Partivo per primo, bruciavo il terreno
spingevo le gambe fino a morire
pulsava passione
dentro il cuore gagliardo
nessuno obiettava tanto fervore,
striature perfette nel tessuto muscolare
con scatti severi
raggiungevo il traguardo.
Mi nutrivo del clamore
di padri e figli,
chiassosi come campane
quando ciò che lasciavo ai rivali
era la scia del mio passaggio,
tanto osannato dalle tribune.
Correvo come un baleno,
la mia ombra era il suo tuono
duecento metri di pura energia
di quella folla ne ammiravo il suono.
Anche nelle migliori favole, però
esiste il lupo cattivo!
l’etichetta unanime recitava “superbo”,
più un onere, che un aggettivo.
Beffavo i deboli in egual modo
tornassi indietro sarei diverso
adesso lo sono, ma fisicamente
ancora oggi penso
a quel ragazzo che guidava una sedia
e ovunque andassi era presente.
Mi annoiava quella sagoma triste,
venivo ammirato come suo idolo
storpio assillante: così lo chiamavo
tirando avanti passandogli affianco
per firmare autografi
alle donne che amavo.
Quanto splendore
nelle facciate di tutti i giornali,
il mio sorriso raggiava!
invece credevo che il suo fosse brutto
la mia espressione era truce
appena egli me lo mostrava.
Ho provato a cambiare,
ma il successo lo impediva
scattavo ancora, scattavo per primo
mentre dagli spalti, egli applaudiva.
“ammirate la grandezza dell’uomo
che ha fatto leggenda”
ovunque rimbombava costante
allora, l’adrenalina sfiorava le stelle
mentre egli soffriva,
rimanendo presente.
Ci furono cali d’ascolto,
dove nel profondo dimorava l’inferno
ma quel ragazzo buono e gentile
aveva fiducia nel mio grande ritorno.
Tornavo borioso, all’orizzonte
i pochi amici che avevo
supplicavano un miglioramento
“tratta bene il tuo prossimo”, dicevano
persino coloro dimenticati
nella mappa del firmamento.
Il fato ha poche parole
non implora come gli amici!
colpì duro e senza rimorso,
promise i peggiori giorni infelici.
Quella sera fu l’auto
ad accelerare oltre al suo limite
danzò come una ballerina,
sopra l’asfalto bagnato
dopo spettacolari capriole
scese giù nel dirupo
e quando mi tirarono fuori,
il mio arto destro rimase amputato.
Solo allora compresi
l’illuminazione si conquista col dolore
La cercai, attraverso grida lancinanti
e notti insonni, affogato dal sudore.
Non scatto più, non scatto per primo!
Toccai il piede rimasto,
pianse perché perse il fratello
dove siete vecchi amici?
statemi affianco
aiutatemi, con questo fardello.
Quel che vidi fu il niente
nessun soccorso al sorgere del sole
si aggiunse disprezzo alla mia condizione
la rabbia premeva il mio orgoglio,
con la protesi allora mi alzai
piansi un minuto ed entrai in azione.

“Non sto fermo, non ce la faccio!”
quei padri e quei figli
aspettano il Fulmine
guardo in alto e sgrano gli occhi
le nuvole nere fanno ombra,
sui posti vuoti delle tribune.
Nessuno ormai mi adora
assieme alla gamba perdo l’amore
gli ingegneri crearono la protesi
ma insabbiarono il vero dolore.
Dove sei? Io ti devo delle scuse
perdona l’arrogante che fui
il tuo sorriso mi darà la spinta,
ciò che serve per non cadere
seguimi ancora, seguimi ovunque
dopo lo sparo d’inizio,
la molla sotto il ginocchio
sostenta il corpo e fa il suo dovere.
Superato il primo, punto al secondo
e tu forse mi guardi da casa
raggiungo il terzo, affianco il quarto
rubando la sua posizione
davanti al quinto mi assesto
dammi una mano compagno
tieni acceso il fuoco,
della tua passata benedizione.
Non nasconderti al buio
fammi vedere il tuo viso
sono io che imploro,
colui che ho sempre deriso.
Quale folle destino,
ho dovuto subire
la gamba finta si spezza
così a terra mi fa cadere.
Non sono lacrime, né il male
a farmi contorcere
ma il sapore della vittoria
diventata un ricordo
la vista si annebbia dal pianto
si oscura la luce grazie a una sagoma
scaturisce un brivido appena mi dici...
“alzati e raggiungiamo il traguardo”.
Finalmente mio eroe, sei arrivato!
l'impossibile diventa realtà
hai sentito il richiamo
di questo povero indegno
il tuo abbraccio è poesia
allevia l’immane tragedia
i pochi rimasti sono estasiati,
dal coraggio abbagliante
che hai dimostrato
con forza a te sconosciuta
e smorfie che solcano le guance
mi sollevi, sulla tua sedia.
Un dono d’amore gratuito
con le mani assecondi le ruote
mi accompagni alla fine
e negli ultimi istanti,
i miei occhi inizi a fissare
la voce strozzata,
esce a strattoni
ora, l’idolo poco sensibile
ringrazia il giovane
che ha salvato il suo onore.
Siamo vicini alla linea
i giudici divengono bimbi
l’arbitro cambia espressione
i loro sguardi strabiliano
non osano interferire,
col nuovo campione.
Caro e unico amico
la giuria popolare sostiene
il tuo momento di gloria,
più di qualsiasi misero stolto
che si aggirava in strada
pronunciando vittoria.
Ansimi per condurmi all'arrivo
sono sereno, quanto estasiato
con fare umile e maestro
pronunci l’epilogo:
“ ricorderai a lungo il giorno
in cui un giovane uomo
ti indicò come valicare
le insidie dell’ego”.
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Profilo Autore: jostance  

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Commenti  

Grace D
+1 # Grace D 08-05-2017 21:59
L'ego ipertropico loda solo se stesso senza curarsi degli altri meno fortunati. Ma la vita gira come
una ruota, e quando incappiamo noi in endicap, solo allora ci rendiamo conto della vera sofferenza
che si prova. Una lirica molto gradita ma lunghissima. Un saluto!
jostance
+1 # jostance 09-05-2017 18:09
Grazie! ;-)

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