Non ho scritto queste poesie
per spiegare la vita.
Ho cercato immagini
come sassi nel fiume,
dove il pensiero potesse posarsi
senza essere detto.
Un mare
che porta e restituisce.
Una stanza
dove la luce cambia lentamente.
Un volto
rimasto acceso nella memoria.
Una luce
sulla soglia del giorno.
Un nome
che il silenzio continua a pronunciare.
Sono frammenti:
schegge di tempo,
ombre raccolte lungo il cammino,
brevi scintille
di ciò che ho vissuto,
immaginato, amato, perduto.
Non so cosa resterà
di queste parole.
Forse una traccia
sulla polvere del tempo.
Forse il riflesso
di una luce già lontana.
Forse soltanto un pensiero,
come un uccello fermo
sul davanzale del silenzio.
E se resterà,
anche solo per un istante,
avrà trovato il suo luogo.
Tra una pagina e il cuore
di chi avrà letto.
E io
potrò lasciare andare
queste parole
come si lascia andare una barca
quando il mare
non chiede più nulla.
Ho amato
come l’anima sapeva,
senza misura,
con le mani aperte
verso il dolore.
Ho protetto,
senza parole,
porte, muri, promesse,
mentre il tempo
passava inesorabile
dentro di me.
Forse …
custodire
ciò che amavo
ha lasciato nell’ombra
una parte di me.
Ora le mani
sono colme e stanche,
non d’amore,
ma del peso
di tutto ciò che hanno dato,
il cuore
ricorda ancora la strada,
la indica,
la desidera,
ma il passo
rimane indietro.
Questa stanchezza
non è resa,
è il corpo
che invoca quiete,
mentre il cuore,
ostinato,
continua a battere
contro il tempo,
come se ancora
non sapesse
invecchiare.
L’imbrunire… Lo sciame dei rintocchi
e avverto tutto il tempo non vissuto
in onde scure scorrere. Sono occhi
le prime stelle, il vespro intessuto
di suoni indistinti, di acri silenzi.
Quanto vento, mio Dio, è trascorso!
E tu che incurante sentenzi
ed io, il cuore lacerato, morso.
Quante sere solo ad aspettare!
Mentre la fiamma trema e vacilla,
un’ombra cade su pagine amare
dove le lacrime il dolore distilla.
Forse un giorno fui anch’io felice,
ma non lo so, non ne sono sicuro.
Fisso Cassiopea, lunga cicatrice,
il salnitro diramarsi sul muro.
EE 0-44
Ciò che sono.
Sono ancora io,
anche se questo specchio
mi nega.
Lacrime e sangue
hanno imparato il silenzio
nel discendere
in quest’anima
che un tempo conoscevo
e ora mi sfugge
come luce tra le dita.
Non provo vergogna
davanti a questo specchio nero.
Non chiedo perdono
per avere amato.
Ho dipinto l’amore
con un nome:
Donna.
Gli orologi
segnano il tempo,
inermi e crudeli,
come se il tempo sapesse
dove condurre
chi resta.
Il futuro
non è che il pianto di adesso
che ha imparato
a chiamarsi domani.
Eppure
non rimpiango
ciò che ho donato:
ogni ferita,
ogni istante
in cui ho amato
senza chiedere al cuore
quanto sarebbe costato.
Anche il dolore,
quando nasce dall’amore,
è vita
che prende forma.
Sono ancora io,
in questo tempo
dove il silenzio
conosce il tuo nome
e l’aria conserva
il profumo
e il calore dell’amore.
Ma tu, Donna…
so che non tornerai.
Non tornerai
a bussare ai miei giorni,
né a vestire d’amore
il mio domani.
Eppure
l’amore resta.
Resta con me,
nel tempo che rimane,
nelle ferite,
nei ricordi,
in tutto ciò
che ancora
mi fa sentire vivo.
Allora resto io,
con ciò che sono,
con ciò che ho perduto
e con questo amore
che il tempo
non ha saputo spegnere.
