garofani bianchi che avevo preso apposta per lei. Quando la cercai non c’era più. Il suo posto era stato dato a un’altra persona. Nel mondo lei aveva contato molto poco. Nessuno avrebbe più saputo dire chi era stata. Adesso anche il suo nome lo avevano cancellato dall'unica pietra che parlava ancora di lei.
Così sto scrivendo qui la sua piccola storia. Forse qualcuno la leggerà e sentirà di amarla un pochino. Una povera ragazza sfortunata, bella e buona, che forse da qualche parte esiste ancora.
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Profilo Autore: Ibla  

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La corriera era partita di buon mattino quel giorno.
Oramai erano iniziate le vacanze, e così, come ogni anno, si andava al paese per trascorrere alcuni mesi lontano dalla città e per riprendere “il colorito”, come diceva spesso mio padre.
Per le strade ancora l’odore della notte mentre seduti sui marciapiedi alcuni nottambuli s’attardavano a rientrare, non del tutto lucidi dopo essersi riempiti lo stomaco del solito alcool traditore.
La stazione delle corriere dava su una grande piazza, dove al centro faceva bella mostra una grande vasca che quasi veniva voglia di tuffarsi per alleviarti dall’aria calda e appiccicosa di quel mattino di giugno. “Dai Giuseppe facciamo un bel tuffo così ci rinfreschiamo un pochino” consigliavo a mio fratello senza averci pensato bene prima; ogni tanto si poteva pure sognare.
Stranamente sembrava che le stagioni avessero anticipato di un mese e senz’altro era così, perché sentivo spesso questi discorsi sul tempo dal venditore di frutta che ogni mattina sostava all’angolo di casa. Mentre la corriera lasciava la città e si lanciava per la Statale, io e mio fratello ne combinavamo di tutti i colori e spesso i rimproveri di mia madre seguivano poco dopo quelli di mio padre che sicuramente avevano un effetto “miracoloso”.
Eravamo i soliti, e forse Giuseppe era quello più turbolento mentre io, più grande di lui, riuscivo a controllarmi e disturbare il meno possibile. Le altre due sorelle e un altro fratello erano rimasti in città, a Cagliari, per visite mediche e per altri impegni con la scuola e perciò sarebbe stato impossibile partecipare a quel inizio di vacanza. Avevamo caricato sulla corriera anche le due biciclette, ancora in buone condizioni nonostante le corse sfrenate e le cadute quotidiane, ma il divertimento erano le corse e le gare che spesse volte lasciavano i segni sulle ginocchia, ed allora arrivare a casa erano rimproveri, con il risultato di qualche giorno senza le due ruote.
Quella mattina la corriera era particolarmente veloce e l’autista, un tipo grosso e baffuto, non faceva altro che fumare una sigaretta dietro l’altra, senza curarsi del fastidio che poteva dare ai passeggeri. L’inizio vacanze ci aveva particolarmente caricato, e Giuseppe non faceva altro che chiacchierare a più non posso non lasciando tranquillo nessun passeggero.
L’arrivo al paese aveva coinciso con l’ascolto della Santa Messa nella chiesetta vicino a casa. Una bella doccia rinfrescante prima di recarci in chiesa, e nuovamente saremmo stati in forma. Infatti, anche Don Usai aveva notato questa nostra freschezza, e subito ci aveva occupato per servire la Santa Messa con altri amici che con grande festa ci accolsero con baci e abbracci.

Dopo la messa non ci fu neppure il tempo di stare in giro con gli amici perché subito arrivò l’ora del pranzo. Quindi se ne sarebbe riparlato la sera, dopo il solito riposino, per fare qualche giro in paese, magari in bici. Ma anche Giuseppe non era molto sicuro dell’uscita con le due ruote, anche perché ci aspettava la punizione che i nostri genitori avevano promesso durante il viaggio.

Sotto il grande pino che regnava sovrano in un angolo del cortile tutto era pronto per il pranzo. Ci si era rivisti con gli zii e i cugini.

All’arrivo i cugini non erano presenti perché avevano trascorso la mattinata al mare.

Ma il ritrovarci all’ora di pranzo era stata una grande festa e le grida di gioia erano tante e fragorose che i grandi non riuscivano a calmarci.

