Clementina Garofalo custodisce un segreto mai svelato. Non avrebbe il coraggio di confessare a Don Amilcare le sue colpe indecenti. Eppure si confessa ogni sabato, prima della messa domenicale, timorosa dell'aspetto fisico del parroco e dei suoi predicozzi, nonché timorata del volto dolorante del Cristo che grava in equilibro come lo zenith sull'altare della navata centrale. Il Cristo però non volge il viso verso di lei perché guarda verso il confessionale da dove si sente alta la voce stentorea di Don Amilcare che bacchetta i fedeli e distribuisce pesanti penitenze.
Clementina è un'orfana che è stata adottata all'età di 9 anni dall'avvocato Garofalo Gerolamo sposato con Elena Calì. Senza figli, sono convinti che Dio non ha benedetto la loro unione con la nascita di un figlio che ha invece preferito tenere con sé in attesa di genitori migliori. Certo l'avvocato è un uomo forte e vigoroso che cornifica la moglie, una donna spenta e quieta, che per la sua floridezza di carni chiamano nel paese natio " bedda comu na quagghia". Ma di figli neanche l'ombra, mentre le malelingue vociferano che Nino Guardabasso, il figlio di Tonino 'u porcaro, sia nato da una relazione dell'avvocato con Concettina Aquaforte, moglie del suddetto porcaro.
All'età di 18 anni Clementina Garofalo è già una donna prosperosa che assomiglia alla madre, senza però che ci sia alcun legame di sangue. A differenza di Elena, tutta casa e chiesa, la ragazza con la scusa di seguire le funzioni religiose trascorre  tutta la giornata in chiesa, inginocchiandosi e biascicando rosari da far invidia alle vecchie  beghine del paese. E' scura di carnagione, alta e formosa, con lunghi capelli neri lasciati scivolare sulle spalle. La camicetta di cotone bianco tira prepotentemente sul seno e i bottoncini di madreperla farebbero a gara per schizzare in aria, se un respiro affannoso dovesse provocare il sollevamento delle giovani mammelle. Clementina ha poco cervello perché è nata ritardata e crede a tutti i maschi che la circuiscono con i loro pretestuosi complimenti.
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Profilo Autore: Libero  

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Stavo in una nuvola di fumo di sigarette, e col bicchiere sempre pieno alla scrivania a sentirmi

un po’ Gianni Brera, quando per posta elettronica mi arriva su quel che ho da poco terminato

di scrivere

…anche solo il titolo

di quel che Dio ha voluto

donarci “Vita” è un

perfetto insieme di accordi.

La nostra assonanza lo sarà

ancora di più: giorni resi

sempre freschi dall’abitudine

dei nostri sguardi

come un tackle scivolato in zona Cesarini, il messaggio di un caro amico che a dire il vero ha poco

a che fare con il football.

Parla di ansia immensurabile di ripetere una tale notte che ti inonda di fremiti per la ricordanza dei

sublimi tremiti donati dal suo accarezzamento, e della sua libidine che premeva contro di lui alla

ricerca di ripetuti amplessi. Della bocca di lei avvezza agli eccessi, della sua lingua umettata, i suoi

baci lascivi, le mani che lambivano senza sosta i corpi dell’uno, dell’altro. Dice che sentiva il suo

piacere dall’antro della sua bocca erompere incontrollato. E l’eccitazione accrescere, e poi di nuovo,

e ancora. E ancora che stava lì per raggiungere l’acme, e lei altresì gliene dava di quel piacere che

rende incalzanti i palpiti… Poi mi saluta dicendomi che ora lo aspetta il lavoro e la giornata che ha

davanti, ma stasera in pochi CLICK , in pochi istanti …@libido… e lei sarà di nuovo con lui.

Infine una serie di apprezzamenti sul suddetto indirizzo web, e il consiglio di provare a visitarlo.

Come pensavo questo sito internet ha poco a che vedere con palloni in cuoio e scarpini.

Ma, dopo questa digressione inappropriata, torniamo a noi. Volevo parlare di chi ha voglia di

dimenticare ed iniziare a dipingere una nuova tela, di chi cerca tra le tempere e non trova

i colori. E allora s’inventa un’amnesia… così, solo per cercare di ricominciare.

Lei si stropiccia gli occhi, ancora assonnata, lei. Lei è l’amore mio, è l’unica, l’unica al mondo.

Il solo pensare a lei mi fa perdere la concentrazione. Ha il viso di chi vorrebbe trovarsi in una grotta

d’acqua, di quelle in cui non filtra neppure il blu del mare. Invece di essere avvolta da una luce così

insistente e inopportuna.

Mi piace quando finge di immaginare che squilli il telefono… lo porta all’orecchio e mi guarda

mentre ascolta la mia voce registrata che ha sentito tante volte “Ho ancora addosso il profumo della

tua pelle, il profumo di te. E vorrei essere lì e ricominciare a fare l’amore, fino a notte per poi

addormentarmi un po’… ci sei? So che mi ascolterai. Mi sembra di impazzire. Torno a casa…

non alzarti, non truccarti, voglio trovarti così… assonnata, spettinata, voglio sentire ancora il mio

odore su di te ”.

