E' fu cosi che una sera si apri la porta della palestra, un viso illuminato entrò, si muoveva con delicatezza, un passo lento ma passionale.
Dalla prima occhiata una voce dentro di me esclamò..."Dannazione è così eccitante." la sua voce risuonò nella stanza sensuale è calda. Quando si alzò la maglietta per iniziare a scaldare i muscoli non potevo fare a meno di guardarlo. Indossava solo un paio di boxer decisamente ben fatto...
Cercavo di controllare le mie reazioni, lo seguivo con gli occhi senza distrarmi, non potevo fare a meno di guardarlo.
Mentre lo stavo fissavo, lui si voltò...Mi voltai rapidamente molto impacciata. Qualcuno mi toccò sulla spalla, mi voltai e vidi quel viso bianco, dolce, quasi svenni "che c’è?" Chiesi..."Niente volevo dirti che ho provato un impulso troppo forte guardandoti.
Tentavo di controllarmi...ma una voce dentro di me continuava a urlare "non andargli vicino"..."E' così bello".
Avevo voglia di dirgli "sì anche per me è stato cosi" ma non feci in tempo, le sue labbra morbide toccarono le mie...Mi tirai indietro e lo guardai.
Lui riprese a baciarmi. Salii su di lui e gli ritornai il favore. Con un filo di voce gli dissi "Mia mamma e mio papà staranno fuori questa notte
vuoi cenare da me", "Assolutamente sì!" esclamò...Aveva un grande sorriso sul viso. Ci mettemmo sotto le coperte e fu la notte più bella è più lunga della mia vita. Ci addormentammo all'alba.
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Profilo Autore: Silvana Montarello  

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Sonnolenta e malinconica sera d'estate, dove l'afa veniva mitigata da una leggera brezza, che arrivava dal mare, rinfrescando l'aria nella terrazza che mi ospitava.
Frastornato, ero uscito dalla sala, stanco di ascoltare la musica che un'orchestrina suonava per gli ospiti, rimasti a ballare.
Mi sedetti sul dondolo seminascosto, per gustare la quiete di quella serena serata. Immerso nei miei pensieri e nei miei sogni ascoltavo il rumore delle onde del mare, quando all'improvviso, alle mie spalle, udii una dolce voce femminile: "Che fai qui, tutto solo?" Mi voltai verso la sconosciuta che, nel frattempo, si era avvicinata, pertanto mi alzai per presentarmi e invitarla a farmi compagnia.
Cullati dal dondolo, iniziammo a raccontarci, intanto che non le toglievo gli occhi di dosso.
Era molto bella, non molto alta, ma ben proporzionata; l'abbronzatura era color ambra dorata ed i suoi occhi nerissimi spiccavano, come due perle rare, sul viso, completando lo splendore della sua bellezza, uniti ai capelli lunghi corvini e setosi.
Mi sentii chiederle se fosse una fata ed ella mi fece un sorriso, forse gratificata.
Il magnetismo che mi trasmetteva, lo percepiva, per il desiderio di lei che traspariva ed il mio controllo, piano piano, mi stava sfuggendo di mano.
Con sapiente maestria e malizia, si avvicinò, fino ad alitare le proprie parole quasi sulla mia bocca.
Ci perdemmo in un lungo bacio, dopodiché salimmo nella sua stanza, decisi a vivere una notte d'amore. Come arrivammo, fece scivolare dal suo corpo la leggera veste color turchese.
Pareva la dea dell'amore, nuda, con solamente addosso il sottile perizoma bianco.
I miei occhi, frastornati per quello che la vita mi stava donando, si stavano riempiendo di lei che si avvicinò come una gattina maliziosa, il suo turgido seno mi sfiorava, mentre mi sussurrava: "Lascia fare a me, ti voglio spogliare".
Iniziò a sbottonarmi la camicia, mentre, immobile, la lasciavo fare, percepivo le sue agili dita correre per la mia pelle, quasi a volermi graffiare.
L'eccitazione saliva, come una tempesta in mare.
In sua balia, iniziò, con me, a giocare, mostrando di saper usare tutte le arti amatorie. Sul letto, con crescente passione, ci lasciammo cadere e, tra carezze e voluttuosi baci, ci cominciammo a dimenare.
La baciai sulle labbra e sul collo, mordicchiandole i lobi delle orecchie, per poi scendere giù, accarezzando la sua morbida pelle, fino ai suoi seni, dove i capezzoli iniziai a bramare, intanto a non fermarmi mi invitava. Sempre di più il suo corpo volevo esplorare, arrivando così al regno dell'amore.
Il suo corpo eccitato rivelava il fervore ed in gemiti, si lasciava andare, mentre con la lingua continuavo a giocare, per portarla all'apice del godere. Mi chiese: "Entra in me, non resisto, mi sembra d'impazzire, ti voglio da morire.
Ti voglio cavalcare", intanto che, sopra di me, si volle sistemare, per meglio dettare i tempi del piacere, che ci condussero, stremati, fino al mattino.
Da quella notte, non l'ho più rivista, ma ciò che è rimasto in me è la consapevolezza di aver amato una dea o una fata.
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Profilo Autore: Horion Enky  

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Nascondeva lacrime innocenti,
tra radicate infamie,
mostrando denti bianchi,
in sorrisi smaglianti e ammiccanti.

Pertugi, nella mente,
circuivano pensieri,
simulando desideri
luccicanti come stelle,
ancorati a quel suo cosmo irriverente,
prigioniero d'ombra d'un disdicevole degrado
del suo alter ego,
di quella che faceva e non pensav'a niente.

Di colei che rifiutava e viceversa
la sua parte di coscienza
che tesseva, ricamava, rifiniva,
una vita alternativa,
rammendando solitudine e squallore,
in vuoti enormi,
con l'ago di pazienza e il filo di speranza.

Desideri impertinenti,
timorosi di svanire,
ella cullava,
fra lenzuola spiegazzate
che grondavano sudore...
corpi ignudi, misti a umori e a odori,
in rapporti sempre uguali.

Mille amanti frettolosi,
mille volti sconosciuti,
non colmavan il ricordo di quell'ora
ch'hanno avuto,
nel lasciar la propria impronta,
poi dissolta in un minuto,
sopra il letto saturato del veleno del peccato,
fomentato dal martirio d'un orgasmo esasperato.

Desideri irrefrenabili e impetuosi,
affrancatisi
da pene del suo viver licenzioso,
sconfinando
e rinnegando ogni traccia di serpente
che, strisciante,
rifugiava nella tana bistrattata
e infecondata,
dall'amore ripudiato e crocifisso.

Desideri ch'hanno vinto,
nello smetter di giacere fra le braccia di nessuno
e nel coglier il volere, quel recondito, sol uno,
quel dettato dalla voglia di riscatto del suo ego,
nel riflesso d'esistenza,
intrappolato in quel laido passato.
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Profilo Autore: IRIS VIGNOLA  

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L'annuncio pubblicato in una pagina interna di un quotidiano a diffusione nazionale non passò inosservato. Fu subito rilanciato in Rete da centinaia di messaggi Twitter e condiviso su migliaia di profili Facebook. Solo i grandi network televisivi del Paese, scelsero d'ignorarlo. Il testo era scarno, quasi neutro: l'associazione culturale "Oscar Wilde" indice il concorso "Miss Escort 2013", ulteriori informazioni sono a vostra disposizione sul sito "www.asscultOscarWilde.it".

Per i dettagli del concorso invece si veniva rimandati al sito ufficiale dell'associazione. L'iscrizione era riservata alle donne maggiorenni che svolgevano il mestiere d’accompagnatrici o di specialiste del sesso. Tra i documenti richiesti per la partecipazione al concorso vi erano due fotografie formato tessera, un documento vidimato da un notaio con la dichiarazione autografa di svolgimento dell’attività di escort da almeno un anno. Alla vincitrice spettava un premio in denaro di ventimila euro, oltre alla targa d'oro attestante la vittoria del concorso. La tassa d'iscrizione, pagabile con un bollettino postale era fissata in cento euro, e andava allegata alla domanda d'iscrizione. Ulteriori dettagli sullo svolgimento del concorso sarebbero stati pubblicati alla chiusura delle iscrizioni, prevista per il 28 febbraio 2013.

Il boom d’iscrizioni sorprese gli stessi organizzatori che si videro costretti ad un profondo restyling del sito per consentire a tutte le iscritte di avere a disposizione una pagina dove pubblicare foto, curriculum, contatti e messaggi promozionali per i visitatori. Alla chiusura del 28 febbraio del 2003 il numero delle partecipanti al concorso superava abbondantemente il migliaio. Nei giorni successivi furono pubblicate sul sito dell’associazione “ Oscar Wilde” le regole del concorso. Le escort partecipanti erano autorizzate ad esibire sull’abito una spilla, realizzata da uno stilista di fama e inviata dalla direzione del concorso, che ne certificava lo status di partecipanti alla gara.

Erano ammesse tre tipi di votazione che davano diritto a differenti punteggi: quella del semplice visitatore che valeva un punto, quella del cliente che equivaleva a dieci punti, quella dell’abbonato che fruttava cinquanta punti. Ogni escort partecipante era tenuta a emettere ricevuta fiscale per le prestazioni e a consegnarne una copia all’organizzazione,sarebbe servita come riscontro per le votazioni di clienti e abbonati. Gli stessi avevano diritto, oltre al voto, a sconti speciali, se accettavano di compilare un dettagliato questionario, coperto dall’anonimato, sulle prestazioni delle partecipanti al concorso. La durata del concorso era fissata in un mese: alla scadenza uno spareggio tra le prime tre classificate avrebbe determinato la proclamazione della prima “ Miss Escort” della storia.

Non fu certo un caso che i viali alberati di molte periferie come d’incanto si riempissero d’escort con gonne microscopiche e spille bene in vista con  gigantografie e striscioni da campagna elettorale all’ultimo sprint. “Votate Luana la puttana in sottana” diceva uno slogan”; sul marciapiede opposto, uno striscione vantava le virtù di “Olga, la gnocca del Volga che soddisfa ogni voglia”. Se la pubblicità è l’anima del commercio, mai concorso si rivelò più redditizio per il giro d’affari delle partecipanti. I clienti triplicarono, come De Coubertin, evidentemente pensavano che è più importante partecipare che vincere. Avevano anche loro qualche vantaggio; i prezzi erano più abbordabili, le prestazioni, visto che il gradimento del cliente era prezioso, di gran lunga superiori alla media.

In questura non sapevano che pesci pigliare: si limitavano al momento a monitorare la situazione sul sito dell’associazione culturale “Oscar Wilde” e nelle strade. Molti agenti seguivano la vicenda a titolo personale: da visitatori del sito, da votanti, da clienti e abbonati speciali. Per molti di loro i prezzi non erano solo stracciati, ma quasi irrisori, vista l’antica frequentazione con le clienti. Gli esperti della Polizia Postale che monitoravano gli accessi del sito, notarono un intenso traffico di visitatori provenienti dallo Stato del Vaticano: il diavolo, come si dice, bisogna pur conoscerlo prima di combatterlo.