Che gioia ritrovarsi! Raccontarci le nostre cose e assaggiare le tante cose buone che Zia Giuseppina aveva preparato!

Anche zio Francesco era nella gioia più grande. Il ritrovarci era il massimo. Lo zio Francesco non si era sposato. Era amante della poesia e la scriveva pure. Esistono ancora i suoi manoscritti redatti in bella copia su quei quaderni a copertina nera che tanto andavano di moda molti e molti anni fa. Poi, per mandare avanti la “famiglia” e per le necessità quotidiane dei suoi ragazzi, faceva qualche lavoro di sartoria oppure qualche benefattore si interessava spedendo viveri o anche qualche offerta in danaro.

Qualche volta riceveva dei viveri dal Vaticano che aveva preso molto a cuore la sua attività di benefattore. Ricordo di una stanza dove raccoglieva le provviste tutte in perfetto ordine e tutto sotto controllo per poter soddisfare le esigenze quotidiane della sua comunità. Aveva circa dieci ragazzini di età scolare che aveva tolto dalla strada e da famiglie che non potevano assicurare il pane e non potevano interessarsi per dare un minimo di istruzione e poi una sistemazione futura.

Questo era il suo progetto. Lo portava avanti con sacrificio ma la sua tenacia e la sua voglia di aiutare questi ragazzi era grande. Aveva pure un nome la sua casa-famiglia. Si chiamava Piccolo Regno. Un piccolo Regno veramente ed era tutto di una semplicità serafica. Tutto era stato creato perché questi ragazzi potessero un domani essere padroni del proprio futuro e certamente Zio Francesco era da ammirare per la sua voglia di andare avanti nonostante le grandi difficoltà che incontrava ogni giorno.

Quindi nel nostro vicinato avevamo una piccola comunità, come si dice oggi, e certamente era grande gioia per noi avere oltre ai cugini altri compagni d’avventura per combinare ogni tanto qualche guaio e qualche preoccupazione in più ai grandi. Ricordo tanti momenti passati in laboratorio con questi ragazzi dove si eseguivano piccoli lavori di traforo. Veramente mi aveva appassionato fare lavori di quel genere anche perché poi avevo saputo che lo Zio aveva avuto, nel periodo della Fiera Campionaria della Sardegna, uno spazio per poter vendere i lavori che venivano prodotti nella sua comunità. Si guadagnava bene in quel periodo e quel tipo di lavoro andava alla grande. Anche i piccoli lavori di sartoria facevano reddito per la comunità e Zio Francesco certo non aveva alcun problema per quella attività anche perché era andato giovanissimo a Torino per “imparare l’arte” come si diceva un tempo.

Era partito giovanissimo, forse non aveva nemmeno 17 anni. Ricordo che ci parlava spesso di quel suo periodo. Parlava pure di aver partecipato come comparsa a qualche film: era un bel uomo in definitiva e certamente aveva fatto presa in qualche personaggio dell’ambiente cinematografico in cerca di “nuovi volti”. Non ricordo i film a cui partecipò ma ricordo soltanto la sua gioia quando raccontava degli aneddoti e i suoi occhi allora si velavano di lacrime e la sua voce tradiva qualche emozione.

Certamente in quelle vacanze avremmo fatto grande indigestione delle sue storie e lo stare insieme anche nelle lunghe camminate in campagna e in montagna, motivo per cui ero particolarmente contento.

Fare le lunghe camminate era la mia passione e non vedevo l’ora che arrivasse il momento buono per indossare gli scarponi e lo zaino con tutto l’occorrente.

Il copione oramai più o meno si ripeteva ogni anno, ed ecco perché l’attesa era tanta e non vedevo l’ora di mettermi in marcia con tutti quanti gli altri ragazzi e partire verso la montagna.

Non capivo il perché di questa voglia sfrenata di mettermi in marcia, scoprire caratteristici angoli della montagna. Il Monte Linas ci aspettava, e come un grande gigante avevamo la forza di andarlo a trovare e sfidarlo. Sarebbe stata una grande festa arrampicarci, anche se non saremo riusciti a raggiungere la cima. Era tanto arrivare a circa 1300 metri di altezza. In paese alcuni ragazzi erano riusciti a farlo, ma bisognava essere allenati alle lunghe camminate ed avere una grandissima dote di coraggio. Un giorno senz’altro avremmo fatto anche questa esperienza. Per il momento ci bastava arrivarci vicino. Vi erano tante altre cose da scoprire: ammirare bellissimi paesaggi e attraversare il fiume Piras, proprio nelle vicinanze dove inizia a salire per il monte Linas.