Io con la mano le copro gli occhi dalla luce, io che ho appoggiato i miei sogni proprio accanto

all’atrio del suo cuore.

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Profilo Autore: Mirko D. Mastro  

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Mi capita di travestirmi da me stesso e bagnare la gola in qualche localino sui Navigli, o di sedere

al tavolo di un imprecisato ristorante in Brera.

Coppie che ne scrutano altre, anch’esse taciturne, il cui unico dio rimasto vivo gode del dito

ancorato alla tastiera. E’ comprensibile che tra Adamo ed Eva la conversazione fosse difficile

in quanto non avevano nessuno di cui sparlare, ma…

Presto saturo, insieme al paltò mi eclisso nelle viette e in quel particolare crocevia mi dico

che non scriverò più d’amore e condiscendenza. Un uomo ci ha provato e lo hanno crocifisso.

Il televisore di un bistrot… e poi nella testa solo scighera.

Con il cinguettio del cardellino da suoneria nel telefono trilla la sveglia, e forse l’unico dio rimasto

vivo è il senzatetto che deve avermi offerto la sua coperta.

Ho l’emicrania, e puzzo di alcool… e non ricordo che ci faccio in questo posto, e cosa sia

questo posto. Spegnendo la suoneria trovo una chiamata senza risposta, Celeste…

E ancora un WhatsApp con un vocale… di nuovo Celeste. Chi è Celeste!?

18 giugno 2019, 23:40 “Mirko non ho segreti per te, non ho segreti per nessuno in fondo. 

La mia vita la conosci, è quella che ti ho sempre raccontato: sono una donna vulcanica, ma anche 

estremamente pigra... rubo i gli spazi al tempo per fare mille cose, ma in realtà cerco solo 

di riempire tutti gli spazi vuoti. Pensare mi fa paura... 

Sono ironica, forte, sorridente, ma anche estremamente fragile. Non ho nemici, almeno credo. 

Non porto rancore...solo, prendo le distanze da quel che mi fa stare male. E ho tanti amici, o forse 

nessuno. Ci sono per tutti, tutti ci sono per me. Ma è facile avere amici quando va tutto bene... 

Chissà… Mirko, ti ho fatto del male? Quando stasera mi hai scritto di aver bisogno di pensare, 

mi sono sentita morire… Cosa avresti voluto dirmi? 

E chi è Mirko!? Di nuovo Mirko… che sia io Mirko!?

“…l'amore è conoscenza, condivisione, quotidiano. Credimi, ti direi, vieni… ti aspetto. 

Te lo giuro, ma poi? Perchè dovremmo farci del male? Perchè rischiare di innamorarci davvero? 

Corro troppo veloce? Non raggiungermi, allora.... aspettami in un sogno. 

Buonanotte mio dolce poeta, dormirò con te stanotte... abbracciami”. 

Poeta… Mirko, certo… e quel biglietto “Mi spaventano gli occhi che non osservo e non 

mi osservano, le profondità che non conosco… ma anche tu, Mirko, un po’ mi spaventi. Celeste”. 

Celeste… Già, Celeste. Finalmente a casa. Dal finestrone in stile abbadia della cucina guardo

la Brianza svanita come lei nella scighera, lei che ieri è uscita prima che mi svegliassi.

E sorseggio il mio caffè.

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Profilo Autore: Mirko D. Mastro  

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Purtroppo la tua festa non la festeggi più insieme a me, ma festeggerai comunque nella Casa del Padre. Non posso più regalarti una torta ma ti dono il mio cuore che ti lancio lassù nel Cielo. Tu in questo mese sei morta, quindi a dir la verità non dovrei festeggiare la tua morte, ti festeggio perché ti sei guadagnata il Paradiso. Te lo sei guadagnato con i tuoi dolori e sofferenze che hai dovuto patire durante il periodo della tua malattia, e che sei riuscita a tollerare pazientemente. E con la tua voglia di vivere che avevi allungavi così il tuo breve viaggio qui sulla terra. Ora sei diventata una stella luminosa che brilla per me lassù nel Cielo. E ti posso vedere ogni qualvolta è sereno. Ora tu non dimori più in questa casa ma dimori nella casa del mio cuore.

Arrivederci mamma!

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Profilo Autore: Alberto Berrone  

