Nido costale d' universo,
germinata finestra del sentimento,
ragnatela d' alveare fecondo
nell' ascetica radice del firmamento.
Un temporale di pensieri
s' impiglia in inchiostri di silenzi:
son mercanti d' alba le sue labbra,
papaveri insanguinati di parole
nella grammatica coniugale dell' amore.
Gomitoli d' indimenticabile poesia
accoltellano una moltitudine d' abbracci:
sguardi scarmigliati di piccole attenzioni,
parafrasi di baci è il suo gentil grembo,
dolce pioggia di stelle il suo cuore infinito.
nascosto in un angolo
dietro la porta dei sogni.
Attende sospeso
che il tempo
porti un messaggio
all'anelato amore:
è un richiamo di vita,
è un profumo di passione,
è un pensiero profondo
che si diffonde nel vento.
"Vento spalanca la finestra,
entra come brezza d'estate
in una sera d'inverno
e porta l'istante
in cui in una frase,
in un gesto,
in una parola,
il mio cuore riconosca
il profumo della sua anima,
un sospiro,
un sussurro,
una notte d'amore
già impressi nell'immagine
dei suoi desideri."
Ti scrutava l'amore ,
cercava il tuo corpo inesperto
per forgiarlo pietra cedevole
al vibrare del sentimento.
E lo affrontasti protetta solo
dai sogni, vaporosi petali,
profumati d'innocente candore,
grondanti speranza.
Sarà bello, ripetevi,
forte e tenero.
Ma t'infrangesti contro
lo scoglio del possesso,
mani rudi, vogliose violarono
l'anima e il corpo, smorzandoti.
Si infransero i sogni
e schegge taglienti ferirono il cuore.
Sorte di donna sovente penosa,
generata per trarre forza
dalla debolezza e rinascere
come fenice dalle rovine.
e così crebbi fintanto
la mano dell'uomo non temprò
l'anima mia frenando sentimenti.
Le mani che m'imbrigliarono
s'avvalsero di decise dita
concedendomi bellezza per limitati scopi,
rintuzzando l'anima.
Ma vigorose le radici mie,
profondamente radicate nella vita
tornarono a fiorire dal mio grembo
ch'è dono per amore.
Mi destreggio nella vita
con chiome a volte spoglie di gaiezza
accarezzando chi il cuore mi palesa,
ma ammutolisco in silenzi desolanti
se umiliano fiducia.
Sono un mare di voglie raramente accolte,
di tenerezze concilianti,
sono quercia ombrosa e forte
che vento non stranisce,
in apparenza fragile mi destreggio
fra gioie e penitenze.
Ancorata alla terra cerco il cielo
non fate che insidia offuschi lo stupore che io sono.
Il rumore delle scarpe
Porte e finestre chiuse
Le gocce di pioggia
L’odore della polvere si alza quando
Vorrei volare
Lei non chiedeva di più
si confidava alle stelle
in intimi colloqui
credeva nella luna
e la vita era sogno
Anna equilibrista sventata
danzava sui fili che il destino tesseva
e coglieva nel suono dell’onda
desideri minuti come velo di sposa
Anna stordita, Anna in amore
per un pescatore
dagli occhi blu cielo
e bugiardo più della luna
una notte la prese sul bordo del mare
Ferma sul dorso dell’onda
Anna scruta il cielo fattosi nero e si dispera.
in mari diversi va gettando le reti il pescatore
non sogna, non danza con l’onde
non si confida più con le stelle
Intanto la luna,
ah l’ingannevole luna s’eclissa nel mare
gentilezze, educazione,
si nascondeva un disagio.
Un peso dentro di te,
ti ha costretta
a dire basta.
Sentirsi trafitti
da mille lame
ognuna taglia un pezzo di te.
Giorni e giorni di agonia
continuando a ridere,
a lavorare a divertirti.
Ogni giorno
se ne andava un pezzo di te
facendoti mancare
la terra sotto i piedi.
Nessuno si rendeva conto
del tuo malessere.
Improvvisamente un giorno, seduti in quel tavolino
davanti ad un dolce e un caffè
mi dici.
Ce l’ho fatta, sono guarita, tutto è tornato a posto,
le lame non tagliano più, sono stata forte,
quel peso dentro lo stomaco è diventato leggero.