Nessuna assenza
potrà colmarlo,
perché vive
nel luogo più profondo
dell’anima,
dove io
non ho mai smesso
di amare.
sii te stessa
sarai odiata
sarai cattiva,
vorranno spegnerti,
sarai fastidiosa, scomoda.
No non aver paura
non è vero che vincono i cattivi,
la salita e la strada dei buoni
è piena di ostacoli.
Ti sembrerà di non farcela.
Resta ciò che sei!
non cambiare
credi in te stessa abbi fiducia
non sentirti ferita
non odiare.
Ci saranno i ricordi di momenti belli
e d'un tratto mi ricorderò di quanto
ero felice.
Sono cambiata io.
Il mondo è rimasto dov’era,
con le sue stanze vuote,
i giorni tutti uguali,
le porte che non si aprivano,
le parole dette alle mie spalle
e quelle che avrei voluto sentire
e non sono mai arrivate.
Sono cambiata io.
Ho preso per mano
la bambina che aveva fame d’amore,
la ragazza che guardava il proprio corpo
e pensava di essere sbagliata,
la donna che per essere vista
accettò di essere trattenuta.
Le ho detto:
vieni.
Non dobbiamo più nasconderci.
Ho attraversato i miei nodi
uno per uno,
senza scioglierli con la forza.
Li ho guardati,
ho imparato i loro nomi:
paura,
vergogna,
abbandono,
solitudine,
bisogno.
E amore.
Anche ciò che chiamavo amore
Perché l’amore non toglie,
non stringe,
non sorveglia,
non presenta il conto.
L’amore non dice:
io ti amo,
dunque tu mi devi.
L’amore è un luogo sicuro
nel quale posare le armi
senza temere
che qualcuno le raccolga
per usarle contro di noi.
Per anni ho aspettato.
Una svolta.
Un giorno diverso.
Una mano.
Qualcuno che arrivasse
a salvarmi da me,
dal rumore,
dalla rabbia,
dall’infinito andare e tornare
dell’illusione e della delusione.
Ho aspettato
finché ho capito
che la porta
si apriva dall’interno.
E sono partita da ciò che restava.
Una figlia.
Una casa.
Il mio lavoro.
Un piccolo cane.
E me stessa,
anche se allora
non sapevo ancora
di esserci.
Ho portato mia madre con me,
anche dal luogo
in cui avrei voluto non lasciarla mai.
Ho portato il dolore
di non essere stata ascoltata,
le decisioni degli altri,
le responsabilità,
la fatica di essere quella
che doveva sempre reggere.
Ho portato tutto.
Ma ho smesso
di portarlo come una condanna.
Non sono diventata migliore.
Sono tornata a me.
Alla mia ironia,
alla mia voce,
alle cose che so fare,
alle mie fragilità,
alla parte di me che ancora teme,
alla parte che inciampa
e a quella che,
dopo essere caduta,
sa rialzarsi.
Non ho sconfitto la solitudine.
Ho imparato ad abitarla.
Non ho cancellato il passato.
Ho smesso di viverci.
Non ho trovato qualcuno
che venisse a salvarmi.
Ho trovato me.
E oggi posso finalmente mostrarmi
senza chiedere perdono
per ciò che sono:
con il peso della mia sofferenza
e la leggerezza della mia vitalità,
con tutto ciò che ho perduto
e tutto ciò che ancora desidero,
con le mie paure
e la mia voglia di ridere,
con il bisogno degli altri
senza più perdermi negli altri.
La porta è aperta.
Non so cosa ci sarà fuori.
Ma questa volta
non aspetto che qualcuno entri.
