I genitori accompagnarono il bambino all’ingresso del castello. La madre aveva un lungo fular intorno al collo ed un cappello rosso vestino un lino raso rosa: alla porta – dopo che vennero spente tutte le luci d’ingresso e del giardino il ragazzo che non aveva più di dieci anni comincio a sgranare gli occhi. Era la prima volta che vedeva con attenzione il cielo notturno: la luna – gibbosa crescente oltre il primo quarto – illuminava la punta degli abeti e la condensa che usciva dal respiro sembrava illuminata a sua volta, come un mistero che quel respiro e gli alberi essa legasse in sintonia come di poesia mediante la luce che dolcemente sui colli rivolgeva. Le costellazioni erano ben visibili ma non si interessavano di astronomia così l’occhio attento del papà del fanciullo riconosceva la cintura di Orione – diceva tra sé: “poco più il là ci sta il gran carro e la stella polare”. Il ragazzo continuava a guardare avanti mentre la mamma poco più distante avvicinando gli indicava un punto in cielo non definito ma bastò a fargli alzare lo sguardo.
“Sì dev’essere un poco più in là” - continuava il Papà del ragazzo. Un uomo distinto dai tratti pingui di un lavoro d’ufficio. In doppiopetto con il primo bottone non allacciato come di chi in casa alla sera sta in riposo.
In lontananza ma non riconoscevano questi suoni credendoli metafore invisibili del mistero della notte, c’erano i rumori dei bramiti autunnali. Decisi e profondi come questo disegno notturno e profondo che vi ho appena descritto.
Poco dopo – saranno stati sì e no cinque minuti – la famiglia rientro in casa. Le falangi delle dite infreddolite e si misero sul divano di fronte al camino a parlare dei fatti del giorno – e di economia domestica – mentre bene presto il ragazzo venne preso dal sonno e così lo portare a dormire.
“Accidenti a me!” - nel cuore della notte si levo un grido acuto. Lucio – che è il nome del Papà del fanciullo – in camicia da notte comincio a correre per la stanza. “L’hai sentito di nuovo Ginevra?”: La moglie rimase in silenzio. “SI può sapere che cosa sono questi urli?” e continuava “Ho sentito che alcune abitazioni hanno fantasmi, può trattarsi di qualcosa di simile?”. La moglie solo per tentare di farlo parlare ripete il nome del marito: “Lucio ...”. Il signor Lucio rimane in silenzio come in ascolto. “Ho deciso, ci trasferiremo” - e mentre stava per finire la frase una porta sbatte violentemente come mossa dall’aria.
Il mattino dopo le colline erano avvolte nella nebbia, una nebbia leggera che faceva passare qualche raggio di Sole, infatti si intravedeva per gli alberi raggi vermigli e l’albedo gli diffondeva per tutta la valle, come se la notte prima non fosse successo nulla.
Geronimo – il fanciullo – si era accorto di tutto, ma non parlava, un po’ per timore e un po’ per fiducia di sapere che i genitori sapevano quello che stavano facendo. Ginevra – ancora in abito da notte – preparò la colazione e le cose necessarie per la scuola, vestì il figlio e mentre sistemava in cucina lo saluto senza guardarlo, mentre si accostava ad uscire di casa col suo Papà per andare a scuola, si sedette in attesa delle faccende mattutine mentre il pesante portone di ferro si richiudeva alle spalle degli uomini di casa.
Ginevra rimase da sola in casa. Sì preparò come ogni giorno e dopo un’ora – che era pronta per affrontare la giornata – usci di casa andando verso il mercato a fare spesa di modo da preparare il pranzo e la cena. Tornò a casa verso le undici mentre anche il resto del villaggio aveva già completato i preparativi per il pranzo.
A mezzo giorno era tutto pronto per la cena, da sola come al solito, suo marito stava a lavoro in una acciaieria mentre il figlio aveva scuola fino alle quattordici ed un quarto. Sì preparò della pasta aglio olio e peperoncino, un po’ d’insalata e un filetto di pesce per secondo. Sì preparò l’acqua della fonte e un bicchiere di vino bianco diluito nel secondo bicchiere d’acqua che bevve d’un sorso cominciando il secondo piatto.
Nel bel mezzo del pomeriggio, è gennaio, - si sente aprire il cancello di ferro, si muove lentamente l’auto che rientra nel suo garage e d’un tratto la frenata brusca, troppo brusca… Ginevra si alza dal letto, dov’era sdraiata in riposo dall’aver passato la mattino a ricomporre la famiglia e la spesa e tutte le solite faccende domestica. Lucio ed il bambino entrarono in casa, intanto Lucio si sedette sulla poltrona, si sbottonò la pesante camicia e cominciò a guardare la televisione. Il bambino accompagnato dalla madre andò in stanza e preparatosi per la sera apri i suoi libri e cominciò a preparasi per il giorno di scuola di domani.
Verso sera Ginevra – in cucina – si mise a chiacchierare con la sua amica Teresa – erano di fronte al Thé – vestite in abito lungo di cimiglia – e stringeva con forza la tazza, come se il calore di quella bevanda nelle sue mani avesse una forza capace di ricomporre la sua fortezza segreta: il suo pianto nascosto che veniva trasformato in un sorriso da offrire all’amica. Teresa aveva la sua stessa età ma non era sposata non aveva figli – erano insieme da molti anni – si davano forza – andavano insieme alla fine del giorno scambiandosi consigli di cucina e parlando dei loro uomini – Teresa insegnante della scuola dei suoi scolari.
Intanto Lucio usci di casa e andò verso il paese. Aveva nel borsello quaranta euro ed gli spese per una confezione di tabacco una bottiglia di vino, un po’ di sapone ed un salame fresco acquistato in salumeria.
Tornando verso casa: di fronte al cancello gli girava la testa. E sì accosto al portone, si mise a sudare, si apri la camicia, chiuse gli occhi – vibranti verso il cielo.
Un inferto se lo portò via. Pochi minuti dopo passò da lì un contadino di ritorno dai campi, da buon samaritano gli si avvicino e constatò il dovuto, andò ad avvisare i vicini.
Ginevra lasciò cadere la tazza a terra che si spezzo riversando a terra l’acqua calda.
