Clementina è un'orfana che è stata adottata all'età di 9 anni dall'avvocato Garofalo Gerolamo sposato con Elena Calì. Senza figli, sono convinti che Dio non ha benedetto la loro unione con la nascita di un figlio che ha invece preferito tenere con sé in attesa di genitori migliori. Certo l'avvocato è un uomo forte e vigoroso che cornifica la moglie, una donna spenta e quieta, che per la sua floridezza di carni chiamano nel paese natio " bedda comu na quagghia". Ma di figli neanche l'ombra, mentre le malelingue vociferano che Nino Guardabasso, il figlio di Tonino 'u porcaro, sia nato da una relazione dell'avvocato con Concettina Aquaforte, moglie del suddetto porcaro.
All'età di 18 anni Clementina Garofalo è già una donna prosperosa che assomiglia alla madre, senza però che ci sia alcun legame di sangue. A differenza di Elena, tutta casa e chiesa, la ragazza con la scusa di seguire le funzioni religiose trascorre tutta la giornata in chiesa, inginocchiandosi e biascicando rosari da far invidia alle vecchie beghine del paese. E' scura di carnagione, alta e formosa, con lunghi capelli neri lasciati scivolare sulle spalle. La camicetta di cotone bianco tira prepotentemente sul seno e i bottoncini di madreperla farebbero a gara per schizzare in aria, se un respiro affannoso dovesse provocare il sollevamento delle giovani mammelle. Clementina ha poco cervello perché è nata ritardata e crede a tutti i maschi che la circuiscono con i loro pretestuosi complimenti.
Stavo in una nuvola di fumo di sigarette, e col bicchiere sempre pieno alla scrivania a sentirmi
un po’ Gianni Brera, quando per posta elettronica mi arriva su quel che ho da poco terminato
di scrivere
…anche solo il titolo
di quel che Dio ha voluto
donarci “Vita” è un
perfetto insieme di accordi.
La nostra assonanza lo sarà
ancora di più: giorni resi
sempre freschi dall’abitudine
dei nostri sguardi
come un tackle scivolato in zona Cesarini, il messaggio di un caro amico che a dire il vero ha poco
a che fare con il football.
Parla di ansia immensurabile di ripetere una tale notte che ti inonda di fremiti per la ricordanza dei
sublimi tremiti donati dal suo accarezzamento, e della sua libidine che premeva contro di lui alla
ricerca di ripetuti amplessi. Della bocca di lei avvezza agli eccessi, della sua lingua umettata, i suoi
baci lascivi, le mani che lambivano senza sosta i corpi dell’uno, dell’altro. Dice che sentiva il suo
piacere dall’antro della sua bocca erompere incontrollato. E l’eccitazione accrescere, e poi di nuovo,
e ancora. E ancora che stava lì per raggiungere l’acme, e lei altresì gliene dava di quel piacere che
rende incalzanti i palpiti… Poi mi saluta dicendomi che ora lo aspetta il lavoro e la giornata che ha
davanti, ma stasera in pochi CLICK , in pochi istanti …@libido… e lei sarà di nuovo con lui.
Infine una serie di apprezzamenti sul suddetto indirizzo web, e il consiglio di provare a visitarlo.
Come pensavo questo sito internet ha poco a che vedere con palloni in cuoio e scarpini.
Ma, dopo questa digressione inappropriata, torniamo a noi. Volevo parlare di chi ha voglia di
dimenticare ed iniziare a dipingere una nuova tela, di chi cerca tra le tempere e non trova
i colori. E allora s’inventa un’amnesia… così, solo per cercare di ricominciare.
Lei si stropiccia gli occhi, ancora assonnata, lei. Lei è l’amore mio, è l’unica, l’unica al mondo.
Il solo pensare a lei mi fa perdere la concentrazione. Ha il viso di chi vorrebbe trovarsi in una grotta
d’acqua, di quelle in cui non filtra neppure il blu del mare. Invece di essere avvolta da una luce così
insistente e inopportuna.
