Recensione Rita Stanzione
“Far sbocciare parole nuove/ che tornano alla lingua/ levitando, sul gran peso del nulla/. Iniziò a credere Violette/ ai suoni puri/ tra la sua anima e il mondo./…e li sparse/ al sole di altri occhi/ le sue bozze”. Quasi un manifesto sul lavoro del poeta, che crede ai suoni puri, che li cerca nella propria anima, poi li leviga e li cesella, sino a quando lo sbocciare di parole nuove e il loro trasformarsi e levitare, può alleggerire il peso del nulla e consentire una descrizione più veritiera della realtà. E’ il motivo per cui si è scelto proprio “ Violette” come video poesia, risiede proprio in questo essere sintesi del lavoro dell’artista. E’ una scrittura matura quella di Rita Stanzione, che ha nella ricerca formale, nella cura della singola parola e di ogni suono, il proprio nucleo. Che nulla in questo lavoro sia frutto del caso ce lo conferma la composizione “Come sfrondare sillogi” dove la poetessa scrive: “ Le cose innominate /che sto toccando/ l’inevitabilità del tuo profumo/ a cui partecipo togliendo veli/ dalle coperte di sillabe/. Come si sfrondano sillogi/ e ogni strappo è/ un fiume di grazia/ nel lume incorporeo/ del pensiero/. E’ in questo disvelamento delle sillabe, nello strappo della parola, che il pensiero può tornare a cogliere il senso delle cose e che ogni tema può essere messo a fuoco. Quelli più strettamente esistenziali, come in “Dimensione vaste d’attimi” dove Rita scrive: “ Il sonno ci assorbe/ permeato da una luce immobile/ e la voce che ancora apparecchia sillabe/ per mandarle a vivere/ in tre (o infinite) dimensioni”, dove la scrittura, l’apparecchiare sillabe, è il sentiero che conduce alla scoperta di ogni dimensione e apre la mente alla percezione di ogni forma di vita. O come in Corpuscoli: “ Dal drappeggio di oralità/ si apre un’ala di ceselli/ ballano nell’aria/…arpe sottilissime/ per i suoni impastati/ sul fianco del sole che tocca la luna/ su punte di matite/ si stempera il canto/ si solleva il piede dal duro/ siamo liberi fluttuanti/.”, dove è la stessa dimensione della libertà a dipendere dal drappeggio dell’oralità, dal lavoro di cesello sui suoni impastati, dal temperare matite. Cosi si può sollevare il piede dal duro della vita e silenziare il dolore. E in “ In punta di penna ” Dirò che traspare azzurro/ nelle nostre vite assolute/ dirò/ com’è interminabile/ questo mare/ scritto in punta di penna”, dove anche la dimensione stessa della vita e della natura è descrivibile solo in punta di penna. In “Testimonianza”, invece, l’ultima pubblicata al momento di stendere questa recensione l’autrice scrive della parola come di “creatura venuta al mondo/per un centesimo, schiacciata/ dal peso della conoscenza” e in pochi versi concentra la descrizione della realtà poetica di questo momento, arte poco considerata a favore di altre e schiacciata dal peso della conoscenza. Perché per essere poeti è bene possedere un cultura –espressiva e sistematica- ma evitando che diventi un peso sull’atto puro e “sensitivo” della creazione, sostiene l’autrice. E chi scrive questa recensione è perfettamente d’accordo.
