Una volta a casa preparò una parmigiana coi fiocchi, dimenticando tutti i cibi precotti che nell’ultimo anno lo avevano esposto ad un rischio di ulcera elevato. Accese la televisione ancora impostata su IRIS; questa volta venne trasmesso “Io, Emmanuelle”. Gli parve che Lia Rho-Barbieri assomigliasse vagamente a Laura, la quale non aveva abbandonato i suoi pensieri dal mattino.
Durante la giornata fece il conto alla rovescia ansioso che giungesse l’ora dell’appuntamento. Era la prima volta che usciva con una donna di maggiore età e la cosa gli provocava un senso di adrenalina. La cara vecchia tensione lo colse in pieno ancora una volta. Però questa volta fu quasi felice di avvertila, visto le sgradevoli sensazioni provate per più di un anno.
Decise di non mettere una maglietta che dasse “troppo nell’occhio” : scelse la t shirt dei Devastation raffigurante solamente il logo della band. Sapeva che Laura era una tipo semplice e senza pregiudizi, ma ci teneva comunque ad apparire presentabile.
Finalmente giunse sotto casa di Laura. Aveva guardato l’orologio della sua macchina per tutto il breve tragitto, sperando che non fosse in ritardo. Fu minuziosamente puntuale : alle 20.00 fece uno squillo al suo cellulare. Lei non si fece attendere per molto : alle 20.06 aprì il cancelletto d’ingresso del suo palazzo di Pontenuovo, frazione di Magenta (MI).
Sembrava un'altra donna : per tutta la lunghezza della maglia a sfondo bianco, vi era raffigurata una tigre decorata in più punti con delle perline; la sua forma permetteva di scorgere la spalla sinistra nuda e la spallina nera del reggiseno.
Alle braccia portava un infinità di braccialetti che risuonavano in un leggero tintinnio; i jeans leggermente aderenti di colore nero; le scarpe fortunatamente a tacco basso, lontane dai trampoli che calzava in redazione. Luca giurò che nel pomeriggio era stata dal parrucchiere a ridefinire la sua acconciatura, questa volta più accurata. I contorni del rimmel meno marcati rispetto ai suoi standard, decisamente più dolci; le labbra tinte di un rossetto rosa molto fine e delicato. Un grande orecchino a sezione circolare andava ad abbracciarle il lobo destro, mentre in mano, stretta tra le unghie smaltate di indaco (in tinta con gli occhi della tigre) teneva una piccola borsetta Chanel nera.
“Non me la ricordavo cosi bona!”. Questo il primo pensiero di Luca mentre lei apriva la portiera della macchina. Quando la salutò con il solito rituale dei tre baci sulla guancia, avvertì un sublime profumo di bagno schiuma felce azzurra.
Vista l’eleganza di Laura, si sentì un poco in imbarazzo ad indossare la maglia dei Devastation. Tuttavia la barba se l’era fatta; si era anche spalmando del dopobarba che la commessa dell’ “Erboristeria Ninfea” di Magenta gli aveva dato in omaggio in diversi campioncini.
“Che giornata! Quella alluvione maledetta! Ho messo online l’articolo alle 18.00! Ci stavo lavorando da stamattina… vedo i palloni davanti agli occhi!”. Luca adorava sentirla parlare, trovando una dolce sensualità nel suo accento bergamasco.
Laura prese il via a parlare di lavoro; ma questo non lo esaltava particolarmente; oltretutto non se la ricordava neanche così logorroica.
Prese la palla al balzo :
“Ma dobbiamo parlare per forza di lavoro? Stiamo andando a mangiarci una pizza…”. Le disse ironicamente.
“Hai ragione, scusa! Che hai fatto oggi?”.
“Mi sono messo a guardare “Io, Emmanuelle” su IRIS”.
“Che film è?”.
Adorava soddisfare la curiosità di Laura, che anche se non aveva mai sentito nominare Erika Blanc e Adolfo Celi, ascoltava attentamente.
Giunti al parcheggio del ristorante, Luca le stava ancora parlando del film in questione tra i suoi sorrisi ad ammettere la poca cultura cinematografica.
“Magari tu sai molte cose che io non so!”. Le disse Luca aprendole la porta del ristorante.
“Beh, chi ti ha insegnato a intraprendere la tua soddisfacente carriera di giornalista online?”.
Il sorriso non era mai scomparso dalle labbra di Laura e ciò, pensò Luca, era buon segno.
Non pensava a Cèline dalle otto di mattina; gli sembrava un ricordo lontano, ma ancora pronto a stringergli lo stomaco con le sue viscide morse. Gli occhi della sua mente cercavano di chiudersi di fronte al volto di Cèline : ora ne aveva davanti un altro alquanto dolce ed affascinante.
Le pareti di legno della “Grotta Verde” e l’ intenso profumo di grissini gli rimandarono alla mente le abbondanti mangiate con i suoi genitori, quando, alla tenera età di sei anni, era ancora un pischello ossessionato dal cartone animato ”La leggenda della valle addormentata”.
Su di un ripiano accanto alla porta che conduceva alle cucine, vi era la volpe imbalsamata che lo inquietava da piccolo. Il cameriere era lo stesso; decisamente invecchiato ma ancora arzillo a riconoscerlo dopo tanti anni. Suo padre lo chiamava simpaticamente “Baffo”, e con lui discuteva sempre di calcio ricordando i vecchi tempi in cui erano entrambi calciatori semi professionisti.
“Ma ti conoscono qui?”. Gli domandò Laura.
“Si, da piccolo non sai quante pizze e quanti piatti di patatine ho mangiato con i miei!”.
Si accorsero che entrambi non avevano mai parlato delle loro infanzie. Raccontarono una sfilza di aneddoti sulle loro rispettive famiglie, sulla scuola e le festività in famiglia. Tra tutti questi, a Luca fece particolarmente sorridere il fatto che alle scuole elementari, la madre di Laura le metteva sempre una banana in cartella da mangiare durante l’intervallo.
Ridendo e scherzando, non si accorsero che Baffo era giunto al loro tavolo, posto nei pressi della volpe imbalsamata, a prendere l’ordine.
Luca (come sempre) andò sul classico : “Una pizza al prosciutto”.
Laura si scusò per non aver consultato il menù, decidendo per una pizza margherita.
“Margherita? Come mai?”. Chiese Luca, convinto del suo sano appetito.
“Sono a dieta, oggi a pranzo ho mangiato una mozzarella…”.
“Ma dai, davvero?”.
“Sì, non ci credi? Devo dimagrire! Ancora un po’ e rotolo!”.
“Ma smettila, agli uomini piace l’abbondanza!”.
Appena pronunciò la parola “abbondanza” vide Laura abbassare lo sguardo e arrossire. Le parve così tenera che per un momento pensò di stringerle la mano appoggiata al tavolo.
“No!” pensò. “Troppo presto! Troppo imprudente!”.
Baffo arrivò con le bevande ordinate : una birra media per lui e una bottiglia di acqua minerale naturale per Laura.
“Non possiamo fare il brindisi ora che hai ordinato l’acqua!”. Scherzò Luca.
A Laura venne istintivo sorridere; quei suoi occhi neri così grandi e profondi avevano creato in lui un certo scompiglio : lo osservavano con una amabile dolcezza mista a malizia. Inizialmente fu convinto di trovarsi in imbarazzo di fronte a lei, ma a quanto pareva sembrò lui a tenere in mano le redini. Apprezzò maggiormente la personalità della sua collega che fin dall’inizio, fece di tutto per farlo sentire a proprio agio; ascoltava e commentava le sue storie raccontando a sua volta le sue.
Le pizze giunsero al tavolo senza lunghi tempi d’attesa, essendo il ristorante occupato da poche persone (una anziana coppia di coniugi e una giovane famiglia per fortuna non troppo chiassosa). Luca, preso da un appetito invitante, iniziò a gustarsi la sua pizza ancora deliziosa dopo tanti anni. Notò che Laura mangiava in silenzio, concentrata a tagliare fette ordinate che portava delicatamente alla bocca.
“Come va la tua battaglia contro il fumo?”. Le disse rompendo il silenzio.
“Insomma”. Disse lei che da poco aveva acquistato una sigaretta elettronica per disfarsi da quel vizio insensato. “Oggi sono riuscita a fumarne cinque.” Un miracolo viste le abituali ventitrè.
“Anche per me è stata dura, ma vedrai : ci riuscirai!”.
“Lo spero! Sto mantenendo l’abitudine di uscire sul balcone a fumarla”.
“Brava! Anch’io facevo così”.
Laura scelse il liquido al gusto cocco : un’altra riflessione di buon gusto per Luca. Le sue labbra si appoggiavano delicate ad avvolgere il bocchino della sigaretta, inspirando lunghe boccate a creare una nube di vapore profumata.
“So quanto è dura disfarsi dalle abitudini e dai vizi”. Disse Luca masticando l’ultima fetta di pizza.
Laura annuì sorseggiando dell’acqua dal bicchiere : “Servono tanta pazienza e forza di volontà”.
“Certo… sai, io ne so qualcosa da quando Cèline mi ha lasciato”. Non voleva parlare di Cèline, ma decise di mettersi a nudo davanti a lei per dimostrarle che si sentiva a proprio agio.
Sentendo il nome di Cèline, Laura abbassò lo sguardo pulendosi i lati della bocca con il tovagliolo : “Anche io ne so qualcosa, ma poi ho capito che perdere la vita dietro una persona non ha senso… ti svuota, è una perdita di energie continua”.
Le parole pronunciate da Laura gli fecero avvertire una fitta allo stomaco che si ramificò lungo le gambe. Forse non era stata una buona idea rimembrare le sue sofferenze.
All’improvviso Laura disse : “Io ti vedevo sempre sofferente, questa storia come normale che sia, ti ha distrutto.” Luca si limitava ad annuire tirando lunghi sospiri, ma Laura proseguì : “Volevo venire da te e parlarti, insomma in qualche modo aiutarti, ma mi sono detta : magari non ne vuole sapere.”
Una lieve commozione si impadronì di lui : “Grazie Lau, hai già fatto molto ad accettare di uscire con me questa sera…”.
Gli occhi di Laura si mescolarono ai suoi.
“Era da tanto che aspettavo me lo chiedessi… la mia vita è una tale noia : casa, lavoro, lavoro, casa…”. Disse lei con un tono un po’ sarcastico.
“Non credo che la tua vita sia così noiosa… hai tanti sogni, tante speranze… l’importante è quello!”. Laura bisbigliò un debole “grazie”; forse mai nessuno le aveva parlato così.
Luca le chiese se gradiva un dolce, dimenticandosi che lei poco prima aveva affermato di essere a dieta. Alla sua domanda sorrise ancora una volta, rispondendogli che era soddisfatta dell’ottima pizza. In fin dei conti era a posto anche lui e il caffè lo detestava : non lo beveva neanche dopo pranzo, mentre Laura ne aveva già bevuti dodici durante la giornata. Le propose di lasciare il ristorante, recandosi alla cassa per pagare il conto.
