postfazione

 

Davanti alle caldarroste e al buon vino le chiacchiere riscaldavano l’aria Della Cannella al crepitio del fuoco.

Lobella e Arnica ancheggiavano in una danza spensierata e gaia mentre Adamantina si intratteneva con la locandiera.

Edgar sedeva a bere con Samaèl, a pochi passi da loro sulla sedia rivolta al focolare dormiva il lemure.

A terra, inosservato un tovagliolo mostrava una scritta

PICTA

Adesso so.

Quest’unica, singola volta proverò a dissuadervi dall’origliare il mormorio sommesso del mio conversare solo. E non negherò la nera ombra del mio interlocutore.

Non udirete uno straziato gracchiare, non un graduale miagolio. Né un soffio.

Ma lo sguardo di quella presenza.

(da  L’autore del Tomo- secundo libro)


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ringraziamenti

 

Cenni aranciati dal Canale Villoresi s'allungavano sul mare a quadretti, mentre perigli si perdean tra le cime del Roero.

Piano scioglieva la neve in coda di rondine. Intanto sul canavese giungeva ancora l'estate…

Cieli diversi sulla pagina autografa giacciono come gratitudine al lettore. 

Un ringraziamento particolare va a “Benedetta” che ha seguito l’intera stesura.

 

sommario

 

Preambolo

Prefazione

Il cippo fuori Varsavia e la comparsa di Samaèl Propinquus (cap. I)

Samaèl Propinquus e il Palazzo sull’Acqua (cap. II)

Samaèl forse vi guarda dormire (cap. III)

Le ore si posano lente come fa la neve (cap. IV)

Errata corrige- Samaèl, il concepimento

Le dieci stanze (Tristezza e Iracondia. E Locus, l’ultima stanza) - cap. V

La seconda stanza (Avidità)- L’occhio dell’avido è profondo come l’inferno (cap. VI)

La terza stanza (Onnipotenza)- Sogno l’onnipotenza della scrittura, e poi scrivo il mio sogno (cap. VII)

La quarta stanza (Vanagloria)- Mangime per il proprio ego (cap. VIII)

La quinta stanza (Insaziabilità)- A cena con qualche rimorso, se pur non invitato (cap. IX)

L’ottava stanza (Ingordigia)- La fame è lo schizzo di una signora perbene (cap. X)

La sesta stanza (Gelosia)- L’unica cosa che gli angeli ci invidiano (cap. XI)

La settima stanza (Immobilismo)- In cerchio le foglie d’autunno (cap. XII)

-nel Medioevo si credeva che fossero peccati capitali anche tristezza e vanagloria

 

indice  analitico

 

PERSONAGGI

-Adamantina, la figura vermiglia che custodisce il cuore di un angelo

-Arnica, la figlia adolescente di Lobella che conosce il latino

-Benedetta (Iaska), la locandiera

-Christopher, l’agente letterario

-Dis, Signore dell’aldilà

- Dozorca (Dyaus), custode al Palazzo sull’Acqua e marito di Lobella

-Edgar “Allan 17” , il camionista e contadino

-Famulus, il lemure ai servigi di Samaèl

-Gavri’el, l’anziano della locanda

-il fidanzato di Arnica

-il figlio di Benedetta, docente a Edimburgo

-il Nahum, la creatura demoniaca che conosce il passato e il futuro

-il padre di Edgar, mezzadro di là del crinale

-il Tiyanak, l’essere vampirico

-Joanne, l’autrice di Harry Potter

-la bambina dei wafer

-Lobella (Dortmanna), la romanziera

-Lucifero (Mefistofele) il maligno, il serafino caduto

-Samaèl Propinquus, l’ arcangelo caduto

-Zelo l’artigiano, marito di Benedetta

LUOGHI

-Hogsmeade, un paesino della Northumbria

-la drogheria del paese

-la locanda Della Cannella

-lo studiolo dell’autore

-Parco Lazienki con il Palazzo sull’Acqua, uno dei maggiori parchi pubblici di Varsavia che si estende su 76 ettari

-Statale intorno al km 13, è la Ujazdów Avenue un'importante via parallela al fiume Vistola che porta al quartiere centrale di Varsavia

-sul volo Varsavia-Edimburgo

 

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Caput duodecimum

La  settima  stanza

-In  cerchio  le  foglie  d’autunno

 

 

 

 

Condivido le giornate oramai da degli anni con un’ernia cervicale che mi tarpa le ali, un dolore lancinante come se qualcosa si lacerasse tra il collo e la schiena.

Come un’ala recisa, quando la notte il cielo di ardesia e gesso sul soffitto si scarabocchia di una nuova idea delicata.

Allora guardo l’orologio col timore che possa essere uccisa da un ticchettio o da uno starnuto, uno sbadiglio.

Solitamente viene spaventata dal movimento del mio sopracciglio sinistro, in tal guisa, con garbo nelle mani a conca la porto con me sullo scrittoio.

«Non siamo ancora alla fine»

“Ssht, la farai scappare… così sei nato anche tu”

«Quando i bucaneve alla finestra allungheranno i petali a conservare lo stato delle cose, la tua condizione ti sembrerà sprofondare nell’immobilismo sul foglio bianco della prima neve»  Samaèl seduto all’angolo, sorseggiando il caffè oramai freddo 

«…è allora che scriverai quell’ultima frase»

Nello studiolo niente altro che la capinera sul desktop che becca la cinciallegra. Nessuna mail di qualcosa di simile a una casa editrice.

È stato allora.

Non resistetti e aprii il tomo… con tutta la sua oscurità, e ne fui risucchiato.

Nell’enorme spiazzo di pietruzze accanto alla locanda, a pochi passi dal capanno un fazzoletto di terra. Non un albero, non un fiore neanche un filo d’erba cresce all’interno nei limiti del cerchio. Solo appassimento e morte che dal centro si espandono fino ai suoi confini.

Questa notte di solstizio d’inverno dal finestrino abbassato Samaèl osserva poco lontano, quando si apre lo sportello della Volga nera

«Non saresti dovuta venire»

<Non avresti dovuto permettermi di sentire i tuoi pensieri…>

«Benedetta, ascoltami bene. Porta via Adamantina, e il…»

<Sarà un bambino fortunato. Avrà due genitori che lo ameranno>

Sul sedile posteriore la bambina del crinale con la bocca sporca di wafer, in silenzio.

