Errata corrige
Avevo appena rimesso a letto il più piccolo dei miei figli che uscendo dalla stanza dopo aver tergiversato alla sua domanda, sapevo non sarei tornato supino
accanto a mia moglie. <<Papà… gli angeli sono tutti buoni?>>. Ora dormiva. Era stato solo un incubo, ma avevo dovuto asciugargli sulla fronte e dalla nuca il
sudore. Un fazzoletto di lino finissimo sul comodino aveva fatto al caso mio. Sorrisi, un amico poeta romano l’avrebbe chiamato sudario. Raggiunsi lo scrittoio
dopo essere passato dalla cucina dove un vasetto di miele restato aperto copriva quasi l’odore del caffè. Qualcuno l’aveva preferito a un croissant. Ottimo, pensai,
anche questo farà al caso mio. Accanto allo scrittoio da anni mi fa da tavolino una pila di libri, ma quella notte nel tomo che funge da base dovevo cercare
qualcosa. Dunque, angeli caduti… Samael… buono e nel contempo crudele, patrono dell’Impero Romano. Sorrisi di nuovo, ripensando ancora al poeta vivaista.
Nella sua serra mi disse una volta di coltivare la lobelia… bene, uno dei personaggi lo chiamerò Lobella. E’ nato pressappoco così Reprobi Angelus, davanti alla
finestra che invitava l’aria pungente a schiaffeggiarmi il viso mentre un profumo di cannella e zenzero mi consegnava ad un rapido oblio davanti a questa landa
pallida e desolata. Quasi a spolverare i miei pensieri. Ma come sempre c’è dell’altro, che ovviamente non vi svelerò. Non subito. Scrivere il finale di una
storia è importante quanto scriverne l'inizio: se l'incipit ha la funzione di attirare subito il lettore, il finale ha la complicata missione di non fargli dimenticare
l'intero svolgimento, anzi, di farglielo amare almeno un po’. Così scelsi un finale circolare, tipico peraltro dei racconti noir. Ma una volta pubblicato mi accorsi
nel terzo capitolo, o come direbbe la ragazzina che conosce il latino Capitulum tertium, di un refuso…
Avevo fatto in tempo solo a chiudere la finestra in modo da non sentire troppo freddo, che la marmellata che era come se sapesse di miele mi si mise di traverso e
per poco non mi strozzò. “Ma non è stato un refuso”. Avevo i brividi. Si sedette all’angolo davanti alla finestra. Trasalii. <Chi sei!? Tu…>.
“Non lo farai. Non cercherai di ingannare il lettore. Sei modesto. La modestia non ti fa neppure chiamare romanzo quello che stai scrivendo. Ma non l’hai
fatto… ingannarlo intendo. Almeno non consapevolmente”. <Tu… chi sei tu!?>. “Se avessi continuato a leggere nel tomo, sapresti che quando vengo ferito o se
vengo ucciso di me ne nascono altri due”. <…così saresti potuto essere sia alla locanda che dal figlio di Benedetta nonostante l’ala recisa. Tutto fila>. “Già,
Benedetta. Svelerai al lettore l’importanza di Benedetta? E ti risponderò a una domanda che stai per porti… non puoi farmi tornare da Adamantina”.
<Tu rinasci…>. “Sì amico mio, ma senza cuore. Hai fatto in modo che lo donassi a lei. Non potrei amarla…”. <Troverò un modo, sono pur sempre io l’autore.
Aspetta, come è possibile che io stia qui a parlare con te che non esisti se non nella mia penna…>. “Mi piace osservarti, sai? L’altra sera ti guardavo con l’altro
tuo figlio. Tu allo scrittoio, lui che suonava la tromba. Mi avete ricordato quella canzone dove Adelmo suona la chitarra seduto davanti al fuoco con Guccini…”.
Un soffio caldo pervase la stanza. La sua voce provata, quasi confortevole nell’ombra “…ma quanti ratti mordono il nostro cammino”.
E si diradò come la nebbia che ora avvolgeva la landa ondeggiando appena, come un fazzoletto. Sui bucaneve alla finestra.
Caput quattuor
Lascia che abbracci, Morte, questo mio figlio
In un tailleur corvino, occhiaie in tinta con i pensieri, Lobella in compagnia del suo chignon attendeva pensierosa l’amica. Color delle candele. I brividi
crescevano semplici e discreti lungo il suo stelo esile. Cominciava a sentirsi come i bucaneve tra le dita affusolate della strega d’inverno. Ne percepiva i sospiri.
<Sto per andare a palazzo con Eva Kant?>. Benedetta… non l’aveva vista arrivare. <Perdonami, quando sono nervosa dico cose sciocche… Possiamo andare>.
<<E tu che ci fai qui!?>> visibilmente inquieta Lobella, alla figlia in tuta ginnica scura. Con due occhioni sagaci, da sotto la cuffia ‘‘Vengo con voi…’’.