Mentre Baffo digitava il totale, pensò a quanto avrebbe voluto baciare quelle labbra a forma di cuore e sentire la sua lingua roteare nella bocca. La passione cocente cominciava a chiamare il nome di Laura, appena alzatasi dalla sedia con il mano la borsetta. Poteva osservarla dalla cassa, ammirando i suoi fianchi abbondanti e accantonando il pensiero dei nove anni di differenza : appariva forte e determinata, ma nel profondo del suo animo possedeva una dolce sensibilità da ragazzina.
La voce roca di Baffo annunciò l’importo totale, facendogli distogliere lo sguardo da quelle curve su cui stava facendo viaggi senza ritorno. Pagò e aprì ancora una volta la porta principale a Laura; la macchina era subito lì nel piccolo parcheggio.
Giunse il momento della fatidica domanda : “Andiamo a bere qualcosa?”.
“Si, volentieri… dove andiamo?”. Domanda spiazzante.
Era stato tutto il tempo a fantasticare il suo corpo nudo che non aveva ancora pensato ad un posto decente.
“Tu dove vorresti andare?”. Domanda di riserva.
“Uhm… portami in un posto dei “tuoi”! Dove ci sono i capelloni che muovono la testa! Non ci sono mai stata, mi piacerebbe…”. Luca la guardava stupito; non aveva ancora messo in moto la macchina.
“Davvero?? Poi se ti ci porto non mi parlerai più!”.
“Perché non dovrei parlarti più? Ti sto dicendo che mi piacerebbe andarci, dai…”.
Old Skull. A Luca vennero in mente queste due parole, ovvero il nome di una discoteca rock situata a Vigevano. Unico problema : per raggiungere il locale si doveva passare a fianco del Jack Bikers, ovvero il locale dove aveva incontrato Cèline per la prima volta.
“Al diavolo Cèline! Al diavolo il Jack Bikers!”. Pensò mentre si accingeva a proporre a Laura di andare all’Old Skull. Era anche l’unico locale rimasto da quando tutte le discoteche rock e gothic avevano chiuso i battenti in quel di Milano.
Laura accettò la proposta, entusiasta e curiosa di ritrovarsi in un ambiente che non aveva mai frequentato. Gli disse anche di farle ascoltare qualche CD che aveva in macchina. I titoli erano molti e tutti incentrati sul Metal estremo, esitò un attimo prima di sceglierne uno.
“Fammi sentire il tuo preferito”. Disse Laura notando la sua indecisione.
Era difficile per lui trovare un album “preferito”, ma si accorse che ci stava pensando troppo : decise di mettere “Hell’s Unholy Fire” dei Nunslaughter.
Con la coda dell’occhio sbirciò l’espressione di Laura. Non vi era alcun segno di disgusto sul suo volto anzi, ma piuttosto uno sguardo attento a decifrare le note del combo americano.
Quando la title track giunse al termine, Luca le chiese : “Ti piace?”.
Laura inspirò la sigaretta elettronica : “Si, non è male… da come suonano si sente che hanno la passione per certa musica”.
La riposta lo stupì ancora una volta. Ebbe campo libero di sfoggiarle la passione che nutriva da sempre per la band.
Lei spiegò che i suoi ascolti si incentravano sulla musica New Age, Folk e Ambient; ma non disdegnava per niente una canzone se riusciva a provocarle emozioni. L’apertura mentale di Laura lo affascinava; avrebbe voluto somigliarle tempo addietro quando nella sua mente esisteva solamente il Metal estremo e nient’altro.
La rotatoria che conduceva in via Piemonte era vicina. Svoltando a sinistra, giunsero sulla strada dissestata che conduceva all’ Old Skull. Una volta superata una discesa, si ritrovarono il locale alla loro sinistra abbracciato dalla boscaglia del Parco del Ticino.
L’Old Skull era formato da due sale : nella prima vi era il ristorante, il bar e diverse poltrone in pelle nera. Le luci all’interno erano basse e l’arredamento tendente al macabro : diversi teschi erano appoggiati sul bancone del bar, finti pipistrelli pendevano dal soffitto, candelabri gotici a cinque braccia al centro di tavoli in legno; le candele consumate rendevano l’atmosfera un poco mistica. Alle pareti erano appesi quadri che ritraevano le icone più influenti del rock : Ozzy Osbourne, Alice Cooper, Gene Simmons, ecc.
L’altra sala si trovava all’esterno, con la funzione di pista da ballo. Ai suoi lati erano allestiti diversi tavolini e poltrone, un piccolo palco frontale per i live e l’immancabile angolo bar. A quell’ora appariva ancora deserta, ma si sarebbe presto popolata appena passate le 23.00.
Laura continuava a guardarsi intorno con fare curioso e interrogativo : “Forse non le piace l’ambiente” pensò inizialmente Luca.
“Cosa prendi da bere?”. Le chiese mentre lei osservava il ritratto di Lemmy a fianco del bar.
“Un sex on the beach.” Rispose lei.
Nonostante fosse quasi astemia e non ricordasse l’ultima volta che assaggiò un bevanda alcolica, decise di optare per quel dolce cocktail. Luca ordinò una birra media : i cocktail lo disgustavano e non si era abbuffato per aver bisogno di un amaro. Si offrì di pagare entrambe le consumazioni, tra le proteste di Laura riguardo il fatto che le aveva già pagato la pizza. Consegnò per primo i soldi al barista, un po’ per mantenere la galanteria ma anche per ringraziarla di essere in sua compagnia.
Andarono a sedersi ad un tavolo.
“Ti piace qui?”. Le chiese dopo aver finalmente brindato.
“Sì! E’ particolare, affascinante! Questi candelabri sono bellissimi…” Le sue unghie smaltate andarono ad accarezzare il candelabro in ferro battuto. “Non ci sono mai stata in posti come questo! E’ una nuova esperienza per me…”.
“Sono felice che ti piaccia, sai non immaginavo apprezzassi certi posti…”.
“Nella vita bisogna provare di tutto prima o poi!”.
“Hai ragione, io una volta ero molto selettivo, poi con il tempo ho imparato ad interessarmi un po’ di tutto”.
“Non è mai troppo tardi per cambiare”.
Si accorse che la conversazione stava prendendo una piega troppo filosofica e ciò lo stava annoiando a morte (e forse anche a Laura).
La sapiosessualità lo affascinava, ma pensò che era anche tempo di farla ridere un po’. Incominciò a raccontarle certe divertenti (e folli) storie riguardo la sua carriera di musicista. Non scese nei dettagli per non darle l’impressione di essere un ex alcolizzato, ma stando comunque nel vago riguardo le sbronze colossali post concerto.
“Sai, quella sera ero un po’ brillo…”. Esordi così per ben tre volte mentre le raccontava quei folli episodi.
Laura rise; sembrava trovare divertenti quattro “metallari” ubriachi fuori da un locale. Il punto di forza di Luca fu quello di descrivere i suoi ex compagni di band in modo pittoresco; particolare che divertiva Laura.
Intanto la sala esterna aprì i battenti : musica assordante provenne dall’esterno.
“Usciamo dai! Incomincia la serata!”. Disse Luca a Laura.
Lei annuì divertita. Appariva entusiasta di volersi buttarsi nella ressa; Luca non capì se ciò era merito dei suoi racconti alcolici o del sex on the beach. Poco gli importava : era riuscito a farla entrare in serata.
La folla li investì immediatamente : trecento persone che si agitavano alle note distorte del Metal erano presenti in ogni angolo. Luca riconobbe “Psyco Terror” degli Schizo, così veloce e vulcanica aveva appena mandato in delirio la sala. Cercò di farsi strada con Laura alle sue spalle, lottando tra gli spintoni. Le prese la mano; quella mano che non aveva ancora osato sfiorare. Lei strinse la sua : non si ricordava quanto calore potesse trasmettere una mano femminile. Finalmente trovò un piccolo spazio dove non vi era gente che li spintonava.
“Ce l’abbiamo fatta!”. Urlò questa volta Luca.
“Ma è incredibile come muovono la testa sincronizzati!”. Gli stordì l’orecchio Laura.
Luca sorrise : “Una volta anch’io lo facevo, poi mi è venuta la cervicale e ho dovuto smettere!”.
Gli occhi di Laura osservavano divertiti un mondo a lei sconosciuto, che come disse poco prima le apparve “affascinante”. A Luca non sembrava vero : sentì ancora l’adrenalina scorrere nelle vene come quando da adolescente frequentava l’Old Skull e tornava a casa con il collo rotto. Avrebbe desiderato che quella serata non finisse mai.
Bevvero ancora : sempre birra e sex on the beach. Ormai Luca aveva letteralmente finanziato la serata a Laura, troppo presa dalla musica Heavy Metal per pagare. Non gliene fregava niente : si sentiva felice; questo era quello che contava maggiormente in quel momento.
Le canzoni scorrevano infinite, una dietro l’altra a spazziare da tutti i generi di Metal e senza che se ne accorsero, giunse l’orario di chiusura. Avevano urlato e “ballato” per due ore intere, tra i tentativi di Luca ad insegnare l’headbanging a Laura.
“Devi seguire il ritmo con la testa!”. Le disse più volte, tra i suoi buffi tentativi di cimentarsi in quell’atto.
Ormai sfiniti, lasciarono il locale raggiungendo la macchina. Luca si sentiva euforico, ma ancora desideroso di baciare quelle dolci labbra. Gli era rimasto nelle narici il profumo di bagno schiuma di Laura, ancora vivo sulla sua pelle delicata. Lei, non essendo abituata a bere, si scusò del fatto di essere un po’ brilla, ma lui le rispose di non preoccuparsi e che se era un po’ su di giri significava che aveva goduto la serata.
“E’ stato bellissimo… ci dobbiamo ritornare!”. Disse mentre salivano il ponte sopra il Ticino.
Quel “ritornare” suonò così bene a Luca. Significava che la serata le era veramente piaciuta e che le probabilità di baciarla fossero salite.
Non vedeva l’ora di essere sotto a casa sua. “Se non la bacio, stanotte non dormo!”. Pensò.
Giunsero finalmente a Pontenuovo in via Matteoti; in fondo abitava Laura.
Luca fermò la macchina davanti al cancelletto; nessuna anima viva in giro : erano le 3.20 del mattino.
“Grazie infinite della serata Luca”. Disse lei sfiorandogli il braccio.
“Figurati, grazie a te non mi divertivo così da un sacco sai…”. Questa volta era riuscito ad accarezzarle leggermente la mano.
