I miei pensieri si perdevano sulla riva del lago stando ad osservare quel che accadeva sotto il pelo dell’acqua … e gorgogliava quell’acqua come un canto di primavera, pesciolini nuotavano tranquilli guizzando qua e là felici come era nella loro natura. Le insidie erano tante, dal luccio minaccioso che s’aggirava intorno, all’amo del pescatore che penzolava dall’alto; mamma trota in silenzio mostrava loro dove e da chi starsene lontani in una forma protettiva di madre.
Dal bordo di quella sponda andava il mio pensiero ai miei sogni ricorrenti che erano ritornati a farmi visita dopo tanti anni mentre mi domandavo chissà mai perché … in quei sogni ricorrenti tra un dormiveglia ed un altro mi trovavo ogni volta come in un “déjà vu” in un certo senso in un loop-temporale, continuando a sognare gli stessi sogni di momenti vissuti in età adolescenziale; le ombre della notte tornavano a ripresentarsi attraverso i ricordi di ieri.
Avevo in quel periodo il desiderio di esprimermi attraverso il disegno e adoravo soprattutto i cavalli, animali nobili che catturavano la mia attenzione con la loro possente muscolatura che mi veniva facile disegnare a matita in bianco e nero, trovando così modo di evidenziare con luci ed ombre quell’ammasso di muscoli imponenti nell’atto di una corsa libera senza freni.
I miei sogni di allora si ripetevano sovente in una sfrenata corsa su un destriero bianco cavalcato senza sella: io e lui in un tutt’uno correvamo sulla rena del mare tra mille schizzi d’acqua cristallina o su un terreno imbiancato dalla neve che mossa dagli zoccoli della creatura, s’alzava in una bianca nube fino a confondere le tracce.
Oggi dopo un lungo periodo di assenza quel destriero è tornato a farmi compagnia quasi tutte le notti in un sogno che, secondo me, rappresentava allora e rappresenta ancora oggi un grande senso di libertà da ogni momento di costrizione della naturale realtà che viviamo o almeno io sarei propensa così a darne una spiegazione plausibile. Il fatto è che le mie notti, oltre ad affondare in quelle radici antiche e profonde dell’infanzia, sono riapparse nell’attuale a mostrarmi il bellissimo senso di quella libertà che non abbiamo più oggi nel mondo reale costretti e circondati da regole d’ogni sorta.
Non riesco a spiegarlo in modo diverso se non come: “… i misteri del divenire …”
Era scritto e lei lo sapeva già nel profondo dell’anima sua, ma dovendolo affrontare non se ne dava pace di quel patto preso allora nel mondo degli eterni universi che lei, come individuo umano, non ricordava, ma che sentiva incombere negli eventi del suo destino.
Ora l’anima sua, si disperava ogni sera, quando il sole tramontava per lasciare spazio alla notte, tutto pareva magico e la natura tratteneva il respiro mentre il tempo sembrava sospeso, immobile, in ascolto.
Ma lei purtroppo, non voleva più sentire quel nodo alla gola nell’avvicinarsi di quel giorno, per lei sempre prematuro e che nell’oggi aveva perso nel suo cuore il vero senso d’essere.
La domanda che si poneva era una sola:
che senso aveva vivere oggi quel Karma del passato che lei più neanche ricordava di quelle brutte azioni fatte allora, che lo avevano generato e affrontarne ora in una vita successiva le conseguenze!
L’aveva al momento della nascita pattuito, ma ora nel suo cuore buono, le sembrava tutto così tremendamente difficile da accettare!
“Il destino e la Legge del Dare e Ricevere”
Molti eventi nella nostra vita sono predestinati, a partire dalla nostra nascita e dalla scelta della famiglia in cui nasciamo. Si nasce in una famiglia in cui le condizioni sono favorevoli al compimento del proprio destino e dove si ha un significativo conto del dare-prendere.
Secondo la “legge del Karma” ogni azione ha il suo riscontro, vale a dire che un’azione positiva genera dei meriti, mentre un’azione negativa genera dei demeriti e quindi di conseguenza, con il Karma, si raccolgono i frutti delle proprie azioni; sia buone che cattive.
Ora era tempo della raccolta, della resa dei conti e la sua anima lo sapeva molto bene!
