dietro le mie ciglia socchiuse,
e un candido, silenzioso sorriso
ti consacra innocente d’incanto,
mentre il tuo tremulo alito,
tiepido incenso d’aurora,
sfiora le vestigia
di antichi spartiti di firmamenti,
là dove il mio cielo custodisce
le sue più segrete
e insonni, sconfinate costellazioni
nella pulsante salmodia
delle parentesi del cuore.
I tuoi baci rivestono di porpora
la mia pelle infante alla luna,
tracciando con famelico slancio
la mappa serica del desiderio,
ideogrammi ardenti,
sigilli d’ambra e di saggia magenta
che il fuoco dell’anima
decifra con labbra voraci.
Sono colate di lava,
fenditure scarlatte
nel grembo della notte,
sentieri di paradiso senza sbarre,
ove persino il peccato
si spoglia del suo tabarro
e impara a evocarsi libertà.
Noi, sciarpe di turbinii d’amore,
damaschi intessuti
d’ineffabile vertigine,
avvolgiamo le nostre mani,
stanche di prodigi,
dissetate alla fonte del delirio
che spiega in preghiera
alle ciglia della primavera
rossi tulipani sulla sabbia
che non perdona,
mentre i sospiri,
vergati con inchiostro di rugiada,
sigillano il loro laccio senza nodo
in broccati di stelle pellegrine,
tra lenzuola scritte di malizia
dove la seta mormora passione
in salmi d’acqua in cui inabissarsi.
E la notte, ebbra di noi,
suona liuti di cristallo
al cospetto della terra
che taciturna sostiene
le nostre nude perle di sudore.
Socchiudi gli occhi,
tremando di meraviglia,
e il mio sguardo
varca la soglia
del tuo sacrario più dolce,
là dove l’amore erige
il suo altare con ceri di miele
e cattedrali di batticuori.
Sulla tua pelle,
abbandonata al tepore
di una coltre ambrata,
incidi il mio sapore
mentre fiocchi d’argento,
rubati agli angeli,
si sciolgono in rugiade di nettare
sul confine segreto
dei nostri sogni.
Oh, l’amore è il più sublime dei delitti,
un’eresia che profana
le leggi del tempo,
un furto compiuto
ai danni dell’eterno,
che seduce chi osa attingere
alla sua essenza disarmata,
alla sua nudità senza veli,
per aspergerla sui lembi
consunti dei secoli
e far germogliare rose
là dove la memoria
aveva sepolto le spine.
E in questo sacrilego prodigio,
ove il fato si smarrisce
fra le proprie sentenze,
i nostri rizomi si fondono,
si cercano nel buio
con dita sotterranee,
si avviluppano in nodi
di luce fossile,
finché ogni radice
diviene respiro
e ogni respiro si fa ignoto.
Perché l’amore
non conosce orizzonti,
è un giardino occulto
sotto la pelle del mondo,
un’arca di fuoco
custodita nell’invisibile,
dove l’anatomia dell’infinito,
con compasso d’oro
e calamo di cometa,
incide sulle tavole
enigmi d’eternità,
le trame irripetibili
del nostro intrecciato destino.
E se un giorno,
per l’accusa dell’errore,
il bagliore del nostro eco d’amore
si spegnesse al fiato del fato,
smarrendo il nostro nome,
separandoci come dardo e cerbottana
quando il silenzio inghiottisce
l’ultimo lamento
all’egoismo del vento,
io saprei ancora riconoscerti
nel palpito remoto
di una radice che non mente,
nel sangue segreto della terra,
nel grembo insondabile
dell’ombra primordiale.
Poiché tu sei
la mia eternità in gemme vergini,
l’esse che attraversa i secoli,
la linfa che redime ogni caducità,
il prodigio che nessuna
morte dissolve.
E noi, amanti oltre ogni confine,
continueremo a fiorire nell’invisibile,
là dove persino un dio, tacendo,
si meraviglia dell’amore
che abbiamo osato
chiamare perpetuo.
- Un fiore
- è un frammento di cosmo,
- un battito arboreo,
- un’intesa che non serve spiegare.
- È la superficie dove i tuoi occhi si riconoscono.
- È la mia mano che disegna il confine del tuo volto,
- l’alchimia delle parole ancora intrappolate nel respiro
- e di quelle che resteranno pudore.
