Oscar era un piccolo elfo dal cuore sensibile e spesso triste. Il suo sogno più grande era quello di vivere nel futuro, un futuro felice fatto di pace, dove tutto poteva essere creato con l’immaginazione e nessuna cosa brutta sarebbe più potuta accadere. Un giorno Oscar trovò un passaggio segreto e dopo averlo attraversato si ritrovò catapultato in un mondo veramente mozzafiato. Pur non avendo un paio d’ali come gli angeli si accorse che poteva passeggiare fra nuvole di caramelle senza cadere, assaggiare grattacieli di cioccolata senza avere mal di pancia, annusare prati sconfinati di patatine fritte e riposare su un letto di irresistibili ciambelle. “Hey, piccolo elfo! Sono l’hamburger taxi! Benvenuto nella città della Luna col Pigiama, ti va di conoscere insieme a me il resto della fantastica Galassia X6LG2?” Il piccolo elfo accettò con grande entusiasmo, sopraffatto da tanta meraviglia. Quello era proprio il mondo che aveva sempre immaginato! L’hamburger taxi volò allora lentamente fra pianeti di palloncini colorati, case di ombrelli per riparare dalla pioggia le stelle stanche, fiori fatti di meteoriti, farfalle ad abitare in grotte di pizza, libri come specchi giganti per le fate un po’ vanitose. All’improvviso però, qualcuno comparve dallo stivale di ghiaccio, interrompendo il volo dell’hamburger taxi e del suo piccolo insolito passeggero, arrivato lì per caso da un mondo sconosciuto e lontano. Era Mister Astrid, l’alieno dal cuore di ghiaccio, che subito, con tono nervoso e minaccioso domandò: “Chi sei tu?! Non lo sai che il re della città della Luna col Pigiama sono e sarò sempre e solo io, l’immortale, l’insostituibile, il famigerato Mister Astrid, l’alieno dal cuore di ghiaccio?!” Il piccolo elfo lo guardò di stucco per qualche secondo, intimorito dal tono non proprio accogliente e dalla vista di quel personaggio insolito, dalla pelle di mille colori come l’arcobaleno. “Oh mio re”, esordì con un briciolo di coraggio il piccolo elfo, “Non sono qui per rubare il tuo trono, ma solo per scoprire come si vive in un mondo completamente nuovo! Sai, io abito sul Pianeta Terra e nel mio cuore, anche se sono solo un piccolo elfo, vivo con grandissimo dolore tutta la sofferenza che la crudeltà degli uomini provoca ai propri simili. Come può un essere umano all’apparenza così intelligente, divertirsi a scatenare guerre, stragi, violenze, a far morire di fame, di sete e di freddo i suoi simili, senza risparmiare nemmeno i bambini? Come può un essere umano all’apparenza così intelligente, distruggere con bombe e missili potentissimi persone, case, ricordi, scuole, strade, intere città, ospedali? Oh mio re, il mio Pianeta sta praticamente spazzando via il suo passato, il suo presente e soprattutto il suo futuro!”, disse scoppiando in lacrime il piccolo elfo. L’alieno dal cuore di ghiaccio lo guardò commosso e decise subito che doveva fare qualcosa per lui e per il suo Pianeta. “Tieni”, aggiunse Mister Astrid, strappandosi dal petto quel cuore di ghiaccio. “Portalo con te sul Pianeta Terra e spargine un pezzetto in ogni continente, ma senza che nessuno ti veda, mi raccomando! Se avrai nuovamente fiducia negli esseri umani vedrai che ogni frammento di questo piccolo cuore di ghiaccio darà lentamente vita ad un albero enorme in ogni continente. Chiunque mangerà i suoi strani frutti di mille colori, sentirà nascere nel suo petto un piccolo cuore di ghiaccio, proprio come questo. Solo così potrai salvare l’uomo da sé stesso, proteggendo l’umanità intera e il tuo bel Pianeta.” I due si strinsero commossi in un lungo abbraccio e la profezia di Mister Astrid si avverò: ora il piccolo elfo non piangerà mai più per le sofferenze del suo pianeta e avrà per sempre un nuovo amico in più!