<Chi è lei?> Benedetta, salendo non l’aveva vista.

«E’ chi il lettore vuole che sia»  tacendo il susseguente esergo in una smorfia.

«Io non so amare, non più…»

<Fa ciò che va fatto, e torna da loro. Imparerai di nuovo, col tempo>

Sentì il candore della neve nella carezza di lei.

Ora era davvero solo.

Un essere intonso camminando in circolo intorno all’anello

‘ Mi ecciterete da morti… Sentite di nuovo quel ru-mo-re?

Narratelo!

E indovinate… chi-è-mor-to? ’

I ratti del capanno a quella cantilena contavano le briciole di follia tra quelle di pane.

‘ Samaèl… non ti aspettavo.

Hai fatto bene a venire. Sai che faremo!?

Scompariremo proprio al centro del cerchio poco prima dell’alba.

In questa notte di luna piena mi pregherai di portarti con me all’inferno ’

Le foglie cadevano ai bordi del cerchio. Al centro come un bisbiglio dal capestro mosso appena dal vento, della forca nello spasmo d’un piede in fondo al tronco del figlio della locandiera. 

Samaèl era inginocchiato, ricoperto dal fogliame fino al costato.

‘ Reprobi angelus… Non dovevi venire solo.

Mi man-che-rai da morto ’

«Non narro le cose. Narro solo le differenze tra le cose.

E non sono solo…»  

Nella risata irridente di Lucifero c’era tutto il tormento di Samaèl.

«Adesso autore, scrivila adesso quella frase! »

Dalle pagine del Tomo, quelle ancora da scrivere

“Se sei lì seduto, come fai sempre quando non sono allo scrittoio…

Figliolo, torna poco indietro dalla quarta di copertina. Non mi arrabbierò, e ripercorri con la tua innocenza quell’unica frase sottolineata”

Leggeva senza comprendere, e senza comprendere con i suoi tredici anni obbedendo al padre scriveva

SOGNO DI SCRIVERE E POI SCRIVO IL MIO SOGNO

Un cilindro compatto e trasparente ingoiò Lucifero tra le foglie cadute.

Si chiuse il sigillo, qualcuno presunse per sempre.

 

Se abbandonassimo tutti l’idea di credere nel diavolo forse i cuori sulla soglia entrerebbero a rincorrersi con le anime felici, chiudendo la porta e restandoci per sempre.

 

Nel palmo di Samaèl la mano di Benedetta

<Alzati angioletto…> sorridendo al rumore del suo cuore

<…ora batterà come si deve>

Dove la statale di Varsavia profuma di cannella e zenzero, sul cippo del chilometro 13 un cappello plumbeo. Dal camposanto una lagna

Regge il fio dei giorni / per la tela tra le dita. / Pone sulla rocca il pennacchio, / filatrice della vita. /Uno due e tre Moire / Cloto non la puoi sentire.

Taglia con le fòrfici / quando giunge il momento / di arrestare la vita. / La tela si scinge al vento. /Uno due e tre Parche / Lachesi non la puoi capire. / Atropo decide quando morire

(in tomo immobilitas)

                      -----l’incipit nasce leggendo un pensiero di Charles H. Brower

  -----la cantilena di Lucifero è un backmasking dei Beatles

                                         -----le parole di Samaèl a Lucifero sono ispirate in parte

                                                       a una citazione di Henri Matisse



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Caput undecimum

La  sesta  stanza

-L’unica  cosa  che  gli  angeli  ci  invidiano

 

 

 

La sera prima della partenza di Christopher per Edimburgo, da oltre il crinale Edgar aveva deciso di scendere in paese per rifornirsi di cibo e bevande.

Con la sua andatura dinoccolata pareva un omino di pan di zenzero che si strofinava a grandi passi alle foglie di cannella.

E a grandi morsi trangugiava wafer uno via l’altro, annusando inebriato l’incarto.

< Ciao signore… mi piacciono tanto i wafer > una bambina vestita di amaranto, seduta su di un cippo muschioso.

<<Ciao, prendine uno>> Edgar cercando di scantonare.

< Signore, me ne dai un altro? >

Bloccandosi, visibilmente contrariato

<<Tieni la confezione, ma ora torna a casa>>

< Domattina il mio buongiorno avrà i capelli che profumano di latte e cacao >

Già ripartito, e di spalle

<Grazie. Devo dirti ancora una cosa, Edgar…>

Con le gambe impietrite e il cuore di corsa

<<Bimba, chi ti ha detto il mio nome…>>

<Un angioletto.

Vuole che tu porti un messaggio a una donna.

Adamantina avrà un figlio… dille di amare anche lui attraverso il loro bambino>

Uscendo dalla stanza Samaèl, verso un quadro di donna

«Anelerò ogni istante che non mi sarà concesso di pettinarle i capelli»

Edgar guardava il vecchio cippo. Nessuno oltre a lui e il cremisi di una cocciniglia sulla pagina strappata di un libro.

L’aveva sognata? E quel nome che gli pareva di avere già sentito, Adamantina!? 

Corse quasi, per quanto possa correre un uomo della sua mole.

Davanti alla drogheria, col fiatone

<<Niente…>> si disse

<<non è successo niente>>

All’interno, proprio mentre stava per pagare, si accorse che dietro al bancone era affissa alla parete un’istantanea per tutto rassomigliante alla bambina dei wafer.

Così domandò al proprietario se si trattasse di sua figlia

<<Sa, l’ho incontrata poco fa… è golosa di wafer>>

Il droghiere si incupì, e con voce triste disse che si trattava di uno sbaglio… che la figlia era morta diciassette anni prima, rientrando a casa di sera da oltre il crinale.

Edgar si diradò, scordando le provviste, nella nebbia che era calata sui campi.

E sui suoi pensieri.

Qualche mattina dopo il ragazzone, rimuginando e ancora, si ritrovò senza quasi volerlo davanti alla locanda.

L’insegna Della Cannella risaltava spettrale sulla facciata bianca.

Entrando

<<Ho le galosce infangate…>>

“ Venga pure, non si faccia problemi” la voce fragile di Adamantina

“…posso farle solo un caffè, se vuole. Altrimenti deve aspettare la proprietaria. Rientrerà a momenti ”

<<A dire il vero, cerco la signora Adamantina…>> pur avendone riconosciuto il profumo.