Lei osservò la sua mano che teneramente le accarezzava le dita, gli anelli e le stupende unghie color indaco. Alzò lo sguardo verso di lui : una frazione di secondo interminabile. Lentamente si avvicinò al suo viso e chiuse gli occhi. Le loro labbra vennero a contatto assaporando i dolci aromi delle bevande che avevano consumato quella sera; in un attimo le loro lingue si incontrarono lussuriose. Luca accarezzò il volto di Laura, lasciando libere le sue mani ad esplorare il suo corpo. Avverti’ la dolce abbondanza del suo seno sotto i polpastrelli, fino a quando senti’ la bocca di Laura staccarsi dalla sua piano piano.
“N-no… io, scusami…”. Laura si era distanziata da lui con tutto il suo calore.
“Che c’è?”.
“Io… non me la sento, ti prego di scusarmi”.
“Non te la senti, perché?”.
“Non voglio correre il rischio di affezionarmi ancora… ho sofferto molto, non ce la faccio scusami… Ciao”.
“Laura!”. Luca non fece in tempo ad afferrarla che già era balzata fuori dalla macchina chiudendo la portiera.
“Laura! Non ti ho mica chiesto di sposarmi! Ma che ti prende? Torna qui!”. La rapidità di un giaguaro : si era volatilizzata dietro il cancelletto bianco in due secondi scarsi.
Luca osservò la scena con gli occhi sgranati : non gli restava nient’altro da fare che mettere in moto la sua Alfa Giulietta. Come se non bastasse aveva cominciato a piovere : un fastidioso temporale estivo ad accrescere l’amarezza. Amarezza che era tornata a tormentarlo puntuale.
Guidò in trance verso casa, senza quasi vedere la strada già di per sé offuscata dalla pioggia incessante. Vi era solamente una certezza : lo aspettava un’altra notte insonne.
Della Danimarca lo colpì il fatto che tutti si spostavano in bicicletta e il porto di Fredericia infestato dalle meduse. Cèline adorò Cracovia : città affascinante nella sua decadenza e con le sue chiese gotiche e misteriose.
La Tunisia non gli aveva esaltati più di tanto perché spesso si dicevano :
“Fuori dal villaggio vacanze di Madia non c’è niente”.
Le abitudini alimentari della Germania avevano causato a Luca una fastidiosa dissenteria, al punto di giurare a se stesso che se ci fosse ritornato avrebbe cenato ogni sera in ristoranti italiani.
Durante il loro soggiorno alemanno, si fecero scattare una foto davanti la statua di Karl Marx a Chemnitz, città della Sassonia. Una sera assistettero ad un concerto di Speed/Thrash Metal svoltosi in un modesto centro sociale della periferia. I gruppi che suonarono furono : Chornyj Woron (da poco riuniti dopo lo scioglimento nel 2010), Venenum e Hellish Crossfire. Luca notò che la passione per la musica Heavy Metal in Germania era più viva e fraterna rispetto l’Italia. I tedeschi inoltre, pogavano raramente : facevano headbanging per quasi tutta la durata del concerto.
L’America lo aveva letteralmente spiazzato : era troppo grande, troppo immensa. Doveva ammettere però che certi posti erano davvero stupendi : i laghi del Michigan, il Grand Canyon, le praterie nel Wisconsin, le montagne innevate del Colorado, ecc.
Quello che non gli andava a genio erano la mentalità stacanovista degli americani e il loro essere troppo “nerds”.
I negozi e i supermercati che non chiudevano mai gli incutevano timore. Pensava al popolo americano come ad una nazione di androidi dotati di batteria auto-ricaricabile.
Quando vide la Hollywood Sign pensò ai tempi in cui il cinema americano arrivò in Italia, facendo figurare l’America come la patria dei migliori film e dei migliori attori. Per lui non era proprio così : considerava da sempre il cinema italiano di gran lunga superiore. L’Italia : un paese tanto bello, ma tanto rovinato dagli “italiani”.
“I migliori artisti li abbiamo noi; il nostro è il miglior cinema riconosciuto in tutto il mondo; abbiamo avuto poeti e scrittori illustrissimi… le località di mare e le città più belle sono in Italia : basti pensare a città magiche come Roma, Venezia, Firenze, Pavia, Pisa; al mare della Calabria e della Sardegna”. Disse a Cèline durante l’ esplorazione della penisola.
In quella orrenda annata che risultava essere il 2021 , a Luca non gli passava minimamente per la testa di prendersi le ferie. Continuò a svolgere l’attività di giornalista e gestore del giornale online “Milanoweb” per tutto il mese di agosto.
Durante la triste e piovosa estate del 2014 riuscì ad entrare nella piccola redazione di via Rossa 15 a Magenta; questo grazie a suo zio Giancarlo, da dieci anni responsabile e direttore del giornale telematico. L’aiuto di zio Giancarlo fu fondamentale per Luca : lo strappò dai gas tossici di un industria chimica per la quale lavorò un anno e mezzo. Dopo aver terminato il liceo scientifico, non avendo trovato una mansione inerente ai suoi studi (per la serie : “studiare non serve a un cazzo”, come pensava lui), accettò la proposta con entusiasmo. Il lavoro lo distraeva dalla sua condizione penosa, mantenendo la sua mente impegnata su tutto ciò che accadeva nel mondo.
La sua “maestra” era stata Laura Guglielmetti : una donna di trentotto anni, divorziata da tre, nessun figlio e una corporatura robusta.
Nel suo inconscio, Luca aveva macchinato più volte pensieri erotici su di lei, quando si abbassava vicino a lui muovendo il mouse del PC per correggerli qualche errore. In quel modo poteva avvertire la morbidezza del suo seno appoggiarsi al suo braccio; ma le sue fantasie cessavano immediatamente al pensiero di Cèline. Laura, per Luca, era una bella donna; forse un po’ troppo alta per i suoi gusti (misurava circa 1 metro e 78 cm) ma comunque appetitosa.
Portava capelli corti tinti di nero con una ciocca allungata a cadere sulla spalla sinistra; standole vicino si poteva avvertire l’intenso profumo di balsamo che li rendevano lisci e ordinati. Le guance abbondanti davano un senso di dolcezza al suo volto delicato, abbellito da penetranti occhi scuri; sulle labbra, leggermente carnose, vi era sempre traccia di un lucida labbra che accentuava la loro forma a cuore. Al naso, sul lato destro, portava un microscopico piercing che alla luce del sole brillava come un prezioso diamante. Laura vestiva spesso neri golfini sopra bianche magliette dalle più moderne decorazioni. Luca notò che portava le maniche lunghe anche in estate; forse per non rovinare il suo look o per nascondere le sue braccia matronali, di cui lei stessa aveva ammesso di vergognarsi. Non gli era mai capitato di vederla indossare una gonna da quando la conosceva; solamente lunghi pantaloni neri ad accentuare l’abbondanza delle sue lunghe gambe. Calzava sempre eleganti scarpe a tacco alto : “Come se non fosse già abbastanza alta!”. Pensava Luca osservandola camminare come una “panterona” tra i computer dell’ufficio.
Risultava essere una donna misteriosa sotto molti punti di vista. A Luca sembrò che Laura trattenesse le emozioni, nutrendo una evidente malfidenza verso il genere maschile. In molte occasioni Laura non era pienamente se stessa, quando a parere di Luca avrebbe dovuto dare un’ altra chance all’amore.
La sua famiglia era di origini bergamasche : il padre Angelo possedeva un bar a Suisio. Laura lavorò in quel bar dall’età di quindici anni, aiutando la madre Luigina addetta alla ricevitoria. Diversi anni dopo conobbe Massimo Lomuscio, suo ex marito. Felicissimi furono i primi anni di matrimonio, ma poi arrivarono silenzi e incomprensioni. A Massimo non andò giù che Laura non poteva avere figli per una malformazione all’utero. Massimino, così lo chiamavano ad Antillo (paesello di 937 anime in provincia di Messina), aveva promesso a mammà che ben presto sarebbe diventato “padri”; ma questo non avvenne mai. Fin dall’inizio, i genitori di Laura si dimostrano sempre contrari al loro matrimonio, poiché da sempre la loro stima verso i meridionali era andata a finire sotto le suole delle scarpe.
Un giorno capitò una disgrazia : Massimo fu coinvolto in un incidente automobilistico. Colto da improvvisa distrazione, andò ad urtare una macchina proveniente dal senso opposto sulla SP 170 nei pressi di Bottanuco. L’ospedale telefonò sul cellulare di Laura, avendo trovato il numero nel registro chiamate del telefono di Massimo rimasto ancora funzionante durante l’impatto. Un’ infermiera la informò che le condizioni di Massimo erano critiche.
“Lei è la figlia?”. Le chiese l’infermiera.
“No, io sono la moglie!”.
Dopo una pausa di silenzio, le venne spiegato che Massimo viaggiava in compagnia di una donna al momento dell’incidente. D’istinto, Laura chiuse la chiamata. Avrebbe voluto raggiungere l’ospedale all’istante, recarsi nelle stanze dove giacevano semi incoscienti suo marito e la sua amante e soffocarli fino a quando morte non sarebbe sopraggiunta. Non lo fece : contattò immediatamente l’avvocato per avviare una procedura di separazione.
Quando Massimo sembrò riprendersi, cercò di contattare Laura pronto a darle migliaia di spiegazioni, ma il suo telefono era spento tutte le volte. Durante la sua permanenza in ospedale non ricevette nemmeno una sua visita. Poco dopo Laura venne a sapere che la donna ritrovata con il suo ex marito non aveva documenti; dai tratti somatici doveva trattarsi di una donna sui trent’anni proveniente dall’est Europa. Di fronte all’evidenza, Massimo ammise di aver frequentato ambienti poco consoni ad un uomo sposato. Da quel giorno Laura vide Massimo solamente agli appuntamenti per definire il divorzio, durante i quali teneva sempre lo sguardo basso senza neppure guardarlo in faccia. Una volta confermate tutte le pratiche, non seppe più niente di lui e non voleva ancora saperne.
Laura aveva confidato a Luca questa orribile storia, quando lui le espose il suo rammarico per la vicenda di Cèline. Con gli altri suoi colleghi, Stefano e Mario, Luca non aveva mai avuto un grande rapporto : ai due sembrava seccarli di più la sospensione di una partita di calcio piuttosto che l’aumento delle tasse. Esistevano e basta; Luca non trovava altre parole per definirli. Negli occhi di Laura invece, notava tanta voglia di riscatto e la voglia di rincorrere i sogni. Apprezzava il fatto che Laura amava leggere e comprendere le origini e il funzionamento delle cose; quindi di conseguenza con lei poteva parlare di tutto. Riguardo a Cèline, Laura gli aveva detto :
“Hai assaggiato una buona mela, ma al suo interno c’erano troppi cagnotti… ora sarà difficile riprendersi, ma sono sicura che ce la farai! Poi, detto tra me e te : meriteresti di meglio!”.
Laura ebbe l’occasione di vedere Cèline soltanto una volta; quando Luca nella fretta aveva dimenticato le chiavi di casa. Cèlice si recò in redazione a portagliele e così lo vide fuori nel giardinetto a fumare una sigaretta in compagnia di Laura.
