Il verde germina
sulla pelle di cartapesta
usurata,
straniante distacco
lasciato ai campi
dall’arsura estiva,
aporie e stranezze,
inestricabili cromie
di feconde inquietudini,
laceri brandelli d’esistenza.
Nei giardini
l’erica ora tesse
soffici tappeti lustrali,
tramati di lilla,
bianco, rosa-violetto
e cremisi
che frantumano
il senso di caducità
del vivere.
Al tramonto
il cielo arrossisce
lacerando la linea lontana
del tramonto
affinandola di incrinature indicibili,
di venature marmoree
e ambigue finzioni.
Ma un’ombra di tristezza
cala sulla marina
che si vela
di straniante foschia
quando il giorno
si disfa
e ripiega melanconico
nell’immagine evanescente
che emana.
La sera scende
severa e generosa
di inoperosità
bofonchiando fragilità
e forza
nel balbettio inestricabile
che genera straniamento
e stupore.
Ancorato alla mia umanità
che dona un’aura
di nobiltà
all’ovvio e al banale
mi lacero e perturbo
nell’ampia ruga
che solca il volto
denso e vischioso
della notte
attorcigliata in una stanchezza
immane.
sulla pelle di cartapesta
usurata,
straniante distacco
lasciato ai campi
dall’arsura estiva,
aporie e stranezze,
inestricabili cromie
di feconde inquietudini,
laceri brandelli d’esistenza.
Nei giardini
l’erica ora tesse
soffici tappeti lustrali,
tramati di lilla,
bianco, rosa-violetto
e cremisi
che frantumano
il senso di caducità
del vivere.
Al tramonto
il cielo arrossisce
lacerando la linea lontana
del tramonto
affinandola di incrinature indicibili,
di venature marmoree
e ambigue finzioni.
Ma un’ombra di tristezza
cala sulla marina
che si vela
di straniante foschia
quando il giorno
si disfa
e ripiega melanconico
nell’immagine evanescente
che emana.
La sera scende
severa e generosa
di inoperosità
bofonchiando fragilità
e forza
nel balbettio inestricabile
che genera straniamento
e stupore.
Ancorato alla mia umanità
che dona un’aura
di nobiltà
all’ovvio e al banale
mi lacero e perturbo
nell’ampia ruga
che solca il volto
denso e vischioso
della notte
attorcigliata in una stanchezza
immane.
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