<<Niente affatto!>>. <Aspetta amica mia…>. <<No Benedetta, non voglio corra pericoli…>>. <Lo capisco, ma è l’unica che conosce il latino. E ho come
l’impressione che avremo bisogno di lei>. ‘‘Dai mamma, mettiamo fine insieme a questa storia’’. <<Però mi darai ascolto. Promettilo…>>. ‘‘Etiam, ora
incamminiamoci’’. Una fitta coltre di nebbia stava colando sul Parco Lazienki. Il Palazzo sull’Acqua era là. All’ingresso una Volga nera sembrava osservarle.
Benedetta trasalì. ‘‘Entriamo… stiamo vicine’’, cercando di farsi coraggio. I lampadari di cristallo, l’oro alle pareti… ma un grosso tomo le catturò
l’attenzione. Cominciò a strofinarsi la cuffia come a cercare nella memoria ‘‘Reprobi angelus in locus tristitiae. Ora guarderò le incisioni in acquaforte.
Il diavolo è nei dettagli…’’.
‘…ma anche nell’ultimo gradino delle scale. Quello che non esiste’. Una voce provata, quasi confortevole dall’ombra. E poi da sotto un cappello plumbeo
‘Questa è la prima, brava ragazzina, la stanza della tristezza. Non è posto per voi’. <<Io non credo al diavolo…>> Lobella come avvinta da quel tono, lo stesso
che nelle ultime notti le aveva tolto il respiro prima di addormentarsi. ‘Peccato. Perché lui crede in te’. <<Ma tu…>> non doveva chiederlo, ma voleva sapere
<<…sei un angelo caduto?>>. ‘No!’ la voce ora si era indurita. I muscoli tesi lasciavano percepire non rabbia, sofferenza. Dallo squarcio nella camicia una sola
magnifica ala nera ‘Ero un angelo. Gli angeli neri spazzolano le nuvole per donare la carezza della pioggia ai raccolti’. ‘‘Quanti sono gli angeli?’’ la ragazzina
fino a quel momento ammutolita. ‘Quanti lui lascia che vivano’. <<Dio…>> Lobella indietreggiò, le era sfuggito. ‘Dio. Dio guarda le cose da dietro la pochette
sulla giacca dei potenti… Lui e Mefistofele erano come fratelli, e il mondo conosceva solo la pace. Ma Mefistofele aveva un figlio. Per Lucifero l’umanità erano
tessere di un domino da incoraggiare, per poi veder cadere. Dio lo cacciò, e l’amico di sempre pur riconoscendo la giusta causa, consumato dal dolore decise di
far conoscere al mondo la crudeltà delle guerre’. <<E tu? >> ancora Lobella, spinta dalla curiosità. ‘Fui mandato nel mondo per parlare a Lucifero.
Si nascondeva fuori Varsavia. Incontrai un uomo che di quel paesino conosceva il decoro, e i segreti. Ospitava nella sua locanda una giovane donna. I suoi capelli
erano i fili con cui la notte tesse il cielo. I tuoi me li ricordano Lobella. Ci innamorammo. Adamantina fu l’occasione per Mefistofele di esigere da Dio una
punizione esemplare, al pari di quella inferta al figlio. E Dio lasciò che mi recidesse un’ala. A Lucifero non bastava…’ cadde in ginocchio ‘…e la uccise’.
<Voglio aiutarti…> Benedetta, commossa. ‘L’hai già fatto, lasciando che tuo marito trovasse come lenire il suo dolore. Zelo porterà da Adamantina il cippo di
frassino. Ora dovete andare. Se riuscirò ad attraversare le dieci stanze di questo palazzo, mi sarà dato di vederla un’ultima volta’.
<<Cosa ti aspetta?>>. ‘Lobella, signore… andate. Adesso!’.
Le ore si erano posate lente come fa la neve. Con l’ala a brandelli ma le anime ricongiunte, Samael chiuse un attimo gli occhi… il cippo era al suo posto, e lo
scavo fatto. Accarezzò i cenci della veste vermiglia, e si sdraiò accanto a lei. Si guardò l’avambraccio. Il fedele ratto capì che il momento era giunto. Due
lacrime gli scendevano lungo il braccio. ‘Amico mio…’. Iniziò a rosicchiargli il petto, e il cuore di un angelo fece ritorno a casa.
Un profumo di cannella e zenzero accarezzò il vetro anteriore dell’autoarticolato amaranto che percorreva la statale oramai da una buona mezz'ora, costretto alla
deviazione da un incidente nel quale al ragazzotto alla guida parve fosse coinvolta sola una Volga nera. Forse un prete e una suora, spauriti ma fortunatamente
illesi. Procedeva quasi a passo d’uomo da un po’ cercando di immaginare il volto del padre appena gli avrebbe mostrato il nuovo trattore Fiat che stava per
regalargli, quando sul bordo della strada gli sembrò di scorgere una figura vermiglia, e frenò bruscamente. Il tir aveva appena smesso di ancheggiare, che si sentì
ringraziare “Vado solo poco più avanti... c’è una locanda. Mi chiamo Adamantina, e tu? “. <Edgard> in uno spiffero di voce. Scesero entrambi. All’omone
giulivo di centottanta chili caffè macchiato caldo e croissant parvero tutto ciò che potesse desiderare. Si sedettero all’angolo rischiarato dalla finestra.