Mi piace quando finge di immaginare che squilli il telefono… lo porta all’orecchio e mi guarda
mentre ascolta la mia voce registrata che ha sentito tante volte “Ho ancora addosso il profumo della
tua pelle, il profumo di te. E vorrei essere lì e ricominciare a fare l’amore, fino a notte per poi
addormentarmi un po’… ci sei? So che mi ascolterai. Mi sembra di impazzire. Torno a casa…
non alzarti, non truccarti, voglio trovarti così… assonnata, spettinata, voglio sentire ancora il mio
odore su di te ”.
Io con la mano le copro gli occhi dalla luce, io che ho appoggiato i miei sogni proprio accanto
all’atrio del suo cuore.
Mi capita di travestirmi da me stesso e bagnare la gola in qualche localino sui Navigli, o di sedere
al tavolo di un imprecisato ristorante in Brera.
Coppie che ne scrutano altre, anch’esse taciturne, il cui unico dio rimasto vivo gode del dito
ancorato alla tastiera. E’ comprensibile che tra Adamo ed Eva la conversazione fosse difficile
in quanto non avevano nessuno di cui sparlare, ma…
Presto saturo, insieme al paltò mi eclisso nelle viette e in quel particolare crocevia mi dico
che non scriverò più d’amore e condiscendenza. Un uomo ci ha provato e lo hanno crocifisso.
Il televisore di un bistrot… e poi nella testa solo scighera.
Con il cinguettio del cardellino da suoneria nel telefono trilla la sveglia, e forse l’unico dio rimasto
vivo è il senzatetto che deve avermi offerto la sua coperta.
Ho l’emicrania, e puzzo di alcool… e non ricordo che ci faccio in questo posto, e cosa sia
questo posto. Spegnendo la suoneria trovo una chiamata senza risposta, Celeste…
E ancora un WhatsApp con un vocale… di nuovo Celeste. Chi è Celeste!?
18 giugno 2019, 23:40 “Mirko non ho segreti per te, non ho segreti per nessuno in fondo.
La mia vita la conosci, è quella che ti ho sempre raccontato: sono una donna vulcanica, ma anche
estremamente pigra... rubo i gli spazi al tempo per fare mille cose, ma in realtà cerco solo
di riempire tutti gli spazi vuoti. Pensare mi fa paura...
Sono ironica, forte, sorridente, ma anche estremamente fragile. Non ho nemici, almeno credo.
Non porto rancore...solo, prendo le distanze da quel che mi fa stare male. E ho tanti amici, o forse
nessuno. Ci sono per tutti, tutti ci sono per me. Ma è facile avere amici quando va tutto bene...
Chissà… Mirko, ti ho fatto del male? Quando stasera mi hai scritto di aver bisogno di pensare,
mi sono sentita morire… Cosa avresti voluto dirmi?”
E chi è Mirko!? Di nuovo Mirko… che sia io Mirko!?
“…l'amore è conoscenza, condivisione, quotidiano. Credimi, ti direi, vieni… ti aspetto.
Te lo giuro, ma poi? Perchè dovremmo farci del male? Perchè rischiare di innamorarci davvero?
Corro troppo veloce? Non raggiungermi, allora.... aspettami in un sogno.
Buonanotte mio dolce poeta, dormirò con te stanotte... abbracciami”.
Poeta… Mirko, certo… e quel biglietto “Mi spaventano gli occhi che non osservo e non
mi osservano, le profondità che non conosco… ma anche tu, Mirko, un po’ mi spaventi. Celeste”.
Celeste… Già, Celeste. Finalmente a casa. Dal finestrone in stile abbadia della cucina guardo
la Brianza svanita come lei nella scighera, lei che ieri è uscita prima che mi svegliassi.
E sorseggio il mio caffè.