Arrivare al mio paese era per noi una grande festa. Ci si incontrava con gli amici e con i parenti e le giornate trascorrevano nell’assoluto relax con le camminate in campagna e l’avventurarsi per le montagne che ogni mattina facevano bella mostra al mio risveglio.

L’olivo faceva da padrone e i lecci erano una manna per la frescura che ti regalavano.

All’arrivo di quella prima giornata di vacanza ci accolse Giovannino, un amico di famiglia che s’intendeva di lavori di campagna e il suo orto era il paradiso delle cose buone. L’anguria era l’unica frutta che ci dava una particolare allegria.

Ricordo le grandi fette che venivano tagliate, e quasi non riuscivo neppure a sollevarle, quelle angurie, neppure a due mani. Non ero molto in carne all’età di quindici anni, ma piuttosto mingherlino, e l’andare a trascorrere le vacanze al paese era il toccasana per rimettersi in forma. Quella prima sera di vacanza la passammo dentro casa.

Con grande dispiacere restammo dentro casa ma non certo con la voglia di starcene fermi e buoni. Ma non era comunque il caso di farla tragica: ci sarebbero state altre giornate e forse anche più interessanti.

A quei tempi certo non si poteva stare tranquilli a vedere la televisione. Sarebbero passati molti e molti anni prima che prendessimo un televisore e potessimo goderci qualche cartone animato o qualche bel film.

Io e Giuseppe si giocava a tombola, e insieme ai cugini e ai ragazzi della comunità si escogitava così un sistema per passare il tempo e per non annoiarci.

Nel mentre che ci divertivamo in vari modi mio padre preparava le valigia per l’indomani. Doveva rientrare in città perché per lui le ferie non esistevano. Erano tempi difficili e bisognava andare al lavoro. Anche la mamma rientrava con mio padre anche perché la sua presenza era necessaria sia per le sorelle, che per l’altro fratello rimasti a Cagliari.

Dentro di noi forse eravamo anche contenti, non solo per non avere i nostri genitori sempre dietro, ma ero un modo per essere responsabili delle nostre azioni. In realtà non è che si restava senza controllo. Al contrario, Zia Giuseppina e Zio Giovanni erano forse più esigenti dei nostri genitori.

Ricordo la stanchezza di quel primo giorno e di come presi subito sonno appena misi la testa sopra il cuscino, senza contare le pecorelle, come dicevano i grandi, che bisogna contarle quando non si riesce dormire.



 Uno scorcio di Gonnosfanadiga, il mio paese di nascita.

Uno scorcio di Gonnosfanadiga (ca), il mio paese di nascita.
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Profilo Autore: franco  

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Notte insonne di metà Agosto, è arrivata l'alba, di una calda giornata.
Mamma intenta a finire i preparativi, ( probabilmente non aveva mai smesso dalla sera prima. ) Emozioni, ansia, paure dilagano.
Al mio ritorno dal parrucchiere, i primi parenti e amici erano già arrivati.
Ed eccomi pronta ad indossare quel pomposo vestito bianco, con l'aiuto di Zia Concetta di Squillace, sembravo una bambolina.
Una giornata stupenda, dava la svolta alla mia vita, da qui ho iniziato a formare la mia famiglia. Momenti belli, ma anche brutti hanno condizionato la mia vita.
Da qui inizio a fare il punto della mia vita.
Tante persone importanti mi hanno lasciata purtroppo per sempre.
Ma tante cose belle sono successe, dalla nascita delle mie adorate figlie, alle piccole e grandi soddisfazioni personali.
Dall'amore per le mie adorate nipoti, alla gioia di esser riuscita a riunire tuttti o quasi i miei cugini e zii.
Tutto questo è stato stupendo...
Meraviglioso...
Ed è nato tutto
quel 14 Agosto 1993.
Con quel pomposo vestito bianco.
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Profilo Autore: Silvana Montarello  

