Al mio paese l'aria salmastra si fondeva con l'odore della terra collinare, ma io seduta alla mia vecchia scrivania, sentivo solo l'odore stantio della carta ingiallita. Non era un cattivo odore, piuttosto l'aroma quieto del tempo sospeso.
Aveva riaperto il cassetto diciassette anni dopo averlo sigillato. Diciassette anni di vita piena: casa, due figli meravigliosi, il lavoro, la grande e necessaria distrazione dal mondo che aveva messo a tacere il sussurro. Ora, quel sussurro era tornato, più insistente, una marea che bussava dall'interno.
I versi che ne emergevano erano come li ricordavo: pieni di una giovinezza passionale, di promesse non mantenute e di interrogativi lasciati a mezz'aria. Ma leggendoli, non provavo nostalgia, bensì una strana, luminosa consapevolezza.
Mi chiesi: chi ero io quando ho scritto quelle parole? E in cosa mi sono trasformata per poterle dimenticare?
L'introspezione non era un processo dolce; era un impasto interiore, proprio come descrivevo la mia poesia. Era amore, certo, ma anche la bruciante coscienza delle contraddizioni: la fantasia che lotta con la realtà, il sogno che cozza contro l'abitudine.
Tenevo tra le mani un foglio con una poesia incompiuta. La strofa si bloccava su un verbo timido, quasi spaventato. In quel vuoto, vidi i miei diciassette anni di silenzio. Non erano anni persi; erano il lento processo di maturazione che ora mi permetteva non solo di finire quella poesia, ma di riscriverla interamente con un’autorità nuova.
Capì che la poesia era la mia vera casa, il luogo dove non esisteva la Caterina madre, moglie o lavoratrice, ma solo la Caterina essenziale, quella che filtrava la vita in versi.
Il mondo, con la sua inesorabile concretezza, mi aveva allontanata. Ritornare significava accettare che la realtà più profonda era fatta di nostalgia e sogni, di luci e ombre, e che solo scrivendo potevo dare ordine al caos.
Chiudendo gli occhi, mi sentì svuotare e riempire al contempo. Il vecchio cassetto era ora un vaso comunicante: il passato mi offriva la radice, il presente mi donava la linfa. Seduta nella quiete che annunciava la sera, il mio sguardo catturava il mare, il cielo, le salite, le discese, il verde degli alberi, le case, le cose, il mio equilibrio: non fuori, nelle lodi o nei premi che ho poi collezionato, ma in quel dialogo infinito, sincero e mai uguale, che si svolgeva tra me e la mia penna.
La sera mi trovò ancora lì, immersa nella luce calda e fioca, a capire che la vita non mi aveva fermata, semplicemente mi aveva preparata a scrivere.
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Profilo Autore: Caterina Morabito*   Socia sostenitrice del Club Poetico dal 14-03-2014

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