Forse le stelle arriveranno a gettarsi sulla terra

come vomitate dal cielo

per scindersi con le nostre esistenze

per placare all’unisono

ogni vortice negativo

che attraversa gli spiriti

mescolandosi in noi

e facendoci eruttare

sotto forma di mille vulcani

nuove lave prive d’ogni male

scindendo incandescenze

che si fonderanno amorevolmente

in acque adoratrici esclusivamente del bene.
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Profilo Autore: Fabio Piana  

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Una volta ho sentito dire che terminato un brutto periodo ne sussegue uno decisamente migliore. “Che cazzata!”. Pensai esaminando la mia condizione. Stavo vivendo uno di quei momenti di incompletezza totale, dove l’unica cosa che vorresti è l’abbraccio di un amico. Non mi sembrava di chiedere molto, ma nessuno tra tutte le mie amicizie amava mostrare i propri sentimenti. Chiamali amici : quando decidono di farlo, ti scrivono solamente se hanno qualche bega da risolvere; nessuna proposta per uscire a bere qualcosa insieme o passare una serata a chiacchierare. Quando le tue amicizie scelgono di percorrere la propria strada, ci si ritrova con “amici” single che da poco hanno lasciato la ragazza (o che sono stati scaricati). Da qualche tempo Andrea faceva parte di questa categoria. Partecipai con lui ad un evento che si tenne in una giornata tiepida ma poco soleggiata. A partire dal 10 settembre, in quel di Mortara, si svolse la Sagra Dell’Oca  : cortei, bancarelle di prodotti tipici, sbandieratori e un marasma di gente senza precedenti. Nell’anno 2016, dati gli impegni lavorativi, decidemmo di assistere solamente all’ultimo giorno di festa, ovvero il 25 settembre. In sua compagnia, guidai la mia macchina ansioso di raggiungere la meta. Nei pressi di Gravellona Lomellina si presentò alla nostra destra un vecchio cancello. Osservando di sfuggita la ruggine che lo ricopriva, non decifrai esattamente da quanti anni poteva essere chiuso. Tra battute e imbarazzanti imitazioni, ricordai quel pomeriggio. Era un sabato uggioso; la classica giornata in cui l’unico rimedio alla depressione è quello di bere in un bar con gli amici. Sorseggiando birra in compagnia di Tano, Dario e Lino, discutemmo sul da farsi della serata. “Andiamo in discoteca!”. Propose Dario. Solamente ad udire la parola “discoteca” la mia pelle fu percorsa dai brividi. Tano e Lino sembrarono non aspettare altro, considerando la proposta alquanto eccitante. Dopo il mio rifiuto cercarono in tutti i modi di convincermi.

La loro insistenza durò circa mezzora; alla fine ci riuscirono. Unico inconveniente : non avevo nessun abito adatto per entrare al VisViva.

“Nessun problema”. Disse Lino. “Ci penso io!”. Il mio amico si offrì volontario a recarsi a casa mia per cercare dei vestiti. Rovistando nei cassetti della mia stanza finalmente trovammo l’abbigliamento. Non ricordai nemmeno di possedere quella camicia e l’imbarazzante maglione giallo.

L’impatto con il mondo discotecaro fu pessimo : dopo soli quindici minuti non vidi l’ora di essere sotto le coperte in compagnia de “Il Libro Degli Spiriti” di Allan Kardek. Quando ci si trova in posti del genere, l’unica soluzione per allontanare il disagio è quella di attaccarsi al bicchiere. Quando i soldi per le consumazioni finiscono è un casino : ti trovi a vagare senza meta evitando quelli che ti vengono addosso ballando quella musica ridicola.

Puntando lo sguardo verso i divanetti ai lati della pista, mi accorsi che vi era un’altra persona nelle mie condizioni : sola ad osservare quella bolgia assurda. Sedendomi poco distante, non osai nemmeno pensare di rivolgerle la parola. La mia intenzione fu quella di osservarla più da vicino, dato che in quel chaos di riflettori le facce apparivano confuse. Sentendosi osservata, lei si alzò dal divanetto. Come impaziente di prendere una boccata d’aria, la vidi dirigersi verso l’uscita. Non potevo lasciarmela scappare così; tra spintoni e insulti sottovoce al “popolo della notte” finalmente giunsi all’esterno. Fuori dal locale la situazione non cambiò di molto : persone ammassate in ogni angolo con tanto di sigarette e cocktail tra le mani. Non vedendola pensai di averla persa per sempre in tutto quel casino. Mi sbagliai : osservando l’unico spazio libero, la rividi magicamente. Il suo dolce corpo questa volta era appoggiato ad un colonna bianca, alle sue spalle il buio della notte. Quando mi avvicinai a lei per la seconda volta, decisi di adottare serie intenzioni. Se non mi avrebbe risposto fa niente, me ne sarei tornato dentro a vegetare. Con l’agitazione alla massima potenza mi sfiorò l’idea di lasciar perdere, ma non potevo rinunciare; troppe occasioni perse.

“Sei stata trascinata anche tu?”. Già mi ero pentito di averle posto una domanda simile.

“Come?”. Quanto amore in quello sguardo interrogativo.

Non sapevo se ero in grado di ripeterle la domanda : “Trascinata. I tuoi amici ti hanno trascinata qui?”.

“Ah… si, esatto”. Anche il sorriso appena accennato era stupendo; I lisci capelli rossi accuratamente raccolti, lo erano ancora di più.

“Io sono Stefano”.

“E io Carol”. La sua mano era fredda, tanto fredda.

“Posso offrirti qualcosa da bere?”.

“Non disturbarti”. In quel momento sembrò più interessata a messaggiare al telefono.

“Beh è un piacere”. Le dissi sorridendo.

“Hai davvero voglia di ritornare in quell’inferno?”.

