Padre, la tua bocca sa di vino e dialetto
che ancora non si fa lingua,
parole che cadono come semi nella banca del fango,
prima che la città le divori.
Sei un fantasma del grano,
un uomo senza lettere, che scrive la vita
con le mani incrinate in impasti interessanti
che non interesseranno a nessuno.

Mi hai insegnato a contare le stelle
sul tetto di lamiera,
ma non hai capito i numeri
che ora bruciano nei miei schermi.
Boomer, millennial: due bestie
nella stessa stalla,
che si leccano le ferite
e poi si mordono la coda.

La tua nostalgia è un bicchiere vuoto
rotolato sotto il letto,
il mio rancore un muro di latrati mai inviati.
Ci amiamo a schiaffi,
in silenzi che sanno di minestra fredda
e telefonate interrotte.

Quella volta che mi chiamasti "traditore"
Oppure "dottore", non ricordo
-era dicembre, pioveva-
il tuo fiato era acido come l’aceto
che usavi per pulire le ferite dei cani.
Ho sepolto quel giorno in un solco
dove nemmeno Dio scava.

Eppure, quando dormi ubriaco sul divano,
ti somiglio:
la stessa tempesta negli occhi,
lo stesso sangue che cerca una foce
tra montagne di errori.

Siamo due analfabeti, padre:
tu non leggi le mie parole,
io non decifro il tuo pianto.
Ci incontriamo al margine del mondo,
dove il passato è un cane randagio
e il futuro un lampione spento.
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Profilo Autore: Nicola Matteucci  

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