“Non capisco, il mio Samael aveva detto che si sarebbe fatto trovare al tavolo dirimpetto alla finestra. Arriverà…”. Sorrise. Un topino intanto le era salito sulla
mano… asciugò quelle due stesse lacrime con un fazzoletto candido da cui si poteva sentire il miele.
Capitulum tertium
Samael forse vi guarda dormire
I giorni che seguirono furono confusi, indistinti. Un continuo andirivieni di auto e genti alla locanda Della Cannella per commemorare
quella vecchia macchietta che del paese conosceva il decoro. E i segreti.
Benedetta, rovinata nella più scorata malinconia per il lutto e la passività del marito, desiderava solo muoversi di nuovo liberamente.
Si sentiva egoista. Il marito passava le giornate in bottega ad evadere gli ordini. Diceva di essere gravato dal lavoro. E le notti nel capanno
retrostante la locanda a far chissà che. <Andrà meglio Benedetta, qualunque cosa ora tu faccia non lo farà stare meglio…
Se abbandonassimo tutti l’idea di credere nel diavolo, forse le brave persone smetterebbero di morire>. Lobella guardava nel cappuccino
sperando di ritrovarci forse il sorriso dell’amica. E cercando di togliersi dalla testa quei pensieri sulla presunta somiglianza tra il forestiero
e l’impenetrabile uomo del dipinto. <A proposito del forestiero… Ho incontrato tuo marito dal fornaio e mi ha raccontato che quell’uomo
gli ha commissionato un cippo di frassino senza epitaffio per questo venerdì… ma non ti ha detto di essere un rappresentante di melata?>.
<<Credo di sì, non ricordo… Scusami cara>>. Benedetta sparì dietro la porta della cucina. Dopo una lunga telefonata col figlio da
Edimburgo, che solitamente le metteva il sorriso, ritornò al bancone quanto mai angustiata. Ciò che le aveva detto, le parole le sentiva
scorrere dentro il sangue come veleno… le vedeva quasi. <<Lobella, cara… vieni con me. Perdonami Eadweard… vi ho interrotti. Te la
riporto fra pochi istanti>>. Le due donne accompagnate dallo sguardo attonito del marito di Lobella scomparvero. <<Lobella, ho sentito
mio figlio…>>. <Sta bene? Come va l’insegnamento?>. <<E’ questo il punto. Da qualche giorno pensava di tornare, era quasi rassegnato
a rinunciare al suo sogno. Pochi minuti fa mi ha detto che ora è entusiasta: appena ieri un uomo si è proposto di sovvenzionare il suo corso
sulla cura delle creature magiche… un uomo con un ratto tatuato sull’avambraccio, un certo Samael Propinquus… Solo ieri. Ieri.
Lobella… ma se ieri sera il forestiero ha cenato qui alla locanda, e adesso sta seduto in quel lato con un caffè!?! >>.
<Amica mia, Benedetta… ho paura. Per mio marito e mia figlia. E’ strano, ma per me non riesco ad averne. Mi sembra di conoscere
quest’uomo. Di conoscerlo bene. Lo sento dentro di me, come se ci fosse sempre stato… Dobbiamo andare al Palazzo sull’Acqua.
Quel quadro, io… devo vederlo>. ‘Benedetta… Ciao Lobella. Devo dirvelo, è incredibile… fantastico, tesoro. Quel forestiero…
è venuto in bottega. Devo fargli un cippo in tutta fretta’. <<Lo so, caro… digli che non riesci>>. ‘Che farfugli, moglie. Mi avrebbe pagato
600 zloty! Prima non voleva l’epitaffio, ora ha aggiunto altri 66 zloty perché vi intagli, sentite che scritta insolita… Il destino / fila lo
stame / della vita, / inflessibile’. Il rumore prodotto dai cuori di Benedetta e Lobella era molto simile a quello dei topi che scavano in
soffitta, cercando di farsi strada dove non dovrebbero. Decisero che l’indomani la locanda avrebbe rispettato il giorno di chiusura dopo
tanti anni, e avrebbero dipanato il mistero. Si sarebbero avventurare alla volta del Palazzo.
Quella notte Eadweard si sentiva come ogni notte il custode del proprio angelo, la sua donna. Lobella fingeva di dormire al fianco del suo
angelo, ma qualcuno era come se conversasse con la sua anima… come se vegliasse su di lei.
Quella tiritera nella testa…
Il destino / inflessibile / recide / lo stame /.
Quell’ansia.
