bolle di sapone:
non hanno vita lunga e spesso
durano poco più di un respiro.
Quando si gonfiano, baldanzose,
volano leggere verso l'alto,
sembra che vogliano andare
chissà dove,
inseguendo un cielo tutto loro.
Sollevandosi nella luce,
mostrano riflessi trasparenti,
iridescenti colori
che sembrano racchiudere
un piccolo mondo.
Diventano più belle
quando, unite ad altre bolle,
creano immagini colorate
e catturano, come fotografie,
tutto ciò che le circonda:
un albero,
l'azzurro del cielo,
i bianchi petali di una margherita.
Così è la vita:
bella, luminosa, fragile.
Una bolla di sapone
può scoppiare all'improvviso
e dissolversi nell'aria.
E di essa non rimane nulla,
se non un breve riverbero
di colori e di luce,
un ricordo trasparente,
un ultimo, fragile frammento
di felicità.
L’amore si veste d’armatura
che spesso non conosce misura.
Dona tempo.
Dona respiro.
Dona ciò che non possiede.
E se questo fuoco
che brucia ed arde
cessa,
nelle ceneri fredde senza calore
la sofferenza dimora.
Rimanere adesso
tra le polveri
è come abitare
nel tepore dell’abitudine
e nel ricordo di quella voce.
Andare, fuggire, volare
oltre il cielo,
dove l’unico suono è quello delle ali
che fendono l’aria,
e ancor morire.
Il pensiero
non conosce sentenze.
Gli anni
alzano il muro.
La stanchezza
lo rende alto,
duro,
insormontabile.
Ricominciare è
chiedere forza
a chi ha dato tutto
nel suo tempo.
Eppure
qualcosa rimane.
Non un’arma.
Non la voglia
di vincere.
Solo lo scudo
dell’amor proprio,
a difendere quel poco,
o tanto, di vita
che ancora ci appartiene.
Ma se un giorno
le mani potranno fermarsi,
vorrei guardarle
senza rimprovero.
Sapendo che,
non è stata la paura del silenzio
a scegliere
per me.
si fa strada e nasce..
Una poesia
sul libro del poeta.
Un quadro
sulla tela del pittore.
Un’idea
alla mensa dell’inventore.
Un motivo
sulle corde del violino.
In una pausa del tempo
tutto nasce..
nella mente del Creatore.
Ho confessato i miei errori
e tu ne hai forgiato catene.
Per anni ho chinato il capo
sopra colpe già scontate,
portando anche quelle
senza il mio nome.
Chiamavo amore
quel continuo espiare.
Poi il tempo accese il vero
e vidi il tuo tribunale
eretto sul fango
delle tue menzogne.
Le mie colpe restano mie.
Non le rinnego.
Il mio errore
fu lasciarti la chiave.
Il tuo,
credere che la mia colpa
potesse lavare
il tuo inconfessato.
Eravamo in due,
ma uno soltanto
confessava il fango.
Ora la chiave è mia.
Le mie colpe
le ho portate via.
Le tue
resteranno nel fango,
dove ancora
nascondi il tuo nome.
avanzi ch’ancor narrano emozioni
ch’or sembrano soltanto rami spogli
nella più triste delle mie stagioni.
Non si rinnoverà una primavera,
ché l’ultima stagione sto vivendo
e s’avvicina l’ultima frontiera
di quel viaggio ineffabile e stupendo
d’itinerario forse ineluttabile,
così come la nascita e la morte,
del qual non so quant’io sia responsabile
ch’io sempre m’adattai alla mia sorte.
E pure se la vita m’ha appagato
vorrei sfidar quei critici momenti
che all’ultimo destino m’han portato
laddove altri destini si son spenti,
e assister a infinite narrazioni
alzati i miei sipari a nuove scene,
io spettator dai vecchi miei loggioni
ov’or quanto vissuto mi contiene.
Tiranna è libertà nell’esistenza
ch’è illusorio guidar la propria vita,
nè sento una fatale Provvidenza:
caso e necessità fan la partita.
Di libertà fu inconscia la finzione,
mi resi tëatrante e improvvisai
la parte mia, ma in ogni situazione
su ignoto canovaccio recitai.
Pur l’ubrïaco libero si crede
perché ancora altro vino intende bere,
ma ignora donde vien cotanta fede:
è l’ebbrezza che guida il suo volere. (*)
(*):“L’uomo è come l’ubriaco, che crede di essere libero perché vuole il vino, ma non sa di volere il vino perché è ubriaco” (B. Spinoza)
l’avvicendarsi di giorni,
l’intreccio di voci e amici,
cose che non ritornano.