Tentennando

<<…non so bene perché sono venuto>>

Adamantina sorrise

“Che signore strano è lei. Sono io. In che posso aiutarla?”

Edgar riferì il messaggio della bambina misteriosa, e vedendo il viso sfingeo della donna andò via in tutta fretta.

Appena fuori, nell’angolo dove ha lo scolo un fontanile rosicava l’incarto di un wafer un sorcio.

“Samaèl… amore mio” le lacrime le scivolavano sul viso come la sofferenza di cui sono gelosi gli angeli, sulle proprie vesti.

E stringeva tra le mani un fazzoletto che sapeva di miele.

Un aspetto che appartiene al lato oscuro degli uomini, la sofferenza.

Quella sofferenza che ci assimila al crocifisso.

«Hai fin qui mostrato una parte di quel che mi è stato imposto vedere nelle stanze del Palazzo.

Non potrai più esimerti ora, autore dal  narrare ciò a cui dovette assistere il camionista nello spiazzo della locanda e...» accostato al bisbiglio impenetrabile dalla borsa da viaggio sul portabagagli posteriore nella Volga nera del lemure custode dell’ala recisa.

(in tomo invidia)

                          

                               -----la chiusa è ispirata a un pensiero di Padre Pio

 

 

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Caput decem

L’ottava  stanza

-La  fame  è  lo  schizzo  di  una  signora  perbene

 

 

 

 

Ritornando al corpo straziato di Zelo nel parcheggio antistante il capanno…

Quando il corteo d’accompagnamento del defunto e le sue esequie alla sepoltura arrivò davanti alla locanda Della Cannella si fermò il tempo di un applauso, come per zittire la paura della morte.

Benedetta piangeva lacrime dense come caligine.

Un passo dietro a lei Lobella, per non incomodare. Gli occhi preoccupati per l’amica, e gonfi.

Più lontano Adamantina.

Quel battito di mani su di lei ebbe l’effetto dell’artiglio del diavolo su di un vetro.

Il sole che scalfiva la lapide di Zelo pareva un fiore dai grandi capolini giallo aranciati con i petali spettinati.

<Non eri costretta a venire, Adamantina> la voce rotta di Benedetta la riportò indietro, forse da un lungo viaggio.

<<Siete stati gentili con me, tuo suocero e poi tu. Volevo solo esserci>>

<Allontaniamoci… perché quell’immagine dell’applauso durante il funerale!? Perché non l’impressione di unghie su una lavagna?>

<<Benedetta…>>

<Devo saperlo, ti prego…>

<<Benedetta, tu senti i pensieri delle altre persone?>>

<Da un po’. Ho bisogno di sapere…>

<<Samaèl.

Era così anche per me prima di…>> in un singhiozzo

<<Accade quando condividi con lui un’esperienza significante>>

<…le stanze del Palazzo sull’Acqua. Soffriva…> Benedetta in una nota calante

<Il suo cuore rileggeva sempre lo stesso capoverso>

Il timbro sottile di Lobella le investì come un torrente tumido

“Non vorrei disturbare… Benedetta, stasera Arnica rientra da Edimburgo”

<…cara, non doveva. Tua figlia ha la tesi…>

“Anche lei vuole starti vicina”

Quella sera alla locanda l’odore di pioggia e foglie gialle delle caldarroste impregnava le narici, e gli occhi saturi di parole di Benedetta cercavano quelli stanchi di Adamantina.

L’occasione si presentò quando il fidanzato di Arnica iniziò a dividersi tra vodka e canzoni folkloristiche nell’ilarità dei presenti.

La locandiera prese per la mano Adamantina e raggiunsero celatamente il capanno retrostante

<<Attraversai un cilindro, passai nel mondo a rovescio dove il su è giù, e la fame è ingordigia. Dove le pareti sono lastre compatte e trasparenti.

Andarci è facilissimo. Più difficile è trovare la via del ritorno.

Rividi la mia vita come si guarda un brutto film, seduti sull’orlo della sedia gridando: no, no, non aprire… c’è il cattivo.

Ti prenderà, ti tapperà la bocca con una mano e ti legherà, così tutto andrà in pezzi!>> Adamantina era così afflitta che Benedetta poteva sentirne la disperazione

<<Solo che in questa storia il cattivo resta a guardare.

La persona che è saltata fuori dal mio grido stonato d’aiuto, che mi ha afferrata e legata… ero io. Il mio doppio, la ragazzina cattiva che sibila: non soddisferai la tua ingordigia. Non ti permetterò di avere fame di avvenenza. Appena sarai appagata ti lascerò andare, giuro che lo farò. Appena ti piacerai andrà tutto bene. 

Bugiarda! Non mi ha mai lasciata andare. E io non sono mai stata capace di liberarmi.

Ma… se gli angeli procreassero, Benedetta!?

Ho paura…>>

<Sei incinta!? …tesoro>  come una carezza la voce della locandiera.

<<Credo di 13 settimane…>>

Adamantina sentì che l’abbraccio di Benedetta era un posto perfetto in cui abitare.

<Torniamo dentro con gli altri>

Nella stanza l’oro strappato alle pareti e i lampadari di cristallo stavano in mano a un'immane ombra, Samaèl oltrepassò la porta.

L’agente letterario nella visione parallela dell’angelo rinato poco meno che aptero, al lume fatiscente di una taverna desueta fuori Edimburgo mescolava il bere col cicaleccio di una matita spuntata.

L’indomani mattina

<<Buongiorno Benedetta, aspetti qualcuno?>> Adamantina, stretta tra il paltò e il cappuccino.

<Attendo che asciughi il bianco> cercando di pulirsi dalla guancia una macchia privata

<Scusa per ieri sera… sono poi dovuta andare>

 

Lo sguardo perso tra la facciata della locanda e il cielo

<Con Zelo attendevamo che la pittura asciugasse con una delle nostre passeggiate in bicicletta.

Non siamo che gente semplice che per arrivare a fine mese lavora e prega>

(in tomo cupiditas)

                       -----le parole di Adamantina nel capanno sono liberamente tratte  

                                             da una citazione di Marya Hornbacher,      

                                       scrittrice e saggista e giornalista statunitense

 

 

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Caput nonum

La  quinta  stanza

-A cena  con  qualche  rimorso, se  pur  non  invitato

 

 

 

 

Dal suo posto vista ala, nei pochi centimetri per le gambe e di cielo scoperto Christopher rimuginava sugli ultimi giorni. Su quei luoghi singolari.