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Non sopporto gli ipocriti. Li trovo vuoti e molto ripetitivi. Non hanno opinioni personali e si limitano a scimmiottare gli altri, imitandone comportamenti che paiono apparentemente convenienti. Non ti direbbero mai apertamente ciò che pensano di te. Preferiscono avere atteggiamenti che non li espongano direttamente ma che, essendo suggeriti da un certo “bon ton”, danno loro la convinzione di essere nel giusto. "Pe mme so 'e classiche pappavalle." Po' ce sta' “ 'o prufessore", colui che si crede un Dio. Guai a contraddirlo! Te lo fai nemico. Lo devi assecondare. Devi dargli l'impressione che ha sempre ragione lui. Insomma..."'nu poco comme se fa ch'êpazze.”  - "Caspita prufesso'," - " 'O ssapite ca mm'avite arrapute ll'uocchje?"-"Echi se lo poteva immaginare!"-"Ebbravo 'o prufessore!" Sembrerebbe una presa per il sedere, ma non lo è. E' solo un modo per difendersi da innumerevoli e ripetuti attacchi di indesiderato indottrinamento. “'O dotto” è paricchio palluso. Sape tutt''e ccose. Al suo seguito interi greggi belanti. A volte trovi un capobranco. Poi ti rendi conto "ca è 'nu piecoro pur'isso." Poi c'è l'infame. 'O classico “ommo 'e niente." Persona viscida e dal fetido aspetto nauseante. Scappate se subodorate tale squallida presenza. Apparentemente amico, ma altamente specializzato nel colpire alle spalle. Alla categoria appartengono: falsi,vigliacchi edaltri, che al momento non mi sovvengono. 'O nobbile. 'O snobb. Chillo “ca tene 'a puzza sott'ô naso”. Nessuno è alla sua altezza. Appartiene all'ordine delle persone cà quanno te verene, t'analizzano da''a capo 'e piere." Ti senti costantemente sotto esame. Non ti fidare. Quante persone diverse. Tanti caratteri. E io? Non so a quale tipologia appartengo, però "mme sò' simpatica!"
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Profilo Autore: Giovanna Balsamo  

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Era un secolo indefinito l’epoca in cui vivevo

Un secolo senza confini, certezze, ancore alle quali potersi aggrappare 

Il buio dominava all’interno, all’esterno, intorno ad ognuno di noi

Mi chiedevo come poter ripristinare quel bagliore scomparso, mi chiedevo se c’era o ci sarebbe mai stata l’opportunità per ognuno di noi di redimerci, ma non c’era!

Tutte le conseguenze di quel luogo freddo erano state il prodotto delle nostre scelte, delle nostre azioni

Solo io avvertivo il disagio di stare in quella condizione nella quale tutti quanti eravamo stati esiliati

L’altro da me avvertiva tranquillità, felicità, allegria, fervore, divertimento, voglia di vivere

Quell’altro da me non aveva la consapevolezza che una dimensione a lui molto vicina stava per implodere

Ero persa, sperduta in quel senso di estraneità, solitudine che era tanto vicino a me quanto paurosamente lontano

L’unico modo per allontanarmene non c’era, sarei dovuta vivere per sempre con quel vuoto dentro, che mi stava logorando a poco a poco

Apparivo sana, priva di pensieri anticonformisti, completamente omologata all’altra parte di me che era così felice al punto di sentirmene anche in colpa
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Profilo Autore: stella  

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E tutto se ne va così.

Questi tre mesi passati fra queste mura vengono archiviati da un timbro applicato sui faldoni del ritiro e da un gelido saluto del segretario, sorpreso.

È paura ed indecisione quella che provo nei confronti di questo destino contorto e così confuso che,però, non ho mai sentito così mio.

È facile raccomandare agli altri di vivere la vita che si vuole ma,in fondo, quanti lo fanno? Chi ha il coraggio di lasciare ogni certezza per qualcosa di così indefinito?

Solo ora riesco a comprendere il vero significato degli scritti di Kierkegaard e cosa davvero significhi prendere una decisione che si affaccia sull'abisso del nulla. 

Solo ora capisco il senso d'impotenza dell'uomo nei confronti del fato che nulla può e si limita a scegliere qualcosa muovendosi a tentoni nel buio più profondo.