“In effetti… ripensandoci, non capisco come certa gente possa divertirsi in questo chaos”.

“Non dirlo a me, se non fosse stato per il compleanno di Cristina mai e poi mai sarei venuta qui”.

Per mia gioia il discorso proseguì e scoprimmo di avere gusti musicali molto simili. Anche se ci conoscevamo da pochi minuti, il desiderio di baciarle le labbra fu dietro l’angolo. Quanto avrei voluto trasformarmi in una delle sigarette che delicatamente aspirava e consumava con classe.  

“Non ti ho ancora chiesto di dove sei”.

“Abito a Semiana”.

“Non conosco, dov’è?”.

“Un po’ distante da qui, ma non ti perdi niente. Qualche casa diroccata, qualche agriturismo”.

“Dici poco, adoro la Lomellina”.

“Non dovevi girare a destra?”. La voce di Andrea mi riportò alla realtà.

“Si… hai ragione”. 
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Profilo Autore: luke676  

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Quello fu l'inizio di una serie di appuntamenti sempre più frequenti, che si propagarono per tutta l'estate.
Mentre Gina e Francesco erano già una coppia, io e Alessandro, eravamo....... ancora amici?
Dopo quella sera non avevamo mai parlato chiaramente della nostra situazione.
La vivevamo come veniva, senza dichiarazioni o impegni troppo seri. 
Non era da me buttarmi tra le braccia di un ragazzo appena conosciuto, ma non si può mai dire nella vita, c'è sempre una prima volta.
C'era stato qualche altro bacio tra di noi, ma non come quello.
Volevo fare le cose con calma e credo che lui l'avesse capito.
Si creavano momenti romantici, occasioni, ma nel momento in cui ci avvicinavamo, lui mi dava il solito bacio sulle labbra o sulla guancia e poi si tirava indietro.
S'imbarazzava talmente tanto poi che, non sapendo bene cosa fare, si alzava di scatto e sembrava un bambinone grande e grosso impacciato o partiva di scatto con la macchina, lasciandomi senza parole davanti casa.
Non so perchè, ma arrivai alla conclusione che non gli piacevo poi così tanto e voleva solo amicizia da me.
In fondo era quello che volevo, fare le cose con calma, ma a volte mi evitava e non si faceva sentire per qualche giorno.
Comunque una cosa era certa, c'era qualcosa che non andava, era partito troppo a razzo e inevitabilmente finito a... ehm...
Era possibile che si era sbagliato? 
Era possibile che si era reso conto che non ero come si aspettava?
Bè... poteva starci tutto, ma non me la raccontava giusta!
Era come se qualcosa lo trattenesse e non era di certo timidezza. 
Dubbi e perché non trovavano risposta e a scervellarsi senza chiarimenti non si arrivava da nessuna parte!
Una mattina, una settimana prima di ferragosto, uscii prima della pausa pranzo dalla libreria per sbrigare delle commissioni per la signora Giovanna, la titolare della libreria.
Girai come una trottola per riuscire a fare tutto ciò che mi aveva chiesto e avevo proprio voglia di un caffè, di ritagliare cinque minuti per me.
Entrai nel bar di Dario, che frequentavo spesso con Gina, quando uscivamo per due chiacchiere, e ordinai il mio caffè.
Dopo il caffè era d'obbligo la sigaretta, almeno per me.
Feci due passi e arrivai al parco.
Mi sedetti su una panchina, accesi una sigaretta e i pensieri iniziarono a vorticare nella mia testa.
"Ale Ale Alessandro!... Oddioooo!... Avrà bisogno di tempo? Non gli piaccio così tanto?... Oddio nooo! Vuole solo divertirsi!... no dai!... E se... se fosse così?... grrrrrrr... Oddioooooo ha un'altra... ha un'altra!..." pensai cambiando posizione di continuo su quella panchina.
Sbuffando e alzando lo sguardo, dei bimbi che giocavano a rincorrersi, attirarono la mia attenzione, ne fui conquistata e i pensieri si dissolsero.
Almeno riuscivano a distrarmi da quei pensieri contorti.
«Presooooo! Ora tocca a te prenderci!» disse una bimba dai lunghi capelli ricci che molleggiavano ad ogni movimento che faceva.
«Corri corri Lucaaaa!» disse un bimbo biondo e le loro risate mi scaldarono il cuore.
Mi rilassai e sorrisi.
Continuai a guardarli per un pò e ridevo divertita, quando facevano espressioni buffe o dicevano qualche frase pronunciata male.
Che tenerezza!
Un momento di gioia e serenità in mezzo ad una giornata frenetica.
Gettai il mozzicone, mi alzai e mentre mi voltavo per andare via, notai un ragazzo e una ragazza vicino ad un albero che parlavano e ogni tanto ridevano e lei emetteva degli urli. 
M'incuriosii.
"I soliti ragazzetti che si fanno gli scherzi!" pensai e sorrisi.
Ad un certo punto il ragazzo disse qualcosa ad alta voce...
"Mi sembra di conoscerla... questa voce!" pensai dubbiosa.
«Vieni qua!» disse lui ancora ad alta voce e rideva divertito.
«Eh no! Devi prendermi tu!» gridò lei, ridendo divertita a sua volta.
"No no! Io sta voce la conosco proprio!" pensai convinta e m'irrigidii.
Dovevo sapere, decisi di osservare meglio per capire se mi sbagliavo o no sul mio sospetto.
Mi spostai di qualche passo per avere una visuale migliore sui due ragazzi e mi nascosi dietro un albero, non molto distante.
Non so perché, ma mi agitai un pochino, forse per paura di essere scoperta e scambiata per maniaca o guardona o cose simili, oppure perché avrei visto qualcosa che non avrei voluto vedere.
Mi scostai di poco dall'albero con la testa.
Il ragazzo era di spalle, le mani in tasca e lei di fronte a lui che rideva.
Parlavano di qualcosa ma non riuscivo a sentire bene, sentivo soltanto l'agitazione salire.
Il cuore mi andava a mille e deglutii piano.
"Ok finora non ho visto molto!... Eddai! Da bravo spostati e girati, così ti vedo bene... dai!" dissi a lui mentalmente. 
Lui era ancora di spalle, con le mani sempre in tasca e lei di fronte a lui e parlavano ancora, lei lo abbracciava stretto cingendogli il collo, poi ridevano e schiamazzavano, lei gli dava qualche bacio sulla guancia...
"Dai!... Non posso stare qui tutto il giorno... girati, cazzo!" pensai leggermente irritata, quando una terza voce attirò la loro attenzione.
Si voltarono entrambi di lato, verso quella voce ed ebbi la risposta alla mia curiosità.
«Ehi Jacky Martino! Come stai amico? Era da un pò che non ti si vedeva da queste parti!» disse a lui.
Il mio cuore perse un battito e mi si mozzò il respiro.
«Ehi amico! Tutto ok! Sono stato un pò in giro!» rispose lui ironico.
