….e allora forse era tutto più facile, perché i dubbi si assorbivano tra di loro, si dissetavano della loro essenza.
Io ero poco più di un sonno spezzato, poco più di un ricordo offuscato.
Le mie espressioni si limitavano alla ricerca di apparenze che avessero nell’utile la loro semplicità e nell’eclettico la loro dimensione.
Mi piacevano i colori ed ancora di più mi piacevano le sfumature ed i riflessi che nascevano dalle tinte base.
Sperimentavo il male perché il bene già lo conoscevo, ma comunque negavo dio, sia quello buono sia quello cattivo.
Avevo fede, infatti credevo o meglio sapevo, della relatività della vita umana, e questa che era ai tempi una mia ricchezza, una perla agli occhi dell’ignoranza,
oggi appare più chiaramente che mai come radice dei miei conflitti, come il motivo che mi ha indotto in questo metro di isolamento e alienazione.
Seguitavo a rincorrere quello che non avevo, qualunque cosa fosse.
Ridevo e piangevo, ridevo e piangevo, e così progressivamente perdevo contatto con i ritmi che caratterizzano il talento dell’adattamento della specie.
Ora le cose sono diverse, il motore ha perso elasticità ma la strada e’ ancora lunga, ancora paurosamente distante e’ il raggiungimento di uno qualunque dei mille sfuocati obbiettivi.
Dipingo molto adesso e sono figure strane talvolta incomprensibili, come rappresentazioni di una fauna e di una flora lontana, immagini ammorbidite da pigmenti di colori vivi stesi su fondali morti.
del resto non presto molta attenzione alla forma ed ho smesso di preoccuparmi della goliardia.
Ho qualche amico, un modello di famiglia conficcato fra il nervo ottico e la giugulare e un paio di migliaia di benedettini sempre pronti a volare bassi sulla mia sensibilità alcoolica, come uno stormo di uccelli che prevede un terremoto.
Quante volte ancora dovrò accendere una sigaretta, respirarla a fondo e seguirne la scia incerta, quasi a volerne estrapolare messaggi e indicazioni ??
Quante volte ancora dovrò guardare la punta delle mie scarpe per trovarle ogni giorno più vecchie e rotte, inadatte a percorsi militari ??
Il mio cuore a libro ha pagine vergini di ignoranza e il mio quotidiano dubbio si sintetizza in una sbilanciata reazione fra passato presente e futuro.
due atomi di carbonio 14 delineano il mio passato,
due atomi di elio caratterizzano il mio presente,
due atomi di uranio prospettano il mio futuro
destinato a spegnersi nel vuoto spazio temporale di una chimica da laboratorio, immorale come un dio cannibale.........ma necessaria alla vita come il silenzio alla morte.
Un saluto ed un groviglio indelebile di colori forme e parole, quello che vi lascerò, quello che sfuggirà al perituro ed impietoso ciclo di una vita inadatta a chi non conosce pace.
E poi fu il colore del disordine, da sempre impresso nelle pieghe della mia pelle.
Allora la tempesta infuriava continuamente sul mio capo e i pirotecnici giochi del cielo caricavano di elettricista statica un cuore che già pagava in joule la dinamica dell’assenza d’affetti.
Il ricircolo del sangue avvelenava la volontà e corrompeva il coraggio, mentre il mio passo ad ogni metro si faceva più incerto, diventando vittima di incomprensibili alterazioni genetiche e di una chiara intossicazione esistenziale.
Facilmente si leggeva sulla mia schiena il peso di un’eternità di incompiuti, ed una scalena parabola di x e di y e di z, che si apriva dalla mia iride per culminare fra le mie dita e morire celebre sul letto acrilico di una tela nata e morta, in un secondo.
Fu il colore del disordine, fu prima che questo freddo velo di nero diventasse complementare al mio angolo visivo.
O forse e` stata l’ennesima illusione ottica, normalissima allucinazione di mezza età.
Lasciamo dunque il compito di sezionare sinapsi e non a qualche critico sfacciato, lasciamo le condanne agli esperti, sipario che si chiude sul fragile fungo atomico di questa mia nuova bomba ancora da sperimentare.
Non credo a nessun dio, come forse il bianco frettoloso avvicendarsi dei pupazzi di neve sopra una vallata di mal spesi attimi che vagano silenti fra le dita della mia mano sinistra e il lato nascosto di una delle mie lune peggiori.