Sia come sia,vada come deve. 

Dopotutto non sono altro che una pedina spostata a piacimento dal fato su questa enorme scacchiera..
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Profilo Autore: Noire  

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Tu non puoi nemmeno capire quanto io ti odio. Certo, l'odio è un sentimenti negativo, e tu non meriteresti nemmeno questo, ma io ti odio con tutto il cuore. Quel cuore che amava te e solo te, e che tu hai spezzato in mille piccole parti. Come posso spiegare a parole tutto questo? 
Non so, forse sembrerò pazza, ma ancora oggi, a distanza di mesi, mi chiedo perché tu l'abbia fatto... Cosa c'è che non va in me? 
Ora tu hai trovato un'altra, una migliore di me... E io? In che angolo della tua mente mi metti? 
Dicevi di amarmi, ma era tutto una menzogna. Ho aperto il mio cuore e la mia anima a te e tu l'hai calpestata. Ora questa anima vaga senza meta, cercando un motivo per cui valga la pena vivere.
Sai cosa ti dico? Riassembleró il mio cuore, a costo di metterci 10 anni, ma lo farò per me stessa. Tu non mi ami, ma io sì che mi amo.
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Profilo Autore: SabrinaVacca  

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Che cielo quella sera! Nero trapuntato di stelle, sembrava il cielo di Van Gogh, in quell’isola sperduta del Mar Egeo, la più grande  delle Cicladi.
Le tre ragazze erano arrivate per fermarsi una decina di giorni in vacanza, avevano frettolosamente occupato il loro appartamentino in riva al mare preso in affitto ad un buon prezzo ed eccitatissime, erano uscite per visitare il paese nell’incanto della notte.
Era uno dei paesini caratteristici greci, dalle abitazioni basse e bianche che riflettevano luce anche nel buio più profondo.
Nelle strade, gruppetti di giovani ragazzi, risate, canzoni e il suono di  lingue straniere provenienti da tutto il mondo.
Loro erano un tantino disorientate, infatti parlavano solo l’italiano, né greco né tantomeno inglese. L’unica delle tre che masticava qualche parola british era Giovanna, che sarebbe stata la capogruppo del trio.
Dopo aver  mangiato dei panini si erano sedute fuori, al tavolino di un baretto e avevano invero stracannato qualche birra di troppo, tanto per festeggiare il primo giorno di vacanza.
“Ragazze ma ci pensate siamo in vacanza, evviva! Buttati i libri, ora ci aspetta il sole e l’acqua del mare” disse Martina alle amiche, “E che dici se ci spettasse anche un bel tipo, magari italiano?” Letizia era sempre la solita, aveva il chiodo fisso, Martina e Giovanna si guardarono e risero di cuore. 
Non erano abituate a bere tanto e se ne resero conto alzandosi dalle sedie, traballavano tutte e tre chi più chi meno e ridevano,  ridevano a più non posso.
Era bello vederle così unite e felici. Si misero a canticchiare e attraversando la stradina che portava verso l’appartamento….boom, una vespa a tutto gas, prese in pieno Martina, facendola rotolare per terra. Una brusca frenata e in un battibaleno la strada si era riempita di ragazzi accorsi a guardare.
Martina si toccava il fianco, con il viso segnato da smorfie di dolore, Giovanna e Letizia, preoccupatissime non sapevano cosa fare, tra i commenti, gli sguardi e la confusione che intanto si era creata intorno.
Qualcuno invece aveva fatto arrivare un pulmino bianco, sul quale fecero salire Martina, la adagiarono sdraiata sul sedile di dietro, chiusero lo sportello ed il pulmino partì  verso l’ospedale.
Intanto Martina guardava dal finestrino, le file di lampioni ai bordi della strada e le case e le stelle, ma era sconvolta, stralunata, sia per la botta, sia per tutta quella birra. Giovanna chiese in inglese ai ragazzi dove stava l’ospedale in modo tale che l’avrebbero raggiunto a piedi per ritrovarsi con l’amica. Il proprietario della vespa, artefice dell’incidente, gli spiegò il percorso, dicendogli che sarebbe andato anche lui. 