C’era una volta una principessa. Aveva occhi verdi e capelli neri come la notte. Si chiamava Priscilla e un giorno durante una cavalcata con la sua scorta incontrò un cervo dorato ferito. Il suo mantello brillava fra i bucaneve come un caldo raggio di sole in una fredda mattina d’inverno, mentre il suo pianto riecheggiava nel silenzio di uno sconfinato bosco solitario. “Mia dolce principessa, ti dono questo piccolo scrigno. Non ci troverai dentro stoffe preziose e ricami meravigliosi del lontano Oriente; rubini, diamanti o raffinati gioielli vinti in battaglia da un qualche valoroso cavaliere, né antichissime monete di mille continenti. In questo piccolo scrigno sono custodite soltanto tutte le mie giovani lacrime. Se stringerai questo piccolo scrigno al tuo petto e lo bagnerai con anche una soltanto delle tue lacrime, allora ruberò tutta la tua tristezza, regalandoti una vita felice che durerà in eterno”, disse con tono affettuoso il cervo dorato ferito. La principessa, udite queste tenere parole, scoppiò a piangere, dopo averlo osservato dispiaciuta con molta attenzione. Come poteva non riconoscere quel cervo? Ma sì, gli aveva persino dato un nome! Era proprio Felix, quel vecchio cervo dal cuore buono che ogni sera, passeggiando nel giardino meraviglioso del suo modesto castello in riva al lago, ascoltava tutti i suoi tristi pensieri, come a volerla consolare. “E’ stata la perfida Strega della Luna a farmi del male”, aggiunse il cervo. “Nelle buie e fredde prigioni del suo palazzo segreto, lassù fra le montagne di neve, ha rinchiuso il re e la regina, i tuoi amati genitori. Ero lì per liberarli e per riportarli da te al castello ma la Strega della Luna mi ha scoperto e mi ha ferito con una lancia, impedendomi di raggiungerti”, concluse il cervo, affaticato dalla sofferenza. La principessa lo abbracciò a lungo commossa, ringraziando quel vecchio cervo dal cuore buono per tutto quello che aveva fatto per lei. Senza i suoi genitori la principessa si sentiva veramente molto molto sola e triste, ma Felix, con la sua presenza costante e silenziosa si era rivelato essere davvero un ottimo, insospettabile, amico. Priscilla allora, cosparse la ferita del vecchio cervo con un po’ di polvere d’oro e invocando con forza il potentissimo potere magico del Dio del Bosco, il suo prezioso amico riuscì a guarire in un batter d’occhio! Guidata dalla luce dorata del suo mantello, la principessa raggiunse il palazzo segreto della perfida Strega della Luna e così, senza un briciolo di paura, coraggiosa e valorosa, scagliò quella stessa lancia che aveva colpito il vecchio cervo, dritta dritta al cuore della strega. “Ora questa lancia, con cui hai ferito il cervo dal cuore buono, è impregnata della sua stessa bontà! Ora la tua anima cattiva finalmente scomparirà, trasformandoti per sempre nella strega più buona del mondo!”, disse la principessa. Il miracolo accadde davvero e così tutti furono finalmente liberi di ritornare al castello, anche la Strega della Luna, che grazie a questo magico incantesimo, si impegnò con gioia ad esaudire ogni desiderio di felicità della principessa Priscilla e del vecchio cervo dorato dal cuore buono.
’e ffemmene ’e tutte ’e ccittà
se vestetteno ’a festa:
ognuna s’ ’o vuleva spusà.
’E ffigliole cchiù ggiovene
mistravano ’e zzezzelle,
se mbellettavano ’o viso
cu ’a polvere ’e stelle.
Chi cantava, chi mbiancava
’a luna chiena,
chi nfunno ô mare
ntunava ’o canto 'e na sirena.
Sulo Rusella se sentiva
scola e scunzulata:
s’era dispiaciuta,
nun l’avevano manco mmitata.
’A figliola chiagneva,
vuleva ij pur'essa ’a festa:
accussì cercaje cose 'e lusso
dint’a na grossa cesta.
Ma nun ce steva niente
ca se prestasse a ll'uso:
Rosa truvaje sulo scarpe rotte
e guante cu ’e purtuse.
«Figurammece si ’o sole,
accussì bello, penza a mme!»
Ripeteva scunsulata
e suspiranno fra se e sé.
Nu juorno, a ll’alba, succedette
nu fatto curiuso:
’o sole se scetaje
tutto scuro e nzeriuso.
Pe ttramento ca se lavava,
nu vacillo chino d'oro
abbascio facette cadé,
a Rrusenella lle s'adurnajene
'e capille, 'e scarpe,
'e vestite e ’o decolletè.
Comm’era bbella Rusella,
tutta cuperta d’oro:
’'o sole, vedennola,
lle sbatteva forte ’o core.