“Lei è Cèline!”. Disse Luca presentatola a Laura.
Mentre si stringevano le mani si ispezionarono a vicenda dalla testa ai piedi. Da quegli sguardi Luca capì che i “rancori” femminili sono assai più intensi di quelli maschili.
Durante le cosiddette “cene di lavoro”, Laura prendeva sempre posto vicino a Luca o viceversa. Più volte aveva pensato di proporle una pizza insieme, ma nella sua testa c’era ancora Cèline e la convinzione che nonostante il trattamento riservatogli, lo amasse ancora. Gli vennero in mente le parole di Elena :
“Ma che te frega?! Chiediglielo! Lei aspetta solo quello! E’ tempo che tu dimentichi per sempre quella debosciata…”.
Proprio così : anche se non l’aveva mai ammesso, il comportamento di Cèline era stato da vera e propria debosciata. Si rese conto che avrebbe dovuto cancellarla dalla sua vita per sempre. Per un anno non ci era riuscito, o meglio : non ci aveva neanche provato, aggrappandosi all’illusione che un giorno lei sarebbe tornata. Laura gli piaceva; anche se non se ne accorgeva pensava spesso a lei mentre cenava insieme a Cèline:
“Chissà cosa sta facendo Laura, tutta sola nel suo appartamento a Pontenuovo, povera Lau…”.
Una mattina di fine agosto, precisamente venerdì 27 agosto 2021, Luca si ritrovò nuovamente in redazione. Aveva passato l’ennesima notte insonne : le occhiaie e il colore cadaverico del suo volto non lo facevano molto presentabile. Nel profondo del suo cuore però, avvertiva la stanchezza di soffrire e chiudersi a guscio ogni volta che gli si presentava un occasione di conoscere una donna.
“O adesso, o mai più!”. Decise di proporre a Laura la pizza più volte rimandata nella sua mente.
Avendo ultimato il suo lavoro, non era necessario che si trattenesse ancora in redazione. A Laura invece toccò restare per ridefinire un articolo riguardo l’alluvione che aveva colpito Lissone.
Si alzò dalla scrivania e raggiunse quella di Laura davanti alla sua postazione.
“Ora mi dirà di no! Alla fine ho dieci anni in meno di lei… però una volta mi ha detto che per lei l’età non conta; basta che in ogni rapporto ci sia sintonia”. Questi i suoi pensieri mentre avanzava lento verso Laura.
“Laura…”. Sentendo il suo nome lei si girò di scatto, quasi come se veniva svegliata da un sonno profondo.
“Si?”. Osservandola Luca si rese conto che gli occhiali da vista le donavano.
“Hai da fare stasera?”
“No, perché?”.
“Io mi chiedevo se…” Attacco di panico imminente. “…mi stavo chiedendo se stasera ti andrebbe una pizza…”. Ce l’aveva fatta.
Laura si tolse gli occhiali, i suoi occhi sembrarono ingrandirsi a dismisura :
“Volentieri!”. Il tono della voce era entusiasta, come se stesse aspettando quella proposta da anni.
“C’è una pizzeria a Boffalora, si chiama Grotta Verde, si mangia bene…”
“La conosco! Ci sono stata una volta con delle amiche, mi piace!”.
Ormai Luca si era sciolto : “Allora per che ora facciamo?”.
“Facciamo per le 8?”.
“Ok per le 8 sono da te!”.
“Va Bene! A più tardi!”. “A stasera allora!”.
Davanti a lei Margot barcollava tra i cespugli, ansiosa di raggiungere la strada. Il maltempo aveva abbassato la temperatura e si sa, appena piove in agosto l'estate comincia a porgere i propri saluti. Allacciò accuratamente il golfino color panna, sperando che il suo finto calore la proteggesse un poco da quei lancianti brividi di freddo.
Il "gruppo" le aveva incaricate di andare a fare la "spesa". Quella mattina Cèline aveva soltanto voglia di fissare il vuoto, ma come sempre si era fatta convincere dall'insistenza di Margot pensando : "Ma si, una camminata mi farà bene".
Dopo aver lottato con rovi ed erbacce per circa dieci minuti, giunsero sulla SS494 di Abbiategrasso.
"I borghesi sono andati tutti in vacanza". Commentò Margot mentre camminavano in fila indiana sul lato della strada.
"Mmmh". Fu la risposta di Cèline che non osò voltarsi indietro.
Alle sue spalle vi era la campagna che poteva osservare dalla finestra della sua casa di Ozzero. L'acido preso la notte precedente l'aveva talmente sconvolta da non rendersi conto di essersi accampata nei pressi di quel suolo dove, per molto tempo, fu felice.
Solitamente i suoi trip erano allegri, visionari, quasi "Felliniani"; ma questa volta l'effetto risultò malinconico.
Il ricordo di quel sogno era ancora vivo; il suo sguardo era fisso sulle gambe snelle di Margot davanti a lei.
"Certo che i nostri uomini sono proprio degli stronzi! Mandare due donne a fare la spesa quando loro sono grandi e grossi". Le battute di Margot non sembrarono divertirla come un tempo; accennò solamente una risatina soffocata.
"Uomini". Pensò Cèline mentre attraversarono la strada per entrare nel parcheggio dell'Esselunga. Le venne una fitta allo stomaco quando pensò al suo primo rapporto extraconiugale. Aveva bramato il corpo di Giorgio per un mese intero mentre abitava ancora con Luca : era alto 1 e 90, portava i capelli lunghi a metà schiena, magro e "dotato di grande carisma" come pensava lei all'epoca. L'avevano colpita particolarmente i suoi discorsi sui pari diritti degli omosessuali, su quella "fiera del niente" chiamata Expo e sulla letteratura russa di cui lei era grande estimatrice. Così dopo una serata in riva al Ticino, durante la quale si accese un falò per riscaldarsi da un gelido Febbraio, Giorgio le mise una mano sul seno. Cèline tremava : era la prima volta che tradiva; quella morsa allo stomaco la tormentava ed eccitava allo stesso tempo. A rapporto concluso Giorgio si rivestì accendendosi una sigaretta. Cèline non capì mai se mentre si pulì la camicia a quadri stesse spazzando via la sabbia o qualcos’altro. Mentre lei si rivestì, vide che lui si era già incamminato a raggiungere gli altri davanti al fuoco.
"Dove vai?". Gli chiese ingenua Cèline.
"Davanti al fuoco, qui fa freddo".
Quel "fa freddo" colpì Celine alle tempie. Le cadde un mito. Ovviamente narrò la sua "fredda" esperienza a Margot.
"Ma lascialo perdere quello : gli piace di più leggere un libro che scopare". Le disse Margot, facendola ridere e facendole sperare che un giorno avrebbe trovato il "vero amore".
L'aria condizionata all'interno del supermercato la fece rabbrividire ulteriormente. Un concerto di "bip" proveniva dalle casse che segnavano il passaggio dei prodotti : suono che Cèline detestava con tutta la sua anima. Una anziana signora la sfiorò con il carrello ansiosa di raggiungere il reparto frutta.
"Quanti soldi ci sono rimasti?". Chiese Cèline.
"Più o meno cinque euro". Rispose Margot afferrando un cestello vicino alle casse.
Margot incominciò a caricare il cestello di mozzarelle, maionese, vaschette di prosciutto (cotto e crudo) e una bottiglia di coca cola da un litro.
"Tutta sta roba con cinque euro??". Osservò Cèline accennando una smorfia.
"Nessun problema, ci pensa Margot!". Le dava un fastidio immenso quando Margot parlava in terza persona; se fosse stata più in forze le avrebbe tirato uno schiaffo.
Dopo aver aggiunto del pane confezionato, si recarono alle casse automatiche. Margot posò il cestello sul ripiano a fianco alla cassa e incominciò a passare gli articoli. L'importo totale risultò essere di 4 euro e 25 centesimi; ovvero due mozzarelle e il vasetto di maionese.
Margot inserì la banconota stropicciata da cinque euro per il pagamento, e una volta ricevuto il resto dalla cassa si avviò all'uscita insieme a Cèline.
Una volta fuori dall'Esselunga, Margot estrasse dalla sua borsa a tracolla due vaschette di prosciutto, la bottiglia di coca cola e il pane confezionato dalle quali senza farsi notare, aveva strappato i codici a barre e le etichette. Cèline la osservava nella sua velocità e abilità facendole da palo nel caso qualche commessa sarebbe sopraggiunta a rovinare il piano. Le telecamere non preoccupavano Margot :
"Male che vada" pensava strafottente "non alzerebbero mai le mani su una donna che ruba del cibo; basta che faccio un po’ la scenata che sono disperata e ho fame e mi lasciano andare".
"Hai visto che ci ha pensato la tua Margot?!". Disse trionfante mentre imboccarono ancora una volta lo stradone deserto.
Cèline non le diede la soddisfazione di riempirla di elogi, le disse soltanto che non vedeva l'ora di mangiare poiché la fame la tormentava. L'idea di affrontare ancora quel sentiero di erbacce non le andava molto a genio, ma il pensiero di un panino con prosciutto cotto e maionese le fece risultare la seconda escursione meno terribile.
Sulla soglia del casolare, Mandy le accolse con baci e abbracci, rovistando nella borsa tra le prelibatezze appena acquistate.
"Ma che brave! Non ci vedevo più dalla fame". La voce di Mandy era dolcemente fanciullesca. Le lunghe trecce nere le donavano un’ aria allegra e innocente, mentre la sua corporatura avrebbe potuto competere con le più illustri modelle se non fosse stata vestita con quegli abiti sgualciti : una lunga gonna bianca usurata a coprirle i piedi calzanti ballerine e una maglietta nera raffigurante una fragola che sembrava essere stata bucherellata da pallottole vaganti.
Le mani possenti di John strinsero il corpicino di Mandy. Il suo amato presentava un fisico solido e palestrato e il più delle volte stava a petto nudo. A Cèline sfiorò l'idea che lo facesse non solo per mostrare la sua "virilità", ma anche per sfoggiare i numerosi tatuaggi.
La barba incolta, i piccoli occhi neri espressivi e i capelli a metà orecchie erano tutti elementi di indubbio fascino. Tempo prima John era istruttore di palestra; amava il body building e praticare diversi sport. L'incontro con Mandy gli sconvolse la vita al punto di abbandonare il suo lavoro che amava tanto.
Anche Mandy una volta aveva un lavoro, o meglio dire : lei lo considerava "un lavoro". Studiava filosofia all'università Cattolica di Milano. Un giorno il padre (finanziatore degli studi della figlia), stimato direttore di banca, le propose di addentrasi nel ruolo di cassiera presso la sede in cui lavorava.
"Non servirò mai chi ci fotte!". Le aveva risposto al padre una sera a cena, proprio quando tutte le carte erano state messe in regola per il suo inserimento.