Fiocco di neve, così qualcuno lo chiamò quel giorno. Il suo arrivo, non era il preludio di una bella nevicata ma era semplicemente un fiocco di neve intirizzito e ghiacciato sulle ali del vento che sembrava sperso.. ma Fiocco aveva scoperto che nel freddo inverno poteva ghiacciare e col vento veleggiare qua e là senza problemi ed era quindi alla ricerca di nuovi luoghi da esplorare, era solo indeciso sulla direzione da prendere.
Da tempo lui abitava lontano dai suoi genitori ed inoltre si sentivano poco, solo qualche volta per telefono; telefonate brevi e veloci accompagnate da frasi formali del tipo. “come state, come va”.
Molto preso dal suo lavoro che lo costringeva lontano, non si era mai domandato veramente se loro stessero bene veramente in quel paesino e in quella casa in cui aveva passato tutta la sua infanzia e adolescenza.
Al momento dei funerali aveva lasciato entrambi, per le esequie, in quella dimora dove avevano sempre abitato tranquilli e sereni, mentre lui si era preso una camera in un albergo.
Tutto finì in pochi giorni, le esequie, la sepoltura, gli amici, i conoscenti e i personaggi importanti del piccolo paesino e poi se ne era andato per tornare successivamente, su invito del notaio per l’apertura del testamento.
Non era più andato in albergo, questa volta, ma aveva aperto ancora quella casa e si era stabilito nella sua vecchia camera da letto cosa questa che, ora, gli stava scatenando moltissimi vecchi ricordi che in un certo senso, nell’andare del tempo, aveva quasi dimenticato.
Si soffermò stanza per stanza, ora con maggiore chiarezza, a ripopolare la mente del suo vecchio passato.
Ricordi su ricordi si alternavano a fargli sentire la mancanza dei genitori che ora non c’erano più veramente e fisicamente! Scosse la testa e poi pensò che l’indomani sarebbe andato dal notaio per l’apertura del testamento, che essendo lui figlio unico, sarebbe stata veloce e semplice dopo di che avrebbe preso le decisioni del caso ed in men che non si dica sarebbe potuto ritornare alla sua vita di sempre superando in qualche modo il caotico caos che turbava ora la sua mente.
Dopo un pasto frugale, si preparò il letto nella sua vecchia camera e ci si infilò.. gli parve strano quanto tutto fosse ritornato stranamente famigliare, come se quella stanza lo stesse avvolgendo insieme a tutti i suoi bei ricordi!
Trastullato da quei ricordi, pian piano si addormentò.. i sogni in quella stanza si alternavano come fossero realtà.. poi uno strano frastuono, forse uno schianto, lo destò di soprassalto!
Tese l’orecchio attentamente, ma non udì alcun altro rumore e fu in quell’istante che tutto gli parve avvolto come in un sogno..
Solo ora.. per la prima volta si sentiva a casa.
Mentre sbatteva le sue ali di color angelo, bianco, luminoso, nel fuoco torrido, senti' un brivido di gioia vedersi ancora " nuotare" fra quel luogo, poi sali' sempre piu' su nonostante tutto finche' riusci' ad uscire.
Tania appena uscita dal profondo del cuore del vulcano senti' il vento delle emozioni di gioia, ma per poco ha potuto restare a sentirle, perche' qualcuno gridava aiuto, ma non c'era piu' nessuno che poteva aiutare, solo lei, gli altri erano tutti scappati via, pensavano solo a se' sessi.
Senza piu' paura di nulla " nuoto" fino a dove si sentivano le grida, ma ormai non c'era piu' nulla da fare, ma si promise a se' stessa che non avrebbe piu' lasciato che nessuno morisse fra le sue braccia da ora in poi.
Ando' ancora piu' lontano per vedere se c'era qualcun altro da poter aiutare, ma nulla, soltanto un paese che pareva un gigante gelato squagliato, mentre stava da sola a testa in giu', si sentiva persa, sola al mondo, senti' ad un tratto una mano sulla spalla incenerita, nera dalle bruciature e sporca, non voleva nemmeno voltarsi, si sentiva arrabbiata con il vulcano, ma anche con se' stessa per essere rimasta li' senza poter nemmeno piangere per sfogarsi.
In tanto che tutto era andato a rotoli sapeva che qualcuno era li' per lei, soltanto per lei, anche se adesso era solo una semplice perla, non piu' come una volta, bella splendente come un raggio di sole, ma sapeva che per lui sarebbe stata la sua amata, la sua amata perla nera in viaggio per la destinazione di una vendetta.