Solo i politici si tenevano alla larga: temevano di restare impigliati nella rete di qualche giornalista d’assalto in cerca di scoop o dei fotoreporter che la notorietà del concorso rendeva più bellicosi del solito. Certo esempi più eclatanti dimostravano che essere ritratti vicini a delle ragazze prosperose non comporta un calo del gradimento nei sondaggi o la sconfitta elettorale, ma mogli e fidanzate, avrebbero avuto qualcosa da ridire su quel tipo di pubblicità.

All’associazione culturale “Oscar Wilde” furono presto sommersi da richieste d’interviste: giornali e siti on line arrivarono ad offrire cifre a sei zeri per l’esclusiva sullo spareggio tra le prime tre classificate delle selezioni. I network televisivi fiutarono l’affare, sia pure in ritardo: proposero sino a cinque milioni di euro per poter riprendere con un apposito reality, l’ultima fase del concorso di miss Escort.

La pubblicità del sito ebbe un’impennata: gli inserzionisti, però, non erano operatori del settore del porno, ma stilisti, case di moda, produttori di lingerie, multinazionali del design e dei prodotti dolciari.

I responsabili del sito si videro costretti ad adeguare i premi per le prime tre classificate al boom degli incassi: ora la vittoria avrebbe fruttato alla prima in graduatoria duecentomila euro. I viali di notte non si riempirono solo di clienti, ma anche di telecamere: tv e siti on line reclamavano il diritto di cronaca, i tre minuti di riprese televisive concessi a ogni operatore che ne faccia richiesta. Molte protagoniste del concorso divennero volti conosciuti, intervistate sul posto di lavoro, tra una prestazione e l’altra e in certi casi anche durante.

I pronostici dei bookmaker furono l’apoteosi, l’idea funzionava: molti maschi italiani poterono vantarsi di essere finiti in bolletta per una puttana, ma senza nemmeno toccarla con un dito. Semplicemente puntandoci sopra tutti i risparmi di una vita. Tra le concorrenti c’era una piccola quota di escort lesbiche: il loro era ancora un mercato di nicchia, ma la scarsa concorrenza lo rendeva comunque appetibile. L’informazione di costume decise di puntare i fari, per “par conditio” o solo per sensazionalismo, su questo fenomeno, specialmente quando una di loro, la rossa Angelica, di nazionalità polacca, entrò nella terna dello spareggio. L’analisi dei dati degli accessi dimostrava che aveva fatto il pieno di voti femminili e che i suoi ritmi di lavoro, a giudicare dalle schede delle clienti pervenute, erano stati massacranti. Le altre due candidate alla vittoria erano la tunisina Fatima, una splendida mora venticinquenne e l’unica rappresentante italiana, l’escort toscana Sonia, una giovane bionda. Fu Sky Italia a vincere la gara per trasmettere la sfida finale: in prima serata in versione castigata e dopo le ventitré sulla sua piattaforma a luci rosse. Tutto era ormai pronto per decretare la vincitrice del primo concorso di “Miss Escort”.

La scelta finale sarebbe toccata al pubblico televisivo, con i sistemi ormai consueti: le telefonate ai numeri verdi, gli sms o attraverso l’uso interattivo del telecomando. Le concorrenti dovevano esibirsi in prove di diversa natura: canto, ballo, recitazione, ma non solo. Nella seconda parte del programma, quella vietata ai minori, erano previste esibizioni hot con partner bendati, estratti a sorte tra i clienti e gli abbonati delle escort giunte in finale.

Il parterre degli ospiti era al completo: attrici in rampa di lancio, veline in abiti succinti, comici e cantanti sulla via della pensione, politici alla ribalta della cronaca per scandali legati al sesso, neo deputati in cerca di avventure a pagamento a prezzi stracciati, fustigatori della casta in cerca di notorietà a basso costo. Il pubblico in studio era già caldo, lo divenne ancora di più dopo l’entrata in scena delle concorrenti.

C’è sempre un imprevisto in ogni successo che si rispetti, chissà per quale strana congiunzione astrale, un certo numero di spettatori si riversò al centro dello studio, per avere un contatto ravvicinato del secondo tipo con le concorrenti, tra la sorpresa della security, l’indignazione della conduttrice del programma e della regia, costretta a lanciare i consigli per gli acquisti di corsa, per evitare guai con l’autority per il rispetto dei diritti dei minori. Ci volle parecchio per rimettere un po’ d’ordine in studio e fu possibile solo dopo l’intervento delle forze dell’ordine, richiesto a stretto giro di posta dai produttori del programma. Tra gli stessi agenti, però, non mancò chi approfittò della confusione, per prendersi qualche licenza e le telecamere sempre accese ripresero ogni scena. I video finirono per settimane in testa alla classifica dei più cliccati su Youtube, com’è normale che fosse. La produzione fu costretta a sospendere il programma e a cambiare la struttura del format, per evitare la ripetizione dei fatti. Fu deciso di girare la trasmissione senza pubblico e di raddoppiare la scorta delle concorrenti, specialmente durante il tragitto verso gli studi di registrazione. Fu drasticamente ridotto per prudenza anche il numero degli ospiti e alzata l’età media degli stessi. Niente under settanta, insomma.

Il programma non era nato sotto una buona stella: dovette essere di nuovo sospeso per le intemperanze di cameraman e assistenti di studio. Persino la bella conduttrice fu scoperta dalle telecamere a indirizzare occhiate bollenti e speciali attenzioni, alla rossa e avvenente Angelica, cui non parve vero di ricambiarle all’istante. Al suo posto, la direzione del network, decise di mandare una vecchia puntata dell’ispettore Barnaby.

Il terzo tentativo fu quello giusto: la prima parte del programma ebbe un sapore soporifero, tutti, anche il regista, erano stati costretti dalla produzione a ingerire un’adeguata porzione di bromuro. Dopo le ventitré, invece, i sensi delle concorrenti poterono scatenarsi, insieme a quelli dei loro partner bendati e agguerriti. Ci furono emozioni per cuori forti: nei pronto soccorso degli ospedali, quella notte, il lavoro fu febbrile. Crebbe il numero dei ricoverati per aritmie e per disturbi causati da sovradosaggi di Viagra.

Vinse a sorpresa e per distacco la bella Angelica; anche i bookmaker, stavolta, avevano sbagliato pronostico. L’associazione culturale “Oscar Wilde”, commentarono l’indomani esperti ed opinionisti, non avrebbe potuto avere testimonial più appropriata.



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Profilo Autore: mybackpages  

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Nonostante avesse passato una nottata tranquilla, Il mattino dopo si sentì come una larva; quelle quattro mura lo soffocavano come le bianche e tetre pareti di un ospedale.

“Ma che ci faccio qui?”. Pensò controllando la posta sul P.C. “Chi me lo fa fare di restare in questa casa come un recluso? Io ritorno al ristorante!”.

Concedendosi ancora qualche minuto per curiosare alcune pagine facebook, lesse una notizia inaspettata: le Jack Off Jill, una delle sue band preferite, annunciavano un tour mondiale per celebrare il loro ritorno sulle scene. Stranamente, erano previste tre date in Italia: Torino, Roma e Bologna. Conoscendo la venerazione di Fabienne per il gruppo americano, si mise immediatamente alla ricerca di due biglietti per la data di Torino. Non vedendo l’ora che la compagna rincasasse, si dimenticò perfino di stare per indossare la camicia del ristorante.

Quando Alberto le comunicò la notizia, la donna si mostrò subito eccitata: “Fantastico! Dobbiamo andarci per forza, lo dico anche alla Marti!”.

“Martina??”. Quel nome era peggio di un incubo ricorrente.

“Sì, anche lei le adora! Ti farebbe piacere se venisse?”.

“No, ci mancherebbe”. Immaginando la presenza della bruna, Alberto sentì scemare tutto l’entusiasmo.

Il mattino dopo la cameriera, avvisata prontamente via Whatsapp dall’amica del cuore, portava un sorriso mai visto prima; a due mesi dall’evento Fabienne aveva acquistato un biglietto anche per lei.

Ritornando al lavoro dopo una settimana, Alberto si aspettava che avrebbe parlato del concerto per tutto il giorno, ma ciò non accadde; anche la donna parve mantenere un certo distacco che durò anche nel mese successivo.

Quando mancava solamente un giorno all’evento, previsto per sabato 2 luglio, Alberto rientrò a casa più tardi del solito per via di alcune noiose faccende. Nel salotto vide Fabienne distesa sul divano, l’aspetto poco salutare del suo volto lo fece allarmare. Il raffreddore dei giorni precedenti l’aveva messa un po’ all’erta, ma decise di lavorare ugualmente. Il malanno, scambiato inizialmente per una semplice allergia, si tramutò in una forte influenza.

Consigliandole di prendere qualche medicinale, Alberto la mise a letto e le disse con aria ottimista: “Domani starai meglio”.

“Vorrei tanto ma non credo, ci vorrà qualche giorno”. Rispose lei con un filo di voce.

“Ma… allora domani…”.

“Non potrò venire. Non sai quanto mi dispiace. Andate tu e Marti”.

“I-Io e… M-marti?”.

“Sì, godetevele anche per me”.

“No!” Alberto si alzò dal letto lasciando la mano di Fabienne. “Non ti lascio qui, posso benissimo rinunciare”.

“Ma no tesoro, è una vita che aspetti questo concerto. Voglio che tu sia felice”.

Dopo qualche minuto, l’uomo smise di fissare il pavimento: “E va bene, anche se mi dispiace non sai quanto, andrò con Martina”.

“Bravo amore”.

Dopo averla baciata sulla fronte ritornò in salotto sdraiandosi sul divano.

Per tutte le ore della notte fissò il lampadario pensando mille scuse per lasciare la bruna a piedi, ma anche quella volta la luce del sole giunse troppo presto.

Apprendendo la notizia del malanno di Fabienne, Martina fu molto dispiaciuta. In vista del concerto prese due giorni di ferie e la mattina stessa dell’evento andò a trovarla. Le condizioni dell’amica la rattristarono molto; sapeva quanto ci teneva ad assistere allo show.

“Fabi, fossi in te mi bombarderei di tachipirina e verrei lo stesso!”. Le disse strizzando l’occhio sinistro.

“No Marti, queste cose le facevo a vent’anni… ora che ne ho dieci in più non ce la farei. Anzi, vattene prima che ti attacchi qualcosa e non puoi andarci nemmeno tu”.

Sorridendo amaramente Martina seguì il consiglio augurandole una pronta guarigione.

Purtroppo Alberto non riuscì a vendere il biglietto della compagna; quell’influenza improvvisa era arrivata al momento meno opportuno. Quella mattina decise di lavorare ugualmente, guadagnandosi le maledizioni più spietate da parte di alcuni stagisti.