Scennette ncopp’â terra,
’a mano 'e Rusella vasaje,
po’ tutto raggiante
dint’ô cielo s’ ’a purtaje.
Da allora ’o sole e Rusella
fanno ammore mmiez’ê stelle:
ogni ccsgno ’e stagione
nasceno mille criaturelle.
A vvierno nasceno arance,
e noce ’e limone,
a primmavera tutte
’e frutte d’ ’a passione.
E a maggio, mentre ll’aucielle
cantano l’ammore,
Rusenella bbella,
già riggina... addeventa sciore.
tra i riflessi dell’acqua,
nel debole pianto lei,
sognava, la gioia del cuore
un amore sincero,
una vita più vera.
E sbatteva i piedini,
creando quei cerchi perfetti
che poco più in là, morivano
e svanivano piano.
Tra le fronde e le ombre
filtrava un raggio di sole,
illuminava le rive e le sponde,
le ranocchie cantavano
sugli steli e le foglie,
i pesciolini saltavano
muovendo il codino veloce
mentre come argentee perle
le scendevano lacrime dal viso
formando un mare di stelle.
Le ninfe del bosco
chiamarono a raccolta
tutti i sorrisi del mondo
e dentro una soffice nuvola
la soffiarono nel piccolo cuore.
Pian piano, l’amore s’espanse
e sul viso ora gioioso
s’accese un grande sorriso,
venne dimenticato il dolore
in un semplice gesto d’amore.
Principe Azzurro su svelto destriero
riesci a baciare una dama già desta
o solo se dorme in mezzo alla festa?
Dai, principe: imbocca il nuovo sentiero!
Scendi da sella, sorridi al pensiero
di veder tua bella in sole o tempesta.
Potrebbe scappare, ma invece resta
quando fanciulla ti sente sincero.
Senza mantello rimani comunque
nobil persona se vivi col cuore,
ché le tue vesti indossar può chiunque.
Principe Azzurro abbandona il pallore
della tua fiaba già nota dovunque:
su, corri da musa e vivi d'amore.
visitò il volto
di un uomo addormentato
ma non lo svegliò...
I pennelli del cielo dipingevano
audaci
senza fretta
trascorrevano gli istanti
come voli di farfalle,
ed un bicchiere di vino
ormai vuoto
regalò al viso in quella notte
un sorriso sull'ombra vicino alla fine
ed i pennelli anch'essi
vicino alla fine dell'universo
gettarono un nero manto di stelle
come fondo del domani
costellazioni che girano nella volta
del cielo nera e virente
prossimi all'autunno
e la stanchezza anch'essa
senza fretta di raccontarsi...
Daniel è un piccolo demone,vive dentro ad uno specchio,ha cambiato molte case,ha corrotto qualche proprietario,ma non come desiderava lui.
Adesso, si trova a casa,di una giovane viziata,nobile e inadeguata.
Quale miglior preda, se non una fanciulla piena di vizi e nessuna virtù?
Lei si guarda spesso allo specchio poiché è l'unico " amico" che ha.
Finché lo " specchio " un giorno, inizia a parlare.
Daniel non si fa vedere,solo sentire.
Lui vuole solo un'anima oscura,da consumare.
kaly,diviene ogni giorno più capricciosa,insopportabile,sa che lo specchio, gli parla ,chiedendo una cattiva azione, per ogni desiderio e ottenendo azioni aspre molto facilmente, all'inizio, Daniel la accontenta,nei suoi desideri superficiali.
Kaly ottiene ciò che vuole; uomini,attenzioni, piccoli viaggi, ma si consuma ogni giorno di più.
Lei credeva di avere lo specchio ai suoi piedi,ma era lo specchio che dominava su di lei.
Divenendo,ancora piu cattiva,ancora più viziata,venne lasciata completamente da sola.
Oramai, era tardi,per salvare la sua anima relegata nell'oscurità.
Daniel adesso è Kaly.
Kaly adesso è Daniel.
Alla fine,chi si somiglia, si piglia.
Una dolce strega bianca, li osserva dalla sua sfera.
"Il male ritorna sempre al mittente.
È la Legge del tre.
Che se male fai agli altri
il colpo torna sempre triplicato a te".
"Caro elfo, ho bisogno di vederti.