Purtroppo la tua festa non la festeggi più insieme a me, ma festeggerai comunque nella Casa del Padre. Non posso più regalarti una torta ma ti dono il mio cuore che ti lancio lassù nel Cielo. Tu in questo mese sei morta, quindi a dir la verità non dovrei festeggiare la tua morte, ti festeggio perché ti sei guadagnata il Paradiso. Te lo sei guadagnato con i tuoi dolori e sofferenze che hai dovuto patire durante il periodo della tua malattia, e che sei riuscita a tollerare pazientemente. E con la tua voglia di vivere che avevi allungavi così il tuo breve viaggio qui sulla terra. Ora sei diventata una stella luminosa che brilla per me lassù nel Cielo. E ti posso vedere ogni qualvolta è sereno. Ora tu non dimori più in questa casa ma dimori nella casa del mio cuore.
Arrivederci mamma!
Come gelido era il mio cuore, la mia rinuncia alla vita aveva basi antiche, non speravo più in nulla, non aspettavo nessuno.
Ero in giro da sola, finalmente fuori casa, quella casa che mi opprimeva, le mura trasudavano infelicità, era una tomba, e io sapevo che sarei sprofondata con lui.
In giro per appuntamenti medici, queste erano le mie uscite, e nulla di più.
Entrai in una caffetteria per riscaldarmi un po', la malinconia, la tristezza facevano parte di me, sentivo che gli occhi pungevano, avevo sempre le lacrime in tasca, piangevo anche senza motivo.
Ordinai un caffè e andai a sedermi ad un tavolino in disparte, aprii la borsa per cercare un fazzolettino di carta, ormai stavo piangendo al pensiero di dover ritornare a casa, ed a tutto quello che comportava.
Le mie borse sembrano trolley, dentro ci sta di tutto, sono anche sbadata e mi si rovesciò il contenuto tutto a terra.
Imbarazzatissima sempre con gli occhi che colavano mi chinai per raccogliere il contenuto, vidi una mano che mi allungava un fazzolettino, alzai un po' la testa e incontrai gli occhi più verdi che avessi mai visto.
Mi aiutò in silenzio a raccogliere le cose sparse per terra, poi si sedette vicino a me, per la prima volta dopo tanti anni sentii il cuore che batteva all'impazzata, lui si alzò, andò ad ordinare qualcosa, poi ritornò a sedersi, ci portarono una cioccolata in tazza per me e un caffè per lui. " Piacere Francesco, ti ho preso una cioccolata perché hai bisogno di dolcezza" - Con fatica spiccicai il mio nome, e pensai-" Ma cosa ci faccio qui con uno sconosciuto con tutti i guai che ho" - Parlammo per un'oretta, lui era vedovo, io sposata.
Mi chiese il n. di telefono, gli dissi di no, ci salutammo... feci finta di non vedere il biglietto furtivo che mi fece scivolare in borsa.
Arrivata a casa presi il biglietto e lo gettai nella carta, cercavo di non pensare a quel biglietto, ma quando venne il momento di gettare la spazzatura... rovistai fino al recupero dello stesso.
La sera stessa feci quel numero restando in silenzio, dall'altra parte una voce :" Ti aspettavo da sempre" - da quel momento iniziarono le nostre interminabili telefonate notturne, la sua voce mi giungeva come un canzone d'amore, ed inizia a volare, la sera stessa gli dissi: " Francesco! - con il tuo canto mi hai spinto dentro alla vita"
Nata e cresciuta nella città meno poetica
così dicono.
Però vari cantautori sono proprio della “mia” Milano.
Una Milano che ha visto bombe e tafferugli e morti e...
Piazza Fontana, mia madre era lì vicino.
Un miracolo non se la portò via.
Piazza Duomo, più o meno nel ’70, bombe lacrimogene.
Ricordo, parlava Almirante.
All’improvviso un fuggi fuggi.
Mio padre mi prese per mano e mi fece nascondere.
C’era e credo ci sia ancora, un’edicola.
Nascosta lì per far passare la buriana.
Questa la Milano di fuoco.
La Milano dei paninari e le bande notturne.
Ma in quel 1961 nacqui io.
Splendida bimba (si fa per dire)
Nata con la voglia di vivere.
