Niente è più possibile ormai
MEDEA
di Abner Rossi
il mio paese (prima parte)
"La mia Colchide con i suoi odori inebrianti e le sue coste interne: un altro mondo fuori dal mondo conosciuto. E le sue innumerevoli tribù che si ritenevano, ai miei tempi, barbare e dedite ai riti magici; come se la magia avesse una qualsiasi affinità con la barbarie e non fosse invece anima, foreste, sorgenti, mare, animali, vita, completezza, viaggio, morte, ritorno alla natura intima."
Si, anima, rapporto tra natura e umanità, congiunzione tra popolo e divinità, un equilibrio di complicate semplicità dove nessuno è solo se stesso. La magia, quella vera, è somma di antichi saperi trasmessi e consapevolezza di poter essere, come tramite, attraversato da volontà delle divinità naturali le quali, in quanto tali, possono essere chiamate “barbare” proprio per il loro essere espressioni evidenti.
Io, Sacerdotessa di Ecate giovane e anziana dea, levatrice e accompagnatrice di morti, dea che si incontra ai crocicchi, Ecate multiforme, potente e saggia. Io guaritrice di antichi mali che come punizioni cadono casualmente a testimonianza della potenza riparatrice e, allo stesso tempo, distruttrice della natura.
E tu Giàsone, giovane come giovane vorrebbe essere il tuo popolo (che ora sta espandendo il suo potere ma che soccomberà presto sotto il peso di idee che voi amate chiamare Filosofia e sotto il dominio di uomini, loro davvero barbari e conquistatori), sei arrivato a Ea per il Vello che per noi è solo una semplice pelle d'animale utile per raccogliere l'oro e trasportarlo e che per voi, saggi uomini greci, diviene simbolo di ricchezza e di potere. Questa è una grande differenza tra noi due e tra i nostri popoli: per te e per voi il potere è dato dalla ricchezza e dai suoi simboli: infatti sei venuto a conquistare il vello perché ti è stato promesso in cambio un regno. Per “noi barbari” il potere è la capacità di essere fertili e di rendere fertile la nostra terra. Voi greci siete alla caccia d'oro e potere, non possedete nemmeno una spiga di grano e non vi emozionate quando il sole lo rende d'oro e quando la pioggia lo nutre.
Tu sai Giàsone, lo sanno i saggi del tuo popolo, quanto la follia sia uno stato particolare guidato da un dio per mondare una colpa o transitorio e circolare percorso verso la trasformazione o improvvisa e catartica tempesta dello spirito...eppure sospetti di follia l'uso di arti magiche. E' paura la tua Giàsone, vera paura sommata alla vostra scientifica ignoranza. La follia è distante dalla magia come tu sei distante dal carro del sole. Io sarò la tua guida in questo percorso di scoperta e ti farò incontrare ciò che ognuno dovrebbe: i mille specchi della propria anima naturale.
La storia scritta è solo un'interpretazione di parte, Giàsone! Forse leggenda, forse trappola per animi deboli che hanno bisogno di certezze filosofiche e dettagliati percorsi... come se la vita di un uomo o quella di una donna come me (o di qualsiasi altra donna veramente vissuta) si potesse definire con parole e certezze storiche.
Ad esempio Giàsone, per la storia che verrà, tu sarai un Principe e condottiero per le conquiste dei tuoi argonauti, per i nostri contemporanei invece sei nato e vissuto nella mia ombra ed io avrei potuto affondare la tua piccola nave con un gesto, se solo avessi voluto, se solo le mie Divinità non avessero deciso che le nostre vite dovevano unirsi per innalzarsi e poi distruggersi, non tanto per l'importanza della nostra unione di sangue, ma per chiudere un'epoca e aprirne un'altra....diversa.
Tuttavia mi sembrò giusto aiutarti ad impossessarti del vello e fu facile. La nostra dea Ecate poteva renderti invisibile per le guardie armate ed io potevo benissimo ingannare il drago serpente che impediva a tutti di avvicinarsi a quel simbolo; la mia magia era della stessa materia del drago e lui rispondeva ai miei ordini.
E fu facile anche la decisione di partire con te verso il futuro, verso il volere di Ecate, verso il mio destino. E mi innamorai di te, non prima che tu mi giurassi eterna fedeltà, giovane eroe greco, quasi ragazzo ed illuso che un vello avesse il potere di offrirti un regno, di riconquistare il trono usurpato da Pelia a tuo padre.