Esco io...
invito di tutti i sentieri
anime intraprendenti
oltrepassano velocemente
Voci che non ritornano
si appoggiano nella confusione
Orchestrati
da una paziente canzone
i nove binari
ripetono gli strumenti
Malsano
sulla riva del grande fiume
nella terra di nessuno
Invecchio
ma son sempre
nuovo
Lacrime e sangue
aspetteranno settembre
a ripiegare il mio volto
Settembre
vero mattatore
dell'anno
-Ma guarda e passa-
mi disse
Volli l'Eneide
a sellare i portavoce
di Azio
Ma al momento
salperà Caronte
più leggero
nel suo traghetto
Allora
il mio nobile stile
sospirato alto e fioco
Mi renderà famoso
Virgilio
Si!
Giusto e opportuno
all'ingresso dell'inferno
Quando la luce
si ritira
e l’ombra perde il suo nome,
non so …
se resta qualcosa.
Il giorno
lentamente si spegne
e la notte non viene
a prendere il suo posto.
Questo tremore, sottile,
contro il vetro del silenzio,
è voce senza bocca
che nell’oscurità
ancora ci chiama.
Le mani con cui
ho cercato
il volto delle cose
ricordano il calore
di ciò che ci fu vicino.
A volte resta anche
una parola mai detta,
ferma sulla soglia
come un viandante
che non sa se partire.
Restano …
gli occhi
dopo aver guardato
la cenere dei giorni,
le stanze vuote
che si allontanano
e un cielo senza colore.
Forse resta ancora proprio
ciò che credevamo perduto,
un filo d’erba
nella crepa della pietra,
un respiro che insiste
quando il respiro tace.
La luce si ritira,
l’ombra perde il suo nome
e siamo sabbia
senza forma.
E se qualcuno ricorda,
in questa oscurità
dove nessuno vede,
pronuncia ancora
il mio nome.
in balia di soffi e brezze...
seguo gli umori del tempo.
Mi inclino: talvolta cedevole,
a tratti sottomessa.
Poi mi rialzo: superba e altera,
poi torno a ripiegarmi
e poi torno a flettermi.
Tocco il suolo, ma non cedo.
Come canna al vento:
mi curvo, mi inarco, mi piego...
ma non mi spezzo.
Come corda di violino,
suonata dal vento,
mi fletto e poi torno a vibrare.
forse nulla,
forse poco.
Il silenzio il mio punto forte,
una luce mia
che accendo quando arriva un'ispirazione, un sogno.
Ho imparato a vivere la vita giorno per giorno.
Porto le emozioni dentro il cuore
un cofanetto pieno di luoghi, porti, paesaggi
che ho sognato.
Un viaggio sulla terra che non ho mai toccato.
Ho sentito gli occhi fissati su qualcosa che mi mancava.
Sento che la vita è poca
e allora salto, urlo
ma resto della stessa idea
valgo quello che valgo.
Davanti a questa scrivania
la mia penna conosce le parole non dette.
Qui …
ho visto passare il tempo e i pensieri
senza mai fermarmi.
Ho sempre rincorso la vita,
sempre un passo prima del tempo.
Un sogno,
un amore,
una strada nuova,
e il pensiero era già diventato gesto.
La vita continua a chiamarmi,
ma prima di quel “sì”
si apre un silenzio.
Non è paura.
Non è dolore.
Non è rinuncia.
È una lotta che nessuno vede
ma che sento.
Il cuore batte ancora per primo,
ma il resto di me …
chiede un momento.
Allora resto immobile,
come chi ascolta il vento
prima di prendere il mare,
perché la vita
ancora merita di essere baciata..
Il passo diventa cauto,
non il desiderio.
E finché avrò forza di dire ancora sì,
la mia lotta persevera
per non smettere di essere
ciò che sono stato.
Se non so guardarti come bisognerebbe fare
Se mi copro gli occhi e penso a voli di aironi,
Se scanso con le mani l’eclisse che ci ingloba
e ritorno sul cavallo a dondolo in un giorno di festa
o sulla riva del mare in un giorno d’estate
Scusami
Se mi trovi cosi malconcia
Ma non riesco piu a guardare gli dei





