Jean-Pierre Rosnay nasce a Lione nel 1929 e muore a Parigi nel 2009
Compagni di poesia di Rosnay, ingiustamente poco conosciuto all’estero, sono Queneau, Brassens, Moustaki, Soupault, che invece incontreranno una maggior fama.
La sua poesia ha la parola viva, semplice, accattivante, a volte timida a volte più aggressiva, ma sempre comprensibile a tutti.
Di seguito un brano da "Frammenti di falesie instabili":
Pesca con la lenza
Vent’anni dopo, le aveva detto ti amo, tra l’altro non senz’accortezza e difficoltà, glielo aveva detto in una tale maniera – e con un tono che poteva facilmente passare per scherzoso – glielo aveva detto così piano e veloce che forse lei non lo aveva sentito. Poi, fingendo di prepararsi per dormire, si era girato rapidamente sulla pancia e lentamente, a lungo, aveva morso il cuscino e ricominciato a pescare. Lui che non pescava mai, ora, come quasi ogni sera prima d’addormentarsi, ripescava i vari cadaveri della sua giovinezza: l’infanzia tenera e disperata – come tutte le infanzie – l’adolescenza tormentata e dolorosa – come tutte le adolescenze – e tutte le morti che gli piovevano attorno.
Sicuramente lei dormiva – forse, forse. Come si fa a sapere che l’altra persona dorma veramente o che non sia sprofondata anche lei, o lui, nel suo teatro d’ombre, altrove, laggiù, laggiù?
Le aveva detto, vent’anni prima, ti amo, così piano e veloce, per paura che non lo capisse, - perché era uno di quegli uomini per i quali un uomo non dice certe cose, perché ne furono dette troppo, perché ci sono delle parole che non si pronunciano, perché l’amore è molto serio, perché simili parole non si dicono a una donna, figurarsi a Dio, – questione di pudore – perché un cavallo o un’aquila, un orso, un caimano non direbbero mai queste cose, come neanche un cane al proprio padrone, - eppure, capita che un’aquila, un cavallo, un orso o un cane amino un uomo o una donna, perché ci sono cose che si dicono solo con gli occhi, o col silenzio – gli occhi e il silenzio che sono i portavoce dell’essenziale, di quello che chiamiamo anima e che un’anima nobile non si esprime a parole, parole di sempre e di tanti così spesso tradite, perché le parole i poeti le scrivono a nessuno, così, anche per pudore, ma mai al diretto interessato,
giacché non si dice al fuoco che brucia,
giacché non si fanno dichiarazioni d’amore alla notte, al sole, alla tempesta,
giacché non si ringraziano i propri occhi per essere azzurri,
giacché non si rimproverano i propri occhi d’essere neri o verdi,
giacché non si fanno complimenti al proprio cuore se batte fedele dall’alba,
giacché non si apostrofa la propria gola se è secca o umida,
giacché l’amore è naturale, una germinazione, una crescita, una fatalità,
giacché una donna non è un chiaro di luna, né una cinciallegra, né una rosa (non me ne voglia il signor de Ronsard),
giacché un uomo non è una spiga al sole, né un dolmen addormentato in una piega del tempo, perché era uno di quelli che non confessano mai, come i ribelli o i banditi di un tempo.
Le aveva detto ti amo, vent’anni dopo, glielo aveva detto così piano e veloce che forse lei non l’aveva capito, poi, fingendo di prepararsi per dormire, si era girato sulla pancia e lentamente, a lungo, aveva morso il cuscino.
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Buona lettura
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