Sbiancai.
«Ciao Lara! Sempre appiccicati voi due, eh?» disse quel ragazzo.
«Lo sai che siamo culo e camicia io e Lara!» rispose Jacky divertito portandosi una sigaretta alla bocca.
Stavo per svenire.
Non credevo ai miei occhi e alle mie orecchie.
Jacky era lì a pochi passi da me.
Uscii da dietro l'albero con le gambe tremanti, dovevo andarmene.
Lui era lì, con una ragazza con la quale stava... 
Che stavano facendo? 
Giocavano... flirtavano... cosa? 
Era la sua ragazza?
Potevano vedermi chiaramente, mentre mi ponevo altri maledetti quesiti che mi confusero ulteriormente, ma rimasi lì di sasso. 
Lo vidi irrigidirsi di colpo, e fermare la mano a mezz'aria con cui teneva l'accendino. 
Tolse piano la sigaretta dalla bocca, prendendola tra le dita e lentamente la ripose nel pacchetto. 
Si guardò intorno, dandomi di nuovo le spalle e voltò la testa lentamente, da sinistra verso destra, come se avesse sentito qualcosa, come per cercare, come per vedere qualcosa o qualcuno. Sospirai.
L'altro ragazzo e la ragazza parlavano tra di loro e si erano allontanati di qualche passo.
Certo, potevano essere coincidenze, potevo essere io a fraintendere, potevo essermi sbagliata su quello che avevo visto e sentito e tutto quello che vi pare, ma non ero di certo contenta.
Ero contenta di vederlo...
Non ero contenta di aver visto...
Vabbè... ero parecchio confusa e basta!
Volevo scappare via da lì, sparire, trasferirmi per teletrasporto altrove... ma rimasi lì immobile, come una statua, a fissarlo, ad osservare i suoi movimenti.
Era diverso.
Era più bello dall'ultima volta che ci eravamo visti, sette anni prima.
I capelli erano più scuri, forse perchè li aveva tagliati, erano molto corti.
Il corpo era muscoloso e definito.
Aveva anche la barba di qualche giorno...
Oddio!
Che volo frenetico di farfalle nel mio stomaco!
Doveva aver sentito il mio sguardo bruciargli la schiena, perché ad un certo punto si voltò di scatto verso di me e per qualche secondo rimase a fissarmi, poi sorrise.
Oh.Mio.Dio!
«Anna!» esclamò a mezza bocca, rimanendo immobile.
I due ragazzi guardarono lui e poi verso di me.
Mi ripresi per un attimo e invece di rispondere, col cuore in gola, mi girai di spalle e scappai come una ladra, correndo più del vento.
Mentre correvo, le lacrime iniziarono a pungermi gli occhi e offuscarono la mia vista, così rallentai.
Ero agitata e affannata.
Una miscellanea di emozioni, del passato e del presente, mi trapassavano il petto e mi annebbiavano la mente.
Dopo un pò di strada percorsa, sentii afferrarmi, cingere la vita da un braccio forte che mi bloccò la schiena ad un petto e un respiro affannato mi alitava sui capelli.
Emisi un urlo, con quel poco di fiato che mi rimaneva, e mi irrigidii tremando.
Ma sapevo chi era.
Lo riconobbi subito, avevo avvertito la sua presenza alle mie spalle mentre correvo e al parco, così com'era successo a lui con me, prima di voltarsi.
Poi da quello stesso profumo che mi mandava in estasi ogni volta e non feci altro che restare così, immobile e affannata.
L'abbraccio diventò più forte, perchè mi avvolse anche con l'altro braccio.
«Anna!» sussurrò Jacky sui miei capelli e brividi per tutto il corpo, mi fecero fremere tra le sue braccia.
Non mi mollava, sentivo i suoi muscoli contrarsi, quando mi muovevo appena e non volevo essere mollata. 
Sentivo il suo respiro, il suo cuore battere contro la mia schiena, allo stesso ritmo del mio e non accennavano a calmarsi.
«Jacky!» sussurrai e le lacrime scendevano ancora di più.
Misi le mie mani sulle sue braccia, bagnate dalle mie lacrime e le accarezzai, per asciugarle.
Emise un sospiro leggero vicino al mio orecchio che bastò per sentire un altro brivido lungo la schiena e strinsi di più la presa sulle sue braccia.
Le lacrime scendevano copiose e non c'era verso di fermarle.
Era un pianto silenzioso il mio, trattenuto fino a quel momento, poi scoppiai singhiozzando.
«Non piangere... non piangere... ti prego!» mi supplicò sussurrando e stringendomi a sè.
Buttai fuori tutto quel pianto represso e pian piano riuscii a calmarmi.
Ma quanto poteva durare ancora quel momento?
Mi piaceva stare così, troppo!
E non servivano parole, bastava la reazione dei nostri corpi, dei respiri, a parlare per noi.
Col tempo non era cambiato nulla.
Le emozioni e i sentimenti erano di entrambi e per entrambi, forse più amplificati.
Poggiò la sua fronte alla mia testa e respirò piano.
Ma in un attimo di lucidità, però, tolsi le mani dalle sue braccia, mi asciugai il viso, lui mi baciò la testa dolcemente e lentamente tolse le braccia, sfiorando i miei fianchi con le sue mani.
Tornai a respirare regolarmente.
Rimase dietro di me.
Non sapevo se sarei riuscita ad affrontarlo in quel momento, guardandolo negli occhi, ero troppo provata.
Così pensai che andare via, senza voltarmi, fosse l'idea migliore.
Feci appena due passi, lui doveva aver capito le mie intenzioni e mi afferrò un braccio.
D'istinto mi voltai velocemente per dargli uno schiaffo, ma lui fu più rapido ad avvicinarsi a me e mi baciò piano sulle labbra.
La mia mano rimase a mezz'aria e il cuore ricominciò a correre. 
Quando quel bacio diventò dolce e carico di sentimento, chiusi gli occhi e l'abbassai sulla sua nuca e lo attirai più vicino a me.
Non capii più niente.
Mi strinse forte tra le braccia.
Svanì tutto intorno a noi e la sensazione che provai fu indescrivibile.
Quel bacio non aveva più fine, lento, dolce, le lingue che danzavano piano. 
Si staccò dalle mie labbra di poco e aprii gli occhi, incontrando i suoi, azzurri e profondi.
«Mi sei mancata!» sussurrò sulle mie labbra e affondò di nuovo nella mia bocca.
Mi sentivo leggera e felice, lui era il mio paradiso in terra.
Si staccò di nuovo.
«Resta con me!» disse sottovoce, guardandomi negli occhi con malizia.
Ma mi risvegliai da quel sogno e m'irrigidii, ripensando al suo abbandono.
«Io... io non posso!» dissi scuotendo lentamente la testa.
La magia svanì e iniziai a sentire freddo.
Sciolse l'abbraccio continuando a guardarmi negli occhi e scappai via, senza dire altre parole, lasciandolo senza parole.
Lui non mi seguì.
Tornai in libreria stravolta e corsi in bagno.
Mi guardai allo specchio e mi avvolsi le braccia al corpo.
Chiusi gli occhi e sospirai.