La mattina dopo...
scopro
che è stata forte
quella trave...
con la corda
a penzoloni.
il corpo non bada alla violenza ricevuta,
non appartiene all'intimità, lacerata, della carne:
alla fine, esce fuori da ogni poro, per fare,
di quella presenza, l'allontanamento che ignora
la sua vicinanza, che avvicina la lontananza
interiore, il velo di luce sulla pelle che fa
del corpo il capolavoro:
sofferenza e dolore prendono la forma della donna,
del luminoso spirito di carne, delle spine ficcate
dentro il marmo:
ancora e sempre il fiorire di un fiore rifiorente:
la bellezza non si sottomette alla furia delle mani:
non è fatta, a partire dalla carne, con ingredienti
materiali, non si afferma con materia adatta
alla sua forma:
il sole ha seppellito il sonno, veglia sulle braccia,
sul velluto dei petali più esposti: la luce è un fiore
adagiato sulla schiena: i fianchi nascondono
la notte: il petto, i seni sono troppo santi
per dormire: il corpo della donna è come l'arte:
non accetta leggi, ripudia ogni potere:
la sovranità è il suo genio:
DONNA DONNE
Nei pensieri della notte Ad ogni angolo di strada,sei il profumo dolce vanigliato qualche lampione
di un'assenza che fiorisce ad illuminare
e che armonizza. i pochi vestiti indossati.
Nella pelle mordida Obbligate a prostituirsi,
Sei un brivido che minacciate,
accompagna le lenzuola picchiate,
tra i meandri dell'anima sfruttate.
e stupisce. Donne
Sei il sapore che soffrono in silenzio,
di tutte le stagioni, e sorridono
l'estasi di tutte le carezze, alla vita.
sei la madre Donne alla deriva,
di tutti gli abbracci. che vivono, esistono sempre,
Donna! lacrime invisibili
Armonia, rigano il viso.
malinconia,
nostalgia,
senza di te non c'è magia,
il tepore non ha passione, MONTARELLO SILVANA.
l'alba non ha fascino,
tu sei il passato e il presente,
l'antica storia che
coincide con l'origine,
meravigliosamente
Sei... Donna.
CATERINA MORABITO.
derisi, cosi ci si sente.
Voglia di essere come gli altri
forse meglio.
Cosi si sprofonda
nell’abisso.
Alla ricerca della personalità
che non è nostra non ci appartiene.
Cosi si muore dentro
giorno dopo giorno.
Piano piano il cervello smette di pensare
di ragionare.
L’impulso di correre a svuotare lo stomaco
sempre più spesso fino allo sfinimento.
La devastazione
prende il sopravvento.
Il disagio sembra attenuato
forse non ci si sente più diversi.
Non siamo più grassi
ci vediamo più belli.
Ma...
morti dentro.
TRATTA DA UNA STORIA VERA, PER UNA RAGAZZA CHE STA LOTTANDO PER USCIRE DA QUESTO TERRIBILE INCUBO.
La stupidità non ha valori.
L'ignoranza non è un verbo,
ignorare va di moda.
Creder d'esser superiori,
dicendo che ti è stato insegnato,
puoi insultare, dare calci
o perfino spezzare la vita
di un bel fiore che una madre
ha pasciuto con amore.
L'ignoranza della mente
lei la schiava tu il padrone.
Ed è triste dover dire
c'è chi sa e non vuol parlare.
La violenza, l'omertà,
l'indifferenza...
Non son moda ma ignoranza
e fan perdere il valore
di un bel fiore
che voleva tanto amore...
Massaia, che zappi di pomeriggio,
tra gli amarognoli fiori dell'orto,
fermo pare il giorno, e fra i massi morto
c'è un gatto, là un ulivo e il fieno di maggio.
Come lancette nel deserto
scattano le altalene del campanile;
Punica al raccolto sempre incerto,
con la bestia nascosta fra le file.
Massaia, che l'oro alle urne
impasti, per la gloria del riposo:
-Dolore al banco del mio sposo,
ma il dolore è accanto al batticarne-
Quel grattugiare sul fiume,
al tramontare del giorno mite,
è più duro di tutto quel barlume
che, donne mie, adesso voi patite!
Massaia, tu, senza il filo delle Parche,
presto invecchiata davanti al camino:
a che sono servite le mani sporche
passate su un narciso a capo chino?
lei si divincola,
allunga il passo, respira.
Lui vigile, tira la corda,
il nodo scorsoio si stringe,
lei arretra, imbrigliata.
Lui alza la voce,
sputa veleno,
lei abbassa la testa.
Chiede perdono
per il suo
“mea culpa”,