Di conseguenza, il rapporto con i genitori andò piano piano a deteriorarsi. I silenzi di sua madre la facevano innervosire all'inverosimile : forse Maria, questo il nome della madre di Mandy, non proferiva parola poiché aveva ormai rinunciato a sprecare il fiato dietro una figlia anarchica e ribelle.
Luigi, suo fratello minore, era sempre migliore in tutto; spesso veniva messo a confronto con le scelleratezze di Mandy e quando litigavano la chiamava spesso "comunista del cazzo".
Al culmine della sopportazione, Mandy riempì uno zaino con quattro vestiti di ricambio, una scatola di biscotti e i pochi spiccioli avanzati dalle casse generose del padre. In piena notte saltò giù dalla finestra della sua camera da letto recandosi sotto casa di John.
La fuga era stata progettata da qualche settimana : John si fece trovare nel cortile di casa, anche lui munito di zaino e pronto ad assaporare la libertà con la sua dolce Mandy.
Dopo ventiquattro ore, i genitori dei ragazzi sporsero denuncia alla polizia. La disperazione sui loro volti per aver perso le proprie creature.
Il commissario, masticando un plum cake, disse loro : "Abbiamo centinaia di denuncie di questo tipo... sarà una fuga d'amore momentanea. Non disperate, ritorneranno".
Un anno era passato, assidue ricerche erano state effettuate ma John e Mandy non si trovavano. Nel loro mondo si sentivano liberi e felici : "E c'era ancora molto da esplorare" si dicevano.
Era giunto il momento del pranzo. Languidi erano gli occhi di Orso verso Margot che stava tagliando il pane con il suo coltellino svizzero. Con l'aiuto di Cèline preparò sei panini con cotto e maionese. Appena vennero distribuiti Orso addentò con tenacia il suo pasto.
"Non ti ci ingozzare neh!". Disse Margot riguardo l'appetito vorace di Orsone.
Per tutta risposta, Orso divorò il panino in meno di un minuto.
"Mmmm! Mmmm!". Marina si portò un dito alla bocca fissando Cèline.
Innocente, non si accorse di avere i lati della bocca imbrattati di maionese. Toccandosi delicatamente i lati della bocca con il dito, rimosse la maionese leccandola via.
Il pasto la fece rinvigorire : i brividi di freddo l'abbandonarono per fare posto al piacevole tepore della digestione. Ormai il suo stomaco si era abituato a consumare piccoli pasti.
"E' un bene, così dimagrisco". Pensava spesso Cèline.
Era vero, un po’ era dimagrita, ma l'abbondanza nel suo corpo, per sua infelicità, restava presente.
La malinconia sembrava averla abbandonata; era contenta di essere con i suoi "fratelli e sorelle" a pranzare in quel casolare decrepito.
Mentre soddisfava la sua sete con un sorso di Coca Cola, vide Orso baciare le labbra di Marina. Poco dopo i loro corpi furono nudi, abbandonati in peccaminosi abbracci. Altrettanto fecero John e Mandy, abili amanti tanto focosi.
Assistendo a quel lussurioso rituale, le venne da mordersi le labbra. La mano di Margot la accarezzò dolcemente tra i capelli, le sue labbra sfiorarono le sue guance. Sentì un fuoco ardergli dentro, facendole cercare la bocca di Margot tanto desiderosa di un suo bacio.
Cèline adorava il corpo di Margot; adorava farlo suo e baciarlo mentre lei sospirava in estasi. Dal canto suo Margot, apprezzava la morbidezza del corpo di Cèline, così dolce e sensuale al tatto.
Quando Margot raggiunse la sua natura, Cèline impazzì di piacere. Strinse coi pugni la lana che usciva dal materasso ansimando melodiosi sospiri.
Una volta raggiunto l’orgasmo il suo volto arrossì e i suoi nervi si distesero rilassati. Si passò le mani sui seni, chiudendo gli occhi e accarezzando la sua pelle candida.
Le era sempre piaciuto il corpo femminile, ne fu attratta fin dalla sua adolescenza quando alle superiori, presso i bagni della scuola, toccò il corpo nudo di una sua compagna di classe.
“Era stato un gioco”. Disse a Luca quando confessò ciò che aveva fatto, ma dentro di lei sapeva che aveva provato piacere. Quel piacere che Cèline aveva sempre tenuto nascosto, fino a quando non poté realizzarlo con Margot.
“Le regole imposte sono come il cancro. Chi ha deciso che la natura deve essere come l’ha creata Dio?”. Le disse Margot una volta.
Le regole imposte non le erano mai state troppo simpatiche, altrettanto una vita programmata.
Margot la convinse fortemente di questo quando si conobbero in luglio 2018.
La sera del 24 luglio, Luca insisté che Cèline venisse con lui alla Villa Vegan Squat a nord di Milano.
Alle ore 22.00 sarebbero saliti sul palco gli ANXTV, gruppo Anarco-Punk in cui militava Vincenzo Spagnulo detto Spagna, suo amico fin dai tempi del liceo. Cèline si sentì decisamente fuori luogo in mezzo a tutte quelle creste, quelle toppe da schiena degli Amebix e l'odore di spinello presente in ogni angolo. Ebbe timore ad appoggiarsi al bancone del bar pensando che anch'esso fosse unto.
Il disagio scomparve quando Spagna presentò Margot a lei e a Luca. Nella sua vita non aveva avuto molte amiche; era sempre andata d'accordo di più con i maschi. Con Margot fu diverso : passò tutta la serata a parlarci, mentre Luca discuteva con Spagna riguardo l'influenza Punk nella musica Heavy Metal.
"Da grande voglio essere come lei!". Ironizzò con Luca durante il ritorno a casa.
Inizialmente Luca fu contento del fatto che Cèline conobbe Margot, ancora ignaro delle conseguenze che avrebbe portato quell'incontro casuale.
Avendo in comune una sfrenata passione per l'arte e i musei, decisero di scambiarsi i numeri di telefono. Si promisero di assistere insieme alla mostra delle sculture di Kris Kuksi che si sarebbe tenuta a "La Triennale" di Milano.
Margot non aveva la patente, così Cèline la passò a prendere davanti al suo appartamento di Ripa di Porta Ticinese. Più che un appartamento, parve a Cèline che Margot vivesse in una casa occupata.
Dopo che Cèline rincasò dalla mostra, Luca sembrò non riconoscerla. Prima di coricarsi narrò la sua giornata con Margot in modo esaltato e fanciullesco.
Ad un certo punto parlò di potere operaio, di Morucci e dello sfruttamento degli immigrati : discorsi che non aveva mai fatto prima d'ora. Condì il tutto con una punta di femminismo :
"La donna oggi è considerata ancora serva e puttana; nessuno che abbia stima di una donna manager ed indipendente!".
Luca era certo che quella sera Cèline puzzava pure di spinello.
Non poteva credere che quelle parole uscissero dalla dolce bocca di Cèline. Realizzò, tranquillizandosi un po’, che l'interesse per quegli ideali fosse uno dei tanti passatempi e hobbies che Cèline inventava ogni mese per poi abbandonare per sempre. Non fu così.
Ben presto le uscite con Margot divennero più frequenti, i dischi che comprava non erano più quelli dei suoi tanto amati Christian Death ma erano quelli di Crass, Eu's Arse, Declino, Oi Polloi; fino ad arrivare ad Alessio Lega, Montelupo e Leo Ferrè.
I vestiti eleganti, prevalentemente neri, vennero abbandonati per indossare un cappotto nero maschile con una sciarpa rossa al collo.
Negli occhi di Luca si poteva leggere la delusione più cocente. Vedere improvvisamente mutare la sua Cèline in quel modo fu un duro colpo. Gli parve che volesse abbandonare la vita costruita insieme per una vita di eccessi e baldorie.
Gli ideali che le aveva inculcato Margot, Cèline non li aveva mai presi in considerazione anzi, inizialmente quasi li snobbava. Non riuscì proprio a capire come la mente influenzabile di Cèline avesse ceduto alle meschine proposte di Margot.
Il loro rapporto degenerò in litigate senza fine riguardo le folli serate che Cèline passava in compagnia di Margot. Luca aveva il sospetto che Cèline lo tradisse con qualche rozzo individuo presente ai concerti che frequentavano.
Una sera, dopo l’ennesima sfuriata, Cèline ammise spudoratamente che aveva fatto sesso con Giorgio nonostante non le fosse piaciuto per niente.
Dopo questa amara confessione, Luca la colpì con uno schiaffo alla guancia. Mai in vita sua avrebbe alzato le mani ad una donna, tanto meno alla sua amata, ma quella sera era proprio fuori dai gangheri.
Cèline pianse istericamente e si chiuse nella camera che loro due (quando ancora si amavano) utilizzavano per riporre le loro collezioni di libri e dischi.
Il mattino dopo se ne andò, lasciandosi dietro i profumi e i ricordi dei felici momenti passati insieme; tristemente distrutti e calpestati dalla donna che Luca aveva creduto essere sua per sempre.
Durante il mese di agosto, un buon 70% dei locali rimane chiuso per ferie; per Luca l'unica soluzione di passare una serata tranquilla a bersi una birra, era appunto quella di recarsi ad Ossona. Fortunatamente durante quella sera non era prevista nessuna "esibizione live" e la gente era poca. L' "Agosto Ossonese" rattristava ulteriormente il suo già triste animo, ma a fargli compagnia ad un tavolino vicino ad un bancarella di dolciumi vi erano Elena e Federico : due amici di vecchia data.
Luca si sentiva riconoscente alla coppia fidanzata da cinque anni, poiché come lui stesso disse ad entrambi più volte, lo avevano salvato da un periodo buio.
Federico, sua conoscenza dai tempi della scuola superiore, nutriva stima e rispetto nei suoi confronti. Ammirava la sua vastissima cultura musicale incentrata sul Metal estremo e la sua passione per il cinema italiano; mentre Elena lo apprezzava per quel che era : un ragazzo sincero ed onesto con cui si può instaurare un rapporto di confidenza. Luca ricordava con piacere le infinite cene nella taverna di Fede, accompagnate da un discreto abuso alcolico che faceva un po’ storcere il naso ad Elena, convinta salutista e vegetariana. Correvano gli anni più felici per Luca : il 2013 e il 2014; quest'ultimo l'anno in cui nel mese di settembre conobbe Cèline.
I suoi amici furono felicissimi del fatto che dopo quattro anni di fidanzamento, ovvero nell'ottobre del 2018, Luca e Cèline comprarono casa in quel di Ozzero, affascinante paese nei pressi di Vigevano (provincia di Pavia). Elena fu la più contenta, perché gli aveva sempre detto : "Prima o poi troverai anche tu l'anima gemella!" e quando conobbe Cèline se la fece immediatamente amica, al contrario delle fidanzate degli altri amici di Federico.
