Quel pezzetto di prato tra i due fili spinati e lo spicchio di cielo sul lago distante era una cosa da togliere il fiato, ma forse solo a me lo toglieva, viaggiatori distratti con me altre volte… e cosi mi ero proprio scocciata, da sola, meglio, a cogliere erbette, ce n’erano alcune pelose di un verde acceso,  altre con  profumi  che mettevano appetito e piccoli fiori dai colori cosi decisi che dolevano gli occhi.

Ci sarebbe stata bene una casa proprio lì, non grande, certo isolata, con uno steccato chiaro sul muretto a secco, una casa di pastori...  a guardare quello spicchio di paesaggio uno sarebbe cresciuto per forza... per forza cosi come me con  la voglia forte di spiaccicarsi sul prato a braccia e  gambe aperte e con gli occhi verso il lago. La vedevo, la vedevo bene e vedevo anche le stanze, poche, e l’avrei voluta proprio cosi… proprio  così. 

Prima prendo erbette da portare con  me e poi mi sdraio, un bel po' stanca, ma avevo camminato forse tanto, troppo.  C’è un bel sole.

Intorno alla casa ci sarebbe stato bene certamente un orto con meloni succosi d’estate che non si fa in tempo a mangiarli ed un giardino con fiori che non si devono cogliere, ma io, ma io una volta da piccola ho colto quelli di mio nonno e poi mi sono messa a letto per non essere sgridata.

Potrei fare un gioco, un gioco antico: rotolarmi nella parte del piccolo pendio di erba bassa fino ad arrivare contro il tronco di nespolo selvatico, lo conosco cosi bene questo gioco e il nespolo, ecco… ecco, cosi… rotolarsi fino al nespolo. Meraviglioso…

Che sole, quello del tramonto è il migliore a guardare lontano, e in tutto questo guardare  ci sono erba, grilli, ragni, uccelli alberi, formiche, e chissà altro… attraversati dal sole.

Un rumore di motore, tre uomini scendono dalla macchina accostata sulla strada, due vestiti uguali in scuro ed uno più chiaro un  po' più nervoso nei movimenti, si avvicinano ma il più chiaro di più dopo aver fatto un cenno agli altri due, non li vedo bene perché hanno il sole in faccia e tengono la testa un po' piegata con la mano sugli occhi. Ma adesso lo vedo Gino... ma guarda  un po'... finalmente sei arrivato!  Mi prende la mano, la sua è un po' sudata, non  mi risponde ma mi guarda dappertutto, cosa cerca?  Poi ingoia saliva: ti stavamo cercando perché sei andata via ?

Io sono andata via? Tu  te ne sei andato!, vedo un accenno di disapprovazione, squilla il suo cellulare: … si è qui, Sì, dove era prima la casa, ha colto erbette, si è sicuramente rotolata, ma non ha ferite. No, lo so... bisogna chiudere bene e non lasciare la chiave sul cancello.  Si, si… si….;

Mi tira la mano, ma io  non  voglio andare, “il sole sta tramontando, domani torniamo”. Ma lo dice senza guardarmi, io non voglio, chiama gli altri due e mi prendono di peso perché io non faccio un passo, poi dentro la macchina sento un  nome, ma io non mi chiamo cosi è un nome straniero che pronuncia piano uno dei due vestiti scuri all’altro, sarà di qualcun altro che non conosco: Alzh… eimer.

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Profilo Autore: Simona Nardi  

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Commenti  

GIORDANO BORELLI*
# GIORDANO BORELLI* 12-03-2026 11:16
Delicatissimo, commovente, scritto con una poetica leggerezza che mi ha davvero colpito. Complimenti sinceri
ioffa
# ioffa 12-03-2026 12:57
Ma la camera per gli ospiti ce l'hai? La voglio, che anch'io tenterò presto di scappare da quei 3 energumeni che si fingeranno gentili ma non mi lasceranno andare a spasso per i fatti miei.
Simona Nardi
# Simona Nardi 12-03-2026 14:18
Grazie

mi sento onorata

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