disegna i confini
baciando il cielo
con la sua maestosità
Il mare
accoglie desideri sepolti
nei segreti
di chi è scappato
Il gabbiano
in cerca di orizzonti
traccia archi
di libertà infinita
L'uomo cammina
ma come aquila in volo
abbraccia la vita
con tutti i suoi colori
e ne vogliamo risalir le chine
cercando di evitare la demenza,
qual Essere fu all’ultimo confine
che progettò quel fuoco ch’è la vita?
Pensar che non-materia dia materia
mi pare sia l’ipotesi più ardita,
tal da apparir persino poco seria
come il pensare che un pensiero crei
un oggetto col solo desiderio
o lo possan crear eterei Dei
secondo imperscrutabile criterio.
S’io devo immaginare spirituale
un Esser che materia un dì creò
scorciatoia mi par più naturale
dir che materia tal sempre restò.
E se ammettiam l’eternità dell’Essere
senza fine e in ispecie senza inizio,
ecco allor che collimano le tessere
e la logica schiva il precipizio:
probabilità prossime allo zero
d’un evento casual, nell’infinito
diventeranno altissime davvero
sia pure in tempo e luogo indefinito,
purché vi sian adatte condizioni
di fisica di chimica e lor leggi
ove eterne infinite dimensioni
di plausibiltà sciolgon gli ormeggi.
Di quelle condizioni il raro frutto
ch’è vita in qualche quando in qualche dove
in qualche infinitesimo del Tutto
capiterà e la Terra è tra le prove.
Parmenide diè vero gran messaggio,
in un tempo che appar oggi lontano:
l’Essere è. In sé di sé retaggio,
cos’Esso sia è il solo vero arcano.
Nascita e morte creano un pregiudizio,
ma se d’eterno illuderci possiamo
difficile è pensare un senza-inizio.
Così a cercar l’inizio brancoliamo,
più facile pensar crëator Dio
di nostra immagin fatto a somiglianza
d’eterno a soddisfar nostro disio.
Difficile è pensar che la sostanza
che materia chiamiam, sempre sia stata.
Sed stat ipsa in stagioni siderali,
implosa esplosa espansa collassata
ove eventi improbabili e casuali,
ma con di libertà gradi infiniti,
diventan prima o poi necessità:
elementi a formar metaboliti,
procarioti a formar l’umanità.
Di dar vita fu intrinseco il progetto
dell’Esser dopo l’ultima esplosione.
Di vita l’Esser stesso è l’architetto,
solo questo a me dice la ragione.
Scampoli di colori la sera
evaporano tenui nella notte,
scampa nell’aria una nota
campane a festa nei campi
scampoli di tempo variopinti,
scampagnate in compagnia,
scompare la neve a fiocchi,
al sole non c’è via di scampo
un soffio di vento al tramonto
scompiglia i ricci sul castagno
a Scampia rondini in volo,
ultimi scampoli di libertà.
A volte è solo un pensiero,
un umore, un freddo da dentro
un silenzio insistito che chiama
e mi vuole, mi sveglia di notte.
.
Come non piovesse da anni
sembra sempre una lacrima nuova
una goccia di troppo che insegue,
mi bagna dove non so ripararmi.
.
Non è mai soltanto pioggia
è vento intriso di sale e di ombre
la ripetizione di abitudini mai sconfitte
lungo una strada imboccata troppo presto.
.
Ho poca simpatia per la verità
ma forse tutta la mia fottuta intelligenza
può concludere che quando piove
il tempo aumenta il suo peso.
Fra ceneri nascoste di mille proposte
si assestano le crollate toste parole
non corrisposte.
Menzogne scontate da verita' annebbiate
festeggiano allegre, sorridendo per ore,
pensano che tanto la verita' morira'
senza nessuna credibilita' anche dal suo stesso maestro creatore.
Cullato dallo sferragliare di un treno a vapore
osservo attento lo scorrere di scenari naturali
colori di paesaggi di passaggio
avvolto in un ciuffo di emozioni
il ciuf ciuf mi riporta l'armonia
panta rei
travolto da onde impetuose
imprigionato in una rete evanescente
circondato da un infinito divenire
sempre uguale e sempre diverso
il tempo scorre e il tempo corre
panta rei
sempre connesso a un illusione
on line immagini possibili
un futuro in perenne divenire
da crisalide a farfalla
volo leggero in un cielo infinito.
si innalza un albero
Le sue fronde
abbracciano il cielo
sui rami
telati d'argento
ogni luce tremola
scintille di stelle
in un respiro magico
colmo di prodigio
Si narra
che le notti di Natale
si stringono
attorno a questo albero
i sogni di bimbi
come frutti maturi
e l'amore come linfa
scorre dentro alle radici
in un manto di rispetto
L'albero di Natale
sereno e fatato
l'albero immortale
simbolo eterno
un faro di speranza
in un eco infinito
A caso un istante, zigote compiuto,
dell’io in potenza universo infinito.
Se un attimo prima o un dopo indefinito
fosse all’ovocita altr’incontro accaduto
tra i cento milion possibili in egresso
di spermatozoi di quello stesso amplesso,
un gemello spurio mio sarebbe nato,
maschio o femmina, ma non quell’io stesso
che un po’ diverso ma ancora in mio possesso
in universo ancor mio sento calato.
Sarebbe altro io con altro firmamento,
perché d’altra identità il concepimento.
Altr’uomo o donna sarebbe dall’attuale,
né dire si può che “io” sarei un altro,
perché qui al posto mio sarebbe talaltro.
Non c’è un animuccia soprannaturale
in attesa d’incarnarsi in nuova vita,
nostr’anima non era in ciel custodita.