Ero allora una donna giovane e potente e curiosa, volevo vedere le abitazioni di pietra e mattoni dei greci: volevo sapere in cosa erano più accoglienti della mia lignea reggia, delle nostre accoglienti case di tufo e legno...e confrontare le vostre strane divinità con le nostre.
Fummo inseguiti da mio Padre e dalla flottiglia dei fratelli Colchi, ma la mia magia li dissuase presto dal continuare la caccia e le tempeste che io scatenai li convinsero a cambiare rotta e rientrare in porto. Mio Padre, del resto, non era poi così interessato a riprendersi il Vello d'oro, né a catturarti, né a riportare sua figlia presso la natia reggia; il suo scopo era cancellare (e perfino uccidere) i suoi eredi e figli per mantenere il suo instabile trono.
Stupide dicerie dei tragici, raccontano che fu per sfuggire all'inseguimento che io uccisi mio fratello, disperdendo parti del suo corpo in acqua, ma così non fu e fu nostro padre ad ucciderlo per paura che lui aspirasse al regno della lussureggiante Colchide.
IL VIAGGIO (seconda parte)
e qui il mio racconto differisce dalle narrazioni mitologiche in quanto storia vissuta nel momento e non racconto a sostegno di fasulli eroi e di fasulli Dei.
Se il viaggio di ritorno, per te Giàsone e per i tuoi indolenti argonauti, fu viaggio verso un futuro ancora tutto da scrivere, per me fu un andare drammatico, per l'opposizione delle mie Divinità naturali che infiammarono le acque a dimostrazione che fare rotta verso il potere terreno è semplicemente ridicolo ed illusorio. Non si è una sacerdotessa di Ecate, né una guaritrice che ha poteri magici provenienti dalla terra, se si convive con il potere dell'oro e delle armi.
Drammatico e nobile il nostro viaggio e lungo come altri viaggi successivi di eroi greci, viaggi probabilmente mai accaduti e dal nostro semplicemente ed abilmente copiati. Dei potenti vi si opponevano e altrettanti Dei erano nostri alleati. Si trattava di recarsi in una terra ricca di filosofia e bisognosa di natura. Da tempo avevate seppellito Eraclito e le sue filosofie naturali per far posto ad una filosofia dello stato, ad una filosofia che soggiogava l'anima della terra e la subordinava alla razionalità. Ahi Giàsone, quanto sciocco è per gli uomini disconoscere il mistero.
Comunque ci amammo, la giovane antica sacerdotessa di Ecate e l'eroe greco, bello, statuario, invincibile e terribilmente ragazzo ignorante delle forze che muovono il mondo.
Ed arrivammo nella tua patria e per venti anni io fui di giorno la donna per la quale si voltano gli occhi dall'altra parte quando la si incontra e di notte la maga che cura e guarisce le vostre profonde malattie. E per venti anni io fui, di giorno la straniera che ti aveva sottoposto alla sua magia e di notte la tua amante. E per venti anni io davo vita ai tuoi figli combattendo per essere quella che ero. E tu, da eroe che poteva guidare popoli ed eserciti, diventasti secondario nelle trame di potere del tuo re e del tuo regno. Accettasti compromessi, ruoli secondari ed intanto il potere della tua Città di pietra e d'oro condannava alla rinuncia anche i Colchi, miei simili che erano partiti con me, fino a farli diventare i miei peggiori nemici. E poi il tuo possibile matrimonio con la figlia del re ed il tuo rinnegare il giuramento di fedeltà posto nelle mani delle mie divinità.
Sapevo che il tuo re mi voleva morta e sapevo che anche i suoi consiglieri tramavano con lo stesso obbiettivo. Sapevo che il mio sacrificio era necessario per far si che tra la vostra filosofia razionale e la magia della natura si creasse una separazione insanabile dove nessuna delle due parti della stessa storia potesse dirsi vittoriosa. Forse tra 10.000 anni un terremoto unirà di nuovo ciò che unito era e che gli uomini hanno voluto separare, ma adesso era il tempo della resa...ed ho perpetrato la mia scelta consapevole di disperdere la tua e la mia genia. I tuoi tragici parlarono di vendetta, ma vendetta non era. La parte femminile della specie invertiva la sua capacità di generare ed uccideva per far si che la storia potesse sopravvivere alle sabbie del tempo.
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