A te che curi i malati
nascondendo la loro stessa malattia,
a te che quando il freddo è troppo
costruisci statue di cera da abbracciare,
e le stringi così forte
che il calore delle tue lacrime
le fa piangere, le fa sciogliere
e sparire...
Quante volte hai regolato i battiti
e dosato parole e rallentato il respiro
per lasciare pura un’immagine
e godere della limpidezza di una bocca vicina.
Io d’arrivare fin qui non ci credevo...
Sarebbe bastata una leggera pressione
sulle mie ossa rotte per sprofondare,
forse anche un sorriso negato
o un altro sogno di addio,
quando non desiderasti così tanto un palloncino
se non nell’istante in cui scappò di mano,
ti sei distratto un momento e lo hai lasciato volare...
Così i miei pensieri,
tutti i miei sogni scappati di mano,
sono ora nuvole
in cui solo adesso riesco a trovare
la forma perfetta di ciò che ho lasciato...
Ma proprio questa è la parte più ripida
di questo viaggio che non chiede un ritorno.
È da qui che si scorgono le cime più alte...
Riesco a vederle soltanto ora che posso dirmi,
senza fingere di non sentire,
quanto sia bello
sentirsi felici nel renderti
gioia.

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