Un giorno pero' Michael ebbe una sorpresa completamente inaspettata, qualcuno le apri' la porta, prese a correre ma dietro a lui senza alcun sforzo si ritrovo' l'uomo di cui era fuggito, lo prese per il collo e le chiese semplicemente dove andava e perche' continuava a fare quegli scherzi di cattivo gusto, non sapeva cosa rispondere, allora Jason lo prese con se' in casa e le disse che avevano da parlare di molte cose, soprattutto di una particolarmente.
Il ragazzo era un po' spaventato, perplesso, ma anche curioso, che cosa poteva dirle uno sconosciuto proprio a lui?
Michael si diceva che nulla poteva andare peggio di come andava gia' tutto.
Appena arrivato si sedette sulla poltrona accanto alla scrivania, Jason le diede un libro e le disse di leggerlo, ma al ragazzo gia' dalla copertina le pareva qualcosa di conosciuto, comunque lo apri' e incomincio' a leggere qualche pagina fino a che trasali' come bruciato e lo chiuse dandolo a Jason con gesti rapidi come qualcuno le avesse messo una pistola alla tempia.
<< Lo sapevo che la tua reazione sarebbe stata questa, nonostante tutto o deciso di farti vedere la verita' >>
<< Quale verita'? >>
<< Mi pare che tu non abbia letto attentamente cio' che ti ho dato da leggere, nemmeno quelle poche pagine>>
<< Non ho letto interamente, perche' una simile cosa puo' essere solo che in una storia, in una favola, in un film, ma non nella nostra realta' >>
<< Pensavo che ormai eri pronto per sapere tutto, ma mi sbagliavo>> disse Jason mentre apriva una porta di pietra con un tocco solo di un dito e poi scese nei sotterranei per continuare con il suo lavoro di una vita affinche' Michael sarebbe stato pronto per affrontare la dura verita'.
Jason non sapeva cosa l' avrebbe spaventato esattamente, anche perche' poi...
<< La dura verita', si..>> disse lui ridendo e prendendo un altro libro per studiarlo
<< Questo e' solo l' inizio dell' aventura Michael>> rise di nuovo e poi senti' la voce di Michael dicendo:
<<Puoi aprirmi per favore?>>
<< Perche' dovrei farlo?>>
<< C' ho ripensato, voglio sapere tutto, soprattutto le mie origini antiche e di chi sei tu veramente>>
Jason penso' bene prima di aprire la porta e farlo scendere insieme a lui e mostrarle la sua proprieta', ma poi lo fece scendere e il ragazzo rimase a bocca aperta vedendo quel mucchio di libri e pensare che storia avrebbe nascosto ognuno di loro, sperando che non solo la propria storia, ma anche la storia dell' antichita' perduta, delle cose mai trovate da nessuno.
Michael piu' pensava e piu' si ritrovava fascinato da tutto, ma aveva anche una paura pazzesca di non essere ancora mandato indietro nel tempo per non aver messo "il pezzo del puzzle al posto giusto", voleva rimanere li', in quel passato presente e continuare finche' avrebbe trovato la strada per uscire da questo "labirinto".
in questo mondo tutto
matto ,il carbone porterà sia
ai cattivi che ai buoni in
gran quantità.
In questo mondo senza
più regole la befana non sa
più a chi credere.
Buoni cattivi chi sceglierà
povera befana senza età.
La befana sta arrivando
corre corre ,mai stanca ,
dal cielo scruta quaggiù
questo mondo senza
più virtù ,povera befana
che non sa a chi credere più.
Con dolci e giocattoli in gran
quantità sta per scendere in
ogni città. Non fa differenze
la sua bontà è grande .Tutti
i bambini attendono con ansia,
e per un attimo il viso cambia,
per un attimo sorrisi
li allieteranno
dimenticando le sofferenze
di tanti.
Cara befana ti stiamo
aspettando
donaci allegria e gioia tanta
ti prego anche in quei paesi
abbandonati
dove la sofferenza è tanta ,
dona a loro
serenità, mostra
per un attimo
tanta bontà .
.
Hai mai sentito parlare del clan degli anonimi autori?
Sono uniti da un patto, anche se non si sono mai incontrati.
Forse provengono tutti dallo stesso luogo e ne sono inconsapevoli.
A volte quel patto si fa sentire con un richiamo di vento gaelico.
Lassù, nello spazio tra le nuvole, qualcuno li ama.