Settimina di un chilo e settecento grammi.
Un robino che pensavano dovesse morire.
Ma il mio strillo fece dire all’infermiera.
“questa non molla”.
Così fu.
40 giorni in culla emostatica.
Ho corso il pericolo di morire per un raffreddore.
Mia zia se ne accorse, stavo soffocando.
Ma chi m’ammazza!!!
Eccomi qui, non so perchè racconto questo.
Sentivo di farlo.
Oggi vivo giorno per giorno come ...
Come dicono i ragazzi???
Come non ci fosse un domani
Una pausa per prendermi un caffè, mattina malinconica, lacrime che pungevano, ringrazio la mia sbadataggine, borsa aperta, tutto il contenuto per terra, lacrime in attesa iniziarono a bagnarmi le gote.
Imbarazzata mi chino per raccattare il tutto, una mano si allunga verso di me, un fazzolettino di carta, incrocio i suoi occhi e mi perdo in un verde prato.
Mi invita a sedermi, mi offre un caffè, i nostri occhi sono attratti come calamite, un biglietto furtivo mi scivola in tasca, mi lascio travolgere da una girandola d'emozioni.
ma mejo ‘na cosa fatta, che quanno è fatta è fatta
che cento che vorresti fa’ e nun te basta ‘l tempo
nun vorrebbe casca’ ‘n tentazione e annammene
magari me tocca anna’ via senza avecce tanta voja
perché si ce penso bene e qualche volta me trovo a pensacce
come le fai le fai nun è certo ‘na vacanza
po’ la peggio cosa e le dico pe’ ‘sperienza
nun te poi porta’ via quelle che te so’ rimaste da fa’
‘mo si so’ cazzate pazienza!
Ma si so’ ‘mportanti, va’ via ‘ncazzato come ‘n picchio
e io le vorrebbe ‘vita’
d’avecce rimpianti pe’ tutta la seconda vita
che nun è ‘no sbavijo come la prima
nun v’ho certezza, ma dichino ch’è eterna
Io che voleva dì eterna
c’ho messo ‘n po’ a capillo
ma dietro la spiegazione de ‘n timorato
l’ho capito, ma me puzza tanto de fregatura
Va be’ chiudemo si no ce famo Pasqua
Visto che pe’ fallo a uno per uno è sempre uno
Le cumulo e le fo’ uno pe’ tutti e tutti pe’ uno
Auguro un buon Natale a tutti i miei amici vicini e lontani.
Anche a quelli che fingono di essermi amici, solo per convenienza.
A tutti i bambini della terra soprattutto a quelli che non avranno
un albero di Natale: alla fine dell’albero potrebbero farne a meno
ma che non avranno Il cenone di Natale e sicuramente neanche la cena e un pezzetto di cioccolata, perché Babbo Natale non ha il frigo: (lui ci fa tanti regali!!!Non glielo avremmo potuto regalare uno?) a pensarci mi sento un po’ verme.
A tutti quelli che hanno ricevuto dall’INPS un assegno di 500 euro: (a dimenticavo la tredicesima, quindi 950 euro).
Buon Natale a tutti quelli che lo passeranno negli ospedali e nei centri per anziani.
A tutti quelli che hanno il focolare ma non la legna.
A tutti quelli che non hanno ne focolare e ne legna.
A tutti quelli che vivono sotto i ponti: speriamo che la Caritas li possa nutrire tutti.
A tutti quelli che stanno in carcere per avere rubato 20 euro di spesa al supermercato.
A tutte le Misericordie e le Croci rosse della terra e tutti quelli che usano il proprio tempo libero per aiutare tutti quelli che ne hanno il bisogno e tanti di loro passeranno il Natale su di
un’ autoambulanza, Buon Natale ragazzi.
Buon Natale a tutti quelli che non ho potuto nominare, perché altrimenti finirei il
Prossimo Natale.