L’anima è soltanto psichica funzione,
neurobiochimica o biofisica in dote
già in quella cellula diploide zigote,
totipotente del soma produzione
grazie a un codice che ha nome dienneà (*)
garanzia di personale identità.
Codice irripetibile, generante,
dal quale l’individuo prende l’avvio
e molto dopo vien coscienza d’un Io,
che col mondo rëagisce autoplasmante.
Che altro avrei “Io” fatto, fossi nato
altr’uomo altra donna, altrove, nel passato?
Sono ipotesi amene, scherzo balzano,
che però esprimono caparbia illusione
che il nostro io potesse aver altra opzione,
che quest’io ci fosse già e di sé sovrano,
ma non c’è io che fuor dal caso sia nato
genotipo in fenotipo trasformato.
Ed eccoci fenomeni contingenti
che abbiamo sorte finale definita
consegnati ai sortilegi della vita,
incontri, relazioni ed accadimenti
dopo aver tanti altrui destini incrociato
ciascuno a sua volta dal caso segnato.
Solo il codice è progetto e pur destino,
spesso poi smentito dalle contingenze
di miserabili o grandiose occorrenze,
ché val più il caso che un feticcio divino,
ché un fremito d’ali può mutar la sorte,
salvare una vita o comminar la morte.
Del tanto che sarà l’umana vicenda
sarà quasi tutto nell’oblio disperso
poco il tracciabile ma tanto il sommerso,
pochissimi saranno storia o leggenda,
tutti comunque tessuto connettivo
di un’umanità come organismo vivo.
(*) lettura trisillaba di DNA (DeoxyriboNucleic Acid)
Per facilitare la comprensione inserisco un’annotazione di genetica (e, non essendo un genetista, chiedo venia se dovessi aver sbagliato qualcosa o essere risultato poco chiaro).
Un’eiaculazione normospermica contiene da 20 a 200 milioni di spermatozoi, semplifichiamo in 100 milioni, ciascuno dei quali con un proprio corredo genetico aploide (una sola copia di ciascun cromosoma, tra cui X o Y del cromosoma 23, determinante il genere femminile o maschile del nascituro). Un solo spermatozoo dei 100 milioni feconderà un solo ovocita, pure aploide, cromosoma 23 sempre X, formando così uno zigote diploide (ovocita fecondato, metà corredo genetico di origine metà femminile e metà maschile, genere determinato da X oY determinato dallo spermatozoo fecondatore).
Due ipotetici zigoti formatisi dalla fecondazione dello stesso ipotetico ovocita da parte di due spermatozoi dello stesso padre, avrebbero in comune il 75% del loro DNA (più che tra due gemelli eterozigoti, meno che tra due gemelli monozigoti). Quanto basta per dire che, se “quella volta” (nostro concepimento) a fecondare l’ovocita di nostra madre fosse stato un altro qualsiasi spermatozoo del nostro padre biologico, si sarebbe sviluppata un’identità genetica simile ma diversa dalla nostra attuale, quindi un’altra persona, col 50% di probabilità ch’essa fosse di genere diverso dal nostro).
Tutto questo sembra ovvio e naturale, ma la casualità della nostra identità (casualità intrinseca alla fecondazione, ma dipendente anche da tutto ciò che l'ha circostanziata) ha per me, filosoficamente, un che di angosciante, desolante e di ineludibilmente materialistico. A meno che con si creda, atto legittimo ma puramente di sola fede, all’esistenza di un’anima immateriale.
In tal caso mi (vi) chiedo dove, quando e come l’anima si collocherebbe, nello sviluppo embriogenetico. A meno che non si ritenga l'anima entità puramente spirituale. Faccio però notare che il concetto di “anima” è estraneo alla tradizione giudaica e cristiana delle origini, che credeva nella resurrezione dei morti, come risulta tuttora nel Credo ("Credo.... la resurrezione della carne, la vita eterna. Amen"), testo fondativo definito dal concilio di Nicea (325 d.C.). Il concetto di anima risale a Platone, è stato poi sviluppato dal neoplatonismo, quindi adottato da Agostino d'Ippona (Sant’Agostino) nato ”solo” nel 354 d.C.. Anche l’anima è definita geneticamente? O sussiste a priori?
Qualcuno penserà che è come se disquisissi del sesso degli angeli (si fa per dire, qui il tema ha valenza scientifica), ma io intravedo una questione filosofica e religiosa d’importanza cruciale.
Stiamo parlando d’altro
non siamo mai stati qui
Siamo nel dopo, nell’oltre,
nel ciò che avrebbe potuto e non è.
.
Più in la dei sintomi, degli dei,
di ogni assenza e presenza
come d’ogni altra distanza.
.
Qui potrebbero accendersi destini
cancellarsi e bruciare antiche scritture,
un seme sepolto farsi foresta
nell'attimo di una rotazione universale.
.
Qui il tempo si fa probabile
nelle leggende di anime trascorse
Ed è un fanciullo, un ramo fiorito,
un fiume che non ha un nome.
Il respiro si fa corto,
Il sonno scivola via,
Domande senza risposta,
L’attesa del nulla.
La mente vaga per lidi inesplorati,
Troppo lontani per essere raggiunti,
Inutili, come la vela senza vento,
Eppur temibili, come lupi in cerca di prede.
Afferrano, trascinano, sbranano,
Svegliano le membra esauste,
Non concedono meritata tregua,
Lacerano l’anima, fino all’alba.
Il suo finir di spazio
Sera, quel che rimane del giorno
Sera, una mezza luna e le stelle cadenti