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Profilo Autore: Anna  

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“si, pronto “
“oi Kal che fai ora?”
“niente, facciamo un caffè? “
“ti ho chiamato per questo.” 
“dai, a fra poco”.
Pochi minuti e ci trovammo nella cucina del collegio a chiacchierare, mentre lento e borbottante saliva il caffè. 
Spesso ci si ritrovava li, e nell’ultimo periodo in particolare eravamo più incoraggiati ad andarci, chè una ragazza, molto affascinante e carina che abitava li, s’affacciava a prendersi un caffè con noi. Ovviamente essendosi Buch fidanzato da un po’ con Fra, ero io ad interessarmi ad Elena, così si chiamava, e abbarbagliavo Buch ogni pomeriggio per prenderci il caffè con lei almeno finché io stesso non sarei riuscito ad ottenere più confidenza. Perciò eravamo li anche quel pomeriggio, l’ambiente era calmo, fuori soffiava il vento e il cielo era grigio come il pavimento della cucina e pareva di essere avvolti da nebbiolina piatta, oltretutto, regnava il silenzio. Non una voce. Dopo un po’, il caffè era pronto, le sigarette rollate, e lei, così stupenda entrò. I suoi capelli tinti di nero d’ossa, come neve candida calavano valanga sulle sue spalle femminine ma resistenti. E i suoi occhi s’illuminavano ad intermittenza, come alcune stelle del cielo nella notte di San Silvestro. Poi, sinceramente, non ricordo altro. La mia mente se il mio cuore batte troppo non riesce a memorizzare i tratti. E in quel caso batteva abbastanza. Quando entrò feci finta di nulla. Per un secondo, poi pacato salutai 
“ciao Elena”
Poi Buch ripetè anch’esso, poi lei di risposta
“ciao ragazzi” con un sorriso stanco, ma dalla forma bella come la luna dopo il plenilunio. Ci mettemmo a parlare, parlava d’arte mentre i suoi soliti occhi danzavano, talvolta sulle mie pupille e talvolta su quelle di Buch. Parlava di Pollock e Salle di Kubin e Schiele, stava studiando le avanguardie e tutto il ‘900
“un periodo d’oro!” ripeteva distendendo le labbra e aggrottando le sopracciglia. Stavo anch’io studiando le avanguardie ed era piacevole ascoltarla. Ero perso nel suo viso, quasi non parlavo, quasi sudavo, ma nulla traspariva ne dai miei occhi ne dalla mia gestualità, tutto andava bene. Di lì a poco ci salutammo, augurandoci, tutti a vicenda, buono studio, buon pomeriggio e buona sera. Lei, quindi, se ne stava andando con i suoi capelli lisci verso la porta. La apre. Fa per uscire . Ed io, preso da un impeto d’orgoglio e formicolio di stomaco, la fermai.
“ELENA!” 
E si fermò, e girandosi sorrise, e si, ancora una volta. Ed io, ancora una volta, perso nel suo sguardo, in quell’attimo spento che quasi tremavo le dissi 
-Mi daresti il tuo numero? - 
e poi, prendendo brevemente fiato
– magari domani ci sentiamo per prendere il caffè- 
Me lo dette e salutando se ne andò. Da quel momento un po’ per paura, un po’ per orgoglio non la chiamai mai. E lei, non s’affacciò più per il caffè; Un po’ per orgoglio, un po’ per amor proprio. Non s’affacciò più per il caffè
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Profilo Autore: Kahl  

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Stanco in mia giunta inevitabil vecchiezza, siedo sul mio usato e morbido scanno,

sotto il mio umile, ma decoroso tetto a ponente rivolto, là dove muore il sole;

e posando lo sguardo sulle vecchie e devote fronde a me di fronte e allo zefiro frementi,

sono spettator attento e malinconico dell’irrefrenabil fuggir del tempo.