- È l’omaggio fragile alla tua esistenza,
- lo stupore che mi semini nel petto,
- la scossa di non trovarsi soli,
- la radice stessa dell’amore.
- Andrà così,
- continuerò a sognare ad occhi aperti
- e a invocare i tuoi nomi
- finché il buio non si farà denso,
- fino a quando il sogno non ti prenderà in prestito
- e sarai puro incanto nelle mie vene.
- Al mattino sarai luce cruda che taglia le lenzuola
- e un filo di nostalgia,
- poi inizierò a cercarti nell’aria, mia complice,
- incanto che aleggia nel soffio del vento,
- e a sera, arreso,
- lascerò che il tuo sussurro disseti la mia anima.
- Poi tornerò a cercarti
- finché la notte non si arrenderà,
- fino a quando nel sogno sarai di nuovo il mio magico destino.
A te che sei una mamma
A te che sei l'amore
A te che sei la famiglia
A te che sei la compagna di vita
A te che sei la ragione di vita
A te che sei l'universo
A te che sei la passione
A te che sei il motore del mondo
A te che sei un'ispirazione
A te che sei la luce del cammino
A te che sei la regina
A te che sei il senso della vita
A te che sei qualsiasi cosa di sensato
Ma soprattutto
A te che sei donna, grazie di esistere.
e i marmi silenti,
l’amor si cela,
maestà di torbide correnti.
È la gemma preziosa
sulla conchiglia antica,
raro soliloquio di luce,
propizia e amica.
Come vetro increspato
in specchi di mercurio,
vibra nel petto l’anima
in una danza siderale.
È il fosforo nascosto
in cremisi grovigli,
un soffio d’alfabeto
nell’indomito fluire degli orgogli.
L’amore, fuliggine d’avorio,
mai del tutto dissolta,
stringe la fede,
note di pergamena inespressa.
Incensato ardore
di candeliere arcano,
intessuto in fitte trame
di silenzio sovrano.
Come l’ostia che si frange
nell’alba d’ottone,
brilla il vincolo,
indissolubile consacrazione.
Isola d’onice
nel mare aureo del fato,
risplende senza crepe
il patto consacrato.
E tuona, fragore d’alghe
nel gorgo ancestrale,
l’epopea d’un cuore
invulnerabile e immortale.
sul perimetro del mio sguardo
il colore del tuo sorriso nascosto
nel velo della tua disillusione,
il tuo palpito d'amore annaffiato
da frammenti di vetro annega
nel cremisi desiderio che scoppia
di olezzi di passione che neghi
nell'imbroglio della nostalgia
che finge maschere di ragnatele.
Si tinge di silenzi il mantello
in cui mi cingi l'anima senza virgole,
piange, piange il sangue
senza impulso di incontrarti
tra pareti assetate di beltà
della giovinezza che cavalca orizzonti
senza ago e filo che ricuce antichi riti.
Il sapore asciutto sulla lingua punge
e ogni bacio mai nato fiorisce
nel deserto del segreto
che si spoglia.
Infrangendo l'astio del dubbio
ti prendo per mano e ascolto il cuore,
e ogni barriera è fremito di clessidra
che non conta più nomi
nella voce del tempo,
ogni laccio, ora, è parola che punisce
radici di rancore
e un unguento per la morte
che rinasce
occhi di innocenza d'infante all'amore.
Mi riservo il diritto di tacere
se non taccio saranno le parole a piangere
al posto del Maestro degli Uccelli
alla domanda: chi ha sistemato le cose
gli astri alzano le spalle
quando parlo di te
sembro una domenica avvelenata
nessuno volta il viso quando suonano le campane
il mio amore vestito di bianco attende
il cavaliere della tredicesima costellazione
trascino il mio vestito come i rettili
sempre più a nord
i tramonti bollono bellissimi, sempre
il cielo posa un uccello sulla tua spalla
mi lascio
unica donna
ho bisogno di un'altro viso
per esser sconosciuta.
Ma so che non riesco a toglierti dalla testa.
E so che non posso svegliarmi
e pensare che sia stato un sogno.
Non c'è nessuno che ti sostituisca
e mi faccia guarire dalla confusione del mio cuore,
dalle mie illusioni,
dalle mie emozioni.