Capitulum secundum
Samael Propinquus e il Palazzo sull’Acqua
In una postura innaturale la testa incanutita tra le braccia pesava sulla ruota del vecchio trattore. Dopo mesi di silenzio non era più tempo di congetture, c’era la
semina dello zenzero. Ma oggi il portalettere si era spinto fin là. Il manicomio statale lo informava di avere in degenza tale Edgar… come poteva essere il suo
ragazzo. Avevano avuto divergenze sul lavoro dei campi, ma era un bravo figliolo. Giudizioso e instancabile. Sempre via con quel grosso camion. Solo un po’
cocciuto… gli avrebbe comprato uno di quei trattori nuovi. Un FiatAgri forse…
Al di là del Parco Lazienki una Volga nera a fari spenti nella sera percorreva la statale poco trafficata. Alla guida sotto il cappello plumbeo come il cielo, un
uomo. All’estremità del braccio fuori dal finestrino l’indice asciutto pareva indicare il Palazzo sull’Acqua all’interno del parco, e canticchiava. Intorno al
chilometro 13 rallentò bruscamente “Avresti dovuto lasciare che ti pettinassi per il ballo… L’oro alle pareti e i lampadari di cristallo, sarebbe stato tutto per noi…
Regge il fio dei giorni / per la tela tra le dita. / Pone sulla rocca il pennacchio, / filatrice della vita. / Uno due e tre Moire / Cloto non la puoi sentire”.
Quando la porta si aprì, alla locanda Della Cannella la proprietaria accolse il forestiero invitandolo a sedersi accanto al caminetto e a rifocillarsi con una zuppa
calda. A pochi passi da lei sulla sedia rivolta al focolare un anziano si destò come da un incubo. Gli occhi sgomenti. Iniziò a balbettare <<Avvolgendo al fuso il
filo / dispensa la morte. / Per la tela tra le dita, / fissatrice della sorte…>>.
Nel mentre infilò l’uscio un artigiano ‘Non vedevo l’ora di rientrare…’ e un tenero bacio sulla fronte alla bionda locandiera che annuì.
<<…uno due e tre Parche / Lachesi non la puoi capire>>. ‘Smettila vecchio, spaventi i clienti con la tua Filastrocca delle Ombre torbide’. Lei cercò di calmarlo,
e insieme lo accompagnarono a letto. La donna tornò subito per scusarsi con l’ospite, offrendogli la cena. Lui chiese una camera per qualche notte, e salì.
Il mattino seguente l’anziano non si vide. L’artigiano era uscito di buon ora, e il pernottante chiese un caffè macchiato caldo e un croissant alla marmellata.
La locandiera badando a non farsi notare lo guardava negli occhi… non ci vedeva l’anima. E’ solo un detto pensò, e sorrise. Quel giorno per l’ora di pranzo
arrivarono un guardiano del Palazzo sull’Acqua con la moglie, una romanziera. Clienti di vecchia data. Lei chiese del suocero alla locandiera, e la donna rispose
che nella nottata aveva avuto un febbrone. In serata si aggiunse alla compagnia anche l’artigiano, e davanti alle caldarroste e al buon vino le chiacchiere
riscaldavano l’aria Della Cannella al crepitio del fuoco. Da sotto il cappello l’uomo osservava la romanziera. Gli occhi scuri come due ombre gli ricordavano
qualcuno del passato, e gli cagionavano uno strano interesse quei capelli lunghi e scuri. La donna si accorse di lui, e gli si avvicinò per invitarlo a unirsi alla
combriccola. <Venga a bere con noi, io mi chiamo Lobella. E lei, qual è il suo nome?>. Esitò. Il dito asciutto girava intorno al tovagliolo “Samael. No, grazie.
Domani ho molto da fare”. E andando via arrotolò le maniche della camicia palesemente ansioso. Lobella avrebbe giurato di aver capito domani abbiamo molto
da fare, e che il ratto tatuato sull’avambraccio si fosse mosso… ma pensò certamente di aver frainteso per via della stanchezza per il viaggio. Mentre si diceva
poi che nessuno si tatuerebbe un topo… dalla porta ecco entrare la figlia adolescente col fidanzato. Le due si misero così ad ancheggiare in una danza che più che
a un ballo somigliava al colmare d’affetto una troppo prolungata assenza. Spensierate e gaie iniziarono a raccontarsi degli ultimi mesi, finchè il padre non
reclamò un caldo abbraccio. Il giovane sedette con gli uomini a bere. La ragazza invece si intrattenne a lungo con la locandiera. Non si vedevano da tempo, e
Benedetta voleva sapere tutto degli studi e dell’amore. Lobella cercò di non disturbarle, ma qualcosa la induceva a porsi domande sull’insolito comportamento
dell’unico altro cliente della locanda. Non era semplice curiosità la sua, ma che altro allora!? <Benedetta… tesoro, scusate. Benedetta, che puoi dirmi dell’uomo
che alloggia qui? Come si è registrato? Da dove viene?> pareva scossa. <Che ne pensate? …credo di averlo già visto, non so dove. Parlandogli mi ha dato come
l’impressione che desse importanza unicamente al tovagliolo che cercava di nascondere>. Benedetta sobbalzò ‘‘Sento parlare di nuovo di un tovagliolo, come la
volta del camionista… Un forestiero allora me ne rovinò uno. Lo prese la Policja, ma lo fotografai col telefono per farmelo ripagare se fosse mai tornato. Ecco.