Di molti eventi del passato tempo queste arboree ombre ora mi parlano,

quando la mia vita ancor mi sorrideva e m’illudeva di mille cose,

e m’incantava con le sue lusinghe vaghe, che m’allietavano il cuor.

Questi arborei monumenti mi rimembrano anche i giorni più tristi, gli affanni,

gl’inganni estremi; le grandi tragedie vissute, che ancor soffrire mi fan; e mesto.

Hai! Quanto possono essere amare le ricordanze e quanto acerbo il fiele.

Lo stormir del vento in questa verde famiglia fa volare il suono, che dolce m’arriva,

come un canto d’amara dolcezza, che udii tanti anni fa quand’ero bambino;

sento la voce del mio caro e buon padre; quella dell’adorata madre e della soave zia materna

con i quali convivevo; odo il loro riso frequente; le dolci raccomandazioni quando m’assentavo;

la loro gioia d’avermi vicino; la buona notte e il gioioso risveglio……E scomparvero.

E’ forse solo un sogno il passato tempo? È un’illusione la loro passata esistenza?

E la mia profonda solitudine? Vagheggio la loro fuggita presenza?

Tutto è confuso nella mente mia, ma le fronde amiche ed immobili non mentono;

rimembrano e ripetono tutto il fuggito tempo, anche se la mia ragion s’invola.

Siedono sempre custodi del mio continuo divenire, là nel morbido tappeto erboso,

e dall’infuriar dè nembi e dai cocenti rai estivi mi fanno schermo,

giovandomi di freschezza, consolazione e dolci effluvi, l’aere impregnando.

La sera, quando il sol rosseggia ad occidente, mi par d’intraveder i loro dolci volti,

avvolti in roseo velo e appena significanti, che mi fan sospirar.

M’assopisco pensando al perché dell’esistenza umana e dell’altre specie vive.

Perché tanti dolor e a qual ultimo scopo tende la nostra fugace vita?

Forse una divinità suprema e clemente accoglierà il nostro spirito in un remoto e dolce albergo

pieno di luce, di musica soave, di pace e serenità come ardentemente bramo;

o forse un orrido abisso ci avvolgerà e c’inghiottirà per l’eternità.

Così meco ragiono, finché il sonno m’avvolge e il tutto oblìo.

Al mio risveglio è buio e tutte le forme sono ombre vaghe che percepisco appena;

le fronde parlano ancora quando il vento appena le sfiora, ma il loro canto è indistinto e tenue.

I monumentali pini sono un pio albergo per le aeree specie che, silenziose, attendono il nuovo sole;

poi tutto sprofonda nell’oscurità della notte e solo le pie stelle tremano lassù nell’infinito.

Esse rappresentano l’anime dei nostri avi, che dall’oscura volta rallegrano la nostra esistenza.

Forse morendo diventeremo stelle e, clementi, l’umana specie consoleremo. 
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Profilo Autore: Luigi  

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Vivo solo per te
Sei il mio respiro
Il mio unico 
Grande Amore
Passerò a scrivere ogni giorno
dei nostri ricordi ed emozioni
dove abbiamo vissuto da bambini
nella nostra città 
Eravamo legati da un filo rosso fin dalla nascita
così vicini e poi il tempo fu nostro
Ti porto con me nel mio mondo
Felicità e  Amore
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Profilo Autore: Eleonora Carullo  

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A capo chino, ma senza piegarmi troppo, comincio ad entrare nell'antro dei miei desideri. È un posto bellissimo, pieno di colori e al mio tocco, tutto suona e si illumina. Mi lascio sollevare dal respiro di leggiadre ballerine e dal ticchettio di orologi e carillon. Nel mondo che vorrei, ritrovo i personaggi delle mie favole, come ad esempio la bellissima Biancaneve, che ama tanto il suo principe azzurro e vive con lui perennemente felice e contenta. C'é anche Pinocchio con la fata turchina! Quante volte, da bambina, dopo aver detto una bugia, mi toccavo il naso, temendo che mi crescesse per davvero e quando smettevo di dire bugie, perdevo anche un po' di fantasia. Persino Peter Pan é cresciuto e assieme a lui sono svaniti tutti i miei sogni e un'isola che non c'é, ma che vorrei tanto ritrovare. Ora ho solo voglia di rientrare nel piccolo mondo, per cercare la mia bimba smarrita. Voglio appisolarmi con lei sotto un fungo, aspettando che mi sveglino gli gnomi e se smarrisco la bussola, mi lascio guidare dall'istinto. Desidero addentrarmi lentamente spero di non dovermi riflettere in specchi deformanti o vedermi costretta a combattere con draghi dalle narici infuocate. Ho necessità di ampliare i miei orizzonti e voglio affrontare i miei limiti e polverizzare i miei fantasmi. Spero solo di essere all'altezza. Non so ancora bene, quale statura voglio raggiungere. Comincio con l'arrampicarmi sui muri, sulle montagne e anche sugli specchi. Ho tanta voglia di sfidare l'impossibile! Il pensiero vola ed insieme ad esso, anch'io comincio a planare. Indosso ali piumate, perché sono tinte d'azzurro come il cielo e io, di celeste voglio vivere. Non mi muovo, ma i miei pensieri si, ed io li seguo. Disegno cerchi nell'aria con nastri d'argento e ballo tra le nuvole, cingendomi di seta. Mi materializzo ovunque. La mia ubiquità mi consente di essere dappertutto ed io mi ritrovo contemporaneamente in templi buddisti e ai piedi delle piramidi egizie. Quando miei doppi, si sbizzarriscono e divengono occhi di fuoco, io vedo oltre. Giungo sulla cima di un monte e provo a vedere giù per capire se posso volare e per quanto tempo. Come Icaro, mi munisco di ali posticce, atterro sui fiumi o prati e su tutto quello che mi affascina. Il mio desiderio non é quello di guardare dall'alto verso il basso per un senso di superioritá, ma é solo voglia di ampliare la mie prospettive. Poter guardare giù, come fanno gli uccelli é  meraviglioso. È come se dal paradiso, si potesse guardare oltre le nuvole, nelle case e finanche nelle persone. Piccole formichine affannate e laboriose, appaiono gli uomini, se li guardi da un'altra prospettiva. È una visuale più ampia. Sei infinitamente felice quando voli. Se tutti avessimo le ali, saremmo costretti a guardare su, giù e tutto ci apparirebbe ampio, enorme e non si smetterebbe mai di guardare. Io nel frattempo, continuo a smarrirmi nel mio piccolo mondo, sperando di ritrovare tutto ciò che col tempo ho perso...


