Tremula la foglia al tuo soffiar
del sole vaga dipingeva l’ombra
e uno stormir confuso,
mentre un incerto mormorio
sortiva il grano.
Io, presso l’albero seduto,
lo sguardo posavo lontano,
sulle cime dell’Alpi,
che tu avevi disvelate,
e quella lontana quiete,
tale, d’inganno còlto, allor mi parve,
al campestre rumorio
e alle voci inquiete del mio cuore
andavo comparando.
Già ch’altrove sempre volse,
ch’il desir avesse pace,
già ch’ai pensati gaudi mai rispose,
ch’il piacer non fosse vano,
credevo lì, sulle cime innevate,
credevo in altro luogo,
un dì, non lontano.
Con rinnovata speranza allor
per i campi andavo,
fino al morir del giorno,
e il ligustro m’arrideva, odorato,
tra i rami posato il passero,
un’armonia spandendo d’intorno.
Pur non credevo nel dolor
e negli affanni, e sotto questo cielo,
di dove al guardo è negato,
o d’uno squarcio insperato
raro traluce il raggio,
dover trascorrere gli anni
ch’al caro tempo de l’infanzia
seguirono, né che le cose
ch’un tempo vane stimai e noiose
avrei rimpianto un giorno.
Tu invece vai e nulla ti preme,
né pur di noi,
vai per gli adusati sentieri
e ove più non s’addentra il mortale,
indi al luogo natale,
dopo vago errare, torni,
e tal riprendi, poi, senza posa,
così ch’ogni tempo hai veduto,
ogni umana cosa,
onde l’orme riporti, tornando,
di quel ch’è perduto;
tu vai, eterno peregrino,
ma non sai quanto il tuo venir mi giova,
ché il cielo sopra di me si sgombra,
l’aria di vita s’odora,
l’eco dei miei perduti dì pur sento.
Oh vento, vento,
benché tali non furono allora
guardo a quei giorni, or belli e cari,
come della gioia la sola dimora,
e adesso che più non mi sovvien
il tempo, né la speranza,
mi sovvieni tu
e una dolce ricordanza.
del sole vaga dipingeva l’ombra
e uno stormir confuso,
mentre un incerto mormorio
sortiva il grano.
Io, presso l’albero seduto,
lo sguardo posavo lontano,
sulle cime dell’Alpi,
che tu avevi disvelate,
e quella lontana quiete,
tale, d’inganno còlto, allor mi parve,
al campestre rumorio
e alle voci inquiete del mio cuore
andavo comparando.
Già ch’altrove sempre volse,
ch’il desir avesse pace,
già ch’ai pensati gaudi mai rispose,
ch’il piacer non fosse vano,
credevo lì, sulle cime innevate,
credevo in altro luogo,
un dì, non lontano.
Con rinnovata speranza allor
per i campi andavo,
fino al morir del giorno,
e il ligustro m’arrideva, odorato,
tra i rami posato il passero,
un’armonia spandendo d’intorno.
Pur non credevo nel dolor
e negli affanni, e sotto questo cielo,
di dove al guardo è negato,
o d’uno squarcio insperato
raro traluce il raggio,
dover trascorrere gli anni
ch’al caro tempo de l’infanzia
seguirono, né che le cose
ch’un tempo vane stimai e noiose
avrei rimpianto un giorno.
Tu invece vai e nulla ti preme,
né pur di noi,
vai per gli adusati sentieri
e ove più non s’addentra il mortale,
indi al luogo natale,
dopo vago errare, torni,
e tal riprendi, poi, senza posa,
così ch’ogni tempo hai veduto,
ogni umana cosa,
onde l’orme riporti, tornando,
di quel ch’è perduto;
tu vai, eterno peregrino,
ma non sai quanto il tuo venir mi giova,
ché il cielo sopra di me si sgombra,
l’aria di vita s’odora,
l’eco dei miei perduti dì pur sento.
Oh vento, vento,
benché tali non furono allora
guardo a quei giorni, or belli e cari,
come della gioia la sola dimora,
e adesso che più non mi sovvien
il tempo, né la speranza,
mi sovvieni tu
e una dolce ricordanza.

Commenti
vita, portandoci il bello e il brutto tempo. Siamo folgie tremule...è vero...ma il nostro passare è necessario per rimanere
eterni. Quel guardare indietro nella nostra bella stagione quando ancora tutto era come un sogno....serve per farci capire che dobbiamo continuare asognaare sempre. COmplimenti......... .......davvero molto bravo............... ..un caro saluto.HERA
Una figura ultima che raffiora all'improvviso lungo il percorso del tuo sentiero!