No.
No, no.
No, no, no.
Non è vita questa,
non può certo esserla.
Come succhioni e polloni,
come tante gemme latenti,
noi si piange un pianto sottile
interrotto soltanto da un trillo:
dal maliardo canto del cardellino.
Siamo i germogli in attesa del sole
percossi da un vento aspro, cattivo,
che cercano solo rifugio sul tronco:
sulle sequoie di Grant e Sherman,
sul Castagno dei Cento Cavalli,
sul maestoso Albero di Tule,
sul monocono vetusto
dell’Ilice di Carrinu.
E sul Sant’Agata:
l’Arrusbugghiasonnu,
che alcuni addormenta
e altri ancora li risveglia.
Proprio come fa la natura
con noi due povere talee
che un giorno si danza
e poi l’altro si vola.
È così, non può cambiare:
prima il gelo e dopo il contadino,
prima tanta fatica, poi il taglio netto.
Meno male che siamo cresciuti vicini, amore,
e che nessuno, a parte noi, può capire
l’argot del vento e del cardellino,
la fredda lama di una forbice
che non chiude un ciclo,
ma in realtà lo apre.

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Charlie