Tamburellava su una di quelle scatolette per il mal d’aria, quando iniziò a leggere per impazienza il foglietto illustrativo. Ed ecco l’idea. Un sorriso.

< Quell’Edgar ricordava che l’automobile dello scrittore era targata OS, una Volga nera. Contatterò qualcuno a OStrava… chiederò i suoi recapiti.

Vediamo, cosa dice DuckDuckGo!?  …Ostrava, si trova nella zona dei fiumi della Cechia bla bla.

Gli offrirò di rappresentare i suoi interessi davanti a un piatto di strozzapreti e chessò, pollo alla diavola e di assisterlo nella pubblicazione del manoscritto> i suoi pensieri si susseguivano come in una spirale impazzita

<potrei proporgli… per Joanne l’aggiunta dell’iniziale della nonna paterna ha funzionato!

Oppure di firmarsi con uno pseudonimo, qualcosa dal suono più oscuro>

<<Signore, mi scusi se mi faccio gli affari suoi>> una giovane ragazza dal sedile retrostante in compagnia del suo pasto precotto

<<pensava a voce alta, e mi ha incuriosito la sua eccitazione per Oral Somministration… sa, non è solo un acronimo. Viene anche dal latino. Nella locuzione per OS, significa bocca>>

<E lei signorina, se posso chiederlo, come conosce il latino?> Christopher visibilmente imbarazzato ora tamburellava sull’orologio da polso.

<<Studi classici. Vado per uno stage dal figlio di un’amica di mia madre, docente a Edimburgo. Tamburellare con le dita indica anche agitazione, lo sapeva?>>

Quella conversazione quasi unilaterale gli ricordava Dyaus, che ancora era convinto fosse Dozorca, in auto in quella specie di sogno.

<<E conosco bene le confezioni dei medicinali perché mia madre soffre di depressione. Parlo troppo, vero? Mio padre me lo dice sempre. Mi succede quando devo stare troppo nello stesso posto>>

Ora Christopher si era voltato per cortesia.

La ragazza cominciò a strofinarsi la testa, guardandolo con due occhioni sagaci da sotto la cuffia

<<Mamma non riesce a sentirsi appagata. Prima il problema ero io… sosteneva che la comunicazione parte non dalla bocca che parla ma dall’orecchio che ascolta. E ora ce l’ha con mio padre. Lo biasima per essere cambiato. Lo accusa di non dire le cose come il suo angelo le direbbe, se solo potesse parlare.

Ma le pare?>>

<Non so dirle… Nel mio lavoro leggo spesso di idee, ricordi> lo scozzese risoluto.

<<Ascolti… ho qui l’anamnesi dell’analista. Non mi è mai piaciuto quell’individuo.

Ha qualcosa di demonico nello sguardo, ma lasciamo perdere. Ce l’ho perché devo preparare la tesi sulla Sindrome da burnout.

Legga un po’…>>

Christopher a fatica, come se la scheda via via iniziasse a scottargli tra le mani

La paziente porta l'attenzione sugli istinti più nascosti e giudicati rinnegati. Suggestioni, sentimenti di  ammirazione, fascinazione che la influenzano con la stessa insaziabilità del lupo.

Il mio mestiere è una professione da cieco: la mia diagnosi non si rifà a ciò che vedo, ma a ciò che sento.

Quel che lei Sig.ra Lobella dice a se stessa riguardo a cose che avrebbe visto... richiede la prescrizione di ulteriori indagini

Di qua dall’uscio un plumbeo gracchio accompagnava Samaèl dai bulbi consumati a brama dalle orbite d’una carcassa

L’aeroplano comincia a prendere contatto con la terra

<Signorina… il nome di sua madre…>

<<Bello, vero? È il nome di una pianta dai meravigliosi fiori color blu e foglie piccole, come gli occhi di mamma>>

I passeggeri vengono invitati ad avvicinarsi al finger per lo sbarco.

<<La saluto, Signor tamburello… grazie della chiacchierata>>

<Aspetti signorina, volevo chiederle…>

La ragazza era già sparita verso il gate del terminal, come inghiottita.

Insieme ai pensieri di Christopher, strascicati con i passi accalcati della folla.

Così si fece notte e nebbia sul correttore di bozze inatteso autore al poggiolo sulla strada, e la strada lo schernì di vibrisse e gnaulare dal pattume.

Una luna più sottile s’adagiò sulle cose che dormono come sulle ali degli angeli.

Lo scrittore accarezzò come fosse un archetto la cassa del violino dentro il grammofono, e sul sonno nelle case l’anima del lettore.

(in  tomo  insatiabilitas)

                  il titolo è parte di una citazione di Guido Ceronetti

                        …scrittore e poeta-----

    -----Le parole di Lucifero ‘…’ nell’anamnesi sono liberamente tratte    

                                           da una citazione di Pablo Picasso

 

 

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Octavo capitulum

La  quarta  stanza

-Mangime  per  il  proprio  ego

 

 

 

 

Mi svegliò il sottile profumo lento dei bucaneve alla finestra che cercavano di fermare sui petali il fiato dell’aria fresca del mattino.

Sulla pagina strappata sotto il gomito una frase mai scritta…

Sogno di scrivere e poi scrivo il mio sogno

La mia calligrafia.

Ho dentro di me la scrittura come i bambini sentono il desiderio di tirare calci al pallone. Per quei bambini la partita della domenica al campetto di provincia non è questione di vincere o perdere, è fare quel goal che significa l’applauso dei pochi presenti.

So che il mio manoscritto non andrà forse oltre quel piccolo campetto.

Ma sarà il mio campetto, e l’applauso di quei pochi… terrà acceso il sogno.

Christopher non capiva se a svegliarlo da quello strano sogno fosse stato il soffio del vento tra i salici o il ticchettio del suo Roger Smith.

Davanti a lui il cigno si lasciava curare dalle mani tozze di un omone di almeno centottanta chili, senza dimenarsi.

Il ragazzotto lo guardò per un istante

<Deve essere stato sfinito per addormentarsi con la schiena appoggiata a una pietra… Spero per lei che non si sia sporcato il suo bell’abito elegante.