Sono cresciuta tra tette e grondaie.
Rotaie cominciavano a sferragliare lungo linee parallele.
Lui, bello e dannato.
Nei suoi occhi vendeva droga.
Nel buio che lo precedeva, le geometrie si incurvavano al passaggio.
Nella sua visione il passato di tanti: erano braccia lunghe e spaventose, come rami di fine novembre.
A sforzar la memoria, li rivedi tutti i piccoli mostri della tua infanzia: occhi gialli e grandi bocche.
Minacciosi!
Di selvaggio anarchismo, si trascinava dietro un disgusto totale per la vita.
Io avevo attraversato i tempi camminando tra carni imputridite.
Per casa avevo quattro ruote tra andate e ritorni e una wicca.
E adesso, in cerca di ristoro, scendevamo alla fine del mare.
Un patto è un patto, come un nodo eterno.
Io l’ho tatuato sulla pelle.
U2?
Tutti si diedero molto da fare e molte belle cose furono scritte.
Tu sei veramente grande, ma sei anche troppo statica. Non trovi che sia un peccato? Coi poteri che tu hai, chissà quante nuove cose potresti creare.
Tu che governi tutti noi piccoli pensieri e sogni perché hai smesso di sognare?>>.
Fu mandata in un piccolo pianeta dell’universo: un posto chiamato Terra che era appunto deserto e completamente disabitato. Il giorno della partenza solo i suoi amici gemelli erano venuti a salutarla. In segno di amicizia vollero regalarle le due pietre che avevano vinto insieme a lei nel concorso. <<le terrai come nostro ricordo>> le dissero.
Certo in quel posto non c’era veramente nessuno e faceva tanto freddo.
Anzi non gocciolava neanche più.
Dopo un po’, però, la pietra cominciò di nuovo a gocciolare.
A questo punto fu chiaro che era il calore della pietra gialla che nuoceva alla sua pietra bianca mentre all’altra pietra non dava nessun fastidio. "Forse", pensò, “i gemelli non erano sinceri con me quando dicevano di essermi amici. Forse mi hanno dato queste pietre solo perché distruggessero la mia”.
Quel liquido trasparente le arrivava oramai quasi alle ginocchia.
Anche la terra cominciò a girare. Sembrava che quella massa l’attirasse verso di sé.
Chiuse gli occhi e decise di non aprirli più, finché la terra non avesse smesso di girare.
Dormì per lungo tempo. Nemmeno lei seppe dire quanto. Infine, un giorno fu destata da un canto.
Aprì gli occhi e si guardò attorno.
E la più importante, quella che tu avevi dato proprio a me, l’ho nascosta sottoterra, ma non ricordo più dove>>.
Il gran bazar della malinconia
«Il tempo non è mai quello che appare e ciò che appare non è il tempo»
Vecchie ciarpaglie accantonate alla rinfusa su scaffalature arrugginite e sgangherate si presentavano in bella mostra all’ingresso d’un enorme capanno…
Licia era sempre un passo dopo l’entrata, accoglieva con un sorriso il visitatore e indicava la direzione da seguire in quel dedalo di corridoi e scaffali, a volte dava l’impressione di essere lì per sostenere il vecchio portone in legno scuro che chiudeva quel luogo pieno di polvere e oggetti vecchi e inutili.
All’interno del capanno una serie innumerevole di vecchie cose se ne stava, sporca e piena di polvere nerastra, accatastata in modo disordinato dando l’impressione d’esser stata gettata sulle scansie con imprevedibile casualità da chissà quale mano.
L’ingresso al gran bazar della malinconia, questo recava scritto l’insegna sul portone, era contingentato a un massimo di tre persone per volta; il posto era veramente un labirinto di stanze e corridoi ma la sua grandezza era tale da non capire per quale motivo si potesse entrare in così poche persone. Il negozio era aperto tutto il giorno ventiquattro ore su ventiquattro.
Non esisteva campanello all’ingresso e quando il portone era chiuso non v’era alcun modo di bussare per farsi aprire, chiunque avesse tentato di dare dei colpi al legno non avrebbe ottenuto nessun suono, quel portone sembrava essere fatto di spugna eppure era durissimo al tocco…
Licia aveva uno sguardo molto dolce quando accoglieva la gente che immediatamente si sentiva a proprio agio. Il soffitto del capanno era poco illuminato e risultava un po’ complicato vedere bene gli oggetti e il percorso, stranamente però dopo un breve lasso di tempo, la vista s’abituava alla luce e tutto si mostrava nel suo polveroso stato.