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Una mattina gelida, il 10-febbraio - 2013.
Come gelido era il mio cuore, la mia rinuncia alla vita aveva basi antiche, non speravo più in nulla, non aspettavo nessuno.
Ero in giro da sola, finalmente fuori casa, quella casa che mi opprimeva, le mura trasudavano infelicità, era una tomba, e io sapevo che sarei sprofondata con lui.
In giro per appuntamenti medici, queste erano le mie uscite, e nulla di più.
Entrai in una caffetteria per riscaldarmi un po', la malinconia, la tristezza facevano parte di me, sentivo che gli occhi pungevano, avevo sempre le lacrime in tasca, piangevo anche senza motivo.
Ordinai un caffè e andai a sedermi ad un tavolino in disparte, aprii la borsa per cercare un fazzolettino di carta, ormai stavo piangendo al pensiero di dover ritornare a casa, ed a tutto quello che comportava.
Le mie borse sembrano trolley, dentro ci sta di tutto, sono anche sbadata e mi si rovesciò il contenuto tutto a terra.
Imbarazzatissima sempre con gli occhi che colavano mi chinai per raccogliere il contenuto, vidi una mano che mi allungava un fazzolettino, alzai un po' la testa e incontrai gli occhi più verdi che avessi mai visto.
Mi aiutò in silenzio a raccogliere le cose sparse per terra, poi si sedette vicino a me, per la prima volta dopo tanti anni sentii il cuore che batteva all'impazzata, lui si alzò, andò ad ordinare qualcosa, poi ritornò a sedersi, ci portarono una cioccolata in tazza per me e un caffè per lui. " Piacere Francesco, ti ho preso una cioccolata perché hai bisogno di dolcezza" - Con fatica spiccicai il mio nome, e pensai-" Ma cosa ci faccio qui con uno sconosciuto con tutti i guai che ho" - Parlammo per un'oretta, lui era vedovo, io sposata.
Mi chiese il n. di telefono, gli dissi di no, ci salutammo... feci finta di non vedere il biglietto furtivo che mi fece scivolare in borsa.
Arrivata a casa presi il biglietto e lo gettai nella carta, cercavo di non pensare a quel biglietto, ma quando venne il momento di gettare la spazzatura... rovistai fino al recupero dello stesso.
La sera stessa feci quel numero restando in silenzio, dall'altra parte una voce :" Ti aspettavo da sempre" - da quel momento iniziarono le nostre interminabili telefonate notturne, la sua voce mi giungeva come un canzone d'amore, ed inizia a volare, la sera stessa gli dissi: " Francesco! - con il tuo canto mi hai spinto dentro alla vita"
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Profilo Autore: Liviana Poletti  

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Nata e cresciuta nella città meno poetica

così dicono.

Però vari cantautori sono proprio della “mia” Milano.

Una Milano che ha visto bombe e tafferugli e morti e...

Piazza Fontana, mia madre era lì vicino.

Un miracolo non se la portò via.

Piazza Duomo, più o meno nel ’70, bombe lacrimogene.

Ricordo, parlava Almirante.

All’improvviso un fuggi fuggi.

Mio padre mi prese per mano e mi fece nascondere.

C’era e credo ci sia ancora, un’edicola.

Nascosta lì per far passare la buriana.

Questa la Milano di fuoco.

La Milano dei paninari e le bande notturne.

Ma in quel 1961 nacqui io.

Splendida bimba (si fa per dire)

Nata con la voglia di vivere.

Settimina di un chilo e settecento grammi.

Un robino che pensavano dovesse morire.

Ma il mio strillo fece dire all’infermiera.

“questa non molla”.

Così fu.

40 giorni in culla emostatica.

Ho corso il pericolo di morire per un raffreddore.

Mia zia se ne accorse, stavo soffocando.

Ma chi m’ammazza!!!

Eccomi qui, non so perchè racconto questo.

Sentivo di farlo.

Oggi vivo giorno per giorno come ...

Come dicono i ragazzi???

Come non ci fosse un domani

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Profilo Autore: Maria Cristina Manfrè  

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Si incrociarono per la prima volta circa all'altezza del pavimento di un bar.
Una pausa per prendermi un caffè, mattina malinconica, lacrime che pungevano, ringrazio la mia sbadataggine, borsa aperta, tutto il contenuto per terra, lacrime in attesa iniziarono a bagnarmi le gote. 
Imbarazzata mi chino per raccattare il tutto, una mano si allunga verso di me, un fazzolettino di carta, incrocio i suoi occhi e mi perdo in un verde prato. 
Mi invita a sedermi, mi offre un caffè, i nostri occhi sono attratti come calamite, un biglietto furtivo mi scivola in tasca, mi lascio travolgere da una girandola d'emozioni.
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Profilo Autore: Liviana Poletti  