Si ritrovarono tutti nella sala d’aspetto dell’ospedale.
Giovanna entrò con Martina e parlò col medico. “Come sta dottore” – “Bene, bene, fortunatamente, niente di rotto, dovrà solo mettere questa pomata due volte al giorno per cinque giorni. Piuttosto è estremamente scossa, gli ho dato un tranquillante, comunque la potete portare a casa”
“Grazie dottore grazie mille” riprese Giovanna.
Prese Martina sotto braccio e la portò fuori dall’ospedale, dove ad attenderla c’era Letizia col ragazzo greco.
Parlottarono un po’ tra loro Letizia, Giovanna e il greco, che si chiamava Nicolaj e veniva da Atene, anche lui per una vacanza.
“Allora Martina, tu adesso sali sulla vespa con lui che ti lascia alla piazzetta del paese, certo è che non puoi venire a piedi con noi” le spiegò Giovanna. Martina la guardò un po’ assonnata, il tranquillante probabilmente stava già facendo effetto, e le rispose di nuovo agitata“Io su quel trabiccolo che m’ha investito, con lui che non conosco, ma vi siete scemite?”
“Martina non fare storie” riprese Letizia “ E’ solo per pochi chilometri e poi è stato un incidente, stai tranquilla che tra pochi minuti ci ritroviamo e andiamo a casa”
In tutto questo tempo il ragazzo non disse niente, l’aiutarono a salire sul sellino, e la videro sparire dietro la curva.
Martina aveva un po’ di fiatone dovuto alla mancanza di tranquillità e dovette stringersi alla vita del guidatore per non cadere. Solo che più lui andava avanti e più Martina si sentiva agitata. Guardandosi intorno, non riconosceva la strada che aveva percorso all’andata ,nel pulmino, non c’erano i lampioni, né le case, sembrava addirittura non ci fossero nemmeno più le stelle, vedeva solo buio, notte e allontanarsi sempre più la luce del paese.
Entrò in paranoia e iniziò a bussare alle spalle di Nicolaj, urlando nel solo inglese che conosceva “Hospital, Hospital” facendo segno con la mano che si sentiva male.
Ma quando il ragazzo si voltò verso di lei, fu ancora peggio, perché gli lesse in viso brutte intenzioni e un sorriso che sembrava dire ” Cara mia è fatta, non ti troverà più nessuno, quando t’avrò sedotta e ammazzata”(anche perché ad essere franchi, Martina  era davvero un bel bocconcino!)
Immaginate la povera Martina che strillava ancora più forte “Hospital, Hospital”, sembrava davvero un’invasata, fin quando mosso a compassione ( lei pensò), il ragazzo si diresse nuovamente all’ospedale e se ne andò, lasciandola sola.
Lei rientrò tremante al pronto soccorso, dove vedendola in quello stato le somministrarono un altro ansiolitico.
Dopo poco arrivarono le amiche nuovamente accompagnate da quel bellimbusto del greco e con gli occhi di fuori le chiesero quasi in coro “ Ma ti senti male? Ma che è successo, si può sapere? Nicolaj è tornato in paese molto preoccupato, dicendoci che ti eri sentita di nuovo molto male.”
Martina, allora  spiegò cosa era successo, la strada diversa, buia, quel sorriso ironico, la paura di non vederle più e di morire ammazzata.
Qualche giorno dopo, erano tutti insieme a ridere e scherzare, intorno al tavolo del bar, mentre un’orchestrina suonava musica greca. Martina, Letizia e Giovanna insieme a Nicolaj  e Penelope la fidanzata, ridevano tutti come matti, ripensando  alle paure della sventurata. 
Nessuno sapeva che per raggiungere l’ospedale dalla piazzetta l’unica strada percorribile fosse a senso unico e quindi per tornare dall’ospedale al paese, era inevitabilmente necessario percorrere un’altra strada, in aperta campagna allontanandosi di parecchio dal centro abitato.
Ora Martina è la sottoscritta e per dovere di cronaca vi dice che quell’anno non lo scorderà mai, fifona com’è!E’ morta di paura e tornando a Roma ha dovuto prendere una settimana di ferie per rilassarsi dalla vacanza. 
Bei tempi però!!!
 
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Profilo Autore: elisa  

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