Guardate’’. La figlia di Lobella <Io so cos’è, è latino… PICTA significa quadro>. A Lobella sovvenne qualcosa. Impietrì. <Ricordate quando andammo tutti
insieme a visitare Parco Lazienki… stavano ristrutturando il Palazzo sull’Acqua, e avevano spostato le opere nella Casa Bianca. Lì vedemmo un quadro
ottocentesco…>. <Calmati mamma, mi spaventi…>. ‘‘Lobella, amica mia…’’ cercò di sfiorarle il braccio, Benedetta, per tranquillizzarla. Gli occhi sgranati tra
i capelli scuri <…l’avambraccio. Nel quadro l’angelo di Lucifero sembrava ridere dei ratti che gli rosicavano le carni…>. ‘‘Lobella, cara…’’ la locandiera
visibilmente preoccupata. <E dimmi, che nome ti ha dato quando è arrivato…>. ‘‘Vediamo. Samael… aspetta, Samael Propinquus. Pare greco…’’.
<So anche questo…> la ragazza tentennando <…anche questo è latino, vuol dire… vicino…>. Un urlo inumano fece correre le tre donne e i commensali al piano
rialzato dove vi era la stanza dell’anziano ammalato ‘Padre…’. ‘‘E’ tornata la febbre?’’ chiese angustiata Benedetta. <<Taglia con le forbici / quando giunge il
momento / di arrestare la vita. / La tela si scinge al vento. /Uno due e tre Esperidi / Atropo decide quando morire>>.
Un colpo di tosse. E spirò.
Caput primum
Il cippo fuori Varsavia e la comparsa di Samael Propinquus
Con l’alba di un altro due di novembre una fitta coltre di nebbia investì il vetro anteriore dell’autoarticolato amaranto che percorreva la statale oramai da una
buona mezz’ora, costretto alla deviazione da un brutto incidente nel quale al ragazzotto alla guida parve fosse coinvolta sola una Volga nera. Forse un prete, o ciò
che ne restava pace all’anima sua, alla guida. Ma avrebbe giurato di aver visto una suora nel cartoccio del lato passeggero.
Allan17 amava il profumo di cannella e zenzero di Varsavia a quest’ora del mattino, ma anche per un omone giulivo di centottanta chili un sudario sul parabrezza
era motivo per perdere il sorriso. Procedeva quasi a passo d’uomo da un po’ con il finestrino abbassato che invitava l’aria pungente a schiaffeggiargli il viso così
da rimanere sveglio, quando sul bordo della strada gli sembrò di scorgere una figura vermiglia. Pensò a un fantasma, e scoppiò in una risata sonora e prolungata.
Appena il tempo di ricomporsi, e frenò bruscamente. E se qualcuno avesse bisogno di aiuto in quella landa pallida e desolata… Sembravano dire i suoi occhi
straniti. Il tir aveva appena smesso di ancheggiare, che si sentì ringraziare “Vado solo poco più avanti, ma fa tanto freddo stamattina. Mi chiamo Adamantina,
e tu? “. <Allan17> in uno spiffero di voce. Ma che nome è da dire a una signora, pensò subito. Edgar non gli era mai piaciuto. Spolverò il sedile con la mano per
lasciarla salire, e vedendosi le dita così tozze la spostò subito portandola sulla fronte, come per non farle male. Quasi a spolverare i suoi pensieri. Doveva solo
guidare in fondo… Lei era così strana con l’asciugamano sulla testa, vestita leggera per quella stagione. E così stranamente donna per uno come lui.
“Scendo qui”. Dopo così poco… Aveva fatto in tempo solo a chiudere il finestrino perché non sentisse troppo freddo. “Grazie Allan17”. Sorrise. E si diradò
come la nebbia davanti all’autoarticolato. Era appena ripartito con ancora quel profumo di miele in cabina, quando si accorse di un fazzoletto candido accanto
alla portiera. Doveva esserle caduto scendendo… Fermò il bestione amaranto. La strada era ad appena due corsie, così mise gli indicatori di posizione e si
incamminò. La mattina ora quasi tersa permetteva di vedere a qualche metro, ma non c’era nessuno. Né case. Eppure era scesa lì, ne era sicuro. Era riuscito a
vedere solo il cippo del chilometro 13. Solo un camposanto. Dal fazzoletto che stringeva appena per non rovinarlo poteva sentire il miele…
Lo stesso profumo lo attirava inspiegabilmente a entrare. Qualcosa come un presentimento lo fece fermare proprio lì. Tra le erbacce si intravedeva una vecchia
lapide. Spostò i rovi graffiandosi solo un po’ e lesse Adamantina… E una foto sbiadita sotto il muschio. La sua Adamantina. Gli cadde il fazzoletto.
Corse quasi, per quanto possa affrettarsi un uomo della sua mole. Tornò al camion e ripartì, rifiutandosi di pensare. Guidava da qualche chilometro quando una
locanda con un enorme spiazzo apparve dopo campi e solo campi di zenzero. Gli sembrò la soluzione a tutto: caffè macchiato caldo e croissant erano quanto di
più concreto potesse desiderare dopo… <Dopo niente…> si disse <non è successo niente>. All’interno un signore elegante e un artigiano chiacchieravano con un
prete, e una suora faceva apprezzamenti sulle nuove tazze che una donna dietro il bancone toglieva dalla scatola. E un anziano le dormiva accanto sulla sedia.