Le loro uscite di coppia scorrevano allegre e spensierate; mai nessuno avrebbe pensato che Cèline facesse un simile gesto. Quando Luca la vide allontanarsi con in spalla il suo zainetto viola dopo una lite furibonda, sprofondò nel peggiore stato di depressione. Federico ed Elena gli tesero le mani ancora una volta aiutandolo a superare quel terribile momento, ma lo sguardo di Luca da quel 4 novembre 2019 non fu più lo stesso.
"Guarda cosa mi è arrivato oggi per posta..." disse Federico rivolgendosi a Luca, facendo scorrere le immagini nel suo telefonino.
Mentre Fede gli porgeva il telefono, Luca vide il vinile di "Soulside Journey" dei Darkthrone (stampa Peaceville del 1991) accuratamente immortalato in una foto.
"Bene!". Disse lui accennando un sorrisetto. "Era ora che ti arrivasse! Ce ne ha messo il tipo a mandartelo."
"Lascia stare! Ho dovuto scleragli dietro per una settimana".
Federico indossava l'omonima maglia del disco appena acquistato su ebay; segno che aveva apprezzato appieno la musica del combo norvegese. Il suo aspetto era singolare : capelli lunghi e neri rasati sotto, raccolti in una lunga coda; l'espressione del suo volto era per il più delle volte seria, ma non disdegnava per niente divertirsi e scherzare. Nei momenti di concentrazione i suoi occhi sembravano uscire dalle orbite e lo zigomo tremava : questo particolare faceva spesso sorridere Luca.
Vestiva sempre di nero, calzava anfibi a toccare il ginocchio; cintura di proiettili saldamente allacciata in vita e al collo tante medaglie raffiguranti pentacoli e croci capovolte. Nativo di Sinnai (provincia di Cagliari), ventinove anni compiuti il giorno 8 dicembre, lavorava come fresatore in una fabbrica di Castano Primo (MI) da ormai dieci anni. Nonostante fosse amante dei cibi più grassi e delle bevande alcoliche più estreme, Federico appariva sempre magro e slanciato; non aveva mai acquistato un etto da quando Luca lo conosceva. Al contrario Luca acquistò chili durante il suo "periodo alcolico" (inizialmente interrotto dall'arrivo di Cèline) e quando lui stesso si definiva "una buona forchetta"; ma ne perse parecchi dalla fuga di Cèline.
Luca, ventotto anni (venne al mondo il 26 febbraio), nonostante appunto quel mutamento nello sguardo, appariva piacente e dotato di un certo fascino. Cèline amava pettinare ogni giorno i suoi lunghi capelli mossi e fare la treccia al suo pizzetto.
"La prima volta che ho ascoltato "Soulside Journey" mi sono detto : sarà una grezzata totale!". Esordì Luca mentre Federico lo ascoltava curioso. "Ma poi al termine di "Cromlech" mi sono detto : "Cazzo! Incredibile! Ma senti come suonano, che controtempi che fanno!".
"Non incominciare anche tu ad esaltare questo disco, che già lui oggi me lo ha fatto sentire tutta mattina!". Ironizzò Elena.
Elena era di bell'aspetto : viso rotondo dal quale spiccava un'adorabile carnagione chiara, occhi verdi sempre contornati accuratamente con del rimmel nero. Portava sempre i capelli sciolti : lunghi, neri e lisci come seta. Le piaceva vestirsi in modo gotico con corsetti e lunghe gonne nere, ma quella sera aveva deciso di indossare una maglietta nera : il tessuto nel retro era cucito secondo la forma di un teschio; dai due occhi si poteva intravedere il tatuaggio che Elena aveva sulla schiena, ovvero una rappresentazione della Dea Kali. Nonostante fosse la più piccola del gruppo (ventitre anni compiuti il 15 ottobre), Elena era dotata di ottima intelligenza e di un grande amore per i rapporti umani. Luca parlò molto con lei riguardo Cèline e di tutta la delusione che infestava il suo cuore. Lei da parte sua, le aveva dato consigli che avevano alleviato un poco il dolore della ferita ancora aperta.
"Non preoccuparti, nessuno muore d'insonnia... le mogli che hanno appena perso il marito non dormono per un mese intero perché se lo vedono continuamente davanti agli occhi". Gli aveva detto Elena quando lui le aveva narrato delle sue notti insonni.
Quelle parole lo sollevarono un poco; da quella volta riuscì a dormire un paio d'ore a notte (tre quando gli andava bene).
Tra una chiacchiera e l'altra, l'ora si fece tarda. Luca si alzò dalla sedia annunciando che cominciava a sentire una immane stanchezza e che sarebbe andato a casa. Federico ed Elena presero la stessa decisione accompagnandolo alla macchina. Si diedero appuntamento per il weekend successivo, promettendo di sentirsi in settimana per sapere se i film che Luca aveva consigliato erano di loro gradimento.
A Luca faceva sempre piacere incontrare i suoi migliori amici, apprezzando il fatto che nonostante avessero preso casa da poco più di un anno in quel di Ossona, non lo avevano "accantonato" come spesso fanno alcune coppie.
Era riuscito a vendere la casa di Ozzero : teatro di tante gioie ma soprattutto di immense sofferenze. Da quando se ne era andata Cèline, l'aria nella casa era diventata irrespirabile e tutto sembrò sgretolarsi ai suoi occhi. Non ne poteva più di stare in quelle quattro mura intrise di pianti e dolori.
La villa, situata alla fine di una strada di campagna, presentava due piani con tanto di terrazza : Luca e Cèline l'avevano comprata con tanto sudore e fatica lavorando sodo e tirando la cinghia a più non posso.
Vista dall'esterno la si poteva definire una villa abbastanza modesta, con un elegante giardino e due garage situati nel retro. Dalla terrazza, si poteva ammirare il bosco nelle vicinanze mutare durante i cambi di stagione e l'immensità della campagna.
Luca trovò nuova sistemazione in un appartamento nei futuristici condomini di piazza Macroom a Marcallo Con Casone. L'idea di vivere in un palazzo su cui d'estate picchiava il sole cocente non lo entusiasmava più di tanto, ma era sempre meglio che restare in quella villa.
Aveva la convinzione che lo aspettava un altra notte insonne, così una volta entrato in casa decise di abbandonarsi sul divano accendendo la televisione. Se sua madre avesse visto in che condizioni riversava il suo appartamento (vestiti in giro per la casa, sul divano, in cucina, per terra; la tavola apparecchiata da un mese; le stoviglie abbandonate nel lavello) avrebbe tirato uno dei suoi urli lancianti e non se ne sarebbe andata fino a quando lui non avrebbe riordinato. E dire che era sempre stato un maniaco della pulizia e dell'ordine.
La T.V. notturna era molto cambiata rispetto a quella di qualche anno fa : nessun film interessante, televendite a non finire, video musicali da denuncia. Gli capitò di imbattersi nel video di "Easy Lover" di Philip Baylei e Phil Collins trasmesso da una emittente "musicale". Il pensiero di Cèline ritornò ancora più vivo, facendo si che il suo sguardo andasse a disperdersi nel vuoto. Si domandava : "Perché?". Perché Cèline se ne era andata? Perché lo aveva lasciato solo dopo sei anni insieme? Ma soprattutto, perché Cèline aveva conosciuto Margot? Quella schifosa hippie perdigiorno che l'aveva traviata sulla via della perdizione.
A volte gli passava per la mente se Cèline era effettivamente felice con lui. Si tormentava giorno e notte a pensare a quale male le avesse fatto per farsi lasciare come un coglione. Tutte queste domande non avevano risposta, ed era inutile starci a rimuginare più di tanto.
Fin dal primo giorno aveva sperato che Cèline fosse ritornata. A dire il vero ci sperava ancora un po’, nonostante sapeva che era assai difficile farle cambiare un’ idea .
"Quello che fai, troverai" pensò ad un tratto. Jennifer : la ragazza inglese trasferitasi a Milano che lui aveva lasciato all'inizio di un’estate afosa. Convinse se stesso che Jennifer non gli piaceva, quando lei avrebbe dato la vita per lui. Ma nulla è più assurdo di un amore non corrisposto e Luca non se la sentì di fingere a lungo. Non diede tante spiegazioni a Jen; le disse soltanto : "E' finita". Ferita nel cuore e nell'orgoglio, Jennifer lo tempestò di insulti e minacce, fino a quando un giorno smise di intasargli la casella di Whatssap scomparendo nel nulla.
Devastato da inutili sensi di colpa cambiò canale. IRIS trasmetteva : "Lo Strano Vizio Della Signora Ward". Lo sapeva a memoria ma decise di guardarlo. Senza accorgersene sprofondò nel sonno. Si addormentò con il ricordo di Cèline che puliva le guance sporche di cioccolato al cuginetto Andrea. Ciò era avvenuto subito dopo una cena famigliare nella vecchia casa di Cèline; quando terminata la sfiziosa cena, era quasi d'obbligo mangiare il buonissimo gelato della "Gelateria Capriccio" di Sartirana Lomellina.
"Ma patato! Guarda come ti sei sporcato le guanciotte!". Diceva Cèline sulle sua ginocchia, munita di fazzoletto a togliere le macchie di cioccolato dal visino di Andrea.
Il risveglio risultò decisamente brusco : i muscoli erano rigidi, la testa pesante e fuori era ancora buio. Guardò la sveglia sul mobiletto accanto al televisore : le 3.20. Sconfitto, decise di alzarsi dal divano per recarsi in camera da letto. Il suo corpo non avvertiva più la dolce stanchezza che gli aveva concesso mezz'ora di sonno.
"Fanculo!". Imprecò nella sua mente mentre sorseggiava la bottiglia ormai vuota di Pampero. Il bruciore di stomaco arrivò puntuale; disturbo che stava cercando di curare da diversi mesi ma senza nessun risultato : non gli era mai piaciuto prendere medicinali e considerava i dottori un branco di incapaci. Da quando lo avevano operato di appendicite facendogli correre il rischio di ritrovarsi nel mondo dei più, cercava di evitarli.
Nella sua stanza da letto il disordine non era da meno; non si ricordava di preciso l'ultima volta che aveva rifatto il letto o riordinato la sua collezione di dischi. Senza una ragione ben precisa si mise a letto, con la consolazione di fissare il buio e immaginare forme contorte : tecnica che gli portava qualche ora di sonno in quelle odiose notti tormentate.
All'improvviso le forme cominciarono a girare, la testa girava, la stanza girava; tutto girava. D'istinto si mise la mano sulla fronte a coprire gli occhi. Una voce sembrò arrivare da lontano :
"Non cercarmi, sarebbe inutile". Ora la voce era più vicina; una eco assordante nelle sue orecchie.
"Non cercarmi".
"Non cercarmi". Mille voci infestarono la stanza.
"Inutile! Inutile! Inutile!".
Odiose notti tormentate.
Una goccia pendeva dal soffitto. La forza di gravità tentava di strapparla da quelle marce travi di legno.