Il nervosismo si fece più intenso quando giunse a casa alle 17.30, orario in cui sarebbe arrivata Martina. Come da copione, la cameriera riuscì a ritardare.

“E’ arrivata finalmente!” Disse seccato vedendola dalla finestra della cucina.

Mentre raggiunse la camera da letto per prendere il portafogli, Fabienne disse seria: “Ti prego Albi, non trattarla male. Cercate di andare d’accordo”.

Alberto non rispose alla raccomandazione della donna, quasi si commosse a vederla distesa sul letto.

“Ti scrivo più tardi amore”. Il solito bacio sulla fronte.

“Ok amore, divertitevi!”.

Nel piccolo piazzale Martina aveva le braccia conserte, voltando le spalle alla casa guardava la campagna intorno. Sentendo sbattere il cancelletto si voltò di scatto.

“Ciao…”. Salutò l’uomo alzando leggermente la mano destra e continuando a mantenere le braccia conserte.

Ricambiando distrattamente il saluto, Alberto era già intento a raggiungere la macchina.

“Come sta la Fabi?”. Chiese stando dietro al suo passo.

La sensazione di avere quegli occhi incollati al corpo gli fece tremare le gambe: “Ancora influenzata, si riprenderà tra qualche giorno”. Le rispose aprendo la portiera.

“Andiamo?”. Alberto si era già seduto sul sedile, le chiavi vennero inserite nel quadro.

“Sì…”. Rispose a Martina non appena chiuse la portiera. 

Seduto accanto alla cameriera, avvertì un piacevole soffice profumo di pesca; l’aroma fresco e piacevole aveva invaso le sue narici. Nel silenzio più assoluto, si diresse verso la lunga discesa che riportava in pianura. Affrontando quelle curve insidiose si domandò come facesse Martina a fissare il cellulare; lui avrebbe rimesso sicuramente alla prima curva. All’altezza del casello autostradale si accorse che quel silenzio dava ai nervi.

“Non sapevo ti piacessero le Jack Off Jill…”. Si rivolse a Martina imboccando l’autostrada.

“Oh, da sempre…”. La risposta giunse ovvia, quasi sforzata.

“Speriamo sia bello il concerto…”. Anche se imbarazzato, Alberto aveva una gran voglia di parlare.

“Speriamo…”.

Deluso dalla poca voglia di conversare della cameriera, accese lo stereo. Per la sua nuova Ford Fiesta di colore blu scuro, aveva insistito a montare un altro mangianastri; per nulla al mondo avrebbe abbandonato la tradizione. “As Evening Falls” dei Christian Death rese il tramonto un affascinante quadro dai colori onirici. Senza battere ciglio, Martina rimase voltata ad osservare il paesaggio dal finestrino. Tra le note malinconiche della canzone, Alberto non resistette più alla tentazione di guardarla.

La donna aveva da poco tolto i grandi occhiali neri, gli stessi che portava quando la vide per la prima volta alla stazione di Bra. Ebbe timore di affogare nel verde delle sue iridi e di non tornare più a galla, cosiccome di essere rapito dalla sensualità delle piccole labbra, ancora decorate con quel rossetto di cui l’aveva rimproverata.

“Attento!”. Gridò improvvisamente la tenera bocca.

Alberto inchiodò a pochi centimetri da una golf nera. Il proprietario della vettura, che aveva preannunciato l’ingorgo con le quattro frecce, gesticolava e imprecava contro la distrazione dell’uomo.

“Accidenti! Per un pelo…”.  Gesticolando a sua volta si scusò con il guidatore di fronte.

Data la forte emozione, Martina cercò una sigaretta dalla borsa.

“Non potresti evitare? Ho appena smesso…”.

“Ah… allora fumo dopo”.  Rapidamente rimise la sigaretta nel pacchetto.

“Tra un po’ dovrebbe esserci un area di sosta, ci conviene fermarci almeno mangiamo anche qualcosa”.

La donna annuì distratta sbuffando alla vista del lungo serpentone che li teneva bloccati.

“Ecco l’autogrill!”. Esclamò Martina dopo dieci minuti buoni di coda.

Assorto da mille pensieri, Alberto svoltò nella corsia che portava all’area di servizio. Parcheggiando scesero rapidi dalla macchina, Martina aveva già la sigaretta in bocca. Davanti all’ingresso aspettando che la donna terminasse di fumare, Alberto decise di scrivere un messaggio alla compagna.

“E’ la Fabi?”. Chiese Martina avvicinandosi.

“Sì, dice che sta meglio”.

“Ah, sono contenta. Salutala”. Inspirando l’ultimo tiro la donna proseguì: “Le ho detto di imbottirsi di tachipirina e venire lo stesso”. 

“Non abbiamo più vent’anni”. Rispose serio.

La risata di Martina era musica per le sue orecchie: “Mi ha detto la stessa cosa!”.

Continuando a sorridere aprì la grande porta dell’Autogrill, in quel momento Alberto fu costretto a fissarle il fondoschiena.

Alla cassa Martina ordinò una rustichella e una coca cola media.

“E tu?”. Chiese girandosi verso di lui.

“L-lo stesso grazie”.

Consumarono la “cena” seduti ad uno stretto tavolo dove si ritrovarono uno di fronte all’altra.

“ll mese scorso non ti ho visto per una settimana”. Disse Martina portando la cannuccia alla bocca. “Stavi poco bene?”.

Degli strani brividi invasero il corpo di Alberto: “No… avevo… alcune faccende da sistemare a casa”.

“Che genere di faccende?”.

“I… i conti del ristorante, le solite cose. Dici che faranno dei pezzi da “Clear Heart, Grey Flowers”?”.

Prima di rispondere, Martina fece un lungo sorso. “Penso di sì, scusami vado un attimo in bagno…”.

“Fai pure…”.

Lentamente la donna si alzò. Alberto mantenne lo sguardo fisso sulla maglietta che indossava e che aveva modellato con un’ampia scollatura.  Era la costosissima t-shirt del primo tour della band, grande oggetto di rarità. Preferì pensare a quanto aveva speso la ragazza piuttosto che alle grazie che nascondeva. Rimasto solo al tavolo, si accorse di avere di fronte la coca cola che Martina aveva appena terminato. La cannuccia sembrava guardarlo con occhi tentatori, desiderosi della sua mano. Poco dopo le dita andarono ad accarezzare l’imboccatura, avvertendo una dolce sensazione di bagnato. Guardandosi intorno le portò al naso annusando a pieni polmoni un aroma simile alle ciliege e alle fragole. Mentre assaporava rapito quell’essenza afrodisiaca, il cellulare vibrò nella sua mano sinistra.

“Amore ci sei?”. Scriveva Fabienne nella chat di Whatsapp.

“Sì, stiamo salendo in macchina. Ti scrivo quando siamo arrivati, bacio”.

“E’ proprio una città quadrata!”. Disse Alberto con impazienza affrontando le strade intricate del capoluogo Piemontese. Seguendo le indicazioni del navigatore, Martina lo guidò fino al “Factory”. Il locale, situato nella zona periferica di Torino, aveva ospitato molte band underground Alternative ed Heavy Metal. All’esterno si era creata una vasta folla formata da gente impaziente di guadagnare le prime file. L’inizio del concerto era previsto per le 22.00, orario in cui Alberto e Martina riuscirono ad entrare nel locale. Per permettere che tutta la gente entrasse, la band posticipò l’esibizione di mezz’ora. Sistemandosi al centro, i due godettero di una visuale discreta oltre ai suoni molto buoni. Martina sapeva ogni canzone a memoria, mentre cantava risultava ancora più attraente agli occhi di Alberto. Nonostante gli spintoni riuscirono a restare abbastanza vicini per tutta la durata del concerto.

Nelle battute finali la band propose l’amatissima “Strawberry Gashes”. Avendo da sempre amato il testo della canzone, l’uomo vide assumere fascino ulteriore alle parole urlate dalla bocca della cameriera.

Poco prima del secondo ritornello, quasi non si accorse di avere appoggiato la mano sulla sua spalla sinistra. Mentre felici cantavano insieme, Martina strinse il suo fianco. Restando abbracciato alla donna, si accorse che lo fissava con un sorriso sincero e confortevole. Ritornando improvvisamente serio, tolse la mano dalla spalla facendo svanire quel sorriso che aveva ricambiato con tanto affetto. Avvertendo la mano abbandonare il corpo, Martina rimase delusa e istintivamente smise di stringergli il fianco. Il resto del concerto lo passarono distaccati, come se avessero paura di incrociarsi di nuovo.

Quando la band abbandonò il palco, il pubblico si mise a intonare un assordante coro che recitava: “we want more!”.

Imbracciando nuovamente gli strumenti, le americane decisero di accontentare i loro fans. Le canzoni proposte furono “Lollirot” e “Cumpduster”, due pezzi che Alberto gustò con un leggero amaro in bocca. Impegnato a cantare, si sentiva già pentito di aver desiderato le labbra di Martina.

Terminato il concerto, la gente fu impegnata a raggiungere il backstage; la loro speranza era quella di strappare un autografo o di scattare qualche foto in compagnia della band. In quella bolgia Alberto non riuscì più a trovare la compagna di viaggio e impiegando un eternità a raggiungere l’uscita, decise di chiamarla al cellulare.

Anche fuori dal locale fu costretto a spintonare per farsi spazio; il suo umore divenne decisamente seccato. Guardandosi intorno continuamente ricevette una pacca sulla spalla, il suo tocco non era per niente prepotente.

“Eccoti qui!”. Alberto fu felice di vedere ricomparire il tenero volto dalle guance rosse.

“Pensavo di averti persa. Che casino! Non ci si può muovere!”.

“Andiamocene giù per la scalinata, lì c’è meno gente”.

“Come?”. Avvicinando l’orecchio avvertì di nuovo il sublime profumo di pesca.

“Vieni”.

Seguendola scese le scale che portavano all’ingresso; nel piccolo vialetto alberato riuscirono finalmente a respirare.

Esprimendo tutta la contentezza per il concerto appena concluso, Martina accese una sigaretta.

Alberto condivise le sue opinioni:  la performance non era sta affatto deludente e dopo tanto tempo la band conservava ancora l’energia di un tempo.

Durante la conversazione, la cultura musicale di Martina risultò molto vasta; come Alberto, aveva coltivato la forma d’arte con tanto amore e passione. Immersi nei loro discorsi, non si accorsero che la folla si era smaltita rendendo il locale più vivibile. Con una certa sete Alberto alzò lo sguardo verso l’ingresso:

“Entriamo a bere qualcosa?”. Propose.

“Volentieri!”. Esclamò entusiasta la donna che al suo fianco stava già risalendo le scale.

Sotto gli occhi di Martina, il severo proprietario si trasformò in un simpatico gentiluomo. Ancora preso dai discorsi musicali, le aveva già pagato due birre medie. Chiacchierando di Metal estremo, rispose in ritardo anche ai messaggi di Fabienne. Porgendole i saluti di Martina, scrisse che sarebbero ripartiti a momenti. La cameriera lo guardava felice, come se aspettasse da una vita di scoprire quel lato della sua personalità. Più di una volta l’aveva fatta ridere, evento che da quando si conobbero non era mai capitato.