Edgar ordinò e si sedette all’angolo davanti alla finestra. Nel tavolo dirimpetto un uomo. Non aveva ancora affondato i denti nella marmellata quando guardò
fuori. Trasalì. Nel parcheggio una Volga nera sembrava osservarlo. Cercò di non farci caso e iniziò a sorseggiare il caffè. E si mise ad ascoltare i discorsi degli
avventori. Parlavano di una donna che voleva mantenere perfetti i suoi capelli anche durante la notte, e della prossima apertura di un parrucchiere. “Proprio lui,
pensa che era sua zia…” diceva uno. “Ma in via Albatros dove lei aveva l’appartamento!?” chiedeva l’altro. “Sì, sì” ancora quello “E’ un peccato però, era una
bellissima ragazza. A volte la vedevo qui alla locanda, prendeva sempre un cappuccino. Dicono che una sera cosparse i capelli di miele e li lasciò avvolti in un
asciugamano. Il giorno successivo non si svegliò più. Chi la rinvenì tolse l’asciugamano e vi trovò un nido di ratti intento a mangiarle la testa”.
La marmellata che era come se sapesse di miele gli si mise di traverso e per poco non lo strozzò. Edgar uscì senza prendere il resto. Aveva i brividi.
I giorni a venire furono caotici. Un continuo andirivieni di auto azzurre e bianche tra il chilometro 13 e la locanda Della Cannella. La Policja mise sotto sopra il
tir e interrogò ogni persona residente nella zona o anche solo di passaggio. L’anziano replicava alle domande “Che Dio lo assista”, e la bionda affittacamere non
aveva ricordo che di un caffè macchiato caldo e del tovagliolo che un forestiero le aveva rovinato scrivendoci sopra qualcosa. PICTA. Lo mostrò agli agenti che
chiesero chi altro ci fosse quella mattina nella locanda, e fuori. I quattro confermarono di non aver visto nessun altro, oltre loro stessi e il grosso autoarticolato.
E il camionista di cui non si seppe più nulla.
Sul sedile del passeggero ondeggiava appena un fazzoletto dal profumo di miele.
La strada del buio porta a valle.
E nebbia avvolge il carro e ruote girano nel fango.
Piove a sprazzi dalle nuvole e misti sono i sapori e gli odori.
Ho fame, apro gli stipiti della madia.
Un dipinto sulle scale scende con la tela imbrattata.
L'ultimo mio pasto
Ho fame e il temporale bagna l'ingresso al castello.
Aspetto ospiti che non verranno.
Chiamo la domestica sorda e faccio cenno al maggiordomo cieco.
Suonano alla porta e cade la statua sul tetto.
Ho fame: “Aprite!”
Non ci sono più i servitori d'una volta.
Mi siedo nel salone delle feste e il tavolo segna dodici alla sedia.
Sono solo e ho fame.
Apro una bottiglia di vino.
Passa un topo e ci faccio lo spuntino
Spolpo le zampette e succhio poi la coda con risucchio di acqua.
Il resto lo mangio al sangue con due olivette.
Un brodo che non è brodo nella padella vuota.
Prego accomodatevi la cena è tra mezzora, mettetevi a vostro disagio.
Ho fame e la compagnia di nessuno mi stufa; lo stuzzichino mi ha stuzzicato la fame.
Mangerò qualche larva del legno, mi procuro uno bastoncino e passerò il tempo alla ricerca di
qualche tenera prelibatezza fresca.
Il castello è illuminato dai candelabri e il tempo peggiora di ora in ora, in paese nessuno vuol sentire nominare il luogo: Gavrilu.
Peggio per loro, intanto ho finito le larve ma ho ancora fame.
Trovata geniale: un coltello nel culo del maggiordomo.
Parte tenera e molle: amo la carne arrosto.
Beh, non è stato difficile.
Non si trova un coltello decentemente affilato in questo castello. Ecco finalmente, giusto per tagliare quello che devo tagliare.
Ho fame e mangio, ma non sono cannibale, ho solo fame.
Quanto pesa questo maggiordomo, ma quanto cazzo mangiava?
Lo metto sul tavolo di marmo della cantina.
Comincio dai piedi. Allora direi di strappargli le unghie... Le metto con l'acqua a lessare...
Un bel taglio longitudinale lungo la gamba sinistra e trovo la safena.
“Plic”, “slurp, slurp.”
Buono questo sangue. “Burp” Sono pieno, meglio assaggiare i muscoli.
Incido con tagli scelti la pelle e la sfilo via facilmente: sono un esperto. Metto la pelle delle gambe
nella pentola con le unghie, poi si vedrà. Domani brodino.
Naturalmente ho provveduto prima a depilare il corpo. Mi seziono i polpacci da fare arrosto.
Conserverò i tendi da spolpare in seguito.
Le parti intime non mi attirano: taglio e butto via e, siccome sono schizzinoso, non mi interesso nemmeno delle interiora. Budella, stomaco, fegato, tutti buoni per il cane che con il suo continuo miagolare mi ha rotto i timpani.