Greche col lapis su taccuini
dimenticati in un cassetto.
Istanti trascurabili,
eppure decisivi.
Solchi di luce
incisi sulla battigia
dalle lacrime delle stelle -
subito cancellati.
07-28-20!!!
cerco un po' di frescura,
ascolto la risacca
mi cullo al dolce suono.
Sopra un tappeto erboso
si placa l'andatura
del battito che spacca
il petto come un tuono
così, tra mente e cuore,
s'affollano Presenze:
immagini e profumi
di tempi ormai lontani
Tra i crini sempre un fiore (*)
portavo e quelle essenze
del mondo, ormai in frantumi,
già piccolo artigiano!
Nei cannoni sol serre
di color sognavamo
di là delle apparenze,
dialogo su ogni cosa.
Tutti contro le guerre
in piazza scendevamo
per fermar le Potenze:
Gioventù strepitosa!
Titolo: RI-CORDI = Ritorno al Cuore.
Note: (*) si parla del movimento Hippy. Lo slogan era: "Mettete dei fiori nei vostri cannoni" mobilitazione mondiale per porre fine alla guerra nel Vietnam e costruire un mondo migliore...(sigh)
La notte trattiene il fiato.
Mi perdo nel fumo delle sigarette,
nel lieve oblio di un bicchiere,
mentre il silenzio
allenta i confini delle cose.
Le ore tacciono
e mi prestano pensieri
che non sapevo di avere.
Qualcosa si muove nell'ombra,
cerca una forma,
sfiora la soglia di una poesia.
Mi addormento davanti a un foglio bianco,
con parole ancora calde,
incompiute.
Al risveglio raccolgo frammenti:
una frase,
un nome,
un ricordo che resiste,
un lume spento
che continua a fare luce.
La confusione mi attraversa.
Scrivo.
Non per capire,
ma per inseguire ciò che fugge.
Non per spiegare,
ma per dare voce
a ciò che non sa parlare.
Forse ogni poesia
nasce così,
da un disordine di cenere,
da una ferita che cerca un nome,
da una domanda
che non ha mai trovato risposta.
E io continuo a cercare,
come chi tiene tra le mani
pezzi sparsi di una mappa bruciata
inseguendo una poesia vera.
Davanti a quell'antico portone
il vecchio si ferma.
Guarda ancora le finestre,
ricorda i corridoi,
le aule illuminate.
Cerca i rumori del ricordo.
Tra quei muri
si costruivano sogni
ostinati abbastanza
da diventare reali.
In quelle aule
si insegnava il peso delle parole,
il rispetto dei nomi,
il valore delle porte aperte.
Ora dalle porte
escono risate e voci,
giorni che passano
senza lasciare impronte.
Oggi i professori camminano piano,
come uomini che conoscono la strada,
ma bende invisibili
stringono gli occhi e le mani
e rendono buio il cammino.
Il vecchio si toglie il cappello,
come davanti a una tomba
o a una chiesa dimenticata.
Poi riprende la strada.
E nessuno sente
quando sussurra:
«La fabbrica è ancora aperta,
ma il futuro
entra sempre più raramente.»
A volte provo a trattenermi…
a convincermi che certi pensieri vadano lasciati scorrere via, come il vento tra le mani.
Poi, senza preavviso, qualcosa si accende da solo.
È un ricordo che si illumina piano,
una sensazione che torna a bussare con delicatezza.
Non lo cerco, non lo inseguo, non lo forzo… semplicemente nasce.
Nasce in un attimo qualunque, tra una distrazione e un silenzio,
e prende forma senza chiedere permesso.
E ogni volta, come se conoscesse la strada meglio di me,
finisce per portarmi da te.
Non è un rimpianto, non è nostalgia che fa male.
È qualcosa di più lieve e insieme più profondo:
un filo sottile che continua a tenermi legato al tuo nome.
È una cosa piccola, ma sincera…
una tenerezza silenziosa che non fa rumore,
che non pretende,
ma che, nonostante tutto, continua a restare.
I miei occhi non vedono
miscelati da venti
inebriano le nari.
Essenze di terre lontane
associate a distese di campi
ed alberi in fiore.
Intensi e forti profumi,
sentori abbinati a ricordi
di tempi scordati.
Magie temporali
ritrovano splendore
nei sospiri del mare.
Conchiglie appuntite
e sabbie roventi
di spiagge assolate.
Immagini nell’anima
di forti sapori “essenze”
impigliate nel cuore.