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Profilo Autore: Giovanna Balsamo  

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Tu germoglio ed io serra madre. Ti espandi nel tuo provvisorio nido e manine, piedini e genitali, cominciano ad assumere forme dai contorni ben definiti. Ti nutri di me. Pensi, cammini, ridi con me e piangi le mie lacrime. Ammiriamo con emozione albe e tramonti e ci piace l'odore del pane appena sfornato. Adoriamo tutto ciò che è caldo. A volte ci avvolgiamo infreddoliti in enormi coperte metaforiche, dando vita ad immense e soleggiate distese di verde. Voliamo su campi fioriti e enormi girasoli volgendo lo sguardo verso di noi ci sorridono compiaciuti. Corriamo gioiosi fra caprioli, gazzelle, fino a cadere stremati su biondi giacigli di paglia che ci avvolgono in morbidi abbracci. Divoriamo tanti dolci che ci fanno prendere peso, ma a noi non importa perchè dopo un'abbuffata siamo più contenti. Durante questo meraviglioso viaggio condividiamo sentimenti, paure, ansie, emozioni. Siamo una bella coppia noi due. Questo stato di grazia di cui la natura mi ha fatto dono, ha amplificato le mie percezioni. Nulla è come prima. Sorrido, piango e sento sapori e odori mai avvertiti in precedenza. Questi sensi risvegliati dal torpore, si palesano sprigionando sensazioni sopite e mi sento sproporzionatamente sensibile, attenta e primitivamente coinvolta in un turbine di struggenti emozioni. La maternità ci rende persone migliori perché ci completa. Alcune donne poco coraggiose abbandonano i propri figli. Non puoi staccarti un arto e buttarlo nel pattume. Non è naturale. Noi due ci siamo e rimarremo uniti sempre. La gente ci sorride, ci fa sentire importanti. Siamo coccolati e quando ci guardano con tenerezza, noi siamo felici e ci sentiamo unici e invincibili. Oggi ti hanno fotografato e mi hanno detto che sei un maschietto. Che strana sensazione avere dentro di sè un corpicino col sesso diverso dal tuo. Le donne per natura sono abili a ricevere e contenere. Il pene ti penetra e tu gentilmente accogli i suoi semi che lasci germogliare dentro di te, avendo cura di custodire al meglio ciò che ti è stato donato. Che meraviglia la natura. Tu, da semplice virgulto quale eri, ora sei divenuto frutto e vita. Il tempo passa e ti espandi a dismisura. Non posso più contenerti. Sono pronta per accoglierti. Il latte è caldo. Ti aspetto. Ho paura e penso che anche tu ne abbia. Ora che dobbiamo separarci mi sento vulnerabile e provo un'infinità di emozioni contrastanti. Sento tanto dolore. Una mano mi penetra e fruga nel mio ventre. Rabbia, paura e poi un vagito, un pianto, tante risate, sorrisi, felicità e lacrime. Non sei più in me, ma fuori di me, sopra di me. Sei caldo, impaurito e incredibilmente piccolo. La luce abbagliante a cui non eri abituato, ti sta accecando e non sai nemmeno dove ti trovi, né perché. Piangi. Hai freddo e fame. Fra un po' ti nutrirai ancora di me. Sapientemente dovrai attaccarti al seno e surgere per saziarti. E' una sensazione nuova, ma appagante. Sei un piccolo guerriero che appena nato riesce a guadagnarsi il cibo con le proprie forze. Ciao combattente. Sei giunto al termine del viaggio più importante della tua vita. Impararerai a camminare, a parlare, a scrivere, leggere. Io ti accompagnerò durante il tuo cammino e ti sarò vicino. Asciugherò le tue lacrime e ascolterò le tue paure. Sarò tua compagna e consigliera . Se saprai e vorrai ascoltarmi ti insegnerò ciò che ho imparato. Alcune scelte dovrai farle da solo e dai tuoi errori imparerai. Ti farò da guida e ti insegnerò a guardare, ragionare, scegliere. Poi ti lascerò solo e tu rammenterai tutto ciò che hai appuntato nella tua memoria, attingendo nozioni dal diario della vita che insieme abbiamo scritto. Percorrerai viali alberati, strade buie, sentieri illuminati. Vincerai medaglie e assaporerai sconfitte. Cammina sempre con fiducia. Volgi lo sguardo verso l'alba, ma non abbatterti mai al tramontare del sole. Non vergognarti del tuo pianto, ma abbi compassione per chi vuole pietrificarti il cuore. Costruisci dighe per arginare straripamenti, attraversa fiumi e impara a remare. Leccati le ferite senza compiacertene troppo e cammina. Vai avanti e non fermarti mai. Assapora la vita che ti ho donato e fallo con amore, fiducia e coraggio. Cadi e rialzati. Fermati per riposare e poi continua a viaggiare. Quando sarai stanco di camminare, dispiega le ali e vola.

