Notte fonda sulla campagna di Sciabren, uno sparuto gruppo di ciuffi d'erba secca si fa le unghie con la terra rossa.
Fischietta un geko con una chitarra su un muretto di confine, attirando vicino a sé zanzare che amano il mi canterino e sono fans patite degli Geko's Skin.
Una rana gracida e gracidante legge, seduta su una pietra, il primo canto dell'inferno.
Quattro grilli prendono per culo una cicala morta al tramonto e una brezza leggera, proveniente dal mare lentamente asciuga la strada, bagnata dall'umidiccio scirocco del giorno prima.
Un ombrellone aperto ospita due pipistrelli che, dopo aver pipistrellato un po', dormono a testa in giù appesi alle bacchette.
Un bancale vuoto aspetta le cassette di fiorini freschi del mattino e nel frattempo ospita due ragni pelosi e un guardapasseri serpentino nero nero.
Gli alberi d'olivo, in ordinata fila, guardano un film di Olivia Newton John e la febbre di questo sabato sera sale brillantandosi con i raggi della Luna, di quarto crescente che gobba il collo a ponente.
Un cane randagio procede adagio ascoltando Albinoni e ulula a tempo usando un metronomo, licenziato poco prima dalla ditta di sorveglianza Notti Insonni.
Una stradina, aiutata dall'oscurità, si dà arie da autostrada e fa pagare il pedaggio a una famiglia di millepiedi che emigra sulla collina a nord in cerca di foglie fresche.
Essendo pedaggio il costo pare molto esorbitante per i millepiedisti che, a malincuore, son costretti a usare la carta di debito, debitamente concessa dalla finanziaria di famiglia Prestopoc.
In questo bucolsky di panor-amato se ne va un tale a mo' di spaventapassere per la notte brava.
Uno spolverino appena spolverato, un ciuffo di paglia e una pagliuzza per naso. A naso mostra un'aria distratta e disinteressata.
Andatura a scopa di cane e trillo sonoro canzoniero adattato al concerto in fa diesis che circonda il passeggino serale.
Di tanto in tanto, l'uomo alza gli occhi dalla fiasca di nerone delle fiandre e, con furtivo fare, tira fuori dal sacchetto, che tiene nella mano monca, un pugno di cimici asfissiatiche fritte: un sol colpo e le inghiotte senza manducarle.
Un riccio incuriosito lo osserva e, facendosi coraggio, gli chiede in perfetto slang italiculo: “Ma do cazzo vai?”
Altrettanto cortesemente ello risponde: “Cazzo vu tu?”
Il dialogo finisce tronco per via d'un pezzo di legno che si infila tra le gambe del tizio e lo costringe a una virata discensionale degna di un deltaplano.
Plano plano, passato il coccolone, l'andatura del tizio riprende simbiotica con la natura stante in circo.
Dall'alto del colle, nel frattempo, una volpe, con un cannocchialone a raggi infradito e la tenuta mimotica, scruta il panorama in attesa della sua prossima vittima.
Ella infatti è un'accanita spaventatrice di tizi passeggianti in loci notturnificati e di coppiette formicolanti di formiche che si appartano col favore del buio.
Già ridacchia in sul del monte e col suo aspetto spera di far pisciar sotto l'omo che a lei vien di fronte.
Una scrollata poetica alle palle e via giù per il pendio a nascondersi tra le viti vitignose.
«Trallatrallatrallatrallà e do re mi fa sol la si dooooooooooooooooooooooooo, fiuuuuuuuuu, fiuuuuuuuu, per la campagna men vo e un cazzo questa sera farò. Popopopòòòòòòòòòòòòòòòòò.
Questa è vita rurale, non ho proprio voglia di lavorare. Il mondo è fatto a scale ma io pio l'ascensore
e che me fotte dello struscio, so professoreeeeeeeeeeee. Pippipì, pippibello, o come è bello far l'uccello»
Ma... In agguato di soppiatto salta fuori la volpe e: “Woaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffff! Ihihihihihihihihihihihihihihih...”
“Ahhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhh, che schianto mi pigghiai,li morti tuoi incariolati e de chi ne te li ha cantati tutti quanti essendo squagliati e seppelliti. M'hai fatto cagare addosso”
Fu così che quel tizio, chiamato in paese il coglionazzo del lampione (in quanto che aggiravasi di notte) finì squash squash per girovagar in cerca d'un vaso dove finir l'addominal travaso.
