
Quel vecchio dal viso di pietra aprì bocca, accompagnato da un sorriso privo di espressione.
<<Esiste un paradiso ed esiste un inferno. Appena varcherai la soglia, ti reincarnerai nelle persone che ti conoscevano e vivrai dentro i loro corpi per l’eternità!>>.
Rincuorato dalla notizia, Travis tossì e sorrise.
<<Non è poi così male, direi…>>, da quel tono cinico scaturì un altro colpo di tosse che lo fece sussultare, in quel letto d’ospedale.
L’anziano divenne cupo e gli si avvicinò ulteriormente, piegandosi in avanti.
<<Vivrai nel passato di questi individui e vedrai il tuo te stesso dai loro occhi. Proverai le emozioni che essi provarono al tuo cospetto, quando eri in vita!>>.
Il brujo si mise composto, osservando lo sguardo di Travis perdersi nel vuoto e aggiunse:
<<Il giudizio finale dipenderà dalla rettitudine dimostrata nel corso della tua esistenza. Sarai testimone delle tue benevolenze o delle tue malefatte, da punti di vista differenti!>>.
L’uomo nel letto distolse lo sguardo dall’anziano. Lo stregone allora concluse.
<<Considerando che oltre te, sono l’unico presente in questa stanza, non posso fare altro che augurarti buona fortuna!>>.
Il vecchio si alzò e con un cenno di saluto si diresse all’uscita.
Il moribondo chiese conforto al soffitto, fissandolo, nei suoi ultimi attimi solitari.
La risposta è no! Ma noi non siamo considerati uomini, a pensarci bene nemmeno animali, nemmeno bestie.
Siamo più come un oggetto, una maglietta per esempio, una volta che l’hai venduta e hai preso i soldi non ti interessa che fine faccia. Sono 5 ore che galleggio circondato solo dal mare, aggrappato alle mie lacrime e alla mia disperazione, mentre aggrappati a me perché non sanno nuotare, i miei due figli di 5 e 8 anni.
Poco più in là, mia moglie, anche lei non è una nuotatrice, resta in superficie come può, il suo salvagente è la forza del suo amore per noi, ci parla mi dice di resistere, sa che se lei si lasciasse andare anche io perderei tutte le mie forze.
Forze che non ho più.
Sto annegando e porterò con me i miei due figli.
Allora quasi senza pensarci, accorgendomi di farlo senza accorgermene, girandomi dall’altra parte ne lascio andare uno. Anche lui è talmente esausto che non annaspa nemmeno nell’acqua, non urla una parola, nemmeno il mio nome, scompare e basta, come la magia di una strega cattiva.
Allora lancio io un urlo che mi sembra possa coprire tutti i rumori del mondo, anche il silenzio del mare aperto.
Poi un suono, mi giro e vedo in lontananza una barca che si dirige verso di noi e in quel preciso momento per me non esiste più nulla. Non c’è più il mare intorno a me non c’è più il sole, l’azzurro del cielo, non esiste più il mio io (riuscite ad immaginarlo)? esiste il mio corpo ma dentro non ci sono più io. Un unico pensiero mi gira in testa come un disco rotto. Se avessi resistito ancora solo quanto? 5 minuti? 10 minuti? saremmo tutti assieme in salvo.
Mi chiedono di raccontare cosa è successo. Ripeto che mio figlio stava annegando, ma ho visto distintamente una sirena che lo prendeva tra le braccia e gli dava un bacio sulla bocca, rido, chissà cosa avrà pensato mio figlio che vedendo due che si baciavano diceva che schifo. Ma si sa, il bacio di una sirena ti permette di respirare sott’acqua.
E lui ha scelto di vivere nel mare…bravo…bravo figlio mio…la parte asciutta della terra non faceva per te, qua quando piangi si vedono subito le lacrime, nel mare no, sarà come non piangere mai più.
una foto sbiadita,
un ricordo lontano.
I tuoi occhi ridevano per me,
ora ridono per qualcun'altra.
Il tuo sorriso avvolgente e' per lei.
Io sono qui sola, alla deriva.
La tua porta e' chiusa.
Sono nel buio,nel freddo.
Non ho piu' il tuo amore,
nemmeno il tuo rancore.