La vita di una goccia è assai breve, forse meno di quella di una lacrima; quella volta il suo corso era stato più lungo del solito. La forza di gravità, appunto, l'aveva fatta morire sulla fronte di Cèline. Il sonno agitato venne interrotto da una fastidiosa sensazione di bagnato.
Cèline aprì gli occhi; quelli occhi che una volta avevano tanto sognato e visto cose meravigliose e terribili allo stesso tempo. D'istinto alzò la mano ad asciugarsi la fronte; le sembrò di avere un trapano in testa. Abusi perversi avevano caratterizzato la notte precedente, terminata a mattino inoltrato al riparo da un diluvio spietato. Guardandosi intorno notò che tutti i suoi "fratelli e sorelle" (cosi li chiamava lei) erano presenti ma ancora nel dolce mondo dei sogni. A lei di loro gliene importava relativamente; importante che c'era ancora Margot. Infatti eccola sdraiata sul fianco sinistro di fronte a lei, i ricci capelli arruffati a ricoprire il viso, con indosso la sua inseparabile coperta rossa. Era grazie a lei che Cèline poté assaporare la libertà, l'amore libero e i piaceri della vita.
Facendo uno sforzo enorme, Cèline si mise a sedere sul materasso che probabilmente cento anni prima doveva essere stato di colore bianco. Sentì immediatamente freddo e la testa girare.
"Non c'è niente di meglio di una bomba per svegliarsi meglio" pensò guardandosi i piedi nudi sporchi di fango e terriccio.
Estrasse l'accendino e la carta stagnola da suoi pantaloncini azzurri e decisamente corti. Incominciò a rollare in silenzio, quasi timorosa di svegliare gli altri.
Improvvisamente la sua mente rimandò frammenti del sogno in cui si imbatté la notte precedente. L'aveva sognato ancora, come le era capitato diverse notti da un anno a questa parte. Benché il suo orgoglio e la sua determinazione riuscivano in qualche modo a scacciare quella orrenda sensazione, Cèline provava ancora leggera malinconia. "Leggera" perché lei aveva deciso così, ma struggente era il "magone" (così diceva sua nonna quando le vedeva le lacrime riempirle gli occhi : "Ti viene il magone") che le stringeva il cuore.
In preda ad un capogiro, Cèline riuscì ad alzarsi e a dirigersi verso la porticina che portava all'esterno del casolare. All'esterno si stava meglio : un venticello fresco le accarezzò il volto scompigliandole i biondi capelli. Il fumo che le usciva dalla bocca si disperse nella verde campagna bagnata dalla pioggia. Adorava fumare appena sveglia e ammirare la luce mattutina, proprio come quando era a casa sua. Il ricordo di quella villa di campagna le fece avvertire un terribile nodo in gola. Abbassando il capo si guardò i piedi che toccavano l'erba fresca. Si accorse di aver perso i due anelli sui rispettivi anulari. Quegli anelli piacevano tanto a Luca. Ecco : l'aveva pensato. Luca... quelle quattro lettere erano come quattro coltelli inflitti al cuore. Con amarezza ricordò il suo sogno : aveva fatto l'amore con Luca nel retro del suo furgone, proprio come era accaduto durante il loro primo incontro.
"Piccolo dolce angelo mio, io non ti lascerò mai". Le aveva detto nel sogno, dopo aver fatto all'amore accarezzandole la guancia.
Quella frase Luca gliel' aveva detta più volte, mentre lei le sorrideva mostrando i suoi denti bianchissimi. Ogni volta che Cèline la sentiva dire, avvertiva un piacevole tepore avvolgerle il corpo e gli rispondeva sempre : "Non azzardarti nemmeno, non ti liberi più di me". Ma poi tutto cambiò.
Il joint nella mano destra di Cèline si era ormai spento, ma lei non sembrò accorgersene. Il suo sguardo era fisso verso una grande quercia poco distante. Le foglie si muovevano appena scosse dalla brezza, mentre la vista di Cèline si appannò. Ebbe la sensazione che le lacrime le bruciassero il volto, imperterrite scorrevano come un fiume in piena lungo le sue guance. Ringraziò divinità inesistenti di non potersi specchiare in quel momento, perché altrimenti avrebbe scorso lacrime di sangue.
"Ma buongiorno tesoro!". La voce squillante di Margot la investì da dietro le spalle. Con le maniche del golfino color panna si asciugò rapidamente le lacrime : odiava farsi vedere piangere, soprattutto da Margot.
"Ma che hai? Sei già fatta?". Disse Margot squadrandola con sguardo interrogativo e rubandole la canna di mano.
Cèline non rispose; si lasciò strappare il joint dalla mano tremante.
"Cazzo se sono in botta anch'io... è come se mi avessero pestato in dieci per tutta la notte". La battuta di Margot passò nuovamente inosservata.
"Insomma che c'è tesoro? Sembra che ti è morto il gatto...".
"Sto bene, solo un po’ di mal di testa".
Gli occhi bruni di Margot fissarono quelli di Cèline.
"Che fai piangi?". L'insistenza di Margot la irritò bruscamente.
"No! Ti ho detto che sto bene, smettila... sembri mia madre!".
"Okay, okay... non ti si può dire niente in sti giorni".
Cèline rientrò dalla porticina senza dire una parola e raggiunse nuovamente il materasso. Sbatté la coperta pulendola da tutte le schifezze accumulatesi durante la notte; accuratamente la avvolse e la posò nel suo zaino.
Nonostante avesse scelto una vita in mezzo alla sporcizia, le era rimasto il senso dell'ordine : pregio che faceva di lei una "casalinga perfetta" a detta di Luca. Non le era mai piaciuto troppo il termine "casalinga", ma detto da Luca appariva decisamente tenero e rispettoso nei suoi confronti.
In quel momento Orso si svegliò tirando uno sbadiglio seguito da un colpo di tosse somigliante ad un rigurgito. Il suo corpo tozzo e pesante si diresse verso l'uscita con passi felpati e incerti. I capelli, che gli toccavano appena le orecchie, ricordavano un biondo cespuglio nel quale i pidocchi andavano a nozze. La salopette intrisa da macchie d'olio di motore tipica di un meccanico alcolizzato (ma magari si fosse addentrato nell'umile lavoro del meccanico; Orso non aveva mai lavorato in vita sua), la maglia bucata a righe bianche e verdi e i sandali sfondati a calzare i suoi enormi piedoni. Orso era il più anziano del gruppo : trentotto anni, appetito vorace (quando capitava di mangiare) e una passione sfrenata per le anfetamine. Nessuno sapeva il suo vero nome, tutti lo chiamavano semplicemente Orso o "Orsone" a seconda delle occasioni. Di lui si sapeva soltanto che una volta divenuto orfano di madre all'età di ventuno anni, se ne andò di casa. Al padre, simpatizzante estremo della Lega Nord, non andarono mai a genio le frequentazioni politiche del figlio; fino a quando rincasato ubriaco da una serata folle in un Centro Sociale in quel di Milano (sarà stata la millesima volta) e dopo aver preso l'ennesima ramanzina, decise di abbandonare il proprio tetto. Suoi erano i compiti di mantenere l'armonia nel gruppo, di prendere decisioni importanti ma sempre ricordando il concetto di eguaglianza.
Dotato di grande diplomazia e di un'ottima cultura; Orso era il cosiddetto "gigante buono" : avrebbe dato anima e corpo per gli amici e tutti nutrivano fiducia nei suoi confronti.
Su un unico materasso giacevano ancora addormentati John e Mandy. Dormivano abbracciati e beati : il braccio tatuato di John avvolgeva il corpo snello di Mandy, avvolto nella coperta a fiori. Quel ritratto di tenerezza fece salire a Cèline un lancinante senso di nostalgia.
Le venne istintivo distogliere lo sguardo dai due innamorati per non far salire ancora le lacrime agli occhi. Quella di John e Mandy era stata una fuga d'amore; un lungo e tormentato viaggio lontano da due famiglie fasciste e ottuse (come dicevano loro) e dal paese altrettanto bigotto in cui vivevano : Bernate Ticino. Alla giovane età di venticinque anni, John e Mandy avevano imparato ad affrontare il mondo esterno nel quale sopravvivevano grazie al loro forte amore.
Nell'ultimo materasso, russava Marina detta "la muta". Abbandonata in un convento di suore a Monza alla tenera età di cinque anni : i genitori avevano molto di meglio da fare che accudire una bambina affetta da mutismo. Benché soffrisse di questa malformazione, Marina era intelligente abbastanza da non digerire la vita in convento; così un giorno appena compiuti ventotto anni, scappò facendo perdere per sempre le proprie tracce. Marina adorava disegnare : stupende erano le sue opere raffiguranti ritratti, paesaggi e caricature varie. Orso la prese sotto la sua ala protettiva, notandola in piazza duomo a Milano intenta a disegnare Nullo e Carmela baciarsi in "Delitto D'amore". Da quel giorno Marina portava sempre lo stesso cappotto lungo e grigio che le andava decisamente largo, facendola apparire un tenero scricciolo dal volto fanciullesco e dai capelli neri lunghissimi. I suoi occhi di ghiaccio azzurro-bianchi, venivano quasi nascosti dalla lunga frangia che le ricopriva la fronte. Per tutti lei era solamente Marina : una grande artista incompresa dal mondo, un po’ come tutti.
Dopo aver soddisfatto un bisogno corporale, Orso rientrò un attimo. Prese la sua chitarra classica e andò all'esterno dove c'era Margot ancora impegnata a fumare la canna rubata a Cèline. Andò a sedersi su di un tronco spezzato e incominciò a suonare. La canzone scelta fu "Via Del Campo", che Orso ri-interpretava magnificamente. Margot la canticchiò insieme a lui tra un tiro di canna e l'altro, mentre Cèline stava ora sulla soglia della porta ascoltando quella meraviglia sonora.
Provava anche invidia osservando il corpo magro e slanciato di Margot intraprendere una danza spensierata mentre Orso macinava accordi su accordi. Non era mai riuscita ad apprezzare la sua corporatura abbondante e le sue forme giunoniche : sarebbe stata ridicola se si fosse dedicata al ballo con quel "culone" e quei "prosciutti" (riferito alle sue stupende cosce generose) come li chiamava lei. Inevitabilmente il pensiero ritornò ancora a Luca, il quale fu l'unico in vita sua a farla sentire bella e desiderata essendo amante delle donne prosperose. Ma ora basta. Quella mattina ci aveva pensato fin troppo; decisa a scacciare l'onnipresente malinconia si unì anche lei al coro di Orso e Margot : "Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior".
Sempre Lei , brilla tra gli Dei
e non vede i miei vorrei.
Si specchia irraggiungibile.
Ed io ormai invisibile
mi vedo in una stazione
2 bagagli e "un biglietto per l'amore "
E tu che attendi la'
spiraglio di liberta'
come la luce sul tuo viso
che mi accede il paradiso
e tu con fiato in gola
e la mia mano che ti sfiora..