Poi in ogni caso il camaleonte mascherato da autista di limousine viaggerà ai trecento all’ora sopra le nuvole per non scordarsi che le lacrime che piange sono come pioggia sui tetti di una casa con tepore e amore che straripa dal comignolo.
Cammina allo stesso tempo sulla mia incertezza un corteo forse funebre di formiche indiane che si lamentano per lo sciopero dei fornai.
Non si mangia più pane, in effetti, dalle nostre parti, forse neppure si beve vino.
La gente piange e basta e non indossa neppure occhiali da sole perché la nebbia scherma la caduta.
Credo che siamo stati invasi dagli alieni o dalle formiche rosse o da entrambi oppure dovrei smettere di bere, si si dovrei proprio smettere di bere.
Quando vedo attraverso il vetro mi immagino un arcobaleno che in realtà e` solo e niente più che un raggio di luce che passa e non si ferma che si mostra e non si da.
Che strano, non e` vero ???
Che dicano pure che le cose non funzionano tanto il regno animale avrà sempre la peggio.
Ho letto ultimamente della rivolta dei microonde, o forse erano i venditori di ombrelli.
Tutti si sentono più bravi come se fosse arrivato Natale o chessò io, ma in realtà si sono tutti stufati dei videogiochi e dei cerini accendi speranza. Che fregatura !!
Devo assolutamente ricordarmi di comprare un regalo per la mia ennesima poesia.
Forse sarà un block-notes e una penna Bic della fine del novecento.
Un cimelio.
E intanto combatto formiche, pupazzi di neve, camaleonti-autisti, fornai e alieni.
Uccido tutti a colpi di Bic, chiunque si rifiuti di dividere la Marlboro.
Morte per intossicazione da inchiostro.
Come vedi i moti istintivi accompagnano ancora questa mia penna dall’inchiostro indelebile.
Quello che vale la cascata del nero, del rosso o del blu, comunque non traspare dagli occhi spenti di un pubblico che non si ferma ad osservare la metamorfosi delle lettere e del caso.
Ho chiuso la porta al passato, ma temo che anche il mio presente sia rimasto fuori, libero di condizionare un futuro che mi rimbalza attorno, ricordandomi ad ogni battito che quello che ero sono e che quello che sono, sarò.
L`immagine che ho di me e` fotografica, una diapositiva che ha bisogno della lucentezza del sole per riflettere i propri contorni.
Ma dove ? Sulla superficie di mura, strade, o sulla stessa parete dei tuoi occhi ?
Quando penso alla materia, mi ritrovo senza idee.
Quando penso all’intangibile, mi ritrovo come un quadro senza titolo, perso nel vuoto senza tempo, sazio e solo, pago e triste dell’intraducibilità` di tratto e colore.
Poi accade che non mi ricordi più, accade che incidentalmente mi rifletta su uno specchio e la magia del dolce fluttuare mi abbandona alla caduta, lasciandomi solo con il mio inutile bagaglio : pigmenti e lettere come pezzi di un puzzle, ricordi e ideali concreti come geroglifici.
E` quando comincia la quotidiana battaglia, quando per un attimo desidererei arrendermi.
Certo che tanto non lo farei, perché la mia natura egiziana mi guida all’immortalità`.
Sempre fedele, attraverso la via dell’indecifrabile, attraverso questo infrangibile connubio, attraverso i tuoi occhi-raggio che soli traducono la mia indomita anarchia.
Dopo la stranezza della mia ultima visione, decisi di rifugiarmi il più velocemente possibile nella consuetudine di un caldo bagno a gradazione alcoolica.
E’ davvero assurdo, ma certe volte nel corso di un’esistenza le idee che ti si accumulano non calcolate, in qualche angolo buio del tuo cervello, ritornano improvvisamente padrone e tu altro non puoi fare che lasciarti guidare dal loro estro.
E’ così che succede. Anche se quello a cui in realtà tu poi aspiri, e’ solo la sicurezza di una vita di sponda.
A quel punto non hai più nulla da fare, se non abbandonarti al tentativo di tradurre in fatti gli impulsi che bombardano, in un dialetto incomprensibile, le trincee di perbenismo e luoghi comuni che difendono la tua ignoranza.
Sempre che tu non decida di sforzarti di dimenticare che si tratta di idee, troppe belle per essere vere, così inutili da essere lasciate scorrere come visioni.