Alberto ebbe la sensazione di parlare con un vecchio amico di “cioca e baraca”; nella conversazione si sentiva libero di aggiungere imprecazioni e parolacce varie. Quando ordinò altre due birre medie, vide Martina mettere mano al portafogli.

“No, lascia!”. Le disse consegnando il denaro alla ragazza dietro al bancone.

“Ma… ne hai già pagate due! Ora tocca a me!”.

“Non preoccuparti…”. I bicchieri di plastica si incontrarono per la terza volta. “Devo farmi perdonare…”.

Dopo una breve pausa Martina si avvicinò all’uomo inarcando le sopracciglia: “Per cosa?”.

“Sono il tuo capo, ti tratto sempre di merda. Mi faccio perdonare offrendoti da bere”.

Martina non riuscì a trattenere una risata: “Ma smettila…”.

“No, seriamente Martina... mi dispiace se a volte ti rimprovero ingiustamente”.

“Ti capisco”. Intervenne la donna. “Questo lavoro ci rende tutti nervosi, è normale”.

“Grazie che mi capisci. Sai, ci tengo molto al ristorante”.

“Anch’io ci tengo al mio lavoro e spero che tu e Fabienne abbiate una buona opinione di me”.

Gli occhi di Martina attesero ansiosi una risposta.

“Certo…”. Disse Alberto schiarendosi la voce. “All’inizio, come tutti hai avuto le tue difficoltà, ma ora ti muovi meglio”.

Udendo quelle parole, la donna sembrò tirare un sospiro di sollievo; poco dopo si sentì libera di raccontare la propria vita lavorativa.

L’uomo sentì il bisogno di esporre anche la sua, anche se parve meno difficoltosa e intensa di quella di Martina.

Intanto la pista dal ballo si era riempita di persone che si agitavano sotto le note magiche della New Wave.

“Bella questa!”. Esclamò Alberto riconoscendo le note iniziali di “Revenge” dei Ministry. “Andiamo dai!”. Come stregato prese per mano la cameriera.

“No!”. Sorpresa Martina esitò a scendere dallo sgabello. L’energia di Alberto prevalse sull’imbarazzo della donna che lo seguì fino alla pista.

Per la prima volta in vita sua, l’uomo si mise a ballare assumendo movenze che fecero ridere Martina a crepapelle.

Le sue risate lo fecero vergognare al punto di allontanarsi dalla pista non appena la canzone giunse al termine.

“Sei stato fantastico!”. Gli disse Martina raggiungendolo al bancone dove era ritornato a sedersi. “Che c’è?”. Chiese a proposito dello sguardo assente dell’uomo.

“Niente…”. Improvvisamente Alberto tornò a vestire i panni del proprietario del Bovio Resturant. “Andiamo, è tardi”.

L’uomo si era già alzato lasciando l’ultima birra a metà, Martina senza dire una parola lo seguì fino all’uscita del locale.

Mantenendo una certa serietà, Alberto chiese a Martina di accendere il navigatore che li avrebbe riportati a La Morra. Immaginando le colline verdi del suo paese avvertì un nodo in gola; preferiva di gran lunga il decadimento metropolitano e quella pista da ballo dove aveva sfiorato quelle mani che battevano sullo schermo del navigatore.

“Hai in macchina “With Simpathy”?”. La domanda lo fece voltare di scatto.

“Credo di sì…”. Rispose frugando nel portaoggetti colmo di musicassette; pur non ammettendolo neppure a se stesso, non vedeva l’ora di riascoltare quella canzone che li aveva fatti sentire così bene.

“Dovrebbe essere qui… eccola! Trovata!”.

Alberto passò la cassetta duplicata a Martina che la riavvolse inserendola nel mangianastri.

Ascoltarono la prima traccia “An Effigy (I’m Not An)” in silenzio, mentre le luci della notte illuminavano il percorso che portava all’autostrada.

All’inizio della seconda canzone finalmente si guardarono negli occhi esplodendo in una lunga risata. Entrambi scherzarono allegramente sul ballo di cui Alberto si era tanto vergognato, elencando anche le loro situazioni comiche dovute al troppo abuso di alcol. Parlarono del passato con un pizzico di nostalgia, come se la vita li avesse costretti ad abbandonare la libertà e la spensieratezza. Mentre l’album proseguiva, ci fu spazio anche per le esperienze sentimentali. Attraverso vari racconti la cameriera riuscì ad esprimere tutto il dolore delle ferite ancora aperte; Paolo, il suo ex fidanzato, era ossessivo e geloso, il genere di uomo che aveva sempre temuto. Si era completamente annullata per quella relazione fino ad arrivare a perdere peso.

“Ad un certo punto non ce l’ho fatta più e ho deciso di troncare…”. Disse tristemente.

“E lui?”. Chiese Alberto.

“E’ andato avanti ancora a tormentarmi per un po’, io non gli ho più risposto ai messaggi e piano piano ha smesso di scrivermi. L’arma migliore contro certa gente è l’indifferenza”. 

La conversazione divenne talmente piacevole che ritornarono a casa senza nemmeno fermarsi nelle aree di sosta. Davanti all’ingresso del Bovio Resturant, Alberto salutò Martina con tre baci amichevoli.

“Mi ha fatto molto piacere la tua compagnia”.

“Anche a me, ci vediamo domani”.

Anche con i finestrini abbassati poteva ancora avvertire il dolce profumo di pesca, fragranza che avrebbe registrato al volo se fosse esistito un registratore speciale per gli odori.

 “Che ci fai ancora sveglia?”. Nonostante l’ora tarda, la consorte lo aspettò alzata. “Torna a letto, così prenderai freddo”.

Fabienne non volle sentire ragioni, dicendo che la febbre le era scesa, non vide l’ora di ascoltare i dettagli del concerto.

“Allora com’è andata?”. Chiese mentre Alberto si sedette sul divano accanto a lei.

“Bene…”. Lo sguardo dell’uomo fissava il tappeto nero sotto i loro piedi.

“E quindi?”.

Il racconto di Alberto fu breve: le Jack Off Jill erano state strepitose e si erano divertiti molto.

“E la Marti?”. Di nuovo quelle strane contrazioni nei pressi dell’intestino.

“La Marti si è divertita anche lei”. Abilmente cambiò discorso iniziando a parlare della scaletta proposta dalla band e della folla immensa presente nel locale.

Quando decise di andare a dormire, non riuscì a prendere sonno. Girato sul fianco sinistro sorrise a ripensare alla serata. Dopo anni provò ancora l’entusiasmo giovanile, sensazione che sembrava avere dimenticato. Istintivamente prese il telefono sul comodino e sbloccando lo schermo giunse nella chat di Whatsapp.

Il contatto a cui si era rifiutato parecchie volte di rispondere ogni volta che mandava “link divertenti”, presentava la solita foto raffigurante un bosco invernale. L’ultimo accesso effettuato era alle 2.09, un’ora prima. Le mani si bloccarono dopo aver digitato la lettera “C” sulla tastiera.

“Nah! Ma che sto facendo? Dormiamo che è meglio!”.

Con un terribile stato confusionale in testa, Alberto si rifugiò ancora una volta nel lavoro. Il mese di luglio passò rapido e non si accorse nemmeno che le vacanze erano alle porte.

La chiusura estiva del ristorante era prevista per l’otto di agosto, ovvero il giorno del trentunesimo compleanno di Martina.

La cameriera decise di festeggiare all’agriturismo Il Gelso in compagnia dei colleghi di lavoro. Verso mezzogiorno pranzarono insieme nel salone principale formato da grandi vetrate da cui si poteva ammirare il verde panorama. In quel momento Alberto detestò Fabio che gli aveva rubato il posto accanto a lei. Non rise a nessuna delle battute scherzose dell’amico, i suoi occhi erano tutti per la mora che rideva spensierata. Fedele al suo colore preferito, Martina scelse un completo nero a maniche corte; non si era preoccupata molto di truccarsi in viso, nel complesso i suoi teneri lineamenti spiccavano di bellezza anzi, Alberto trovò la sua naturalezza alquanto eccitante.

Aveva notato che, come lui, non aveva terminato nessuna delle gustose portate; nemmeno la grande sintonia tra lei e Fabienne brillava come un tempo. Per un attimo, l’uomo non si accorse di avere accanto la sua amata. In occasione della festa, la bionda aveva curato il grazioso aspetto minuziosamente: vestendo un leggero vestito di colore azzurro, raccolse i capelli con una coda alta; le scarpe aperte mostravano due piedi freschi di estetista dalle unghie smaltate di indaco; grazie al vestito che le scopriva le spalle, si potevano vedere le spalline del costume.

Fabio e Mario scambiarono l’agriturismo con una spiaggia caraibica: indossando due camice colorate dalle fantasie sgargianti, non si preoccuparono nemmeno di coprire i costumi con un paio di pantaloni. Almeno Alberto vestiva un paio di jeans sopra l’unico costume che possedeva e che non usava da una vita. Sul fronte la maglietta blu scuro,  indumento che era solito usare per il lavoro e le “occasioni speciali”, recitava “Russel Atlethics”.

Quando consegnarono il regalo alla cameriera, la fissò tutto il tempo  impegnata a scartare l’enorme pacco. In realtà l’intricata confezione, abilmente costruita da Fabienne, conteneva un piccolo pezzo di carta. Su di esso era stampato il logo color violetto dei Black Sabbath, appena sotto la scritta “The End” annunciava l’ultimo tour della band.

“Grazie! Fantastico!”. Reggendo il biglietto tra le mani, Martina fu prossima a commuoversi.

Gli amici che l’avrebbero accompagnata all’arena di Verona la applaudirono facendole di nuovo i più sinceri auguri.

“Non potevo ricevere regalo migliore, grazie davvero ragazzi!”. Alberto provava tanta stima nei suoi confronti; negli occhi le si poteva leggere tanta gratitudine, sentimento che le faceva onore.

Con il proseguimento dei festeggiamenti, aumentarono le bottiglie di vino. Mentre Fabio riempiva il bicchiere di Martina, Alberto incominciò a sospettare che volesse farla ubriacare per raggiungere scopi intimi. Seduto da alcune ore sentì la necessità di alzarsi, idea che Fabienne e i suoi amici appoggiarono pienamente.

Per smaltire il pranzo camminarono nel giardino che circondava l’edificio. Fabio, visibilmente alticcio, stava ancora attaccato a Martina. La cameriera, giocando con le lunghe trecce, rideva alle battute che avevano l’aria di essere diventate ormai noiose. Osservando una costruzione in legno, Fabienne invitò Alberto ad entrare per visitare l’esposizione dei prodotti tipici. Mentre Alberto ascoltava la compagna meravigliata dalle confezioni di riso e conserve, gli altri restarono fuori a fumare. Quando i due uscirono con una borsa piena di prelibatezze, Fabio disse che era giunta l’ora di fare un bagno in piscina. Mostrando un entusiasmo sforzato, Alberto seguì gli amici che non videro l’ora di tuffarsi in acqua. Privandosi degli indumenti, abbandonati sulle sdraie bianche, si tuffarono velocemente.