“Così è se vi pare, ma a me proprio non pare”
Fischietta un geko con una chitarra su un muretto di confine, attirando vicino a sé zanzare che amano il mi canterino e sono fans patite degli Geko's Skin.
Una rana gracida e gracidante legge, seduta su una pietra, il primo canto dell'inferno.
Quattro grilli prendono per culo una cicala morta al tramonto e una brezza leggera, proveniente dal mare lentamente asciuga la strada, bagnata dall'umidiccio scirocco del giorno prima.
Un ombrellone aperto ospita due pipistrelli che, dopo aver pipistrellato un po', dormono a testa in giù appesi alle bacchette.
Un bancale vuoto aspetta le cassette di fiorini freschi del mattino e nel frattempo ospita due ragni pelosi e un guardapasseri serpentino nero nero.
Gli alberi d'olivo, in ordinata fila, guardano un film di Olivia Newton John e la febbre di questo sabato sera sale brillantandosi con i raggi della Luna, di quarto crescente che gobba il collo a ponente.
Un cane randagio procede adagio ascoltando Albinoni e ulula a tempo usando un metronomo, licenziato poco prima dalla ditta di sorveglianza Notti Insonni.
Una stradina, aiutata dall'oscurità, si dà arie da autostrada e fa pagare il pedaggio a una famiglia di millepiedi che emigra sulla collina a nord in cerca di foglie fresche.
Essendo pedaggio il costo pare molto esorbitante per i millepiedisti che, a malincuore, son costretti a usare la carta di debito, debitamente concessa dalla finanziaria di famiglia Prestopoc.
In questo bucolsky di panor-amato se ne va un tale a mo' di spaventapassere per la notte brava.
Uno spolverino appena spolverato, un ciuffo di paglia e una pagliuzza per naso. A naso mostra un'aria distratta e disinteressata.
Andatura a scopa di cane e trillo sonoro canzoniero adattato al concerto in fa diesis che circonda il passeggino serale.
Di tanto in tanto, l'uomo alza gli occhi dalla fiasca di nerone delle fiandre e, con furtivo fare, tira fuori dal sacchetto, che tiene nella mano monca, un pugno di cimici asfissiatiche fritte: un sol colpo e le inghiotte senza manducarle.
Un riccio incuriosito lo osserva e, facendosi coraggio, gli chiede in perfetto slang italiculo: “Ma do cazzo vai?”
Altrettanto cortesemente ello risponde: “Cazzo vu tu?”
Il dialogo finisce tronco per via d'un pezzo di legno che si infila tra le gambe del tizio e lo costringe a una virata discensionale degna di un deltaplano.
Plano plano, passato il coccolone, l'andatura del tizio riprende simbiotica con la natura stante in circo.
Dall'alto del colle, nel frattempo, una volpe, con un cannocchialone a raggi infradito e la tenuta mimotica, scruta il panorama in attesa della sua prossima vittima.
Ella infatti è un'accanita spaventatrice di tizi passeggianti in loci notturnificati e di coppiette formicolanti di formiche che si appartano col favore del buio.
Già ridacchia in sul del monte e col suo aspetto spera di far pisciar sotto l'omo che a lei vien di fronte.
Una scrollata poetica alle palle e via giù per il pendio a nascondersi tra le viti vitignose.
«Trallatrallatrallatrallà e do re mi fa sol la si dooooooooooooooooooooooooo, fiuuuuuuuuu, fiuuuuuuuu, per la campagna men vo e un cazzo questa sera farò. Popopopòòòòòòòòòòòòòòòòò.
Questa è vita rurale, non ho proprio voglia di lavorare. Il mondo è fatto a scale ma io pio l'ascensore
e che me fotte dello struscio, so professoreeeeeeeeeeee. Pippipì, pippibello, o come è bello far l'uccello»
Ma... In agguato di soppiatto salta fuori la volpe e: “Woaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffff! Ihihihihihihihihihihihihihihih...”
“Ahhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhh, che schianto mi pigghiai,li morti tuoi incariolati e de chi ne te li ha cantati tutti quanti essendo squagliati e seppelliti. M'hai fatto cagare addosso”
Fu così che quel tizio, chiamato in paese il coglionazzo del lampione (in quanto che aggiravasi di notte) finì squash squash per girovagar in cerca d'un vaso dove finir l'addominal travaso.
“Così è se vi pare, ma a me proprio non pare”