E’ venuto qui per lavoro?>

<< Sì, credo di sì>> lo scozzese, mettendosi la mano sul polso come a fermare il tempo scandito dai piccoli ingranaggi forse per non dover misurare l’imbarazzo. Sembrava proprio che il suo interlocutore fosse…

<Che scortese sono stato, mi scusi signore. Mi chiamo Edgar>

Christopher ora non riusciva a contenere l’eccitazione

<<…e fai il camionista?>>

Mi aiutò ancora una volta la mia scrittura a depistare l’agente letterario.

E’ lì che mi piace giocare ad acchiapparella con la notte, nell’equilibrio incerto di un’altra acrobazia. Dove le parole scritte tremano su un filo di voce, nel tono degli occhi di chi legge.        

Dove lo scrittore lascia tenere quell’invisibile elastico al lettore e fa dell'illusione la sua calligrafia.

<Santo cielo, no. Come le viene in mente…> e scoppiò in una risata sonora e prolungata

<…faccio l’agricoltore col mio vecchio padre. Abbiamo un appezzamento oltre il crinale, e oggi c’è la semina dello zenzero.

Che strana domanda… come quelle che faceva uno scrittore, tempo fa.

Dalla Cechia, mi pare>

<<Quali domande, devi dirmelo…>>

<Non so> arrossì Edgar

<però ricordo che lo accompagnai al Palazzo sull’Acqua.

Allora signore, diceva che il suo lavoro l’ha portata da queste parti…>

<< Sono venuto qui per parlare con…

Noir…>>

<Buon Dio, lo conosco. Papà mi mandò da lui a bottega quando ero fanciullo. Sta poco dopo il chilometro 13, proprio dietro quella che una volta era la locanda Della Cannella>

Christopher raccolse la giacca e interruppe senza indugio la conversazione, non prima di aver ringraziato il ragazzotto.

Doveva raggiungere l’autore del manoscritto.

Incredibile,  pensò… ha lo studio nel retro della locanda.

Parcheggiò la vettura a nolo nell’enorme spiazzo proprio davanti al capanno. Tentennò, deluso… era proprio un capanno.

E la sua esitazione crebbe nel varcare la soglia: era una bottega.

Attendeva riluttante, quando alle sue spalle come se sussurrasse

“Forestiero, qual buon vento ti porta da Zelo? Incisioni su ebano e metalli teneri. Cuoio, lapidi in frassino…”

<Oh, lei… Capisco. Stipettaio di legno moro>

“E chi pensavi di trovare, elegantone di città… Come posso aiutarti?”

Christopher sospirò

<Forse può parlarmi di Samaèl>

“Chi!?!”

<Samaèl, l’angelo caduto… E di Adamantina>

“Forestiero, credo tu abbia letto troppi libri. L’unico angelo che conosco ce l’ho fermo a pagina 17 di Angeli e Demoni…”

<Dan Brown>

“…se lo dici tu!?

Lo uso più che altro come cuneo per il mio banco zoppo che non ho tempo di riparare.

E l’unica donna che conoscevo con quel nome, viveva ai tempi del mio trisavolo… pace all’anima sua”

Anche questa volta lo scozzese ringraziò in tutta fretta. Era stato un fallimento. Forse aveva ragione Joanne… era stato troppo precipitoso, si disse.

Se si fosse affrettato, avrebbe potuto ancora trovare un volo per Edimburgo in serata.

Passando l’uscio  non fece a tempo d’udir nell’ombre Samaèl 

…Vuota vanteria…

dentro a un gramo bisbiglio

L’artigiano uscì dalla bottega compiaciuto di aver fatto ciò che era necessario, mormorando qualcosa

Il destino / fila lo stame / della vita, / inflessibile

‘ Il mondo di oggi non ha senso con la sua smodata ambizione, Zelo…

mio fedele servitore, pur privo di meriti effettivi.

Ho dovuto pensare io allo scozzese: ricorda, i sogni ricreano il mondo ogni notte.

Perché dovrei incoraggiare la tua accentuata vanagloria?! ’ una voce giunta dall’angolo più buio.

L’urlo che si udì misurò le profondità degli inferi, per poi tornare tra il riverbero della Stella del mattino sul lago nel dipinto dentro il bagagliaio dell’automobile a noleggio.

(in tomo inanis gloria)

                    -----Le parole pronunciate da Lucifero ‘…’ sono liberamente tratte da  

                                                   citazioni di Pablo Picasso e Neil Gaiman

 

 

 

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Capitulum  septimum

La  terza  stanza

-Sogno  l’onnipotenza  della  scrittura, e  poi  scrivo il  mio  sogno

 

 

 

(voce narrante)

Tra le persiane accostate, il temporale stanotte ha qualcosa di sinistro.

E’ come se nell’intervallo tra un tuono e l’altro il riverbero sulle pareti mormorasse

‘ Nel quadro fuori dalla finestra… osserva l’idea della verità per mezzo del falso ’

Forse non è che nella mia penna…

E di nuovo quel sussurro

‘ L’aria che si vede in quel quadro non è respirabile ’

Non volevo che l’agente letterario mi trovasse, non ero ancora pronto.

Samaèl non era pronto.

Dovevo fare qualcosa.

La mia scrittura forse avrebbe potuto fare qualcosa…

Ma torniamo a Christopher.

L’avevamo lasciato appeso tra i salici come uno straccio sgocciolante, con la schiena appoggiata alla ruota della vettura a noleggio, piangente dalla fronte.

<Che ti è successo, forestiero!? Credo tu abbia corso più di quanto il tuo angelo custode possa volare…> un uomo in livrea, nell’onnipotenza frivola di aver stroncato un volo

<Sembri stordito come questa farfalla…> mostrandogli soltanto quel po’ di colore che resta sulle dita

<…una facile preda. Mi chiamo Dyaus e sono il custode del Palazzo sull’Acqua, cosa ti porta qui? Qual è il  tuo nome?>.

 

<<Come Dozorca, il marito di Lobella…>> Christopher custodendo la sua eccitazione, sottovoce

<<incredibile, nel manoscritto c’è anche una sorta di vero storico>>

 

<Mi sembri frastornato, forestiero. Facciamo così, chiamo mia moglie e ti porto con me alla locanda dove alloggio con lei. Sai perché faccio questo lavoro? Quando ti toccano le mani giuste, capisci che del tuo corpo non ne sei il padrone ma solo il custode. Mia moglie è il mio angelo… suona libero, ma non risponde.

