Strizzai tra mani
nel vello dell'infanzia
candela bianca
lasciando un leggero acre pensiero
sull'erta dove more il cielo.
Parva scese luce
e fui non più mortale.
Raccontai di me in odio pervaso
in buio non voluto.
“Traccia in circolo il sangue reso,
move fruscio finestra in tempo preso.
Conta frastuoni taciti
in quel dell'alma
e troverai spiga di primavera.”
Raggiunsi 'sì tal riguardo
meco discorrendo
al sol giammai nato in grembo.
“Leggi il giudizio
col passar tuo non senza perduto vizio.
Sarò nel mio inverso
dove il gesso preme scritto immerso.”
Seppi essere ombra amara
dal sapore di ricchezza rara.
Osai dettare nomate cadenze
tinte in pastelli d'eccelse movenze.
In tela posai dando vita alla morte
morendo in vita ancor pria della istessa fine.
Non negai sguardi d'amore,
come piangenti salici
mi vestii d'abiti fradici
fra terre erose
e viti dal color rese generose.
Nacqui quando solstizio volle
in tempestosa alba
che vita non fu scialba
tanto tempesta irrigò zolle.
Ecco allor venne sonno
dell'immaginare straziato mio monno.
Venne nell'occhi tui
decretando imperituro esalare di me che fui,
nel giorno del selciato
al tuo passo abbandonato.
Abbandonai, dettando anafora,
ai posteri amor gridato.
Ancora tesi palmo di mano
proteso a te in gioco vano
e nel sussurro d'un mare frastagliato
compresi d'aver colto l'ultimo mio respiro in sol fiato.
nel vello dell'infanzia
candela bianca
lasciando un leggero acre pensiero
sull'erta dove more il cielo.
Parva scese luce
e fui non più mortale.
Raccontai di me in odio pervaso
in buio non voluto.
“Traccia in circolo il sangue reso,
move fruscio finestra in tempo preso.
Conta frastuoni taciti
in quel dell'alma
e troverai spiga di primavera.”
Raggiunsi 'sì tal riguardo
meco discorrendo
al sol giammai nato in grembo.
“Leggi il giudizio
col passar tuo non senza perduto vizio.
Sarò nel mio inverso
dove il gesso preme scritto immerso.”
Seppi essere ombra amara
dal sapore di ricchezza rara.
Osai dettare nomate cadenze
tinte in pastelli d'eccelse movenze.
In tela posai dando vita alla morte
morendo in vita ancor pria della istessa fine.
Non negai sguardi d'amore,
come piangenti salici
mi vestii d'abiti fradici
fra terre erose
e viti dal color rese generose.
Nacqui quando solstizio volle
in tempestosa alba
che vita non fu scialba
tanto tempesta irrigò zolle.
Ecco allor venne sonno
dell'immaginare straziato mio monno.
Venne nell'occhi tui
decretando imperituro esalare di me che fui,
nel giorno del selciato
al tuo passo abbandonato.
Abbandonai, dettando anafora,
ai posteri amor gridato.
Ancora tesi palmo di mano
proteso a te in gioco vano
e nel sussurro d'un mare frastagliato
compresi d'aver colto l'ultimo mio respiro in sol fiato.