Visto dall’esterno sembrava un comunissimo mercatino dell’usato e non era pensabile che in realtà in quello strano luogo sarebbero entrate solo tre persone in un intervallo temporale che non era classificabile.
Proprio così, s’entrava con un orario e…
In un giorno qualsiasi d’un anno qualsiasi tre persone incuriosite dalla scritta, mentre passavano in auto, si fermarono davanti al gran bazar della malinconia. La porta era aperta e Licia era appena un passo dentro.
Due donne e un uomo scesero dall’auto e s’avvicinarono all’ingresso.
«Avanti entrate pure, il bazar è aperto»
«Grazie, possiamo?»
«Un attimo che vi indico il percorso da seguire»
Licia con la mano sinistra accostò la porta e fece segno di guardare la direzione delle frecce che erano disegnate sul pavimento.
«Buona permanenza»
«Grazie» risposero i tre con aria divertita.
«Chissà perché ha chiuso la porta» disse Eleonora strabuzzando gli occhi.
«Forse stanno per chiudere» ribatté Giovanni.
«Beh, seguiamo le frecce come ha detto quella signora» incalzò Elena.
Un lungo corridoio, che diramava in lunghi transetti laterali, appariva loro di fronte e ogni cinque metri in lunghezza s’aprivano delle stanze quadrate d’eguali misure.
Percorsero i primi passi nell’incertezza e nello stato d’animo curioso come s’addice a dei bambini che per la prima volta entrano in un negozio di giocattoli.
La prima stanza a sinistra conteneva una quantità enorme di libri usati, essi non avevano una catalogazione precisa ed erano poggiati negli scaffali alla rinfusa.
«Guarda Elena» disse Giovanni con occhi che parevano stregati, «Guarda, “I viaggi di Gulliver”, accidenti quanto tempo è passato, l’ultima volta che lessi questo libro fu per gli esami di maturità,
avevo scelto inglese come seconda materia. Porca miseria, ma questo è il mio libro, c’è il cuoricino che avevo disegnato e... la mia firma, non è possibile!»
«Pensa te, si vede che tua madre l’ha venduto a qualche rigattiere e poi sarà finito qua per chissà quale coincidenza» rispose Elena quasi divertita.
«Ehi, indovinate cosa ho trovato?»
«Cosa Eleonora?» disse Giovanni distogliendo lo sguardo dal libro che aveva in mano con un’espressione tra il sorridente e un velato senso d’incertezza e paura.
«Questo è il compendio di storia dell’arte di Arnold Hauser, quello stronzo del prof. Guido ci impose di leggerlo in una settimana per poi affossarci tutti nell’interrogazione, pensa che per come ero incazzata d’aver beccato quattro scrissi dietro l’ultima pagina: “questa è una storia di merda”».
Eleonora cominciò a sfogliare le pagine di quel vecchio libro oramai ingiallito e con grande meraviglia scoprì che sull’ultima pagina vi era scritto: “questa è una storia di merda”
«Ma... non posso crederci e non voglio crederci, questo è il mio libro del liceo, si proprio lui»
«Ma dai, guarda tu che coincidenza, ma... portano tutti i libri in questo posto?» disse ridendo Giovanni.
Poi i due sembrarono attratti da quei libri e s’estraniarono dalla conversazione tra loro vendendo letteralmente rapiti in un spazio senza tempo.
«Porcaccia vaccaaaa! Urlò Elena questo libro di chimica è il mio, ho riconosciuto le linguette delle pagine tutte rosicchiate. Ogni volta che la professoressa Calci spiegava mordevo le punte della pagine nutrendomi di cellulosa per il nervoso»
Giovanni fu scosso come da una scintilla e lasciò cadere il terra il suo libro…
«Ragazze forse è meglio andar via, questo posto mi incute molto timore.»
Eleonora ed Elena annuirono con un cenno della testa e si presero per mano. Con una certa paura i tre uscirono da quella stanza, ma il corridoio non esisteva più, al suo posto una stanza piena di orpelli, ninnoli di creta e piatti di ceramica.
Giovanni cominciò a gridare «Signora! Signoraaaaaaa, dove s’è cacciata?»
«Sono qui all’ingresso! Non mi vedete? Sono proprio dietro di voi» La voce di Licia, forte e chiara, risuonò come una eco in tutto il capannone.