Dato che ci sono Buon Anno a tutti soprattutto a quelli che ho nominato e ai miei amici poeti
Non che Luis sia un uomo di poche parole anzi, come tutti gli uomini bassi, grassi, e vestiti senza gusto, parlerebbe a non finire; [ma attenzione: le tre condizioni devono sussistere contemporaneamente per un parlare senza fine; e Luis gode di tutte e tre le condizioni allo stesso istante]; solo....non c'è nessuno che lo ascolta, o che lo vuole ascoltare. Il motivo è che lui: Luis, nel mentre che lavora su, al piano rialzato della libreria, nel fare i suoi conti fra quei fogli dal giallo di vecchio che sono, apre il libro che l'avventore ha riportato dal prestito; lo apre alla pagina undici del secondo capitolo, legge la riga ventidue fino alla fine della stessa, e lo richiude. E così per ogni sacrosanto libro che viene restituito alla libreria. E lui, Luis, pretende di costruire una storia, assemblando gli eventi che legge in ordine cronologico, alla riga ventidue, capitolo secondo pagina undici, fino alla fine della riga, su ogni libro restituito, e parlare di questa. E questa storia va avanti da quando Luis lavora in quella libreria, cioè da quando esiste quella libreria, cioè da....da quando scorre quel rio di fronte! Comunque Luis ha sempre lavorato lì e solo lì, che sono ormai quaranta anni fatti lo scorso Settembre. "Settembre! Che mese", pensa spesso Luis quando Settembre arriva. Ed è a Settembre che cerca almeno di dare una veloce sbirciata giù, al di là della vetrata d'ingresso, perché solo a Settembre, ed il giorno ventinove per l'esattezza, cioè quando luis ha preso lavoro quaranta anni fa, vede la stessa luce, riflessa sulla vetrata, di quaranta anni prima, alle ore 17,00 ed un minuto. E forse è l'unico momento che lo porta al di là dei fogli gialli di vecchio che sono sparsi sulla scrivania. No, non è vero! C'è anche un'altra cosa che lo porta fuori dal suo lavoro ripetitivo. Ma, in caso, sarà lui a raccontarla. Comunque...quel: "Grazie", lo elemosina all'aiuto barista che gli porta su il secondo caffè della sua giornata: il primo lo prende da solo, in casa. Ovviamente Luis non alza neanche gli occhi dai suoi fogli, ed accompagna quel "Grazie", con il solo sollevare la matita verso il soffitto umido ed inadatto ad una libreria, e senza quindi guardare negli occhi il ragazzo del bar, che si affretta invece, per sua risposta, a sorridergli con un chinare lento e leggero del capo. Ah! Si! Certo! Dicevo che pretendere di parlare a chicchessia di una storia che non riesce a definire, che non riesce a costruire, è impresa non da poco; ovvio: si può pretendere di costruire una storia iniziando forse...dico così...tanto per dire...da quando Luis lesse la prima riga, nel lontano 29 Settembre di quaranta anni prima, alle ore 17,00 ed un minuto, che diceva: "....e così tutto finì. La vedova sparse sulla tomba, la terra raccolta con il suo guanto bianco", con la seconda frase del secondo libro restituito e letta al secondo capitolo, pagina undici ecc...ecc..., che magari dice: "fece salti di gioia nel vedere rientrare il marito". Insomma, mettere il tutto in ordine cronologico, e pretendere poi di trovare un significato plausibile, come vorrebbe fare Luis, diventa difficile: sembra che la vedova, nel vedere rientrare in casa il marito precedentemente defunto, faccia salti di gioia; e insomma, capite no? E' un po' difficile poi...., bene, affari suoi; lasciamo stare e torniamo a Luis. Insomma Luis si è immerso in una storia tutta sua; è per questo che nessuno lo vuole ascoltare; già, perché.....ah si! Luis ha comunque anche un cognome; si chiama: Gasca. E quando è costretto a presentarsi a qualcuno, ma questo non accade neanche una volta l'anno, dice: "Piacere...." e forse quel: "Piacere", è