Bambini in giostra rincorrevano il canestro
piazze di pelle senz’auto sull’asfalto
con lo sguardo strafottente giocando a palla
dai colorati tratti dell’infanzia in spalla.
Domeniche silenziose sospeso il chiasso
nel silenzio d’una Napoli viva nella sua morte
scrostando vene d’isolati all’insipiente passo
tra giri invisibili di miele in vuote strade sporche.
Muta, gela l’anima al movimento speso
rasente lo scordato richiamo del grigio fosso
su muri sventranti vinto lo sporco addosso,
come quando costruisci solitudini di paura
senz’occhi in vita, fuggendo muto il gioco
correndo senza cedere al muro di cera
perché dentro la disperazione v’è solo arsura.
Sbiaditi odori nativi di cime di rapa
e parole sulle scale di mamma ansia e sale
con quegli occhi verdi che scrutarono ragioni
tratteggiando in dono i miei solitari domani.
Mi dedicai a sistemare le valigie pronte
ricucendo distanze intrecciate al tronco
rinsecchito cuore nel suo ululare,
smise così il tempo di germogliare
con l’odio nell’anima per una città che sapevo amare.
Sussulto ogni volta che rigurgiti di ferite vive
riemergono in me dal fondo amato
insieme a coloro che mi chiedono di tornare.
Appesi alle pareti incartate lentiggini e vezzo
una scugnizza col suo golfo sul petto
avendo follia nel cuore al ritmo di tarantella
come piccioni in amore sui cornicioni a bretella.
Ma Napoli colora schiamazzi e baldorie
partorisce balconi decomposti di storie e costumi
cullanti istanti reietti fumi d’ammuina
a chi ancora si domanda i perché della vita.
Come spiegare l’intuizione, cosa rispondere
tacendo al vero il senso della ragione
quale il mio ricordo della fanciullezza stata
nel fondersi con la mia fantasia di strada
l’essere favola scritto in un modo così pulito
forse con poca poesia ma con così tanto fiato.
piazze di pelle senz’auto sull’asfalto
con lo sguardo strafottente giocando a palla
dai colorati tratti dell’infanzia in spalla.
Domeniche silenziose sospeso il chiasso
nel silenzio d’una Napoli viva nella sua morte
scrostando vene d’isolati all’insipiente passo
tra giri invisibili di miele in vuote strade sporche.
Muta, gela l’anima al movimento speso
rasente lo scordato richiamo del grigio fosso
su muri sventranti vinto lo sporco addosso,
come quando costruisci solitudini di paura
senz’occhi in vita, fuggendo muto il gioco
correndo senza cedere al muro di cera
perché dentro la disperazione v’è solo arsura.
Sbiaditi odori nativi di cime di rapa
e parole sulle scale di mamma ansia e sale
con quegli occhi verdi che scrutarono ragioni
tratteggiando in dono i miei solitari domani.
Mi dedicai a sistemare le valigie pronte
ricucendo distanze intrecciate al tronco
rinsecchito cuore nel suo ululare,
smise così il tempo di germogliare
con l’odio nell’anima per una città che sapevo amare.
Sussulto ogni volta che rigurgiti di ferite vive
riemergono in me dal fondo amato
insieme a coloro che mi chiedono di tornare.
Appesi alle pareti incartate lentiggini e vezzo
una scugnizza col suo golfo sul petto
avendo follia nel cuore al ritmo di tarantella
come piccioni in amore sui cornicioni a bretella.
Ma Napoli colora schiamazzi e baldorie
partorisce balconi decomposti di storie e costumi
cullanti istanti reietti fumi d’ammuina
a chi ancora si domanda i perché della vita.
Come spiegare l’intuizione, cosa rispondere
tacendo al vero il senso della ragione
quale il mio ricordo della fanciullezza stata
nel fondersi con la mia fantasia di strada
l’essere favola scritto in un modo così pulito
forse con poca poesia ma con così tanto fiato.

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