«Ma dov’è signora? Non vediamo un cavolo e dov’è il corridoio d’ingresso? Signoraaaaa! La voce di Elena pareva percorsa da mille vibrazioni»
«Calma, calma sono qui proprio dietro a voi, terminate pure il vostro giro, non chiudiamo mica ora»
«Ma quale giro e giro noi vogliamo uscire, da dove s’esce porca puttana?» Biascicò con la lingua irrigidita e priva di salivazione Giovanni.
«Tranquilli, da qui si va via solo dopo aver terminato il giro, procedete pure e vedrete che dopo uscirete» La voce di Licia rimbombava sempre di più nel capanno…
La paura scorreva come un fluido freddo nelle gambe e nelle braccia, irrigidendo gli arti e rizzando ogni peluncolo che vi dimorava sopra. Altro non potevano fare e, appoggiandosi l’un l’altra, cercarono di proseguire a tentoni nella stanza in cui si trovavano.
Per ogni cosa esposta e impolverata essi trovavano sempre qualche oggetto appartenente al proprio passato.
Lo sconforto durò a lungo anche se una certa meraviglia nello scoprire quegli oggetti non mancò nel visitare tutte quelle stanze.
La realtà temporale non aveva senso in quel posto incredibile e, trovandosi nel suo interno, nessuno aveva più la cognizione di dove fosse e quale fosse l’ora, tutto era fermo nella polvere.
Di stanza in stanza i tre ragazzi sbucarono in un androne enorme dove v’era un gabbiozzo di legno a mo’ d’edicola con due finestre e una porticina. I vetri erano appannati e davano l’impressione di essere lì da qualche secolo, s’intravedeva all’interno una luce traballante e delle ombre…
Giovanni si fece coraggio e per primo cercò di girare una manopola d’ottone, ma il sudore ghiacciato della mano gli fece perdere la presa più volte, poi senza nessun tocco la porta s’aprì consentendo ai tre di entrare dentro.
Licia era seduta dietro una scrivania col piano in pelle, aveva un paio d’occhiali calati leggermente sul naso, dalla forma tonda tagliati in alto da una linea curva erano d’un colore nero striati con delle venature color osso.
Alzò lo sguardo dal libro che stava leggendo e sorrise…
«Finalmente siete arrivati, ce ne avete messo del tempo! Ihihihihihi...»
«Ma dove siamo, vogliamo uscire, fateci uscire da qui, per favore» disse con voce flebile Elena.
«Non siate impauriti, siete nel gran bazar della malinconia, nessuno vi farà del male»
I volti tirati e tesi come corde di violino dei tre cominciarono a stendersi e il pallore biancastro che aveva colorato fino ad allora le gote cominciò a trasformarsi in una leggera pennellata di rosso.
Intanto all’interno di quella edicola, v’era a sua volta un altro gabbiozzo con una porta ancora più piccola.
«Cosa c’è di là?» Chiese Eleonora.
«Quella è la porta del Giocattolaio magico»
«Giocattolaio magico?» sussurrò Giovanni.
«Giocattolaio magico... sì, da tanto tempo raccoglie i ricordi delle persone e li stipa in questo bazar, nessuno lo ha mai visto nemmeno io ho varcato quella porta»
«E non possiamo parlarci almeno?» chiese Elena
«No ragazzi miei, ora è meglio che andiate, la vita vi aspetta la fuori e poi siamo in orario di chiusura»
«Ma un attimo vorremmo capire» Giovanni facendosi più forte nella voce, fece un balzo in avanti verso la porta.
«Siamo in chiusura ragazzi, mi dispiace»... la luce della candela che illuminava il volto di Licia si spense di colpo e…
«Ehi ragazze che ne dite se ci mangiamo un panino in qualche birreria, conosco un posto che si chiama il gran bazar della malinconia è molto vecchio, pare che facciano dei panini da Dio»
«Ma sai che questo nome non mi è nuovo Giovà»
«E dove sarebbe sto posto?»
«Proprio qui dietro, una svoltata d’auto Ele»
«Beh, allora sbrigati, ho una fame, non so voi»
«Mah, però sto nome mi dice qualcosa»
L’auto si fermò a ridosso del marciapiede e... di fronte dalla parte opposta della strada un vecchio capannone con la scritta “Il gran Bazar della Malinconia”.




