Abbriverò verso suture di mai,
ago e filo a stendersi per una processione lamellare.
Se provi ad affastellare la mia ricerca,
conterai solo lamine, ma aspetta.
Non greve e non piuma,
estintasi in pastura di cemento è l'aria,
l'acrimonia è raduno allo sfianco prima della mia Pentecoste.
Anima, servimi le due gocce del trabocco,
verdume al vaglio della mia risata,
al costo di un bailamme verso l'ultima crociata.
Regola. Forzare l'inganno ed il gusto proibito,
mai fortuito o forbito.
Non si vogliano calare i miei accenti sulle posizioni acute - ottuse delle vostre memorie.
Io non ho accenti da ghigliottinare,
se non parole apocopate, spesso ossimori
monologhi contraddittori
già usate a preferenze sterili;
e ora riverberi d'accusa.
Ché scusa l'adombri tra i monumenti fattisi piaga dell'illazion comune,
peste del traballante abbiocco dei sensi concreti,
delle rivoluzioni compiute e permutate,
evoluzioni.
Non sarò padrone, né cernitore di cardini in frantumi.
Ma avete solo dieci dita per contarvi ogni pezzo mancante.
E per ricomporvi.
Se poi franassi su incensate alture
d'emozione, d'amore non parlerò
Taccio, poichè fu tutto un niente
vuoto a perdere vince
Strati fermi e onde nubili, l'incanto si detta a salmo,
recitandosi vano le vesti incorrette.
Le fiere e noi sullo sguardo in attesa
si abbaccava correnti diverse
e fogge sul raduno d'acqua.
E resto foce, scorsa e metodica.
Mi trascorsi in sacralità d'attimo la torba e la vita.
Ero di confine, ero come proteso lungo le infinità persistenti.
Fitte parvenze di sito scuro e tue
che sia astinenza lucida da sulla sponda brada
essente calma di terra
e sii studio denso, l'egemonia labiale
di fronte alle visite che ti porto.
(Solo timore d'esserti solita gobba convessa)
e l'urlo tace
e sa di gola
ogni dannata passione, d'ingoiato mare.
Perderti è d'isola, un'isola,
stremando lucore a te sacro
di un solco. E la voce s'arrende al bersagliarti.
Cade dentro inveterate maree,
sollevandosi le funzioni d'acqua.
ago e filo a stendersi per una processione lamellare.
Se provi ad affastellare la mia ricerca,
conterai solo lamine, ma aspetta.
Non greve e non piuma,
estintasi in pastura di cemento è l'aria,
l'acrimonia è raduno allo sfianco prima della mia Pentecoste.
Anima, servimi le due gocce del trabocco,
verdume al vaglio della mia risata,
al costo di un bailamme verso l'ultima crociata.
Regola. Forzare l'inganno ed il gusto proibito,
mai fortuito o forbito.
Non si vogliano calare i miei accenti sulle posizioni acute - ottuse delle vostre memorie.
Io non ho accenti da ghigliottinare,
se non parole apocopate, spesso ossimori
monologhi contraddittori
già usate a preferenze sterili;
e ora riverberi d'accusa.
Ché scusa l'adombri tra i monumenti fattisi piaga dell'illazion comune,
peste del traballante abbiocco dei sensi concreti,
delle rivoluzioni compiute e permutate,
evoluzioni.
Non sarò padrone, né cernitore di cardini in frantumi.
Ma avete solo dieci dita per contarvi ogni pezzo mancante.
E per ricomporvi.
Se poi franassi su incensate alture
d'emozione, d'amore non parlerò
Taccio, poichè fu tutto un niente
vuoto a perdere vince
Strati fermi e onde nubili, l'incanto si detta a salmo,
recitandosi vano le vesti incorrette.
Le fiere e noi sullo sguardo in attesa
si abbaccava correnti diverse
e fogge sul raduno d'acqua.
E resto foce, scorsa e metodica.
Mi trascorsi in sacralità d'attimo la torba e la vita.
Ero di confine, ero come proteso lungo le infinità persistenti.
Fitte parvenze di sito scuro e tue
che sia astinenza lucida da sulla sponda brada
essente calma di terra
e sii studio denso, l'egemonia labiale
di fronte alle visite che ti porto.
(Solo timore d'esserti solita gobba convessa)
e l'urlo tace
e sa di gola
ogni dannata passione, d'ingoiato mare.
Perderti è d'isola, un'isola,
stremando lucore a te sacro
di un solco. E la voce s'arrende al bersagliarti.
Cade dentro inveterate maree,
sollevandosi le funzioni d'acqua.