un termine che va ad aggiungersi al "Grazie" ed alla "Buonasera"; poi aggiunge: "Gasca.....Luis Gasca"; e questo modo di presentarsi, lo ha copiato di sana pianta quando un benedettissimo giorno, lesse al secondo capitolo, pagina undici e così via...il modo di presentarsi dell'Agente Segreto 007 James Bond che, in quella benedetta pagina ed a quel benedetto rigo disse:" Piacere Bond....James Bond". Va bene, che volete! Quaranta anni in una libreria e con un solo: "Grazie" giornaliero! Escluse le Domeniche....Cerco di finire ed arrivare al motivo per cui nessuno vuole ascoltare Luis: Luis, non è interessato al pallone, allo Sport, né alle donne, né al gioco, né alle trasmissioni televisive, dove dice a sé stesso ovvio, altrimenti ci sarebbe qualcuno ad ascoltarlo: "sono solo trasmissioni che ci vogliono dividere! Ma non vedi che la gente tutta è programmata per litigare? E dove portano i litigi e le alzate di voci? Dove? Alla divisione, certo. E chi ha convenienza a dividere l'Uomo?" Ma poi aspetta il ventinove Settembre, per vedere ancora una volta quella luce del sole, alle ore 17 ed un minuto, riflessa sulla vetrata della libreria. Quindi, ecco il motivo per cui il signor Gasca non riesce a parlare mai con nessuno: lui può parlare solo della sua storia che è ancora nella sua testa, e che certo non riesce a srotolare. Anche i bambini, lì, al prato accanto alla sua abitazione, quando lo vedono arrivare da lontano, per fargli dispetto, scappano. Perché una volta alcuni di questi, nel bel mezzo di una partita amichevole di calcio tra loro, si avvicinarono al signor Gasca nel vederlo rientrare in casa, e gli chiesero riguardo il risultato della partita della loro squadra del cuore, quella vera, quella del paese, ma ovviamente Luis non ne conosceva il risultato, non essendo interessato a ciò; solo, non volendo deludere i bambini, si inventò che la loro squadra, aveva vinto per sette a zero; i bambini esultarono, cercando poi di vincere per sette a zero gli avversari di quella partita amichevole; poi vollero fare alcune domande al signor Luis che ovviamente si era affrettato a dileguarsi, non potendo reggere la grossa bugia detta, anche se a fin di bene, così, da quel giorno, i bambini hanno risentimento nei suoi confronti: per la bugia di quel risultato, e per la delusione che provarono poi, nel sapere che la partita vera, quella della loro squadra, non si era neanche giocata...per un motivo che Luis non seppe poi dirmi. Ecco, in conclusione Gasca vuole parlare, o forse può solo parlare di quella sua storia, non definita, non iniziata, tantomeno conclusa, che è nella sua testa; e non riesce ad avere nella sua mente null'altro, non trovando interesse in altre cose. No, non è vero; un altro interesse lo ha: Gasca, è un magnifico suonatore di tromba. Cerca sempre di uscire per ultimo dalla libreria dove lavora, finge di prendere la via di casa, lascia che tutti i commessi siano andati via lungo le loro strade, rientra nella libreria: [anche lui ne ha le chiavi], ed inizia a suonare la tromba; ecco: quella è la seconda via che porta lontano il signor Gasca.
Ah! Si! Un'ultima osservazione: quando il signor Gasca fu costretto ad abbandonare la sua libreria a causa dell'inondazione del rio, nell'andar via con due o tre libri sotto il braccio, salutò con tutto il fiato che immetteva nella tromba, il ragazzo del bar, che si apprestava anche lui, con le ginocchia immerse nel fango, a sgomberare le ultime cose del bar, e nel salutarlo urlo:"Ciao Serafino!". Serafino rimase immobile fuori dal bar che era, girò lentamente la testa, con un sorriso estrasse la biro che aveva nel taschino e la sollevò verso il cielo. Fu la prima ed ultima volta che il signor Gasca vide il bel sorriso del ragazzo.