Il resto lo impacchetto con la carta d'alluminio e lo metto in frigo: dovrei avere, nascosto da qualche parte, un libro di ricette, domani se ne riparla.
Ha un bel culetto questo maggiordomo: lo mangio domenica.
Però questa pioggia e questa aria frizzante mi hanno messo fame.
Esco a fare una passeggiata verso il paese, mi tengo in forma e cerco qualche cosa particolarmente golosa.
Ma sì, oggi ho sentito suonare le campane a morto.
Si va al cimitero.
Dunque vediamo: qua abbiamo il morto fresco, non mi va. Uhm, si questo è morto
qualche anno fa.
Un bel piatto ceneroso e muffico ci sta, bei tempi quando andavo in cerca di funghi nel bosco.
Bene, bene, questo tipo ha un aspetto tra il consunto e la muffica, ci sono pure le costolette da succhiare.
Intanto porto la bara al sicuro dove smanducare tranquillo.
Accidenti, mi fanno male le spalle. Quanto pesa, sto diventando vecchio.
Che buoni questi lembi di pelle attaccati alle ossa della mano: che buon sapore.
“Volete assaggiare?”
Beh, sapete che vi dico, me lo gusto un po' per volta. Oh, ci sono pure i vermetti per contorno!
Accidenti che mangiata, basta per oggi, me ne torno al castello.
Un attimo, non guardate per favore sono timido. Ah, che pisciata...
Nel quadrante del cielo le nuvole facevano a gara nell'inseguirsi. Un vento tempestoso accarezzava le cime degli alberi e le vie di campagna che portavano al castello non si distinguevano più.
L'acqua scorreva in rigagnoli che parevano canali e i tuoni illuminavano a lampi i campi.
Forse erano i lampi che illuminavano i campi e che qualcuno da loro ci scampi.
Un cipresso pareva nei rami depresso e i rumori della pioggia, che batteva sugli occhi, spaventavano persino gli spaventapasseri.
Perché parli al passato, sono stanco e poi il temporale mi mette paura. Mia madre aveva ragione quando mi diceva che non ero degno di discendere i discendenti. Vado a dormire è quasi l'alba.
“James, maledetto imbecille dove ti sei cacciato? Apri questa porta, non vedi che sono fradicio”
Atmosfere surreali, palazzi dalle guglie color pastello e stretti vicoli, un porticciolo su cui si affacciavano giochi di luce. Artisti e musicanti in strada ad affollare la mente nel suo continuo distrarsi. Un intrigo d'isole e mondi che non bastavano a dissetare una ragazza sognante. Quello che manca in noi, a volte, lo si cerca negli altri e quando essi non possono concedere molto, lo sguardo si volge altrove... lontano da noi. Infine si scopre che la felicità è più vicina di quanto si pensi. Questa era la Danimarca.
Questa era Copenaghen per Cristhine.
Andare via la soluzione immaginata. Attuata: uno zaino e poche cose. A cosa servirebbe portarsi dietro ricordi che non ci appartengono? Aeroporto Kastrup: 10 km a sud della città. Volo per l'Inghilterra della Scandinavian Air Lines. Poche ore dal sogno.
Alcuni mesi dopo...
Realtà ben diversa, un piccolo lavoro in un pub, trovato nella città di Norton, e l'università.
Il tempo trascorreva fra la ricerca d'una piccola stanza in cui riporre la propria vita e la quotidianità dell'esistenza. Poi finalmente un rifugio, una stanza dove vivere. Un mondo a cui appartenere o che appartiene.
Annuncio sul giornale: una piccola camera in una casa di provincia.
Una coppia d'anziani coniugi senza figli. Gente, accogliente e riservata.
Un giorno qualsiasi, d'una vita qualsiasi. Norton University. Contea dell'Essex nell'Inghilterra del sud est. Biblioteca della Central School of Sciences, un banco vuoto fra le fila e un giornale dimenticato su una sedia. Una foto di Copenaghen come segna libro. Silenzio nella sala. Dov'è Cristhine?
La vedevano sempre immersa negli studi, avulsa dal contesto, proiettata in un immaginifico mondo che della scienza aveva poco e che per lei rappresentava il senso della scoperta.
Quel modo d'essere a cui mai aveva rinunciato.
Scoprire se stessi per capire un ruolo che con fatica si accetta e che spesso si specchia nelle azioni degli altri.
Scrisse uno sconosciuto poeta.
“Letto,
calde coperte.
Sogni,
sogni,
ancora sogni.
Quando il tepore avvolge la vita si scioglie in dolci sensazioni,
perdendo molto del suo freddo alito quotidiano.”
Emozioni nuove correvano nella mente. Un giorno piovoso, come tanti. La dolce campagna Inglese a far da contorno.
Soffiava da nord impetuoso vento. Strano vento.
Tende si sollevavano fra batuffoli di aggrovigliate polveri.
L'aria stantia contrasta con la bufera che imperversava fuori.
Respiro s'affannava nel rincorrersi, facendo fatica a rilasciare lunghi sospiri.
Lenti tocchi del pendolo, in sequenza ritmata a fendere il silenzio.