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"Vede lì? Giù....in fondo...l'ultimo lampione?" Lo guardai per verificare che mi stesse a sentire e che mi avesse capito. L'uomo appena appena annuì con il capo. In verità appena intravidi il movimento ondulatorio di asserzione che fece: sia perché appena accennò a quel: "si" con la testa, e sia perché non eravamo proprio sotto il lampione, e la luce fioca fioca che ci raggiungeva non permetteva certo di vederci bene in viso. "Ecco", aggiunsi, "appresso a quello, passata la curva, ce né un altro; però è spento: non funziona"; restai ancora un attimo in sospeso ma subito ripresi: "Guardi...tra un lampione e l'altro quanto ci sarà?...sessanta, settanta metri? -mostrando lo spazio tra un lampione e l'altro con il gesto del braccio - Quindi lei, raggiunto l'ultimo lampione che vede: quello illuminato, farà ancora sessanta metri....al buio, raggiunge l'ultimo lampione, quello spento, e lì, proprio lì, appena un po' in salita e a sinistra, trova l'Osteria". "L'inganno?"; mi chiese conferma l'uomo. "Si", mi affrettai a rispondere per rassicurarlo. In fondo si vedeva benissimo che non era del luogo e sai, lo capisci benissimo che a quell'ora tarda...che saranno state? Le nove passate? Passate da poco si, ma le nove insomma a Febbraio cavolo! E' buio e poi...senza l'ultimo lampione! Si fa per dire, che anche gli altri lampioni, quelli che aiutavano il cammino fuori dal paese....non è che chissà che luce emanassero! Che lì, all'Osteria poi, mica eri certo che ti ospitava: era sempre una scommessa: e per tutti; potevi arrivare da chissà dove e...e che era certo che lei, la Signora, come tutti la chiamavamo, che eri certo che ti dava posto? Ah si, vero, l'Osteria era: "l'inganno"; no, ma che dico: noi, la si chiamava: "l'inganno"; altri la chiamavano: "l'inganno della Signora"; altri, quelli più provati, addirittura: "l'inganno delle donne", facendo di tutta l'erba un fascio. Quindi, per rassicurare l'ometto....che delizia però quell'ometto: un abito semplicissimo, una camicia lisa al colletto che, da bianco che era si vedeva che era lisa anche con la poca luce che c'era. La giacca consunta ed inadatta al freddo che era; pantaloni...a no, quelli non li ho visti bene, ma che fossero abbastanza logori lo si poteva facilmente intuire: anche perché avrebbero stonato con il resto dell'abbigliamento abbastanza misero che era, se così non fossero stati; e larghi: quello lo si notava anche a colpo d'occhio. Dicevo: quindi, per rassicurare l'ometto che si trovava sulla retta via, dissi sia il nome che noi altri si usava per indicare l'Osteria della Signora, e sia il nome dell'Osteria: quello vero. E quello vero quale era? Mah! In quel momento per miracolo mi ricordai il nome dell'Osteria, ma poi? Ce lo siamo tutti scordati il nome: quello vero; a forza di non pronunciarlo mai. Prima l'Osteria, la si chiamava con il proprio nome; poi la si iniziò a chiamare con il nome del marito della Signora: e quello tutti lo conoscevamo: Cesare, o Cesarone, che era grasso grasso e con una risata che copriva il suono delle campane a festa; "dove ci vediamo?": "da Cesarone allora"; oppure: "ho visto nino: ti cercava: era da Cesare"; e così via; ma poi, con la mancanza di Cesarone, l'Osteria la iniziammo a chiamare: "l'Osteria della Signora", poi, dato che la Signora ci portava sempre un menù lungo come una quaresima e appresso la lista dei vini, ma puntualmente quando poi noi ordinavamo ci diceva: "....è rimasto solo lo spezzatino con patate" e quindi solo questo si poteva prendere; e il vino....anche solo quello bianco c'era, ed annacquato quanto basta, e che andava a stonare non poco con lo spezzatino, iniziammo a chiamarla: "L'Osteria dell'Inganno", e poi solo: "L'inganno". Così si restituiva alla Signora il menù lungo una quaresima e si diceva puntualmente: "Allora va bene...spezzatino con patate per tutti?", "si, bene...per me va bene lo spezzatino con patate", e l'altro: "si dai...qui è buono: anche per me"; e l'altro ancora: "per me va bene"; "e da bere?" Chiedeva la Signora pretendendo la risposta; mai che avesse detto: "vino bianco da bere allora?", visto che solo quello c'era. No: noi dovevamo rispondere: "si...va bene vino". Magari qualcuno provava a prenderla in giro o forse a scherzare fra di noi, ci si guardava e si diceva: "bianco va bene?" e gli altri..."si...si...vino bianco va bere". No: io non ho mai preso in giro la Signora; scherzato si; ma preso in giro....no: quello mai; che sapevo quanto per lei fosse la perdita di Cesarone; e che il vino bianco annacquato quanto basta era un piccolo aiuto alle spese. Chissà quando e con chi, qualcuno, qualche parente venuto da dove, non sapendo l'antifona, provava a chiedere: "vino rosso?", a quel punto calava un silenzio che non avvertivi neanche al campo Santo passato il podere dei Pignatelli; si, perché al Campo Santo forse sentivi il sussurro di poche preghiere, ma lì in Osteria, quando qualcuno, e non dei nostri certo, chiedeva: "vino rosso?", no, anche il fiato si tratteneva; i movimenti delle mani e del corpo tutto, si immobilizzavano, lo sguardo fisso sulla tovaglia: nessuno tra noi clienti fissi ci si guardava più negli occhi; i parenti si; gli avventori certo: quelli che non erano a conoscenza del menù fisso, vino bianco compreso; così aspettavano una risposta: incerti per la mancata risposta; increduli da quel silenzio di tomba che calava anche nei pochi tavoli a fianco, con altri di noi clienti fissi che sai....ma quando mai ci siamo fatti gli affari nostri lì a paese, e che ovvio: avevano ben sentito la domanda inopportuna, assurda, sconveniente, che muoveva a commozione. Così, ecco che, ordinare diventava un inganno; o meglio: il portare un menù che non c'era nulla ma solo spezzatino con patate ecco, quello era l'inganno. Ma poi: questo spezzatino con patate, era scritto sul menù? Chissà? Nessuno lo guardava più in fondo quel menù. Poi, come dicevo, qualcuno passò a chiamare l'Osteria: "L'inganno della Signora", e successivamente, associando il comportamento della Signora a quello generico di molte donne o di tutte le donne, secondo il parere di alcuni misogini, l'Osteria prese anche il nome de: "L'inganno delle donne"; ed infine, quando lì, passato l'ultimo lampione: esatto! Quello rotto, raggiungevi il ponte che sovrastava il fiume di almeno sessanta metri e...e come va la vita? Lo sai meglio di me: da quel ponte qualcuno preferì volar giù dopo un ultimo bicchiere di vino bianco annacquato dalla Signora, ecco che ancor più in generale qualcuno...ma pochi e per breve tempo, chiamò l'Osteria: "L'inganno della vita". Ma ciò durò poco, che altrimenti sai....si va a finire che la colpa che quello o quella, ha voluto prendere il volo dal ponte...[quel ponte passato l'ultimo lampione, quello rotto si, esatto], la colpa del volo poi va a finire alla Signora...e che c'entra la Signora? Forse ha solo annacquato un pochino il vino.... Ma torniamo all'omino con la giacca sgualcita ed inadatta al freddo di Febbraio. Sollevò il cappello per ringraziarmi dell'informazione datagli. Che gesto! sollevarsi il cappello! Restai incantato da quel fare. Solo allora feci caso al cappello: era un Lobbia: grigio scuro, o forse nero; ma si notava però mezzo dito di polvere sul cappello che, se anche fosse stato nero, lo rendeva grigio. Ecco: solo quel cappello dava un tocco non indifferente di signorilità all'omino. Perché "omino"? Era abbastanza agile, basso: quasi un nano; un fisico quasi asciutto, le mani...non lo so: teneva i pungi stretti e vicini ai pantaloni. Insomma, non era un Signore di come lo si intendeva noi quando passava un Pignatelli; era piuttosto un agricoltore, un fattore, un mugnaio, un fabbro, un falegname, un carpentiere, un carrettiere, o almeno: poteva esserlo. Alzai la mano per ricambiare il saluto e ci avviammo ognuno per la sua strada. Cercando di essere indifferente, mi voltai appena con la coda dell'occhio a cercarlo, e già era giù, verso l'ultimo lampione funzionante e che emanava una luce che appariva fioca, ma così fioca, che giusto intravidi il riverbero della luce sul colletto bianco della camicia lisa. Vidi l'omino prendere la curva, e sparì. Restai lì, fermo; fermo come un broccolo quasi all'altezza di uno dei lampioni che ora, in verso opposto a quello dell'omino, conducevano invece al paese. Mi tornò agli occhi l'abbigliamento dell'omino: la sua giacca, la camicia, i pantaloni larghi....le scarpe? Perché non guardai le scarpe? Ah si, certo, mi dissi: "per rispetto!"; certo mi confermai da solo: "ma che ti metti ad osservare un omino dall'alto in basso? Che deve star bene a te? Se pure fosse stato scalzo?....tu solo un'informazione devi dare, non far le lastre". E poi: ha sollevato il cappello; e quello non lo fa neanche un nobile: dall'alto al basso che ti scrutano! Così mi trovai felice nell'avergli dato quell'informazione restando con lo sguardo fisso nei suoi occhi; poi sai: tutto il resto gli occhi lo vedono ugualmente vero? L'Anima? Gli occhi vedono l'Anima? Ma io, da dove provenivo? Dal Campo Santo; dal podere dei Pignatelli o dall'Osteria? O.....dal ponte? Ti ricordi come si diceva? "...i cornuti ci ripensano....". E chi si ricorda? Ora che c'entra quella mia domanda sull'Anima? Oh! Che voglia che avevo ricordo, di tornare indietro e raggiungere l'omino, seguitare a parlare con lui, vedere se avesse trovato posto all'Osteria...ecc...ecc... E magari chiedergli: "da dove viene?", seguitare