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Profilo Autore: Giovanna Balsamo  

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Non cercavo amore, affetti o altro. Viaggiavo per le vie del mondo come uno che non vuol sentire, né vedere. Volevo trascorrere il mio tempo nell’effimero, godendo solo di quel che il mondo offriva. Ma non è possibile che l’uomo non cerchi niente. Da quando è nato, l’esplorazione, la ricerca e quindi l’acquisizione sono state le sue prime iniziative. Probabilmente anch’io mi sono assoggettato a queste prerogative, solo che non mi piaceva riconoscerlo e mi rifugiavo nel mio mondo, pieno di ricordi e di favole. Un sognatore…distaccato. Non che mi dispiacesse…anzi ! Mi potevo trasformare al bisogno nell’uomo duro, fascinoso, gioviale, divertente a secondo delle esigenze che mi si proponevano. Pensai addirittura di amarmi da solo e non solo perché il cuore aveva smesso di battere o avesse deciso di farlo, quando, memore di antiche delusioni, aveva smesso di credere in se stesso. Per questo non mi ero accorto di lei, non in modo determinante. E invece avrei dovuto capire tutto dalle sue parole, dai messaggi “subliminali” che mi mandava mascherati da scherzi, frizzi e lazzi, ma che andavano dritti al centro del bersaglio, mentre io, credevo di menare la danza in un gioco in cui  ero perdente prima di cominciarlo. Aveva deciso tutto lei e, con grande intelligenza, aspettava la mia presa di coscienza. Non forzò nulla, lasciò che tutto avvenisse naturalmente, perché doveva avvenire ! Per fortuna caddi nella sua trappola e ripresi quel vigore dei primi anni della mia gioventù ed ora sogno ad occhi aperti, senza nevrosi, senza doveri, senza ossessioni, di essere me stesso, realmente io. Lei, ora e qui e mi guarda divertita, quasi aspetti una risposta alle precise domande che i suoi occhi mi pongono. Le dirò che ha rigenerato un cuore arido, che mi ha recuperato dal limbo dove mi  ero nascosto, le dirò…le dirò semplicemente : Scusa, tesoro, avevo il cuore altrove !
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Profilo Autore: Bronson  