“Non vieni?”. Chiese Fabienne al compagno esibendo un costume intero di colore bianco.

“Sì, adesso”. Rispose lui seduto sullo sdraio senza accorgersi di avere ancora la borsa in mano.

Appoggiandola sopra il lettino si tolse i vestiti ascoltando gli incitamenti dei colleghi che avevano la piscina tutta per loro. Non appena il suo corpo venne a contatto con quell’acqua che odorava di cloro, iniziarono gli scherzi che detestava fin da bambino: schizzi d’acqua, tentativi di affogamento e improvvisi afferramenti alle gambe. La sua pazienza non durò molto: sentendo la testa girare decise di uscire. Solamente Fabienne chiese dove andava; rispondendole distrattamente Alberto disse che ritornava a sedersi per prendere un po’ di sole. La consorte, osservandolo preoccupata per qualche secondo, riprese a nuotare.

Alberto non aveva mai amato il calore del sole come in quel momento; asciugando prontamente il suo corpo aveva fatto scomparire quei fastidiosi giramenti di testa. Cantò vittoria troppo presto: i capogiri riapparvero quando Martina uscì dalla piscina.

“Ma dove vai anche tu?”. Esclamò Fabio per niente intenzionato ad abbandonare l’acqua.

“Ho le mani da vecchietta, basta”. Scherzosamente la donna salì i piccoli gradini che riportavano all’esterno.

Il costume intero, ovviamente di colore nero, mise in evidenza i capezzoli turgidi, prorompenti apparvero come uno stupendo abbellimento ai seni voluminosi. Puntando lo sguardo un po’ più in basso, Alberto intravide la dolce forma della pancia con al centro l’innocente ombelico; non vi era presente molta carne superflua, solamente quella giusta per affondare le mani in una dolce morbidezza. Sfoggiando un tenero sorriso, la cameriera lo guardò per mezzo secondo negli occhi, dopo di che prese un grande telo rosa dalla borsa. Mentre appoggiava il piede sopra il lettino accanto, Alberto fece di tutto per non guardare. Delicatamente Martina strofinò il telo partendo dalla parte superiore della coscia fino al piede, le gocce presenti sul corpo, desiderose di passione, sembrarono urlare il nome dell’uomo.

“Guarda che mani!”. Esclamò la donna porgendo i palmi verso di lui.

“Anche a me succede spesso quando sto troppo tempo in acqua”.

Sedendosi accanto a lui, Martina prese di nuovo la borsa nera e vi estrasse le sigarette. Il fumo che arrivava in faccia ad Alberto sapeva ancora di pesca.

“Si stanno proprio divertendo”. Disse calma la cameriera osservando i colleghi in acqua.

“Tu no?”. Le chiese Alberto giocando nervosamente con le mani.

“Oh sì certo”. La risposta venne pronunciata come se fosse scontato che la festa di compleanno stava andando nel migliore dei modi. “Grazie ancora del regalo… scommetto che è stata una tua idea”.

“E’ stata di tutti”.

“No, dai non ci credo, solo tu hai una passione sfrenata per la musica.”

“E va bene, mi hai beccato… è stata mia l’idea”.

“Lo sapevo…”.

Ricambiando il sorriso alla cameriera, Alberto venne distratto dalla voce di Fabio appena uscito dall’acqua.

“Beh? Che ci fate qui? Dai, ritornate dentro!”. Quando ci si metteva era davvero pesante.

Dopo che Alberto e Martina si rifiutarono, anche Mario e Fabienne abbandonarono la piscina.

Vista la stanchezza generale, Fabio si mise a sedere nel tavolino sotto l’ombrellone. Non sapendo stare fermo per più di cinque minuti, propose una partita a carte.

Ammettendo di non essere per niente abile, Fabienne disse che avrebbe fatto la spettatrice; anche se l’idea non li entusiasmava più di tanto, Alberto e Mario decisero di accettare; Martina, che invece aveva combattuto l’insonnia per anni con il suddetto gioco, fu subito d’accordo. Recandosi nella hall, Fabio ritornò con un mazzo di carte consegnatogli dal proprietario. Scelsero di giocare a scopa: Mario e Fabio contro Alberto e Martina. Avendo la cameriera di fronte, Alberto si domandò se avrebbe ricordato tutte le regole del gioco.

Ignara e allegra, Fabienne stava al suo fianco osservando la partita che stava girando in loro favore. Concentrata al massimo, Martina si rivelò molto abile; ogni volta che veniva il momento di buttare la carta giusta, senza farsi vedere allungava il piede verso le gambe di Alberto. Il leggero e rapido contatto mise a dura prova i sensi dell’uomo; quanto avrebbe voluto ricambiare accarezzando dolcemente le sue gambe color latte. Nelle mani successive, non fecero notare nemmeno i rapidi sguardi di intesa. Nel loro breve corso Martina bagnava le labbra, mettendo in evidenza la rossa lingua; accarezzando le carte tra le mani morse anche il labbro inferiore. Sentendo l’erezione avanzare Alberto strinse le gambe desiderando che quella partita non finisse mai. Buttando l’ultima carta sul tavolo Alberto immaginò la cameriera sopra di lui muoversi sensualmente, dentro di lei godeva le meraviglie del suo corpo con piccoli baci. Mentre lei raggiungeva le sue labbra, l’apice del piacere li portava al settimo cielo. 

“Fanculo! Avete vinto!”. Poco abituato alle sconfitte, Fabio gettò le carte sul tavolo.

Martina, un po’ dispiaciuta di abbandonare gli occhi di Alberto, rise divertita alla delusione di Fabio.

“Caspita! Ma siete bravi!”. Disse Fabienne meravigliata. “Amore, non me lo avevi mai detto che eri così bravo a carte!”.

“Eh? Oh sì, giocavo spesso da ragazzino”. Sorridendo alla sua espressione imbarazzata, Martina si alzò dalla sedia per raggiungere la borsa appoggiata sullo sdraio; tutta quella concentrazione le aveva messo una gran voglia di fumare. Vedendola di spalle inspirare la sigaretta con di fronte il rosso tramonto, Alberto avrebbe tanto voluto raggiungerla ma, dovette dare retta ai discorsi della consorte e degli amici.

“Che ne dite se ci facciamo un bel weekend al mare?”. Fabio era un uomo dalle mille iniziative.

Fabienne e Mario gioirono all’idea di essere a contatto con sabbia e salsedine, mentre Alberto ancora rapito ad osservare il ritratto di Martina esitò a rispondere.

“Amore, cosa ne dici?”. Ogni tanto pensava che la voce di Fabienne fosse troppo acuta, quasi fastidiosa.

“Per me va bene…”. Rispose distratto.

Intanto la cameriera voltandosi raggiunse il gruppo anche lei entusiasta dell’idea.

“Dove possiamo andare?”. Chiese sedendosi di nuovo davanti ad Alberto.

Dopo una breve discussione, optarono per una località non molto distante: la settimana seguente sarebbero andati a Diano Marina. 
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Profilo Autore: luke676  

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Alberto e Fabienne potevano ritenersi soddisfatti: grazie ai guadagni fruttati del Bovio Resturant, avevano messo da parte un po’ di soldi per comprare una casa; tutte le sere in cui a fine turno andarono a letto con la febbre erano servite a qualcosa. Graziano Ansaldi, uomo dagli ideali rustici e padre di Fabienne, non fu molto d’accordo riguardo la convivenza, ma non appena vide la possibilità di inserire la figlia nel personale del ristorante, decise di lasciar via libera alla coppia. In passato Fabienne svolse migliaia di lavori ma nessuno di essi era andato a buon fine; riguardo ad Alberto si poteva dire lo stesso, fino a quando decise di frequentare la scuola alberghiera di Alba. La bionda consorte non impazziva all’idea di dover fare la cameriera, ma l’amore per l’uomo al suo fianco la spinse ad andare avanti.

Tra gli amici della coppia vi era un certo Fabio: un ragazzo smilzo dai capelli castani a metà orecchie e dotato di grande spirito imprenditoriale. Dato il suo carisma, si propose come cameriere nel ristorante situato a La Morra. Nonostante l’abilità del giovane, la sua presenza e quella di Alberto e Fabienne non bastarono a coprire il servizio ai tavoli.

“Occorrono almeno un altro paio di camerieri”. Disse Fabienne dopo una giornata faticosa. Alla donna venne in mente Martina, una ragazza torinese che lavorava da anni nella ristorazione. Da qualche tempo non aveva notizie dell’amica, sapendo soltanto che viaggiava tra il Piemonte e la Liguria lavorando di albergo in albergo.

 “Spero di non aver perso il numero”. Ma per fortuna, il contatto era ancora presente nella rubrica del telefono.

Martina rispose dopo due squilli; le due ragazze si salutarono calorosamente, come se fossero passati secoli dal loro ultimo incontro.

Quando Fabienne le espose l’opportunità, Martina rimase sorpresa ed entusiasta. Dato che il proprietario del “Hotel Riviera” di Diano Marina non aveva nessuna intenzione di rinnovarle il contratto, accettò la proposta senza pensarci troppo. Riguardo alla sistemazione, Martina era intenzionata a pagare l’affitto di un appartamento, ma Fabienne le disse che poteva tranquillamente alloggiare nelle camere del ristorante allestite per il personale. Dopo averla ringraziata infinitamente le diede appuntamento il sabato successivo alla stazione di Bra.

In un limpido pomeriggio di inizio aprile, Martina scese dal treno con una grande borsa a tracolla di colore azzurro, i capelli neri semi raccolti e un paio di occhiali da sole neri dalle lenti grandi. Alberto rimase stupito dall’affetto con cui si salutarono le due amiche, pensando che pareva di vedere una madre accogliere il figlio al finire della guerra. Imbarazzato, osservò le ragazze discutere come se lui non esistesse. L’amica della compagna aveva proprio un bel viso: forse un po’ rotondo e abbondante, ma dai lineamenti sottili. Le piccole labbra erano colorate con un rossetto di colore rosso spiccante, gli occhi nascosti dagli enormi occhiali contenevano un’iride di un verde particolare, un colore tanto dolce e affascinante. L’ abbigliamento, tipicamente incentrato sul colore nero, copriva fino al collo un corpo formoso che non amava particolarmente mettere in mostra.

“Oh scusa, lui è Alberto”. Smettendo di dargli le spalle, finalmente Fabienne si decise di presentarlo a Martina.

Stringendo la sua mano color del latte, Alberto inarcò le sopracciglia. La formosa bruna parlava decisamente troppo e si accorse che trasformava anche Fabienne in una inarrestabile chiacchierona.