Tanto, dopo, quando sarai solo e spaventato, nulla ti vieterà di colorare le tue notti insonni con i pigmenti di una fermentazione così naturale e spontanea da non avere nulla di geniale.
Leggermente stordito, complice di anomalie espressive, riverso la mia rabbia come un fiume in piena contro le istituzioni tiranniche di una società appassita.
La vita che e` svanita non ha probabilmente nulla da invidiare a quella che seguirà.
E le ore che volano sopra la mia creatività non disdegnano di lasciarsi alle spalle un triste vuoto, sonora eco lungo il contorno di uno zero.
Apparentemente inutile proseguo la mia marcia, vittima dei circoli chiusi e disfunzioni esistenziali, negando alle mie tasche una solidità di intenti.
Mentre le mie braccia strappano all’aria la condanna di un decollo che ha per rotta l’improbabile traiettoria di un volo sotto vuoto.
C’era un tempo che la luce filtrava attraverso un piccolo spazio proprio sopra il mio sonno, nell’ipnotica alba e nel primo meriggio.
Abitavo il mio corpo molto più di quanto mi riesca adesso e poi del resto correvo e correvo e correvo, quasi a voler annunciare quale sarebbe stato il mio destino.
Oggi controllo un raggio di luce che schizza diretto dall’iride ed illumina a sprazzi piccoli scorci di vita vissuta.
Gravide forme simili a precoci geniali idee compariranno domani su una terrazza affacciata sull’inferno.
Come ti suona tutto questo ??
Come indicazione o come avvertimento ??
Se potessi scegliere strade e scorciatoie, sorvolare su vicoli, fango e ghiaccio, abbraccerei una farfalla, e con lei, attraverso percorsi vicini all’inesistente, leggerei in ogni mio decollo le paure di ogni suo atterraggio.
Quando poi il triste lamento di un colore una volta vivo ed ora spento, mi ricordasse che tutto quello che nasce dopo muore, semplicemente mi chiederei perché le mie ali non hanno riflessi leggibili ad occhio nudo.
Certo che comunque il fluido magico del nostro connubio si consumerebbe a poco a poco nella stesura dell’ennesimo capitolo della fluttuante vita dell’uomo-farfalla, di colui che disperde lettere nel vento e colora per un attimo la mediocrità di una città che ha ali grigie meccaniche e spegne i sogni nel posacenere.
Possa il vento addolcire ogni volo che ha per meta l’infinito e per scopo l’insensato.
Forse non tutti sanno che esistono altri dove.
Io l’ho imparato nel mio folle vagabondare. Lungo la strada, per disperazione.
Camminando infatti, con un chiodo sporco conficcato nel cuore, si può casualmente imbattersi in un messaggero della terra dei possibili dove.
Io mi trovavo sanguinate, quel giorno, dagli occhi e dal cuore, in un lungo viale dove il sole era un’ipotesi e la luna un palliativo.
Il vento stropicciava i contorni delle cose e il freddo ribadiva con una martellata il fatto che il mio chiodo-dolore era più solido delle mie ossa-quasi-cenere.
Questa certezza di non-via-di-fuga, da giorni mi aveva spinto a rinunciare ad ogni bussola, ed io muovevo i miei passi come un cane pastore ubriaco, decisamente affranto per la perdita del gregge.
Arrivò, avvolto in mantello di cemento armato, un piccolo essere con le parvenze di un fiore, il colore di un incubo ed un vago odore di morte.
Capii che stavo morendo, che la mia distanza dalla fine era minore di quella dalla mia prossima idea.
Così dopo giorni senza sosta decisi alfine di sedermi al fianco della mia guida.
Gli vomitai contro tutto il mio disgusto e gli dissi che se voleva portarmi via poteva farlo, gli dissi che ero pronto, gli dissi che prima, però, avrebbe dovuto battere il chiodo fino ad aprirmi il cuore in due.
Sarei partito per il prossimo dove solo con una parte di esso, perché comunque l’altra metà non mi apparteneva più da tempo.
Alzò gli occhi, come poteva averlo già fatto per duemila anni, e mi guardò , e mi ipnotizzò.
Dalla mia ferita cominciò a correre sangue, sgorgare a due getti divisi dal chiodo.
potevo sentire confuse fra loro mille curiosità e un desiderio di pace.
Guardai la mia mano che netta di fame recise la fonte del rosso soffrire.
