Un’ombra scorgo sul tuo sì dolce viso

che dà alla mia vita tristezza
e la priva d’un ingenuo sorriso,
perché il tacer d’emozioni, che in cuor tu hai,
oscura il mio sogno e scomparir fa quei giorni gai.
Or che lasciar mi vuoi senza ragione alcuna,
sento opprimente nel cuor scaturire una lacuna:
nel tuo distacco, da irrazionale qual io sono,
individuare voglio un tenero, ma indebito, perdono.
D’altro guado del nobile mio organo vital
c’è di me una parte che dice di liberar
la mente da sì devastante tormento
ché una scia dietro me lascia,
come se fosse, d’una tempesta, il vento.
Quell’ombra sul tuo viso, or che lo scherzo vale,
in una festa di letizia chiamata carnevale,
nasconde il tuo sguardo per confondere il tragico mistero
del tuo recitar di sempre, con l’ilarità d’un giorno intero.
Tutti a carneval agghindano il lor viso buffamente,
mentre tu lo celi ormai da molte lune tanto abilmente!
La mente tua assuefatta a un sì crudele gioco
d’ipocrisia, trasforma il nostro amor da festa in rogo.
Fingendo d’esser gaia per mano ancor mi terresti,
ma ora sei colei che del mio amor senza resti!
Travisando il cuor, bruci l’amor col fuoco
in modo ch’egli, tra noi, muoia poco a poco.

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