Sibilava nelle stanze l'alito freddo della notte, mischiato al rumore tenue d'una tempesta oramai dormiente. Passi seguivano, nel fermarsi dei battiti.
Luce nascosta sale... sale creando ombre tremule e indefinite nella forma; un candelabro sorreggeva tre candele che nel loro flebile illuminare davano ai quadri, appesi alle pareti, una prospettiva distorta nell'inclinazione.
La visione in fondo non aveva nulla di strano.
Immaginiamo un temporale, la luce che va via e una signora con un vecchio candelabro che sale su per una rampa di scale.
Banale vero, cosa vi aspettavate? Le situazioni sono sempre banali, poi la vita le rende speciali.
Una mano sfiorò la spalla. Un volto chiuso tra dorati stucchi si voltò a osservare. Tormento salì in gola, strozzando la parola. Una sedia a dondolo muoveva gli archi di legno, in un cigolio assordante.
Passi... ancora passi, s'alternavano all'andare delle lancette.
Sudore dalla fronte, goccia a goccia, fino a bagnare il pavimento. Una esplosione di note... mentre telefoni vomitavano squilli.
Acqua nera dai gocciolatoi, sangue dalle pareti e figure ridenti nel nulla assoluto.
S'accesero, in successione, le luci d'un lampadario, per poi zittirsi e lasciare il posto all'oscurità. S'aprirono finestre, vetri lucenti trafissero la pelle. Scie d'ematiche emozioni strisciarono in terra. Urla oltrepassarono gli squarci dello spirito. Antichi mobili danzarono in lugubri movimenti. Nel preludio della fine, libri si sfogliarono da soli. Pagine di fuoco volarono, in un ardente rogo si tuffo il desiderio dell'aldilà.
«Chi sono io, dove trasporto me stessa e dov'è la fine di questo tunnel?»
“Fiamme.
Cenere salì nell'acre sentire dell'umido prato,
lignee illusioni sfumarono.
D'improvviso... fulmini trafissero la mente.
Mentre una sedia ancora dondolava.”
Libri aspettavano d'essere letti. I vetri si specchiavano nella luce della luna.
Il Surreale terrore divenne calma. Quiete. Ancora silenzio.
Silenzio...
Un bicchiere d'acqua pose fine al delirio. Cristhine ora dormiva.
«Che brutto sogno, ho sempre avuto paura dei temporali.»
La luce è tornata e nel piano inferiore un'anziana signora legge seduta accanto al camino mentre un uomo provvede a sistemare alcuni ceppi sul fuoco.
«Mi piace questa dolce visione, devo ammetterlo e voi che ne dite?
M'è venuta voglia di leggere anche a me... finisco di scrivere questa storia e poi mi tuffo fra i miei libri.»
Vento leggero sussurrò la sua voce sui capelli di Cristhine.
Il candelabro osservava muto. Candele consunte e sbavate d'erosa cera vegliavano il sonno.
Notte.
Notte allagata da ricordi sfuggenti.
Si mosse, stanco di sé, un cuscino, voltandosi nel cercare pace. Tutto taceva, nella consuetudine delle cose. Poi... un raggio d'argento s'infilò tra le ruote d'un trenino giocattolo, abbandonato sul comò. Lenzuola iniziarono a ondeggiare, mani apparsero tra di esse, venendo fuori dall'essenza spaventosa dell'uomo.
Grida disperate: mani afferrarono gambe, braccia cercarono di sfuggire.
Grida, grida e ancora grida.
Poi il nulla silenzioso e angosciante.
Lenzuola pulite adornavano cuscini in pizzo, una seggiola accanto al letto, un comò sulla parete laterale, appoggiato a un vecchio armadio.
Tende ben stirate e un aspetto d'ordine e pulizia che lasciavano trasparire l'attesa: l'attesa d'un ospite.
Rintocchi nel vuoto. Un gatto sul davanzale d'una finestra.
Tre giri di chiave chiusero la porta della stanza in cime alle scale.
Un'anziana signora ora scende verso la grande sala.
Leggermente claudicante, eppure dall'aspetto tranquillo nell'incedere.
«Roger ricordati di far riparare la finestra della stanza di sopra, entrano degli spifferi, non vorrei contrariare i nostri futuri ospiti, tutto deve essere a posto. Sai quanto ci tengo a queste cose. Dall'aspetto dipende tutto; come sempre dico apparenza e cortesia sono d'obbligo per noi».
«Va bene miss Stone: provvedo immediatamente».
«Roger ricordati di dar da mangiare a Bettsy, quella gatta diviene molto nervosa se non trova la sua ciotola piena... dovrò decidermi a prendere un altra bestiola».
«Ma sì, almeno avremo un po' più di compagnia, ci ritroviamo sempre soli in questo angolo sperduto di campagna».
«Roger, un'ultima cosa, domani mattina metti la solita inserzione sul Norton News. Speriamo che qualcuno risponda all'annuncio, non riusciamo mai ad affittarla quella dannata stanza».
La prossima edizione del Norton News sarà presto in stampa. Mi raccomando controllate bene le lenzuola del vostro letto prima di dormire
stanotte, potrebbero essere sgualcite...