Di ritorno verso La Morra, tentò di entrare nelle loro conversazioni, ma invano: anche se alzava la voce, non vi era spazio per le sue opinioni.

Per sua gioia il viaggio non fu molto lungo e una volta sistemata Martina nella camera assegnata, ebbe di nuovo Fabienne tutta per se.

“Per oggi lasciamola riposare, comincerà domani”. Disse allegramente la compagna.

“Oh, povera!”. L’ironia di Alberto la irritò.

“Perché?”.

“No, niente”.

“Non ti sta simpatica? Io la adoro, è una persona squisita”.

“Oh no, perché dovrebbe starmi antipatica?”. Rispose Alberto con tono neutro.

“Non so, in macchina non dicevi niente e poi non la guardavi molto bene”.

“Ci credo! Quando siete insieme non fareste nemmeno parlare un D.J.!”

Fabienne rise spensierata alla battuta e strinse il braccio di Alberto; in quel momento, osservando le verdi colline, l’uomo si accorse di quanto era preziosa la sua presenza.

“A proposito”. Intervenne la compagna. “Sai che prima di fare la cameriera Marti faceva la D.J. in una radio?”.

“Davvero?”.

“Sì, sì. Aveva creato un programma di musica Metal”.

“Ma dai? Che gruppi metteva in radio?”.

“Adesso non ricordo, alcuni avevano dei nomi impronunciabili. Ascoltavo sempre il suo programma, se no mi faceva una testa così”.

“Come si chiamava il programma?”.

“Mi pare… Morbid… aspetta, ce l’ho sulla punta della lingua. Sì ecco: Morbid Scream!”.

“Interessante…”. Osservando il suo look, Alberto immaginò fosse ascoltatrice di musica alternativa, ma quello che veramente gli premeva in quel momento era che avrebbe svolto il suo compito nel migliore dei modi.

Nonostante gli anni di esperienza, il servizio di Martina si rivelò poco efficiente. Alberto, conscio del fatto che tutti posso sbagliare nella vita, lasciò correre. Quando apparvero diverse recensioni negative su Trip Advisor, decise di parlare a quattr’occhi.

Martina, mostrandosi inizialmente dispiaciuta, replicò: “Non sono la sola a lavorare qui, ci sono anche Fabio e Mario. Può darsi che abbiano sbagliato loro”.

“Martina”. Disse Alberto tentando di mantenere la calma. “In questa recensione c’è scritto: “lite tra la cameriera e il proprietario per conti sbagliati”. Ora, guardando la data, io non ero presente quel giorno; alla cassa doveva esserci Fabio. Inoltre Fabienne da un po’ di tempo esegue raramente il servizio ai tavoli e l’unica cameriera femmina sei tu”.

Sotto lo sguardo severo di Alberto, Martina rimase senza parole; roteando i pollici rispose: “Mi dispiace, non si ripeterà più”.

Subito dopo si allontanò dalla cassa e continuò a svolgere il proprio lavoro. Per il resto della giornata non ci furono magagne; tutto sembrava filare lisco come l’olio. Al suo rientro a casa Alberto dovette fare i conti con il carattere spigoloso di Fabienne che, chissà per quale motivo, pareva imbronciata.

Quando le chiese cosa la inacidiva lei rispose con un rapido: “Niente!”, ma quando furono a letto decise di esporgli il suo fastidio.

“Cosa hai detto alla Marti oggi pomeriggio?”. Udendo quel nome si sentì colpito da un attacco di orticaria.

“Le ho detto che ha sbagliato delle comande, ogni volta che c’è lei di turno succede qualche casino. In più Fabio non mi dice un cazzo di come si comporta”.

“Beh, c’è comunque modo e modo di dire le cose”.

“Scusa, come gliel’avrei detto secondo te?”. Chiese Alberto mettendosi seduto sul letto.

“Ti dico solo che è venuta da me in lacrime…”.

“Ommadonna!”.

“Cerca di essere un po’ meno severo”.

“Fabienne, ma che dici? Non mi sembra di essere un orco assassino!”.

Ma secondo Fabienne Alberto aveva sbagliato a trattare la sua amica come “una pezza da piedi”.

“Senti tesoro, ma che ti sta succedendo? Da quando è arrivata quella matta parli solo di lei: Martina qui, Martina là…”.

“Non è vero quello che dici e non mi sta succedendo proprio niente!”. Alzandosi dal cuscino Fabienne alzò la voce. “Ti sto chiedendo solo di usare modi più gentili con i nostri camerieri”.

“Allora la prossima volta le dirò: “Brava! Hai fatto bene a sbagliare!”.

Conseguì una discussione dalla durata di mezz’ora, che purtroppo non si concluse con una soluzione.

Sdraiato sul fianco destro, Alberto osservò il comodino per tutta la notte; era sicuro che Fabienne stava facendo altrettanto.

Quando le prime luci del mattino entrarono nella stanza, decise di alzarsi; nell’altro lato del letto Fabienne aveva ancora gli occhi chiusi, ma non appena Alberto le voltò le spalle con i vestiti in mano, li aprì di scatto.

“Litigare per colpa di quella! Ma chi è questa??”. Pensò Alberto spalmandosi in viso della schiuma da barba.

Per tutta la notte aveva progettato uno modo per ripagarla di quella litigata e quando stette per uscire di casa, tutti i dettagli erano pronti per la sua “vendetta”.

Giungendo davanti al Bovio si accorse che Fabio aveva già aperto l’ingresso; quella mattina insieme all’amico avrebbe dovuto sistemare alcune faccende burocratiche. Poco dopo Martina scese dalla sua stanza, salutando entrambi con un caloroso “Buongiorno”. Dagli occhi di Alberto uscirono due lampi indirizzati a quella donna che stava entrando nel piccolo bagno che i camerieri usavano come spogliatoio. Quando uscì con indosso la divisa, Martina iniziò a sistemare tavoli e sedie; gli occhi vigili di Alberto non persero neanche un movimento. Proprio quando stava per alzarsi e dirle tutte le parole che si era preparato, pensò: “Ma no, lasciamo stare va…”.

Un giorno il sindaco decise di pranzare al ristorante. Il Dottor Pandolfi era un uomo panciuto sempre vestito elegante; la donna in sua compagnia assomigliava tanto ad una cariatide; alla faccia di chi diceva che in gioventù veniva scambiata per Mara Berni. Alberto accolse la coppia calorosamente riservandogli un posto in terrazza. Ai suoi dipendenti chiese la massima professionalità, in particolare a Martina.

La ragazza ascoltò attentamente tutte le indicazioni, ma non appena vide l’assurda coppia fece una smorfia di disgusto.

Neanche a farlo apposta, le furono affidate le portate del loro tavolo.

Ogni volta che si avvicinava, il sindaco  lanciava occhiate dolci e imbarazzanti sorrisetti. Solamente il pensiero di averlo a dieci centimetri di distanza la fece inorridire.

Dopo aver spazzolato il risotto alla zucca, Pandolfi si rivolse alla compagna: “Scusami un attimo Magda cara, vado al bagno”.

Trascinando la sua mole fino ai servizi igienici, vide Martina appoggiata al bancone del bar con il cellulare tra le mani.

Pandolfi si avvicinò con passo lento: “Permette signorina? Dottor Guido Pandolfi”. Togliendo il cappello mise in mostra le calvizie.

Sollevando gli occhi Martina avrebbe voluto tanto rispondere: “E sti cazzi?”, ma ricordando i rimproveri di Alberto si trattenne: “Piacere”.

Per allontanarsi da quell’uomo che le metteva la nausea, intascò il cellulare dirigendosi verso la cucina. Pandolfi, che non era intenzionato a mollare la preda, si mise a seguirla. 

“Signorina, non mi vuole dire il suo nome? Ho un affare importante da proporle”.

“Martina”. Disse seccata la ragazza arrestando il suo passo. Osservandolo da vicino, avrebbe tanto voluto chiudere gli occhi per far scomparire quell’orrore.

“Mi permetta Martina: lei è una bella ragazza, molto professionale.” Seguirono mille altri complimenti che Martina era già stufa di sentire.“Vorrei chiederle se le piacerebbe prestare servizio a casa mia.”

“No!”. Con un secco rifiuto Martina gli voltò le spalle di nuovo.

“Andiamo Martina, lei è così graziosa”. Allungando la mano rugosa, il primo cittadino raggiunse l’abbondante fondoschiena della cameriera.

“Brutto maiale porco schifoso! Ma come cazzo ti permetti?”. Lo schiaffo investì in pieno il viso paffuto di Pandolfi.

Alberto, udendo il sonoro colpo, si girò di scatto. Appena vide la bruna insultare il sindaco, fu quasi colto da una sincope; lasciando la cassa si avvicinò a placare l’ira della donna.

“Ma… che succede?”. Balbettò dividendo i due.

“La… la signorina mi ha aggredito!”. Disse Pandolfi con il viso bordò. “Mi sono lamentato del risotto insipido e lei mi ha alzato le mani”.

“Ma che dici maledetto vecchiaccio? Questo stronzo mi ha toccato il culo!”.

Intanto buona parte della clientela si era radunata nella sala interna.

“E’ inaudito! La signorina dichiara il falso, con permesso lascio questo ristorante!”.

Aprendosi un varco in mezzo alla gente, Pandolfi raggiunse la compagna: “Andiamocene Magda”. La vecchia cariatide alzandosi a fatica dalla sedia gli chiese cosa era successo.

“Non volevano sentir ragioni per il risotto disgustoso. La cameriera si è permessa anche di aggredirmi. Ah, ma non tornerò mai più qui, ne sentiranno delle belle riguardo questo postaccio!”.

Sotto gli occhi stupiti della gente i due si dileguarono.

All’interno del ristorante, Alberto si avvicinò a Martina mostrando uno  sguardo assassino: “Ma che fai?”.  Le urlò in faccia. “Te metti a menà er sindaco? Ma non capisci che quello ci fa chiudere?”. 

“Sindaco?”. Rispose Martina seguendolo verso il terrazzo. “Un gran maiale!  Quello le mani addosso non me le mette!”.

“Te possino ammazzà! Me mena pure er sindaco, siamo rovinati, siamo rovinati...”. Disse a bassa voce guardandosi intorno alla ricerca di Pandolfi. 

Fallendo nell’impresa, rientrò nella sala del ristorante. Nel frattempo Fabienne era scesa dal paino superiore dove stava dando una mano a Mario.

“Cosa è successo? Cos’è tutto questo casino?”. Chiese preoccupata.

“Chiedilo a lei!”. Alberto indicò Martina che stava seduta su una sedia con i gomiti appoggiati al tavolo e le mani nei capelli.

Fabienne si avvicinò chiedendole il motivo del suo stato. Nemmeno quella volta risparmiò insulti per il sindaco, narrando l’episodio appena successo.

“Il sindaco Pandolfi?”. Fabienne aveva tutta l’aria di essere sorpresa.