Sai,devo parlarti di una mia idea,che troverai geniale, per risolvere il problema delle bugie, delle invidie e dei monologhi pomposi, dei draghi e dei lupi,che si nascondono nei boschi e se possibile, annullare quel contratto firmato da mastro lupo pinocchio che sotto consiglio del perfido drago Bubu, ha assunto un'identità fittizia, ingannando alcuni abitanti della terra magica e soprattutto, raggiungendo la fatina dei fiori, che prendeva il suo tè sul terrazzo ventoso, le avrà raccontato un sacco di baggianate, fingendosi la solita vittima, per convincerla.
Questo tipo è convinto, che la città ed il bosco,devono essere tutti suoi.
Ma si può?
Ho rimproverato la fata dei fiori, ma è avanti con gli anni,non posso dargli tutta la colpa.
Aggiungo,che ho intenzione di parlarne al più presto con Orione, lo stregone, ma prima voglio sentire il tuo parere.
Appena finito di cenare, mi ritirerò nella mia stanza per connettermi col canale dei portali e poi,mi allontanerò di nascosto dalla dolce Lulù (lo sai che ha sempre timore di tutto) per raggiungerti; ci vediamo tra poco nella Terra del corno di smeraldi, dietro la cascata che mormora la verità.
P.S. Stai tranquillo; non ho paura né dei draghi né dei lupi".
-La tua Verde bosco-
che attraversano la steppa
e sette le direzioni della valle
il sole asciuga la terra,
in modo indescrivibile
- un arcobaleno è la terra
ed il sole che la rischiara -
nei contadini fermi al campo
Sei nuova stagione e fior
che ameno cangi e color
il mondo di sospiro e amor
Non c'è altro nella gioia
il lento crescer arboreo
il giovanile fuoco scultoreo
e tutto intorno amor
che nella terra umida
e uggiose giornate
la pioggia come miele la terra
la colazione amena impasta
e lascia ai soavi boccioli
il fresco geranio a colorar rosso
e le rose bianche son pennellate
non è altro il mondo
ma uomo che guarda
speranza e fior
un infante che impara
colore e amor.
E’ ancora fredda l’acqua
che con le onde a riva come
lui porta con sé cose lontane.
“Ho chiuso gli occhi fino a farli
quasi sparire… e gli scogli tra le
pinne mi fanno sentire il rumore
dei flutti, e li ho uditi ridere.
E in bocca il buio da respirare”.
C’è scritto sul biglietto nella bottiglia.
“Rivedo nella testa i riflessi delle barche
sull’acqua, e ovattato ti sentirò arrivare”.
Una mormora si lascia andare a un balzo.
L’uomo scalzo fa ritorno a casa.
“Al pescatore che mi verrà a cercare…”.
Nel biglietto chiuso dentro la bottiglia.
Nell'indecoroso atto'l beccheggiar,
Che le risorse stavan a essicàr.
Ingordigia la tolse dal pollaio.
No lo vide 'l ladro del vaso l'aio
Si stette lì al tubo boccheggiar,
Che 'l morso di fam' non si fa notar.
Negligenza a la prole tolse un paio.
I peccati criminosi trascurano
Dando il fio ad altrui pella lor colpa
Chè non prendono'l fatto dalla polpa.
Ma pelle forti le lezioni imparano
Se nonché d'uno rotoli la testa,
Gira li oculi e col piè la calpesta.
in me ancora dimora
si fascina
con dimenticate superstizioni,
viene strappato al buio,
dentro ai tumuli,
celebri di sacrifici,
ammaliato da colori
e profumi nuovi,
meli in fiore,
radicati su terre verdeggianti,
spinto dalle eteree mani
dei suoi abitanti.
Il tempo è reciso
nei reami dell'oltre,
ove agli schiavi
è impedito entrarvi."
Quel sogno di cui narrai
non si ripresentò.
E un po’ me ne dolgo.
Il tredicesimo giorno
di Gennaio tuttavia,
da una fotografia colgo
lei come marza, con la
delicatezza
che si deve a un nesto
con l’auspicio che attecchisca.
Di spalle a un contesto niveo.
Una borsa eburnea su di un giacchetto
scuro: Dio, non c’è essere nel creato
che da quello sguardo non s’arricchisca.
E sullo sfondo
del Cristo Redentore
di Maratea,
tra i bellissimi capelli scuri
occhiali acri.
Su di una lunga e fiera scalea.
Se alzo lo sguardo, appena fuori
dall’immagine fotosensibile
posso vedere un aquilone.
In quel suo sguardo sensibile
posso però anche vedere i cercini delle
cicatrici che hanno generato un pollone.