Aspettami .
Ancora Lei , prima tra gli Dei
non sente i miei vorrei .
Sicura , e' impassibile.
Ed io ormai invisibile
scappo senza far rumore
2 bagagli e " un biglietto per l'amore "
Per non tornare piu'
mentre corri giu'
come un treno impazzito
in un abbraccio infinito
sento il profumo di un nuovo amore
lenzuola di seta sul letto di passione .
Amami .
Mia madre, come tutte le madri, per salvaguardare la mia salute non voleva che io uscissi da casa per andare a giocare fuori con altri miei compagni di strada, che mi attendevano fuori, avendo preso appuntamento, già concordato nelle ore antimeridiane di ricreazione a scuola.
Io insistevo, ma lei m'imponeva con autorevole grazia di ascoltare le sue parole. A mio malgrado ubbidii, tenuto conto che aveva veramente ragione: fuori, oltre a sporcarmi, avrei potuto giocare con i miei compagni solo al riparo, magari dentro qualche stalla o altro luogo poco accogliente e igienico, non certamente a casa di qualcuno dei miei compagni, perché i genitori degli stessi di solito disdegnavano far giocare i bambini nelle loro case per tutte le birichinate che di solito potevano commettere. La strada, infatti, era l'unico luogo ideale per tutti i giuochi di noi ragazzi.
Ascoltai, quindi, il monito di mia madre e lei subito, lieta, mi premiò, com'era suo costume, dicendo che mi avrebbe narrato un racconto, che le aveva tramandato la sua vecchia nonna Rosa.
Io ero sempre attratto dalla narrazione di fiabe, racconti e storielle, ma soprattutto lo ero di più quando le predette narrazioni erano esposte e poi commentate profondamente da mia madre. Lei aveva quel senso narrativo e critico elementare, che piacevolmente mi faceva partecipare alla descrizione tanto, da sentirmi talvolta io stesso uno dei personaggi, più o meno protagonisti, che in quel momento per mia predisposizione d'animo sentivo a me più vicino.
Ci sedemmo. Lei prese il suo scaldino ed a me porse il mio, che rispetto al suo era più piccolo, dicendomi di sedermi sulla mia piccola sedia di fronte a lei. Mi fece una carezza, sfiorandomi con le dita una guancia, e poi col viso sereno e soddisfatto cominciò il racconto:
"Calogero e Filippo erano due fratelli, che si volevano bene. I loro genitori, Iacopo e Lucia, erano due lavoratori della terra che, sebbene poveri, con tanti sacrifici, ma con affetto avevano allevato i loro due figli, dando loro una buona educazione.
Calogero e Filippo erano cresciuti nell'amore familiare e nel rispetto reciproco, condividevano le poche gioie e i molti sacrifici con i genitori, ma si sentivano forti come leoni e ricchi come principi.
Abitavano in campagna e le loro ricchezze erano l'amore reciproco, la salute, la piccola casa, arredata sobriamente con poche cose, ma pulita, il lavoro quotidiano, l'aria ossigenata, il sole, la luna, le stelle e la provvida pioggia, che rendeva fertile la terra, che poi dava i naturali frutti, di cui l'umile famiglia si nutriva.
La loro ricchezza era anche il privilegio di stare tutti insieme nel lavoro, nel consumare un frugale pasto, nell'ascoltare alla fine della giornata lavorativa gli insegnamenti degli avi, tramandati da padre in figlio, nel sentirsi parte integrante di un ceppo familiare e l'orgoglio di appartenervi, di aver molto sofferto e poco gioito per le alterne vicende familiari, alle quali ogni famiglia nel tempo è spesso esposta.
Insomma possedevano poco materialmente, ma la loro ricchezza interiore li aiutava a vivere in maniera egregia, facendo loro gustare quotidianamente la vita e i doni della natura.
Un giorno, purtroppo, la serenità di quella famiglia fu sconvolta: il loro padre, Iacopo, morì; si ammalò di polmonite e i rimedi del tempo non gli permisero di guarire.
La famiglia si depresse e il colpo più duro i due fratelli lo ricevettero poco tempo dopo, quando anche la loro madre si ammalò, forse per la pena della perdita del marito, e poi non vide più il sole, ma il buio eterno dentro quattro fredde ed esigue mura.
I due fratelli Calogero e Filippo, restarono soli e provvedevano come potevano a tutte le loro incombenze quotidiane.
Un giorno, uno di loro, Filippo, s'innamorò di una ragazza che già conosceva sin da piccolo, una brava ragazza di nome Pinuzza, che abitava in un'altra casa rurale non molto lontana dalla loro. Anche Pinuzza conosceva Filippo sin da piccola: i suoi genitori ogni tanto, infatti, si recavano insieme a lei a far visita a Iacopo e a Lucia. Filippo, avendo chiesto a Pinuzza se voleva sposarlo ed avendo avuto dalla stessa il consenso, nonché quello di suo padre, al quale aveva chiesto la mano della figlia, ritornò a casa felice ed annunziò subito al fratello Calogero che fra breve tempo avrebbe sposato Pinuzza.
Così lui, Filippo, avrebbe avuto l'affetto di una donna e la loro casa si sarebbe illuminata non solo con la presenza di una giovane donna, ma anche di eventuali bambini.
Calogero accolse con tanta gioia le parole del fratello, che dopo qualche mese convolò a nozze con la giovane Pinuzza.
Calogero e Filippo dopo la morte della madre divisero in perfetto accordo le poche sostanze dei loro genitori, tra cui un piccolo appezzamento di terreno.
Subito dopo il matrimonio Calogero andò ad abitare da solo nella piccola casa che insisteva sul suo appezzamento di terreno ereditato, limitrofo a quello del fratello, lasciando Filippo unitamente alla moglie Pinuzza nella stessa abitazione, dove lui aveva precedentemente vissuto con i genitori.
Erano contenti Calogero e Filippo, coltivavano con profitto i loro appezzamenti di terreno e ogni tanto, di sera, seduti attorno al tavolo della cucina che li aveva visti crescere, dopo aver cenato, tra tanti discorsi, attinenti al loro lavoro e ad altro, ricordavano anche i loro genitori, che anche Pinuzza aveva conosciuto e verso i quali sentiva anche lei tanta stima, ma soprattutto affetto.
La casa di Filippo un giorno fu allietata dalla nascita di due bei gemelli: una bambina e un bambino, che furono chiamati rispettivamente Lucia e Iacopo, come la madre e il padre di Filippo, allora era questa la prassi.
La nuova famiglia così aumentò numericamente e Calogero, che lavorava il suo terreno, limitrofo a quello del fratello, si accorse che Filippo lavorava ancor più intensamente rispetto a prima e con più lena falciava il grano. Mentre guardava lavorare il fratello, Calogero pensava alla sua famiglia e diceva tra sé:
- Mio fratello deve mantenere la moglie e due figli, io invece devo mantenere solo me stesso; non mi sembra giusto che io debba possedere la stessa parte di mio fratello, quindi stanotte prenderò otto covoni di grano e senza che egli se ne accorga nella notte col chiarore della luna li porterò nel suo appezzamento di terreno. Così verso mezzanotte mise in pratica la sua idea, poi soddisfatto della sua azione se ne tornò a casa e, sdraiatosi sul letto, si mise placidamente a dormire -.
Il fratello Filippo, intanto, pensava anche lui affettuosamente al fratello Calogero e così diceva alla moglie:
- Pinuzza, mio fratello Calogero è rimasto solo ed oltre a lavorare la terra deve provvedere anche alle sue faccende domestiche, pur essendo un po' malato. Non è giusto che noi ci teniamo tutto il raccolto della nostra terra. Sai, Pinuzza, cosa ho pensato di fare? Stanotte, mentre lui dorme, andrò a portare otto covoni di grano nel suo appezzamento di terreno -.
Col consenso della moglie così fece.
Il giorno dopo Filippo e Calogero si recarono nei loro rispettivi appezzamenti di terreno e notarono, contando le loro biche, allora si faceva così, che erano numericamente sempre le stesse. Ogni notte ognuno di loro ripeteva verso l'altro la stessa affettuosa azione, ma di giorno si accorgevano che tutto restava inalterato.
Nessuno dei due riusciva a spiegarsi quel mistero, ma una notte il caso volle che i due fratelli s'incontrassero nello stesso momento, in cui ognuno di loro stava per iniziare quel solito notturno lavoro.
Calogero e Filippo, scoperta così per puro caso la loro reciproca generosità senza parole si abbracciarono, provando la grande consolazione che si ha quando si ama e si è silenziosamente ricambiati.
Ed ora, siccome sono le sette e sta per venire tuo padre io vado a preparare la cena, mentre tu apparecchi la tavola".
Così mi disse mia madre, terminato il suo racconto, ed io con le immagini dei personaggi nella mia mente le andai dietro, indi mi accinsi ad apparecchiare la tavola, mentre già sentivo gli scatti della serratura della porta di casa che si apriva: era mio padre che, finito il suo lavoro, sempre a quell'ora, alle sette e dieci della sera, rientrava a casa ed io, contento, gli andavo incontro con affetto ad abbracciarlo.
Era una delle feste che venivano fatte ora a casa di uno, ora a casa di un altro, per festeggiare la maturità. Massimo si guardava attorno, cercando quel viso bellissimo che aveva scorto la festa precedente. Lei era arrivata tardi, con un codazzo di ammiratori che la circondavano come una nebulosa. Era davvero bellissima, e lui, che con le ragazze ci sapeva fare, voleva conoscerla meglio.
Improvvisamente la vide, dall’altra parte della sala emanava luce con il sorriso smagliante e gli occhi lucenti come piccoli smeraldi.
Massimo non ebbe esitazione. L’orchestrina aveva giusto iniziato una bella canzone lenta e romantica e lui era un gran ballerino.
Inizio a camminare con passo rapido verso la ragazza, stranamente libera da pretendenti per il ballo. Cominciò a sorriderle, anche se lei guardava da un’altra parte. Massimo guardò in quella direzione e vide un piccoletto che muoveva veloce verso la stessa preda. Massimo accelerò, ma il piccoletto era più vicino all’angelo e gli passò davanti, già chiedendo alla bella se voleva ballare.
A Massimo non restò che guardarli mentre si allacciavano nella lenta beguine.
Conosceva di vista il piccoletto, andava alle feste con una sorella anche più piccola di lui. Ah, eccola là; piccola, ma ben fatta, si disse.
In mancanza di meglio, si diresse verso la ragazza e la invitò a ballare.
Sei mesi dopo si sposarono e un anno e mezzo dopo nacqui io.
Anche il piccoletto sposò la statuaria bellezza. Massimo e lui divennero cognati.
Se Massimo fosse partito un attimo prima verso la preda, o il piccoletto un attimo dopo…