la conversazione con: "un cappello così, pensi, lo aveva il marito di una mia vecchia zia siciliana: zia Paolina, la moglie di zio Vincenzo: due cari zii siciliani, che venivano di tanto in tanto dall'America che lì erano emigrati nel 1890, e ricordo che quando ci salutava, zio Vincenzo diceva: "Good night", con l'accento Siciliano che io ero bambino e sognavo di andare in America, tanto mi incantava quell'accento siculo-americano"...e tutto questo lo avrei detto all'omino solo per carpire la storia sul suo Lobbia, mica per parlare di zia Paolina e zio Vincenzo, che pure meritavano, per il solo fatto di essere emigrati in America, e pure un Lobbia zio Vincenzo aveva. Ma come potevo fare? Sarebbe stata una cosa strana se l'omino mi avesse visto nuovamente; e poi nuovamente visto lì: all'Osteria, dal verso opposto di strada dalla quale provenivo. Guardai in fondo verso il paese, in salita. L'orologio del campanile portava le nove passate: da poco. Alcune luci nelle case erano ancora accese: fioche e gialle come le luci dei lampioni. Quella poteva essere la casa di Bettina; lì appresso, forse Enrico; ma la distanza sai: poteva ingannare. Immaginai Enrico seduto sul divano, costretto com'era dalla sua disabilità; però anche sereno, sereno immaginai, per il solo fatto di star con la madre, di godere della presenza della madre; chissà? O almeno sempre quella sensazione mi aveva dato ogniqualvolta andavo da lui a trovarlo: sereno; solo per il fatto di godere della compagnia della madre! E se la madre fosse morta prima di lui? Mi chiesi con questa giostra di pensieri. Ah! ma io sarei andato da Enrico ogni giorno, ed anche tre, quattro volte al giorno; e ci saremmo presi il caffè insieme, gli avrei portato alcuni dolcetti, ed avremmo letto un libro, ed avremmo parlato di qualcosa, e cavolo però, mi dissi: "ma non fu proprio lui a portarmi in Cina?"; che mi disse: "ci vieni in Cina?"; ed io: "Si", tutto lì. E si partì! E neanche ci conoscevamo ancora! Alla faccia della disabilità! E quanti, mi confidò Enrico, gli avevano detto: "Si"; un falso "Si", prontamente smentito dal comportamento successivo, con il "non" andare, trovando valide scuse, si fa per dire valide; che le scuse sono scuse: e la famiglia, ed il lavoro, ed ora ho da fare questo, ed ora devo fare quest'altro ed ora....ed ora....ed ora. Ma in Cina Enrico ci è stato, ed io con lui; e ci è pure morto; e voi, quei voi che dico io...mica tutti voi; solo: "quei voi": crepate qui coglioni! Nei vostri piccoli paesini; ah no, un momento: non mi riferisco mica alla vita nei paesini; che la vita è vita, ovunque tu la faccia; mi riferisco a quelli che forse, nell'incontrare quell'omino o qui, o in Cina, O a New York, dicono poi fra di loro: "hai visto che nano?"; "hai visto che giacca!", non sapendo neanche definire lo stato di una giacca; "hai visto che scarpe"; "ed il cappello? Tutto impolverato!"; non notando magari che un Lobbia potesse avere un'eternità da raccontare....e se quel Lobbia fosse stato del padre del padre? Come facilmente poteva essere. Se quel Lobbia avesse una storia infinita da raccontare? Se fosse stato in America nel 1890? Anzi: certamente aveva una storia da raccontare; ma bisogna vederla quella storia e non soffermarsi al solo criticare l'altezza di un omino che...che era più signore di un nobile sollevando di quel tanto il cappello come a ringraziare. Mica a tutti i: "Voi" mi riferisco; mica a tutti: "gli altri", solo tutti quelli che dicono "si"; e poi.....e poi c'è il lavoro, e poi c'è la famiglia e poi adesso non ho molti soldi, e poi...e poi....e poi. Crepate nella vostra ignoranza, nella vostra superficialità, nei vostri luoghi comuni, nel criticare, nel giudicare. E l'Anima? Che forse questi: "voi", vedono l'Anima di qualcuno? Figurarsi se vedono l'Anima di un cappello! E se quel Lobbia avesse scelto lui, si: proprio il Lobbia; e se quel Lobbia avesse scelto quell'omino dall'America, per darmi un ultimo saluto? Un omino che se lo solleva, e lui: il Lobbia, saluta un vecchio nipote. Enrico è crepato in Cina, si...vero, sempre morto è, ma non aveva luoghi comuni; ed ha avuto il coraggio di prendere un aereo fino in Cina e morire lì, da invalido che era, che tanto desiderava vedere. Ecco: tutto qui. Ancora ho negli occhi Enrico che, in aereo, mi indicava le luci sottostanti dei paesini, delle città, e diceva: "che città potrebbe essere quella?"; e poi: "guarda! Che distanza sarà tra quella luce e quell'altra, da qui? Saranno almeno cento chilometri?". Così, ogni tanto mi dico: "noi vediamo le luci da qui; le luci dei lampioni; da qui, dalla strada. E lui: Enrico, le vede dall'alto".
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Profilo Autore: tony lavinara  

