“Speaking strictly for me we both could have died then and there”
(Joan Baez)
Buongiorno amore mio,
eccoti nel nostro primo sogno:
quando la neve si lasciava cadere
sopra i giardini di Villa Melzi
senza un motivo evidente,
ma solo perché tu
lo desideravi
così tanto.
Erano musica cara e sublime
quei cristalli di gragnola
che picchiavano forte
sulla colonna infame,
per poi morire afoni
ai piedi della sequoia;
che barcollavano inermi
sulla statua della dea Pakhet,
per poi impietrire sul tronco
del pino di Montezuma;
che scivolavano
ignari della fine,
sul marmo bianco
di Dante e Beatrice,
sul chiosco moresco,
e sul vecchio ricovero
che un tempo fu
l’orangerie.
Quando invece noi,
dal caldo del chiuso di un bacio,
da sotto la chioma del grande canforo,
non correvamo realmente rischi imminenti
perché nulla, allora, importava davvero.
Tu forse
non puoi ricordarlo,
ma io, come sai, lo sogno spesso.
Io lo sapevo già allora che ti amavo,
mentre assistevo al miracolo,
e col pensiero percorrevo
l’improbabile rotta
che dal cielo
porta giù
al lago.
Sono passati anni,
ma tu presta attenzione:
che io fisso ancora i tuoi occhi
e la geometria del fiocco di neve.
Come se quella meraviglia,
quella precipitazione
e i tuoi mille baci,
non siano altro
che un ciclo:
la nostra
vita.

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