Non ho piu'niente.
In città, seduto al tavolino d'un caffè
verso fiumi di parole, ad anonimi interlocutori
a cui di me non importa niente.
Persone solo di passaggio, anime che non sfiorano la mia.
Osservano soppesano, giudicano restando fermi
su i loro stalli.
Eppure sono qua davanti a loro, i miei occhi lasciano vedere la tempesta profonda che mi strappa .
Bevo lento il mio caffè, lo assaporo, ne godo l'aroma , tra un discernere e un dire, mi scorre
dentro come lava , brucia l'anima e la completa.
S'alza il vento , che con folate leggere porta mulinelli di foglie ingiallite, l'autunno ormai prossimo e' greve, ti affonda colpi come a risvegliarti dal tuo imminente letargo che giungerà.
E loro non s'accorgono di nulla, non sentono neppure il freddo che inizia a penetrare tra le trame del giaccone di tweed.
noviuovinuovi....ripete una musica da lontano, parole incomprensibili per me...pago il mio caffè, con un sorriso amaro li saluto e mi alzo.
percorro a passi affrettati il viale, osservo le auto
e il filare degli alberi scheletriti.
Lascerò Parigi, lascerò chi mi ha ferito, ciò che e'
stato di un amore corrosivo e devastante, lascerò
una parte d'anima tra i marciapiedi e il metro' .
Chiudo gli occhi per reprimere il moto d'angoscia
che a volte riesce ad risalire, e' ora di andare.
Alzo il bavero del giaccone come a dividere la distanza tra me e ciò che resta.
Taxi...taxi..lo fermo , salgo, mille pensieri ancora
si fanno spazio nella mente , tra il ricordo dei tuoi
baci e le mie mani su di te.
Ora il treno mi attende, senza una meta partirò
non so cosa mi aspetta, ma lontano piu' lontano
da qui, senza te , una nuova vita da ricominciare
da capo, che sia parte di me.
Vedo lo scorrere del filare degli alberi, una goccia
cade anche il cielo sta piangendo per me.
trasmuta blandizie nell’uragano fetido.
Durante un lungo sguardo di porpora
la linfa ci esclude dai pori lavosi
e scende in un golfo che inchioda la gola di un rettile.
Onde di melma dorata tracimano trucioli ardenti nel sacro
e sfondano il battito assurdo di ghiande policrome
forate dall’ozio di un’unghia di pollice.
Basta un’ipotesi e tutto s’incrina ed assume il fetore dell’asma.
Ma è solo un forzato capriccio, un inutile sfogo di piaghe
che gli occhi trapiantano in mare.
Sul cuore di note solari
il vento non osa trascendere avanzi di china
non sputa diritto sul tempio che incaglia le ali assassine.
Un patibolo è appeso alle pale di un pino
legato coi ricci sfibrati di cagne. Le pale
rimuovono l’afa e una danza uniforme di spighe
accerchia ribelle quest’oasi di pianto lubrico.
I cirri soltanto sono fermi nel vuoto.
Ancora un deserto di frasche
e il candido volo di puerpere esauste
si sfrena nel tasto estroverso.
Un galleggio di bitte erompe sul quadro
fregiato da strenne pendenti.
Il sonno allontana la morte
ma quella riemerge dall’ora più fresca.
La luce! La luce si accende
la luce sul volto che brucia
avanza la luce con voce superba
e tuona la fine.
Il commissario capì che Serra non aveva dato peso alla telefonata e per questo non l’aveva avvisato. Sapeva che la notte la gente non riesce a dormire e allora scruta le finestre dei vicini per il piacere di violare la loro privacy. Efisio Serra sembrava soddisfatto di quanto aveva appena finito di riferire. Un lieve sorriso gli increspò le labbra sormontate da un paio di folti baffi neri. Poi lo sguardo divenne vitreo e la mascella destra iniziò a tremare come per un tic improvviso. Il commissario spense la sigaretta e non profferì parola, non volendo ficcare il naso nei problemi dell’agente. Serra allora, come se si fosse svegliato da un coma deleterio, disse a voce alta, dimentico della presenza del suo superiore:-Al n.81 di Via Ponchielli, al 3° piano, abito io!... Tradito mi ha!