Poco importa, le spiegherò una volta arrivati>

 

Nascondendo ancora quell’eccitazione che diveniva via via sempre più incontenibile, i pensieri di Christopher non gli permettevano di sentire il suo logorroico compagno di viaggio

<<Ecco il km 13… non ho visto il camposanto. Le coltivazioni di zenzero. Ed ecco l’enorme spiazzo, e la locanda.

E c’è anche là in fondo quel che rimane di un autoarticolato>>

Non stava più nella pelle.

<<Certo, ferraglia e ruggine… ma pur sempre il tir di Allan 17>>

 

<Ehi forestiero, siamo arrivati… sai che non so ancora come ti chiami?>

<<Christopher, signore>> la voce gli si faceva pian piano meno esitante

<<Mi scusi, le devo essere sembrato quanto meno strano>>

<Non importa Christopher, siamo tutti un po’ strani. Vieni, ci racconterai dopo. Ora ci rifocilleremo con la famosa zuppa di Iaska>

L’agente letterario tentennò, deluso. E la sua esitazione crebbe nel varcare la soglia. L’insegna diceva Locanda da Benedetta.

“Dyaus, già qui? Hai finito presto oggi. Ma sei in compagnia. Un tuo collega? Ben arrivato. Piacere, Iaska.  Zuppa per entrambi?”

<<No… cioè, sì la zuppa. Ma lei signora dovrebbe essere Benedetta…>>

 

“Benedetta… la conosceva!?  Cosa dico… lei è troppo giovane!

Benedetta era la mia bisnonna. L’insegna è per ricordarla. Accomodatevi”

Ed ecco giungere dal piano rialzato la moglie di Dyaus 

-Ciao caro, perché non mi hai detto che avresti portato un amico?-

<A dire il vero ci ho provato, ahahaha>

-Non fa nulla, buongiorno…-

<< Christopher, il mio nome è Christopher signora Lobella>>

<Ma che dici… devo ammetterlo, sei quanto meno strano. Lei è il mio angelo, Dortmanna> sbracando la livrea color dei barbigi.

-Perché mi ha chiamata così, Christopher!? Era il nome della mia trisavola…-

<<Chiedo scusa a lei e a suo marito, signora. Mi sento un po’ confuso per via del lungo viaggio>> ripiegando sull’orologio con lo sguardo.

 

-Non si preoccupi. Da dove viene, se posso chiederlo?- e intanto, spingendo con la mano dal braccio il marito verso la tavola apparecchiata per il pranzo, la donna cercava di uscire da quel momento di imbarazzo.

<<Da Edimburgo. Aveva ragione Dyaus, questa zuppa è superlativa.

Sono un agente letterario>>

<Ahahaha. Io un custode, e tu un agente… ahahaha>

 

- Dyaus, ti prego. E’ una professione affascinante, che conosco.

Mi dica, c’è qualche nuovo libro da non perdere?-

<<Bè, ci sarebbe un manoscritto. Sono venuto qui per parlare con l’autore>>

-Ah, è di queste parti?- visibilmente incuriosita.

<<Sì, credo di sì. Ora… vi ringrazio per la bella compagnia, ma ho bisogno di riposare>>

-Stia tranquillo, Iaska le darà una camera per la notte. Iaska, cara…-

 

Dal capanno retrostante la locanda, dove il custode era solito recarsi a fumare, ondeggiava appena una vecchia insegna  Locanda Della Cannella.

L’uomo scomposto nella giubba, mormorando qualcosa

<Pe fende, veniet ad me> attendeva con fare sottomesso.

 

All’improvviso, dall’oscillare ora più deciso dell’insegna, come se sussurrasse

 

Non bisogna giudicare Dio da questo mondo, perché è soltanto uno schizzo che gli è riuscito male ’

<Maligno, ti ho invocato per…>

‘Preferisco le anime degli uomini che le cattedrali, perché negli occhi degli uomini c’è qualcosa che non c’è nelle cattedrali. Per quanto maestose e imponenti siano. Lo scozzese non deve trovare il manoscritto originale.

Quella notte, mentre la tua amata non aveva modo di dormire serena, mi implorasti di darti l’onnipotenza.

Adesso… fa ciò che è necessario.

Tratto anche anime raggrinzite ’

 

Fece scivolare il chiavaccio Samaèl  e varcò la porta, dalla cornice si allungava sulle pareti la tenebra

Il manoscritto sullo scrittoio fa da cuscino al suo creatore, mentre dorme ignaro di tutto.

Dorme mentre due mani fanno cigolare i braccioli della sedia all’angolo davanti la finestra. Le dita affusolate arrotolano la manica per non sporcarla di inchiostro, mostrando l’avambraccio tatuato.

L’altra mano fin qui assopita prende la penna

SOGNO DI SCRIVERE E POI SCRIVO IL MIO SOGNO

(in tomo omnipotentia)

-----il titolo e la CHIUSA sono ispirati a una citazione di Vincent Van Gogh                   

 Le parole pronunciate verso la fine da Lucifero ‘…’ sono tratte da citazioni

                                                                 di Edgar Degas e V. Van Gogh-----

 

 

liber primus

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Sexto capite

La  seconda  stanza -L’occhio  dell’avido  è  profondo  come  l’inferno

 

 

 

(voce narrante)

Come vi dicevo c’è sempre dell’altro, che ora sono pronto a svelarvi.

Mentre a Varsavia le campane scandivano le sei e la chiesa di Sant’Anna si raccoglieva per i vespri della sera, nella Northumbria inglese (già Scozia di là dal fiume Aln) era l’ora del tè.

In quel pomeriggio tranquillo la città, presto avvolta nel buio, pareva si fosse infilata a letto. Sarebbe bastato alzarsi e sporgersi dalla finestra per sapere che quello era uno degli ultimi giorni di libertà e, in un qualche modo, di vita. Continuava a far freddo.

L’Aamon si svegliò dal suo riposino per lo squillare del telefono…

guardò l’ora…

-Ciao Joanne…-

‘ Buonasera Christopher, mi aspettavo di sentirti.

Ho l’acqua per il tè sul fuoco. Quando arrivi, accomodati. Troverai sul tavolo del miele di acacia, e un manoscritto’

 

-Hai ricominciato a scrivere…

Perché non mi hai detto che non ti avrei trovata nel solito grande palazzo fuori Edimburgo?-

‘Forse non volevo essere trovata…”

-Ma, dove…-

‘ Vieni al 9 e 3/4 di High Street, Hogsmeade.