La dimensione del sentimento è largamente presente nella poesia della Stanzione, pur all’interno di una scrittura elegante, riflessiva e controllata. Un sentimento nostalgico e dolente allo stesso tempo come in “Barlume nostalgia” …mi prende il volto con le mani/ come ad accogliere in un vaso/ lo stelo magro della felicità/”. Nostalgia di te che sei/ che vai e che torni/ muro sbrecciato, cielo divelto/ rio sfociante al punto solito/. Il solco sempre: a demarcazione”, con la nostalgia che prevale sulla separazione e con le immagini a fare da contorno al tasto dolente del sentimento. Lo stelo magro della felicità, il muro sbrecciato, il cielo divelto, il fiume che scorre sempre uguale. In “Com’era nella canzone” invece l’autrice scrive: “ Solitudine a grappolo- ti dico-/ ti dò le mani/ mi sei atomi di cielo/ un rifiorente adagio/ al profumo di fresia./ Per quello e il “dentro”/ riparo in radice alla notte/ il cuore, in fase rem”. E il cuore può riposare, pur nella solitudine che vede il rifiorire dell’adagio dell’amore, nella notte che ci ripara da ogni delusione. Le immagini qui sono più leggere e il profumo di fresia permea tutta la composizione. La scrittura dell’amore si conferma elegante e raffinata anche “ in Settimo senso” e noi, l’aver vissuto/ cigli setosi tra gramigne/ e uccelli migratori” e nella contrapposizione tra cigli setosi e gramigne e uccelli migratori c’è tutta la straordinaria cifra stilistica della poetica dell’autrice. Come nei versi di “Esposti”: …e un atomo di elio vaga nel dubbio/ se darsi al brillio o spingersi/ in fondo a un buco d’aria”, bellissimi nel loro procedere ermetico, ma in fondo chiari nel significato. La speranza, però, è sempre a un passo, come in “ E’ questo” dove Rita scrive “ho visto persino il giardino della luna/nel getto del sole: è giallo ginestra”. E’ con questa immagine luminosa che vorrei chiudere questa analisi dei versi di Rita, augurandole ogni successo, perché senza alcun dubbio lo merita.
Francesco Burgio

Commenti
Aurelio
Un riconoscimento più che meritato! Congratulazioni a te principalmente, e a coloro che hanno messo
in risalto il tuo talento. Un caro saluto Grace
La sua bravura è risaputa: mai banale, mai esagerata. Il talento merita il successo e questa vetrina, creata per lei,
ne sia il passo augurante... Complimenti, cara, i miei auguri sinceri... Ciao... ^.^
...e complimenti naturalmente ai realizzatori e curatori del video.
La musica scelta è la colonna sonora del film "Memorie di una geisha", che ben si armonizza con immagini e parole, creando un filo conduttore e formando un corpo unico di sensazioni che scaturiscono attraverso la lettura di questa meravigliosa poesia.
E' stato un immenso piacere collaborare con entrambi, sia con te Francesco, che ringrazio per la preziosa collaborazione, che con te Rita, autrice che stimo profondamente.
Un caro saluto a tutti voi che ci avete seguiti e che avete contemplato con noi, la poetica di questa autrice unica a cui va tutto il merito per tutto ciò che rappresenta nel panorama poetico italiano.
Inizia così "Febbre a 40" una delle più tormentate poesie di Sylvia Plath.
La purezza della lingua è la stessa dello spirito costituendo una corrispondenza perfetta.
Chiunque osi avvicinarsi con le armi della menzogna sta compiendo un tradimento, deviando il corso stesso della creazione.
Così la tua Violette che è capace di trarre parole nuove dal nulla e di portarle alla lingua.
Si tratta dunque di un ritorno, un processo di purificazione delle parole che è nello stesso tempo atto creativo
che si staglia sull’ombra in cui queste sono immerse.
Il poeta non è che un medium che assolve a questo miracolo e di fronte ha il sole degli occhi altrui capaci di leggere il lavoro parziale rappresentato dalle bozze. L’intento di Violette però è quello di restituire senso di verità e schiettezza alla Parola,
nel senso della luce che trionfa sulle tenebre, al contrario del giovanneo: “E gli uomini preferirono la tenebra alla luce”.
Si tratta dunque di una poesia che richiama fortemente il poeta al senso dello scrivere,
nel momento che questo rappresenta la luce della verità, al cui confronto ogni impurezza fa gridare:
Il tuo corpo
mi fa male come il mondo fa male a Dio. (Trad. Anna Ravano)
Ciò che vale per Sylvia, vale anche per Violette. Di fronte alla grande poetessa c’era un altro poeta che era diventato suo marito, celebrato come uno dei più grandi del suo tempo ma capace di tradire la sua compagna.
Di fronte a Violette c’è un sole di occhi. Saranno capaci questi di lasciarsi illuminare o solleveranno una croce?
ciao, piaciuta. Franco
Complimenti vivissimi all'autrice e agli autori del bellissimo video.