Guardai quel chiodo trasformarsi in un piccolo essere con le parvenze di un fiore, il colore di un incubo ed un vago odore di morte.
Di riflesso guardai il mio petto, lo sondai come un rabdomante, ma non trovai tracce del flusso.
Mi resi conto con singolare logica che non ero morto, che ero stato graziato, forse premiato per il coraggio speso.
Corsi libero dal dolore fino alla prima città , comprai una sigaretta un cerino una cartolina un pennino un chiodo ed un martello.
Accesi la sigaretta e spensi il cerino, disegnai l’incrocio dei dove sulla cartolina, me la avvicinai al mio vecchio cuore.
Con un colpo da maestro mi piantai il chiodo alla fonte dei sentimenti, mentre gli ultimi anelli di fumo salivano al cielo e la mappa dei possibili dove penzolava inutile appesa alla metà del cuore che non mi apparteneva.
Forse non tutti sanno che esistono altri possibili dove, persi fra altrettanti quando e come.
Anche se il perché, comunque, resta uno solo.
Lo stesso per cui mi abbandonai al desiderio di pace.
Lo stesso per cui, nella metà del mio cuore che apparteneva a lei, puoi trovare le coordinate che portano all’incrocio dei dove,
che poi e’ un mucchio di vecchi chiodi color rosso ruggine.......
E poi provavo a dirtelo, ma non una parola gonfia abbastanza per sposarti nella primavera delle eccezioni, non una parola per trattenerti nella rete dei miei capelli.
Ricordo con improbabile sobrietà l’alcool delle tue labbra e il latte del tuo sorriso.
Sdraiato fra un pino marittimo e una magnolia, ricordo il profumo di una pelle che respirava e ricordo l’esatto lamento di una fame che ancora suonava piacevole.
Ma non potevo dirtelo, non potevo tradurre in verbi tutto quello che era per me visivo, acustico ed olfattivo.
E cosi non lo hai mai capito, e cosi non te lo ho mai detto.
Ora che ho parole da vendere, capelli lunghi abbastanza ed un disperato coraggio, piano mi spengo, per saturazione o forse incompatibilità linguistica.
POI MI DECIDO A RIPRENDERE IL MIO STILE DI INTERROTTI INSENSATI E NON CERTO-BELLI ACCOSTAMENTI DI PAROLE.
E` SOLO QUESTIONE DI APRIRE LA CACCIA E TUTTO IL RESTO SEGUE IL CORSO DELLE STAGIONI.
SONO SOLO UN TIPO UN PO` MALINCONICO E QUESTO MI COSTA ALMENO UNA LACRIMA PER PENSIERO.
SONO SOLO UN TIPO UN PO` MALINCONICO CON IL SUO SEGUITO DI FRUTTI ACERBI E NOTTI INSONNI DA RIEMPIRE.
Non ho cambiato spesso il ciclo delle parole, anzi ho lasciato che il soffio delle ventuno lettere fluisse diretto dalle mie labbra per colpire l’immobilità` del tuo sguardo e lasciare nelle pieghe delle tue palpebre l’incerto fremito di rivelazioni oniriche.
Non c’eri mai stata ed io lo sapevo, perché non una ruga solcava il tuo volto e non un affanno, e non una pietra era legata al tuo collo.
Erano I giorni del maggio, volati leggeri e puerili, sfuggiti per sempre al raggio del polso.
Posseggo una nave che ansima stanca, che batte e ribatte quattro miseri porti, posseggo un’idea che si infrange sull’onda, e scogli e coralli, posseggo un passato di gloria, due stelle sul petto e una lunga lista di lune, ricordi sbiaditi dal vin santo e il tabacco.
Il bisogno di mura non tocca il mio cuore, ne` una futura rinascita o una morte leale, ne` una spiaggia serena su cui posare il rancore.
Quello che voglio lo si legge nel braccio, che guida le mani al volere del cuore, le mani che pulsano, che afferrano, che toccano, che cercano spazio e alimentano il sogno, un sogno che parla di rivoluzione, che lacera l’animo e regala colore, ma inciampa ridicolo in campo d’amore.

Commenti
è tutto e niente, vero falso...in un pout-pourri di io, se stesso, gli altri, il mondo..
è un'anima che prova a crearsi una strada da percorrere.
lettura scorrevole, benché tortuosa in quanto introspettiva