Fai presto, il tè si fredda e cominciano a scomparire fili di candele incantate appese sugli alberi. Le vacanze stanno per finire, e potrei decidere di far riprendere l’anno scolastico a Hogwarts ’

Hogsmeade è un pittoresco paesino di piccoli cottage e negozi vicino alla stazione di King Cross, meta degli studenti della Scuola di Magia e Stregoneria di Hogwarts dal terzo anno in poi autorizzati a gite nel fine settimana.

Il tòc del battacchio

-Mia cara, gli anni per te sembrano non passare…-

 

‘ Christopher… non serve adularmi, so bene cosa ti porta qui. Per ora non ho ancora pensato a come far riapparire il signor Potter, e se far sì che per lui gli anni non siano passati…’

-Come vuoi, non ti ho mai messo fretta.

Vedo che hai appeso nel salotto la Stella del Mattino e il suo Aamon, o Nahum che dir si voglia, scelta curiosa trovo-

Joanne si irrigidì.

<<Acuto l’agente letterario… Il Principe dei demoni andrebbe meglio, colui che conosce il passato e il futuro. A me personalmente basterebbe non avere le mie

due zampe di lupo così intorpidite, per sentire che questo è il primo giorno di libertà.

E di vita, se riuscissi con la coda di serpente a grattarmi questa testa che somiglia a una civetta>>

Joanne sembrò rimproverare il dipinto con una smorfia, e con disinvoltura versò il tè.

 

 

(voce narrante)

L'alba sfuma una linea incerta, prendono forma le panchine

agli occhi dove resta ancora un poco appeso il sonno.

Di fuori un organino senza musicante vibra lungo fili di galaverna sospesa agli alberi.

Pochi lacerti e suoni dalla penna…

 

 

‘ E ora immagino parleremo dell’altro motivo che ti ha portato qui…

Sì, l’ho letto. Il suo piccolissimo studio mi ha ricordato l’appartamento in cui vivevo mentre stavo finendo di scrivere il primo volume.

Lo cercherai? ’

-Chi, Harry Potter? Ahahaha-

‘ Ti prego, Christopher… l’autore de Il Tomo.

Ricorda che all’inizio il mio manoscritto fu rifiutato. Non essere precipitoso, non illuderlo ’

 

Guardando al polso il suo Roger Smith

-Non preoccuparti per lui. Ho un volo per Varsavia tra meno di un’ora-

Nella stanza con l’oro alle pareti e i lampadari di cristallo Samaèl  indugiava in uno stato di confusione, dalla cornice scrutava nell’ombra un Nahum

 

La vettura a nolo percorreva la statale poco trafficata. Alla guida sotto un cielo plumbeo, un uomo. All’estremità del braccio fuori dal finestrino l’orologio da polso in stile inglese pareva scandire il tempo al Palazzo sull’Acqua.

Intorno al chilometro 13 rallentò bruscamente. Lungo il corso d’acqua Christopher avrebbe giurato di aver visto qualcosa. La strada era ad appena due corsie, così mise gli indicatori di posizione e si incamminò. Sulla sponda c’era un cigno nero agonizzante con un’ala recisa.

Lo guardava.

Christopher non riusciva a distogliere lo sguardo.

Aveva i brividi.

Pensò che proprio lì in Reprobi Angelus il povero Edgar aveva incontrato il  fantasma di Adamantina, e nel quinto capitolo Samaèl a Benedetta appariva come un cigno ferito.

Trasalì.

Le fronde dei salici piangenti ora sembravano urlare VERITAS…  

fitte come la notte.

IN PICTA VERITAS

…impenetrabili come pareti.

Il cigno prese le sembianze di un dipinto. Roteava come impazzito.

-Pietate… Angelus, propinquus es!?

...mio Dio, ma che ho detto?-

Quando si fermò, Christopher con la testa ancora tra le braccia riuscì a vedere il ritratto del Portatore della luce, la Stella del mattino; e udì una voce impastata, come catrame

 

<Reprobi angelus non est hic! Samaèl non verrà…

Da secoli non dipingo ciò che vedo, ma ciò che ho visto.

Da quel cottage di Hogsmeade hai portato con te fin qui tutta la tua avidità.

Mi ha sempre divertito rappresentare degli esseri che respirano, sentono, amano e soffrono. E cadono come tessere di un domino>

Sul sedile dell’automobile il tempo era scandito da piccoli ingranaggi.

{in tomo avaritiae}

 

              -----i riferimenti al mondo di Harry Potter sono liberamente tratti dalla biografia della sua autrice J.K. Rowling e a Christopher Little, l’agente letterario a cui si deve la scoperta della scrittrice     

la demonologia attribuisce al  nahum (Colui che induce avidità) la capacità di provocare confusione nella mente di coloro i quali gli si oppongono   

    Alcune delle parole pronunciate da Lucifero sono ispirate a una citazione   di Edvard Munch-----



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Caput quinque

Le  dieci  stanze

 

 

 

(voce narrante)

Nonna mi raccontava che la pioggia sono le lacrime degli angeli

          “Aliquam tempor ante…”   

Qualche tempo prima…

Avevano da poco lasciato il Palazzo sull’Acqua, ammutolite e incredule. Lobella desiderava solo le braccia di Dozorca, del buon vino e le chiacchiere tra amiche al crepitio del fuoco.

Benedetta fluttuava.

Nessuna delle due fino a quel momento si era accorta che la ragazzina era rimasta indietro.

<Benedetta, mio Dio… mia figlia…>

-Mamma calmati, a sinistra dietro di voi sulla panchina-

<Perché hai quel libro…>

-Ascoltate: la prima, la Stanza della Tristezza cola tanta fuliggine dai muri quanto sono cupi i pensieri di chi cercherà di attraversarla… non ce la farà mai. Quell’uomo ha il cuore in frantumi-

Benedetta sentì come il calore di una luce accanto a lei

<<Dai a me il libro, tu e Lobella tornate alla locanda. Vi raggiungeremo lì io e Samaèl.

E… vi voglio bene. Andate…>> 

-Benedetta…-

<Amica mia, non farlo…>

Benedetta era già oltre la Casa Bianca, oltre lo sguardo smarrito delle compagne. Oltre quanto di più inconcreto potessero concepire.

Il tomo le indolenziva le braccia ad ogni passo, come se le pagine aumentassero. Quando entrò, le pareti sudavano catrame.