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Il sig. Smith un uomo di mezza età, un attore, un comico, faceva ridere tutta la sua cittadina. Faceva ridere chiunque incontrava. Gli amici e i parenti adoravano il suo modo di fare buffo e le sue battute.
Portava sempre con sé la sua valigetta rossa, una valigia ormai logora, fatta di cartone e chiusa tramite un grande elastico. Dentro di essa c’era il mondo! C’erano i costumi di scena, i suoi mille copioni, le foto della sua figlia adorata e della sua cara mogliettina, ormai defunta da più di vent’anni ma che lui non aveva mai potuto dimenticare….
Una sera il sig. Smith esce da un teatro di fretta, voleva andare a casa al più presto, era stanco, esausto dalle prove precedenti un grande spettacolo che doveva fare nel week-end per beneficenza a New York. Non era mai uscito dalla sua piccola città, era preoccupato di andare a New York ma anche contento di fare qualcosa di diverso. Aveva comprato una macchina fotografica nuova per fotografare i grattacieli di cui tanto aveva sentito parlare. Ma ora la sua priorità era andare a casa a riposare. Sta per attraversare la strada quando una gip incomincia a sbandare e a girare su se stessa, il sig. Smith non sa cosa fare, se tornare in teatro, chiedere aiuto, attraversare di corsa la strada, o aspettare. Decide di aspettare davanti all’ingresso del teatro… ma tutt’a un tratto la gip gli si catapulta addosso.
Il sig. Smith urla e poi sviene. Giace a terra sembra morto. Tutte le persone che hanno visto la scena e i colleghi del teatro gli si avvicinano, chi piange, chi urla, chi chiama l’autombulanza, chi prega… Il conducente della gip a parte qualche graffio sta bene ma si sente terribilmente in colpa per quello che è successo. Aveva perso il controllo della gip a causa della strada ghiacciata.
Dopo qualche ora il sig. Smith si sveglia in ospedale, nota che aveva un braccio ingessato e la testa bendata. C’era un’infermiera vicino a lui. Vuole chiedere cosa sia successo, (perché lui non ricordava assolutamente nulla dell’accaduto) ma la sua gola non emette nessun suono, benché si sforzasse, nulla, nessun suono, e così si spaventa e inizia a piangere disperato, si strappa la flebo, vuole andare a casa, l’infermiera chiama immediatamente il medico.
Il medico spiega al sig. Smith che ha avuto un trauma cranico e ha un piccolo ematoma nel cervello nella zona del linguaggio, ma quando si riassorbirà potrà nuovamente parlare. E’ solo questione di tempo, e di pazienza.
Arriva la figlia, gli amici e tutto il paese, e il conducente della gip a trovarlo in ospedale. Tutti gli mostrano affetto e gli stanno vicino ma lui è devastato, è distrutto dal dispiacere che non può parlare, non può più farsi una bella risata e non può più far ridere nessuno. Il suo mondo ora è il silenzio. Ha paura che la voce non torni più. E per un attore comico questa è la peggiore tragedia che gli potesse capitare.
I giorni passano lenti, dopo un mese e una settimana toglie il gesso, un po’ di fisioterapia e il braccio va a posto, ma la voce non torna. I medici gli dicono di pazientare ancora, l’ematoma si è riassorbito, la voce dovrebbe tornare, è questione di giorni, lo rassicurano.
Gli amici pensano che se prenderebbe di nuovo uno spavento come il giorno dell’incidente la sua voce potrebbe tornare e così fanno di tutto per farlo spaventare, usano ogni mezzo, richiamano persino il signore della gip e ricreano l’incidente, ma nonostante tutto il sig. Smith rimane muto, muto come un pesce.
Il povero sig. Smith si incupisce ogni giorno di più, è senza lavoro, è senza una speranza, e passa le sue giornate a bere e a dormire, le bollette e i debiti aumentano, e lui si sente finito, fnito come uomo, come padre, come attore.
Ma un giorno alla figlia gli viene una grande idea.
Va di corsa dal padre e gli dice: “Papà, perché non fai il mimo, non c’è bisogno della voce per fare questo lavoro!”. Lui inizialmente boccia l’idea della figlia, ma poi ci pensa sù e dice a se stesso: “Provare non costa niente”. E così scrive al suo manager e caro amico di vecchia data di questa idea. E il manager l’accoglie al volo.
E così il sig. Smith di nuovo con la sua valigetta rossa viaggia per la sua cittadina e nelle città limitrofe e riscuote più successo facendo il mimo che prima quando era un comico.
Decide di arricchire i suoi spettacoli anche con piccoli numeri di prestigio. E questo alla gente piace. I giornali parlano di lui. E il suo successo è sempre più in salita… Incomincia ad andare in giro per il mondo, New York, Madrid, Parigi, Atene, Roma… Tutti conoscevano il sig. Smith!
Era felice, molto felice, appagato per il suo nuovo lavoro, ma gli mancava la sua voce, gli mancava farsi una bella risata, canticchiare sotto la doccia…non sopportava l’idea che sarebbe rimasto muto per sempre. Tra una tourné e l’altra andò da ogni tipo di dottore, logopedisti, foniatri, neurologi, psicologi ecc. ecc. Per avere una speranza, una soluzione. Prese ogni tipo di medicinale ma la voce sembrava ormai perduta.
Tornò poi per un breve periodo nella sua cittadina, ci fu grande festa tutti lo accolsero, ma lui era così triste e non apprezzò nulla di quello che potessero fare per lui. Maltrattò tutti. Voleva rimanere solo.
E lo accontentarono, nessun amico lo andò più a trovare, nessun cittadino lo salutò più, tutti pensarono che peccava di orgoglio, che il successo gli aveva dato alla testa! L’unica che gli stava vicino era la figlia, capì che dietro il comportamento di suo padre c’era tanta sofferenza.
Un pomeriggio uscì vestito elegantissimo, doveva andare ad un matrimonio, non aveva alcuna voglia di andarci, il suo passo era così lento e svogliato. A metà strada decise di tornarse indietro, ma quando attraversò la strada, un trattore quasi lo investì, frenò a soli 2 centimetri da lui, e il sig. Smith urlò, urlò a gran voce, incominciò a imprecare e a sbraitare contro il contadino alla guida del trattore. Poi all’improvvisò si inginocchiò e scoppiò a piangere, perché la sua voce era tornata e così abbracciò il contadino, lo baciò sulle guance, gli baciò le mani, lo ringraziò, cominciò a saltare, a urlare, sembrava impazzito, e se ne andò per la sua via.
Il contadino pensò fra sé e sé:
“Io sarò un contadino
e non ho di certo un cervello fino,
ma questo cittadino è un po’ sciocchino!
Lo stavo per investire
e lui prima inveisce
e poi si mette a saltare e a gioire?!?
Io volevo chiedergli perdono
ma in un attimo in mezzo alla strada rimasto solo sono.
E’ sparito,
quel pover uomo
dove sarà finito?”
Poi vide a terra la valigetta rossa, spaccata a metà, vide le foto, i copioni e capì che era il grande mimo Smith e comprese anche perché aveva avuto quella reazione. Perché le era finalmente ritornata la voce! E pensò: “come ho fatto a non riconoscerlo?!?”
Il sig. Smith una volta a casa, telefonò a tutti, proprio a tutti, parenti, amici, conoscenti… diede a tutti la buona notizia. Poi si mise a cantare, a recitare, a urlare, a ridere da solo delle sue battute … era euforico come non lo era stato mai!
Ma ad un certo punto sentì dodici rintocchi della campana della cattedrale, ed esclamò: “E’ mezzanotte, nooo, mi sono dimenticato del matrimonio, dovevo fare il mimo questa sera, noooo!”. Chiamò subito il suo manager e gli disse: “Mi scusi sig. Denver, ho recuperato la voce, ora posso parlare, ma a causa dell’euforia ho dimenticato che dovevo venire al matrimonio di sua figlia. Mi può perdonare?”. Ma il manager rispose infuriato: “Mia figlia sapeva che doveva venire un mimo questa sera al suo matrimonio, e non è venuto, che figura ho fatto davanti a lei e a tutti gli invitati! Lei è licenziato. Ha fatto un grande errore questa sera! Non può porvi rimedio alcuno”.
Il sig. Smith disse: “Ma ha compreso che ho di nuovo la mia voce e posso fare qualsiasi cosa, posso di nuovo recitare, sarò non solo un mimo ma di nuovo un grande attore?”.
Ma il manager replicò: “Lei è finito come attore e mimo, per l’affronto che mi ha fatto, non lavorerà più, nessuno lo assumerà più! Parlerò solo male di lei”. E gli chiuse il telefono in faccia!!!
Il sig. Smith con mezzo sorriso esclamò: “Beh, non si può avere mica tutto dalla vita!”.
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Profilo Autore: Maddalena Clori  

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