Non c’è combustione in questa fiamma,
anche se l’amaranto pallido della mia dichiarazione
rivela la sua natura fisica, come un plasma freddo.
Già dal gelido buco della caverna di Zhoukoudian,
mentre per primo controllavo il fuoco, circa 400.000 anni fa,
non fuoriuscivano calore e biossido, ma tanto, troppo amore.
Così, ancora oggi, mi muovo e mi torco in forma di aurora:
e sono una saetta, la folgore, sono il tuono e sono il lampo,
sono il fulmine, sono il segno evidente dell’antimateria.
Inclini all’eterno, predisposti al per sempre,
bruciamo in una dimensione che quasi non si vede;
e costretti sulle ginocchia, rassegnati allo scambio termico,
lampeggeremo perpetuamente, più o meno ogni dieci secondi.
C’è un suono simile a un sibilo, ad un fischio lontano,
che porta il pensiero da un orizzonte all’altro,
dal giallo verdognolo al rosso sangue:
è l’eco del mio primo “ti amo”.
Lo senti ancora, piccola mia?

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