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forse è ‘n po’ presto
ma mejo ‘na cosa fatta, che quanno è fatta è fatta
che cento che vorresti fa’ e nun te basta ‘l tempo
nun vorrebbe casca’ ‘n tentazione e annammene
magari me tocca anna’ via senza avecce tanta voja
perché si ce penso bene e qualche volta me trovo a pensacce
come le fai le fai nun è certo ‘na vacanza
po’ la peggio cosa e le dico pe’ ‘sperienza
nun te poi porta’ via quelle che te so’ rimaste da fa’
‘mo si so’ cazzate pazienza!
Ma si so’ ‘mportanti, va’ via ‘ncazzato come ‘n picchio
e io le vorrebbe ‘vita’
d’avecce rimpianti pe’ tutta la seconda vita
che nun è ‘no sbavijo come la prima 
nun v’ho certezza, ma dichino ch’è eterna
Io che voleva dì eterna 
c’ho messo ‘n po’ a capillo
ma dietro la spiegazione de ‘n timorato 
l’ho capito, ma me puzza tanto de fregatura
Va be’ chiudemo si no ce famo Pasqua
Visto che pe’ fallo a uno per uno è sempre uno
Le cumulo e le fo’ uno pe’ tutti e tutti pe’ uno
Auguro un buon Natale a tutti i miei amici vicini e lontani.
Anche a quelli che fingono di essermi amici, solo per convenienza.
A tutti i bambini della terra soprattutto a quelli che non avranno
un albero di Natale: alla fine dell’albero potrebbero farne a meno
ma che non avranno Il cenone di Natale e sicuramente neanche la cena e un pezzetto di cioccolata, perché Babbo Natale non ha il frigo: (lui ci fa tanti regali!!!Non glielo avremmo potuto regalare uno?) a pensarci mi sento un po’ verme.
A tutti quelli che hanno ricevuto dall’INPS un assegno di 500 euro: (a dimenticavo la tredicesima, quindi 950 euro).
Buon Natale a tutti quelli che lo passeranno negli ospedali e nei centri per anziani.
A tutti quelli che hanno il focolare ma non la legna.
A tutti quelli che non hanno ne focolare e ne legna.
A tutti quelli che vivono sotto i ponti: speriamo che la Caritas li possa nutrire tutti.
A tutti quelli che stanno in carcere per avere rubato 20 euro di spesa al supermercato.
A tutte le Misericordie e le Croci rosse della terra e tutti quelli che usano il proprio tempo libero per aiutare tutti quelli che ne hanno il bisogno e tanti di loro passeranno il Natale su di 
un’ autoambulanza, Buon Natale ragazzi.
Buon Natale a tutti quelli che non ho potuto nominare, perché altrimenti finirei il
Prossimo Natale.
Dato che ci sono Buon Anno a tutti soprattutto a quelli che ho nominato e ai miei amici poeti
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Profilo Autore: Alido Ramacciani  

