Il tosaerba l’aveva lasciato lì a sventolare solo in mezzo al parco
tra grossi pini tronfianti.
“Chenopodium album” così si chiamava, traduzione: erbaccia.
Una bambina, così per gioco, raccolse dei sassi e li mise a girotondo
come a voler proteggere quel povero superstite.
Qualche giorno dopo i sassi erano aumentati nessuna mano avventata
aveva osato sbarbare quello stelo, brutto storto assetato.
La bambina scese un pomeriggio e annaffiò con cura la pianta in seguito
non ce ne fu più bisogno perché altre persone se ne presero cura in gran segreto.
Ci fu il giardiniere del palazzo di fronte che lo steccò con fare professionale per armare
quella giovane vita contro il libeccio che ululava nella notte d’inverno.
Nessuno parlava con nessuno ma ognuno aveva la propria idea:
“è un salice” pensava quello del primo piano “ci andrò quest’estate
con la mia seggiolina”
“un’acacia…piena di spine “quello del pianterreno “sconquasserà le fondamenta
con le sue radici”
“una pianta di rose, sicuramente” sorrideva la dirimpettaia
“le coglierò in boccio e li farò seccare”
Fu un gatto che per un bisogno di stomaco lo divorò una mattina.
Che tristezza quell’assenza, parve a tanti un lutto, ma ci si riprese in fretta
come accade per tutto.

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Mi è piaciuto molto,ciao