“Proprio lui! E’ un gran porco, come tutti gli uomini!”. Gli occhi di Martina divennero lucidi.

“Su Marti, non fare così. Ora è passata”.

“Io la caccio questa, io la caccio…”. Continuava a ripetere Alberto passeggiando nervosamente.

Mentre accarezzava i capelli di Martina, Fabienne gettò un occhiata di rimprovero al compagno che, tra mille imprecazioni, lasciò la sala.

“Marti…”. Disse dolcemente Fabienne. “Vieni, andiamo a fumare una sigaretta.”

Asciugando le lacrime Martina si alzò e seguì l’amica nel retro del ristorante.

“Scusate, non avrei dovuto reagire così. Ora avrete un sacco di problemi con il sindaco…”. Disse con aria dispiaciuta la cameriera.

“Non preoccuparti, Alberto è sempre un po’ tragico. Scommetto che quel vecchio mollusco non metterà più piede qui…”.

Scenerando nel piccolo posacenere Martina sorrise: “Già è proprio un mollusco… dici sul serio?”.

“Oh si, glielo si legge in faccia che è un uomo senza palle”.

“Un mollusco senza palle…”.

Guardandosi in faccia le due amiche esplosero in una lunga risata.

Il duro compito di fare sbollire la rabbia ad Alberto toccò, come sempre, a Fabienne. Dopo lo spiacevole episodio del sindaco Pandolfi, il compagno era seriamente intenzionato a cacciare Martina. Nella sua immensa bontà, Fabienne gli chiese di darle un’altra possibilità, dicendo che il suo gesto era stato di pura difesa.

“Cosa avresti fatto se avesse toccato a me il culo?”. Chiese a bruciapelo.

“Ma cosa c’entra?”. Solamente ad immaginare quel vecchio maiale palpare la sua donna, gli fece salire la voglia di scorticarlo vivo. “E va bene…”. I modi di Fabienne erano decisamente convincenti. “Però alla prossima la caccio su due piedi”. Osservando la contentezza negli occhi della consorte, non riuscì a spiegarsi cosa la legava così tanto a quella ragazza un poco imbranata.

Da giorni l’uomo viveva nel terrore che il sindaco si sarebbe ripresentato al ristorante, ma da quella volta Pandolfi non venne mai più. Lo smacco che aveva subito fu troppo umiliante per un uomo della sua “stoffa”. Anche se decise di tenerla in servizio, Alberto non rivolse più la parola a Martina, parlandole solamente in caso di necessità. Verso la fine della settimana successiva la vide avvicinarsi con una espressione dispiaciuta, tipica di quando commetteva qualche errore.

“Alberto… ti posso parlare un secondo?”.

“Che c’è ancora?”. Rispose seccato seduto ad un tavolo; il suo sguardo non si alzò dal foglio su cui stava scrivendo.

“Riguardo quella storia del sindaco… ecco, mi dispiace”.

“Sì ok, non pensarci e torna al lavoro”.

“Prima di tornare al lavoro volevo appunto dirti che mi dispiace di aver fatto fare brutta figura al ristorante, soprattutto a te e Fabienne che mi avete accolta qui. Senza di voi non saprei dove andare, scusate.”

“Va bene Martina, scuse accettate”.

“Grazie Alberto”. Dopo aver mostrato un sorriso pieno, la cameriera riprese il lavoro con più entusiasmo.

“Però!”. Pensò Alberto. “Sembra tanto fredda ma invece non riesce a nascondere la sensibilità”.

Nonostante non le andasse ancora a genio, iniziò a vederla sotto una nuova luce. Più di una volta volle complimentarsi con lei, ma pensò che si sarebbe montata troppo la testa. Facendo l’ennesimo esame di coscienza, non era certo intenzionato a diventare come il “suocero” Graziano e quindi, un pomeriggio di fine maggio decise di parlarle.

 “Dov’è finita Martina?”. Chiese a Mario quel giorno bloccandolo all’inizio della scalinata del piano superiore.

“Non so, non l’ho vista”.

Leggermente infastidito si mise a cercarla in ogni angolo del ristorante. Sembrava sparita: non la trovò nemmeno nelle cantine. Si accorse che l’unica porta che non aveva ancora aperto era quella dello “spogliatoio” dei camerieri.

“Impossibile sia qui”. Pensò spalancando la porta.

“Oh!”. Esclamò Martina all’interno mentre teneva il piede appoggiato allo sgabello. La donna istintivamente coprì la gamba destra che stava per essere vestita da una calza in nylon.

“Scusa…”.  Alberto chiuse la porta immediatamente.

Sentendosi il cuore in gola si allontanò, la mano che aveva sfiorato la sua fronte era bagnata.

Poco dopo Martina uscì dallo spogliatoio, la nuova divisa era linda e ordinata.

“Scusa mi dovevo cambiare”. Disse avvicinandosi ad Alberto che stava caricando la lavastoviglie. “Mi sono macchiata la divisa con un intero piatto di tagliolini al ragù che ha avanzato il signore del tavolo diciotto. Avevi bisogno?”.

“No! Ho… sbagliato porta”.

Giocherellando con i lacci del grembiule sopra la divisa, Martina rimase stupita: “Ah! Ok, torno fuori allora”.

Prima di voltarsi Alberto attese che raggiunse la terrazza. La temperatura era godibile, ma all’interno di quel ristorante si sentì soffocare; nemmeno slacciando i bottoni della camicia nera ottenne beneficio.

“Fabio!”. Reggendo una bottiglia di vino tra le mani, il collega giunse puntuale davanti a lui.

 “Io vado a casa, puoi continuare tu?”.

“Che c’è? Non ti senti bene?”.

“Deve essere il caldo… ho bisogno di stendermi”.

“Va bene non preoccuparti, ci penso io alla cassa”.

Congedandosi con l’amico non vide l’ora di essere a casa.

Quel pomeriggio Fabienne, su esplicita richiesta, dovette accompagnare il padre a ritirare delle bottiglie di vino a Brossasco. Nella dimora deserta si tolse tutti i vestiti ed entrò in bagno.

L’acqua gelida della doccia fece diminuire la calura sparsa in tutto il corpo, ma l’erezione in mezzo alle gambe non accennava a scomparire. Maledisse le mani che meccanicamente si avvicinarono in quel punto. Godette a ripensare a quelle cosce bianche e burrose e ai piedi dalle dita cicciottelle; le immaginò sovrapporsi in un movimento sensuale. La pianta del piede sinistro accarezzava lentamente il manto liscio e vellutato della coscia destra. Avvicinandosi, sussurrava piccoli baci alla pelle morbida fino a giungere al collo dei piedi. Quando riaprì gli occhi un liquido bianco scese insieme all’acqua e non era certo bagnoschiuma.  

 “Mio dio…”. Sussurrò chiudendo il rubinetto dell’acqua. “Come… come ho potuto?”.

Come ipnotizzato trascinò il corpo grondante fuori dalla doccia.

Togliendo un pezzo di carta dal rotolo appoggiato sulla mensola, lo fece passare sul pavimento della doccia. Senza nemmeno guardarlo lo gettò nel WC lasciandolo inghiottire dall’acqua di scarico.

“Mai più!”. Disse guardandosi allo specchio e provando vergogna.

Ovviamente il primo pensiero fu per la consorte tanto lontana da casa e ignara dei suoi pensieri peccaminosi.

“Perdonami Fabi…”. Quasi pianse a rimembrare le attenzioni che gli riservava la donna; mai più avrebbe trovato una ragazza così dolce.

Il resto del pomeriggio lo passò sdraiato sul divano senza nemmeno togliere l’accappatoio. Quando l’acqua gli era penetrata anche nelle ossa decise di alzarsi: “Stasera le cucinerò la pizza, tornerà stanca”.

Dovette sbrigarsi a tirare la pasta, in meno di un ora Fabienne sarebbe rientrata. Con qualche difficoltà riuscì a disegnare la forma di quella che sembrava essere una pizza. Oltre a delle fette di prosciutto cotto, aggiunse delle olive e fece in tempo anche a cuocere delle patate fritte.

“Che profumo!”. Disse allegra la compagna aprendo la porta di casa.

“Ma sei già a casa?”. Entrando in cucina lo vide reggere un piatto contenente una pizza coperta da una montagna di patatine.

“Amore…”. Un lungo bacio sulle labbra. “Grazie!”.

“Mi sono detto: la mia gioia sarà stanca, vado a casa a prepararle la pizza”.

“Sei unico, un tesoro davvero. Ma chi c’è al ristorante?”.

“Ho chiesto a Fabio di sostituirmi, per una volta tanto!”.

“Hai fatto bene!”. Alla prima forchettata Fabienne rimase meravigliata. “Ma è squisita! Bravo amore mio!”

“Mah, a me non sembra nulla di che”.

“No, no… ti dico che è buona”.

Osservandola affettuosamente le disse: “Mi sei mancata tanto oggi…”.

“Anche tu. Non ne potevo più di stare con papà, a volte quando ci si mette è davvero pesante. Stava litigando perfino con il principale della cantina. Secondo lui, da qualche tempo il vino che gli forniscono ha un sapore strano… robe da matti! A te come è andata oggi?”.

“Eh?”. Rispose Alberto con sguardo assente.

“Come è andata oggi? E’ venuta un po’ di gente?”.

“Oh sì, un bel incasso come sempre”.

Terminata la cena, Fabienne si alzò da tavola e iniziò a lavare i piatti nel lavello. Abbracciandola da dietro Alberto le baciò il collo calorosamente; con un gesto sensuale raggiunse i suoi fianchi.

“Hey! Quanta foga! Ti sono mancata così tanto?”.

“Tantissimo…”. Quando terminò di asciugare i piatti l’aveva già spogliata della maglietta; i morbidi seni, fatti prontamente uscire dal reggiseno nero, vennero strizzati dalle sue mani calde.

“Aspetta…”. La voce di Fabienne già tremava. “Lascia almeno che…”.

“No, non resisto più Fabienne…”.

Incontrando la sua lingua la guidò verso il tavolo dove la tovaglia venne spostata. Aprendole le gambe, tolse anche le mutandine già bagnate dal liquido passionale. Travolta dalla lussuria, Fabienne trovò tanto sensuale fare l’amore tra gli avanzi di cibo. Raggiunto l’apice del godimento, Alberto la trascinò in camera da letto. Distesa sul letto Fabienne ebbe il secondo, il terzo e poi il quarto orgasmo; la sua gioia era alle stelle. Esausta si addormentò nuda sulla sua pancia.

Nonostante fosse più provato della compagna, Alberto non riusciva a prendere sonno. Nella mente danzava ancora l’immagine di Martina. Commise un altro peccato: mentre giocava con le cosce di Fabienne, immaginò fossero quelle dalla cameriera. Eppure quelle della sua donna erano simili; a contatto con la pelle trasmettevano una morbidezza senza eguali.