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Le sue uniche parole durante il giorno, sono due: "Grazie" e "Buonasera". "Grazie", in tono afono, e "Buonasera", con l'accenno di un sorriso; ovvio, quando non è l'ultimo ad uscire, il che avviene molto raramente. Quindi va a finire che la maggior parte dei giorni, l'unica parola che dice è: "Grazie".
Non che Luis sia un uomo di poche parole anzi, come tutti gli uomini bassi, grassi, e vestiti senza gusto, parlerebbe a non finire; [ma attenzione: le tre condizioni devono sussistere contemporaneamente per un parlare senza fine; e Luis gode di tutte e tre le condizioni allo stesso istante]; solo....non c'è nessuno che lo ascolta, o che lo vuole ascoltare. Il motivo è che lui: Luis, nel mentre che lavora su, al piano rialzato della libreria, nel fare i suoi conti fra quei fogli dal giallo di vecchio che sono, apre il libro che l'avventore ha riportato dal prestito; lo apre alla pagina undici del secondo capitolo, legge la riga ventidue fino alla fine della stessa, e lo richiude. E così per ogni sacrosanto libro che viene restituito alla libreria. E lui, Luis, pretende di costruire una storia, assemblando gli eventi che legge in ordine cronologico, alla riga ventidue, capitolo secondo pagina undici, fino alla fine della riga, su ogni libro restituito, e parlare di questa. E questa storia va avanti da quando Luis lavora in quella libreria, cioè da quando esiste quella libreria, cioè da....da quando scorre quel rio di fronte! Comunque Luis ha sempre lavorato lì e solo lì, che sono ormai quaranta anni fatti lo scorso Settembre. "Settembre! Che mese", pensa spesso Luis quando Settembre arriva. Ed è a Settembre che cerca almeno di dare una veloce sbirciata giù, al di là della vetrata d'ingresso, perché solo a Settembre, ed il giorno ventinove per l'esattezza, cioè quando luis ha preso lavoro quaranta anni fa, vede la stessa luce, riflessa sulla vetrata, di quaranta anni prima, alle ore 17,00 ed un minuto. E forse è l'unico momento che lo porta al di là dei fogli gialli di vecchio che sono sparsi sulla scrivania. No, non è vero! C'è anche un'altra cosa che lo porta fuori dal suo lavoro ripetitivo. Ma, in caso, sarà lui a raccontarla. Comunque...quel: "Grazie", lo elemosina all'aiuto barista che gli porta su il secondo caffè della sua giornata: il primo lo prende da solo, in casa. Ovviamente Luis non alza neanche gli occhi dai suoi fogli, ed accompagna quel "Grazie", con il solo sollevare la matita verso il soffitto umido ed inadatto ad una libreria, e senza quindi guardare negli occhi il ragazzo del bar, che si affretta invece, per sua risposta, a sorridergli con un chinare lento e leggero del capo. Ah! Si! Certo! Dicevo che pretendere di parlare a chicchessia di una storia che non riesce a definire, che non riesce a costruire, è impresa non da poco; ovvio: si può pretendere di costruire una storia iniziando forse...dico così...tanto per dire...da quando Luis lesse la prima riga, nel lontano 29 Settembre di quaranta anni prima, alle ore 17,00 ed un minuto, che diceva: "....e così tutto finì. La vedova sparse sulla tomba, la terra raccolta con il suo guanto bianco", con la seconda frase del secondo libro restituito e letta al secondo capitolo, pagina undici ecc...ecc..., che magari dice: "fece salti di gioia nel vedere rientrare il marito". Insomma, mettere il tutto in ordine cronologico, e pretendere poi di trovare un significato plausibile, come vorrebbe fare Luis, diventa difficile: sembra che la vedova, nel vedere rientrare in casa il marito precedentemente defunto, faccia salti di gioia; e insomma, capite no? E' un po' difficile poi...., bene, affari suoi; lasciamo stare e torniamo a Luis. Insomma Luis si è immerso in una storia tutta sua; è per questo che nessuno lo vuole ascoltare; già, perché.....ah si! Luis ha comunque anche un cognome; si chiama: Gasca. E quando è costretto a presentarsi a qualcuno, ma questo non accade neanche una volta l'anno, dice: "Piacere...." e forse quel: "Piacere", è un termine che va ad aggiungersi al "Grazie" ed alla "Buonasera"; poi aggiunge: "Gasca.....Luis Gasca"; e questo modo di presentarsi, lo ha copiato di sana pianta quando un benedettissimo giorno, lesse al secondo capitolo, pagina undici e così via...il modo di presentarsi dell'Agente Segreto 007 James Bond che, in quella benedetta pagina ed a quel benedetto rigo disse:" Piacere Bond....James Bond". Va bene, che volete! Quaranta anni in una libreria e con un solo: "Grazie" giornaliero! Escluse le Domeniche....Cerco di finire ed arrivare al motivo per cui nessuno vuole ascoltare Luis: Luis, non è interessato al pallone, allo Sport, né alle donne, né al gioco, né alle trasmissioni televisive, dove dice a sé stesso ovvio, altrimenti ci sarebbe qualcuno ad ascoltarlo: "sono solo trasmissioni che ci vogliono dividere! Ma non vedi che la gente tutta è programmata per litigare? E dove portano i litigi e le alzate di voci? Dove? Alla divisione, certo. E chi ha convenienza a dividere l'Uomo?" Ma poi aspetta il ventinove Settembre, per vedere ancora una volta quella luce del sole, alle ore 17 ed un minuto, riflessa sulla vetrata della libreria. Quindi, ecco il motivo per cui il signor Gasca non riesce a parlare mai con nessuno: lui può parlare solo della sua storia che è ancora nella sua testa, e che certo non riesce a srotolare. Anche i bambini, lì, al prato accanto alla sua abitazione, quando lo vedono arrivare da lontano, per fargli dispetto, scappano. Perché una volta alcuni di questi, nel bel mezzo di una partita amichevole di calcio tra loro, si avvicinarono al signor Gasca nel vederlo rientrare in casa, e gli chiesero riguardo il risultato della partita della loro squadra del cuore, quella vera, quella del paese, ma ovviamente Luis non ne conosceva il risultato, non essendo interessato a ciò; solo, non volendo deludere i bambini, si inventò che la loro squadra, aveva vinto per sette a zero; i bambini esultarono, cercando poi di vincere per sette a zero gli avversari di quella partita amichevole; poi vollero fare alcune domande al signor Luis che ovviamente si era affrettato a dileguarsi, non potendo reggere la grossa bugia detta, anche se a fin di bene, così, da quel giorno, i bambini hanno risentimento nei suoi confronti: per la bugia di quel risultato, e per la delusione che provarono poi, nel sapere che la partita vera, quella della loro squadra, non si era neanche giocata...per un motivo che Luis non seppe poi dirmi. Ecco, in conclusione Gasca vuole parlare, o forse può solo parlare di quella sua storia, non definita, non iniziata, tantomeno conclusa, che è nella sua testa; e non riesce ad avere nella sua mente null'altro, non trovando interesse in altre cose. No, non è vero; un altro interesse lo ha: Gasca, è un magnifico suonatore di tromba. Cerca sempre di uscire per ultimo dalla libreria dove lavora, finge di prendere la via di casa, lascia che tutti i commessi siano andati via lungo le loro strade, rientra nella libreria: [anche lui ne ha le chiavi], ed inizia a suonare la tromba; ecco: quella è la seconda via che porta lontano il signor Gasca.
Ah! Si! Un'ultima osservazione: quando il signor Gasca fu costretto ad abbandonare la sua libreria a causa dell'inondazione del rio, nell'andar via con due o tre libri sotto il braccio, salutò con tutto il fiato che immetteva nella tromba, il ragazzo del bar, che si apprestava anche lui, con le ginocchia immerse nel fango, a sgomberare le ultime cose del bar, e nel salutarlo urlo:"Ciao Serafino!". Serafino rimase immobile fuori dal bar che era, girò lentamente la testa, con un sorriso estrasse la biro che aveva nel taschino e la sollevò verso il cielo. Fu la prima ed ultima volta che il signor Gasca vide il bel sorriso del ragazzo.
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Profilo Autore: tony lavinara  

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