Samaèl ne era immerso fino al costato.

Agli occhi di Benedetta appariva come un cigno ferito. Era inginocchiato, e piangeva caligine.

<<Angioletto, su alzati… mi devi delle spiegazioni>> Benedetta cercò di scuoterlo.

 

 “Più di qualcuna… visto che sei qui.

Risponderò alle tue domande. Tuo figlio aveva solo bisogno di sostegno finanziario, l’appoggio della sua splendida madre farà il resto.

Ora mi chiederai come facessi a perorare lui e ad essere alla locanda a vegliare su di te…”

 (voce narrante)

Una digressione a questo punto è d’obbligo.

Prima inzupperò il croissant nel caffè, cercando di guardare oltre la penna. 

“Quando trovai Lucifero, non voleva sentire ragioni. Il suo disegno era ormai avviato, e io non ero che un ostacolo da rimuovere. Il mio ardimento non bastò.

E mi uccise”

<<Senti questa, ora mi dirai… mio Dio…>>

“Se vengo ferito a morte, da me si manifestano altri due angeli. E muta così parte della storia.

Il vecchio della locanda mi ospitò con Adamantina, ci aiutò ad avere una vita normale. Ma una sera ci sentì parlare e lo scoprì, fu troppo per lui. Mi cacciò, continuando però ad occuparsi di lei”

Benedetta si stupì di avergli preso la mano

<<Ripensa a quei giorni felici, e varchiamo questa porta. Non ti permetterò di morire ancora>>

(voce narrante)

Sorvolerò sulle successive stanze, almeno per ora… Avidità, Onnipotenza e Vanagloria, Insaziabilità e Gelosia. E Immobilismo.

Comportamenti non perpetrati dalla creatura il cui indice asciutto pareva ora indicare l’uscio dirimpetto a un grosso quadro ottocentesco.

 

 

<<Nel dipinto… tu con lui, il demonio?!  Sei espressivo… non preoccuparti, nel tomo si dice che l’ottava stanza è l’Ingordigia:  L’uomo è ciò che mangia …

non badarci, quando sono impaurita dico cose sciocche>>

 

Benedetta iniziava a provare una forte dolenza alla schiena, come se potesse sentire la sofferenza di Samaèl per la lacerazione; e al contempo gaudio per la riuscita.

 

<<La nona stanza, l’Iracondia>>

 

Un enorme portone ne impediva il passaggio.

“Entrerò da solo. Ciò che vedrò potrebbe metterti in pericolo…”

<<Demoni, spiritelli e folletti non saranno peggio di ciò che abbiamo attraversato fino ad ora>>

“…in pericolo da me”

Questa volta tacque. Pensò al figlio, e tacque.

Samaèl appoggiò la mano all’antico portone che si spalancò. Varcò la soglia.

Quel che accadde cominciò a scriversi nel tomo.

Un varco si spalancò nel pavimento, così profondo che appoggiando l’orecchio Samaèl al suo interno poteva sentire non una voce umana gridare dal dolore, ma le urla dei dannati. Si sentì stringere dentro. Avrebbe voluto fare qualcosa, ma lo trascinò via il pianto di un bambino appena nato.

Giaceva a terra da solo sulla soglia.

Così lo prese e lo strinse a sé, ma l’essere vampirico tornò alla sua vera forma… se una voce calda non avesse distolto il Tiyanak, la testa di Samaèl avrebbe misurato la profondità della voragine

 <<Ti voglio bene angioletto>>

 

Benedetta non poteva credere che esistesse tanta malvagità, ma stando all’inchiostro lui era vivo.

Mancava davvero poco. Un’ultima stanza.

Nel libro era chiamata Locus. La Stanza dove tutto cessa di esistere, e dove esiste ogni cosa. Dove la paura diviene inquietudine, e la follia indossa le vesti del senno.

Quando lo raggiunse, la pioggia dai suoi occhi pareva volesse ingannarlo… sembrava solo acqua ed invece era ricordo: Adamantina gli stava morendo tra le braccia.

Avrebbe voluto chiamarlo, Benedetta.

Dirgli… Samaèl non è reale, ma sembrava così tanto lo fosse.

 “L’ho lasciata andare nell’avvoltolare ingiallito di una foglia. L’ho lasciata andare in equilibrio su una lacrima, inafferrabile come un bacio che dalla bocca scivola sulle pagine sfogliate dal vento”

<<Samaèl…>>

“Non temere se piove… piove sempre quando qualcuno ti manca.

E’ ora di andare”

(voce narrante)

Giurerei di aver udito i bucaneve alla finestra mormorare di un essere privo di un’ala genuflesso a un sole morente.

          Samaèl chiuse gli occhi… il cippo era al suo posto, e lo scavo fatto. Accarezzò i cenci della veste vermiglia, e si sdraiò accanto al
          suo unico amore. E sentì il calore di una luce accanto a loro  ‘Aspetta Morte, lascia che abbracci ancora una volta questo mio
          figlio’   una figura di luce in una postura innaturale, la testa tra le braccia pesava sul cippo.  

…gli angeli sono come gli scrittori, incapaci di lasciarsi amare…

Entrambi però predisposti ad amare fino a far sanguinare il cuore…

Un bisbiglio dalle pagine del tomo.

  

Un uomo sotto un cappello plumbeo come il cielo su una Volga nera a fari spenti nella sera percorreva la statale poco trafficata.

Alla locanda Della Cannella, nell’angolo rischiarato dalla finestra

<<Ciao Adamantina, mi chiamo Benedetta.

Io so chi sei… me l’ha detto un angelo>> sorrise

<<Il suo cuore deve trovare la strada… Un giorno, ne sono sicura, farà ritorno a casa>>

 

 (voce narrante)

Riposi al suo posto il tomo.

Il caffè era diventato freddo, come l’aria che arrivava dalla statale deserta oltre la landa. Aveva iniziato a piovere sui bucaneve alla finestra.

Sullo scrittoio pochi versi con l’incertezza dell’autunno, macchiati di miele che non mi ero accorto di avere scritto.

Guardai la sedia nell’angolo, e poi ancora la pioggia.

E forse pensai che in notti come questa Dio diventa poeta.

{in tomo ira, somnia et nihil }   

       -----Benedetta a un certo punto cita il filosofo tedesco

                                              Ludwig Andreas Feuerbach


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