Le poche ore di sonno non fecero ricordare nessun sogno e di questo ne fu felice. Alle prime luci del giorno Fabienne stava ancora dormendo, durante la notte si era sposata sul suo petto. Il respiro caldo che batteva contro il capezzolo gli trasmise conforto; quanto era bello svegliarsi in compagnia della propria donna. La svegliò dolcemente accarezzandole i capelli, i suoi sospiri erano tanto simili a quelli di un gattino.

Stirando il proprio corpo, la bionda gli diede un piccolo bacio sulla guancia: “Vado a fare la doccia amore, questa mattina sono di turno”.

Sentendo pronunciare la parola “doccia” la felicità svanì; il gesto del pomeriggio prima aveva ancora il sapore amaro del pentimento. Mentre Fabienne raggiunse il bagno, si alzò dal letto iniziando a vestirsi.

Dopo colazione, Alberto salutò la consorte con il solito lungo bacio. Vedendola camminare verso il centro del paese si domandò: “Cosa mi manca? Ho una ragazza bellissima, un bel ristorante, una casa grande… bah! Deve essere stato un momento di debolezza”.   

Il giorno dopo, essendo di turno, decise di mantenere un certo distacco da Martina. Il look della ragazza quella mattina però, non passava certo inosservato: i primi bottoni della camicetta nera erano slacciati e le maniche avvolte fino ai gomiti; sulle braccia erano presenti pochi tatuaggi dai tratti fini; la pelle chiara risaltava i seni accuratamente retti dal reggiseno bianco che si intravedeva dal tessuto trasparente. Una cintura bianca e nera dalla grande fibbia reggeva i jeans aderenti; Alberto ebbe paura ad abbassare lo sguardo verso gli oggetti del suo desiderio tanto visibili sotto i pantaloni neri. Le scarpe erano le solite che indossava al lavoro: delle Reebok alte e nere. La cameriera raccolse i capelli in due chignon laterali, adottando un leggero trucco sotto gli occhi; le labbra invece spiccavano grazie ad un rossetto dal colore rosso intenso.

Dirigendosi verso lo “spogliatoio” Martina diede il buongiorno ad Alberto. Il tono della sua voce era caloroso, decisamente cordiale.

L’uomo ricambiando svogliatamente tornò a concentrarsi sul lavoro che aveva appena iniziato. I conti divennero confusi quando Martina chiuse la porta. Impiegando meno tempo del solito, la donna uscì rilassata.

“Martina”. Il richiamo di Alberto preannunciava un rimprovero.

Mentre la cameriera si avvicinava al solito tavolo dove Alberto svolgeva le sue attività, il proprietario si sforzò a mantenere lo sguardo basso.

“Non ti sembra di esagerare?”. Formulando la domanda dovette per forza guardarla negli occhi. In presenza del lieve mascara, il verde indefinibile dell’iride brillava seduzione.

“Perché?”. Domandò stupita.

“Il rossetto… siamo in un ristorante”.

“Ma… io mantengo un aspetto curato per la clientela. Penso faccia piacere”. 

“Ma i clienti non devono avere l’impressione di trovarsi in un bordello”.

 “Va bene…”. Il suo sguardo freddo riuscì a zittire Alberto, anche se l’ultima parola l’aveva offesa.

“Per oggi va bene così…”. Fissato da quegli occhi felini  Alberto riprese a parlare: “Da… da domani metti un rossetto meno vistoso per favore”.

“Intesi, Alberto”. Vedendolo tornare a scrivere Martina notò delle gocce di sudore sulla sua fronte. “Ieri volevo parlarti ma non c’eri”. Continuò la ragazza estraendo un blocchetto dalla tasca del grembiule.

“Che c’è?”. Chiese Alberto facendo una fatica enorme a rialzare gli occhi.

“Riguarda le ore del mese scorso, so che ti segni tutto ma ho dei conti che non tornano”.

Sfogliando le pagine Martina bagnò l’indice di saliva; vedendo il dito avvicinarsi alle piccole labbra, Alberto chiuse gli occhi.

“Aspetta, non trovo più le ore che ho segnato”. L’indice sfiorò di nuovo la lingua salutare per due, tre volte. “Ma dove saranno andate a finire?”. Il dito questa volta si fermò accanto al labbro inferiore, i denti bianchissimi lo mordevano lentamente.

Grazie alla luce del sole che entrava dalle finestre, Alberto vide il dito bagnato e aprendo leggermente la bocca lo osservò in silenzio.

Leggendo attentamente gli appunti, Martina lo fece passare sulle labbra rosse senza far perdere loro il colore caldo e vivace.

“Mannaggia! Com’è possibile? L’ho letto ieri sera…”.

“E’ possibile invece!”. Improvvisamente, sotto lo sguardo stupito di Martina, Alberto scattò in piedi dalla sedia. “Come faccio io a sbagliarmi? Tutti i  giorni controllo ogni cosa!”. Visibilmente alterato si mise a passeggiare il più lontano possibile dalla cameriera.

“Venite pagati tutti i mesi puntualmente e dite che ci sono degli errori?”.

Ritirando il blocchetto, Martina esibì un espressione delusa: “Sì… forse mi… mi sono sbagliata”.

“E vorrei vedere!”. Prima di lasciare la sala Alberto fece un passo indietro e si voltò verso Martina che stava ancora immobile davanti al tavolo.

“Forza al lavoro! Già sono arrivati due clienti!”.

Restando sola nella sala si mise nervosamente a giocare con le dita. Accarezzando l’indice ancora bagnato di saliva disse sotto voce: “Sì… Alberto”.     

Alberto non vide l’ora che la giornata finisse; sentiva una strana stanchezza e un senso di disagio che non seppe spiegare. I colleghi e Fabienne stessa rimasero sorpresi dalla sua impazienza; ogni piccola distrazione venne contestata ed ogni errore parve una catastrofe. Verso sera ringraziò tutte le divinità di aver fatto finire quella stressante giornata di lavoro, ma a tavola Fabienne gli fece la tanto temuta domanda:

“Cosa c’è che non va?”.

Mostrandosi stupito rispose rapidamente: “Niente, perché?”.

“E’ da un po’ di tempo che sei insofferente, con mille pensieri per la testa. Se hai qualcosa ne parliamo, come abbiamo sempre fatto”.

“Non c’è niente tesoro, te l’assicuro. Solo un po’ di stanchezza”.

“Forse è meglio che prendi qualche giorno di pausa…”.

Alberto si sentì rabbrividire: “No, no… come faccio? Non posso mancare”.

“Secondo me è meglio”

“No amore, la mia presenza è necessaria”.

Al termine di una lunga discussione si fece convincere. Fabienne propose di sostituirlo per una settimana intera; con l’aiuto di Fabio avrebbe svolto il lavoro di Alberto tranquillamente.

“Sì, mi farà bene”. Pensò a letto con le mani appoggiate alla nuca. “Restando a casa eviterò di vederla”. Sereno e rilassato si addormentò recuperando il sonno arretrato. 
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Profilo Autore: luke676  

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"Simone HC ti ha invitato all'evento di Old Skull Party : LIFERS + COWARD EMPIRE LIVE!!!@ JACK BIKERS!!!". La finestrella fece la sua comparsa a sinistra del mio monitor. Avevo giurato a me stesso che non sarei caduto nelle infide braccia della "dipendenza facebook", ma il mio carattere curioso e debole allo stesso tempo cedette immediatamente. Odiai fin dal principio cliccare su "parteciperò", "forse" o "non posso partecipare", poiché lo trovavo squallido e insensato. Diedi un occhiata alla "pagina dell'evento" rendendomi conto che (per fortuna) non conoscevo affatto i gruppi che suonavano quella sera. Conoscevo invece il locale : il Jack Bikers di Vigevano. Il posto in questione è un accogliente pub situato nei pressi del fiume Ticino, quasi fatto apposta per gli appassionati di Rockabilly, Country e Rock 'n Roll anni 50. Davvero un bell'ambiente. Recentemente alcuni organizzatori avevano aperto una nuova sala adiacente al locale chiamata "Drink Team Saloon"; al suo interno si tenevano concerti di vario tipo. Le proposte musicali delle band che si esibivano, non soddisfavano nessuno dei miei gusti musicali. La serata a cui fui "invitato" (da un presunto amico virtuale, al quale non avevo mai parlato in vita mia), si svolse venerdì 16 settembre 2014. Il mese di settembre è uno dei mesi più insopportabili dell'anno terrestre : per molti le vacanze giungono al termine, gli amori nati durante un viaggio lontano si dissolvono come neve al sole e l'aria risulta più pesante; portatrice del nostalgico ricordo dell'estate appena giunta al termine. Quella sera percepivo appieno quest'aria triste e desolante e la solita vocina rassicurante (e un po’ sfacciata) nella mia mente : "vedrai, il prossimo weekend andrà meglio..." ; "purtroppo hai la sfiga di avere tutti amici fidanzati"; "ma si vai! Che te frega???". Decisi di andare.
L'evento aveva avuto un buon successo : una folla chiassosa infestava il Drink Team Saloon. Mi sentii una mosca bianca in mezzo a tutti quegli individui dai pantaloni oversize con assurde borchie e catenine, dilatatori alle orecchie, tatuaggi e piercing. Mi accontentai di indossare il mio giubbotto di jeans (la serata era abbastanza fresca), la mia inseparabile maglia (consumata all'inverosimile) di "Scream Bloody Gore", i miei jeans e le mie all star bianche.
Nella mia mano destra la solita "media chiara"; lo sguardo annoiato ad osservare le esibizioni delle band. Il "volantino" annunciava : "Serata all'insegna dell'Hardcore più puro!". Forse nessuno dei presenti si rendeva conto cos'era veramente l'Hardcore; dubitavo fortemente che almeno una persona presente nel locale avesse a casa un lp degli Infest, Adrenalin O.D. o Ratos De Parao. Le note emesse da entrambe le band non fecero trasparire nessuna emozione, risultando piatte e scontante. Per la serie : non basta avere una chitarra accordata sui toni bassi per far risultare la propria musica "cattiva", "pesante" o "sporca". Non mi interessava quale messaggio vollero trasmettere i musicisti in questione : lo trovai solamente ridicolo.
Mentre ero al bancone del bar situato alla fine di quel claustrofobico salone, aspettando la cameriera (abbigliata a tema della serata) spillarmi la terza birra, fui urtato alle spalle. Voltandomi con sguardo fulmineo, la vidi. Un'apparizione angelica risplendette ai miei occhi. I biondi capelli leggermente mossi le toccavano le spalle, il volto grazioso degno di un fantastico sogno e le labbra : quelle dolci accoglienti labbra appena decorate di un rossetto fucsia così fresche e vive. La luce proveniente dalle lampade ovali del bancone mi permise di scorgere il suo corpo : generoso e fornito di forme giunoniche propense a far accrescere il desiderio. Vestiva un leggero giubbotto di pelle nero con numerose cerniere, una maglietta interamente nera e eleganti fuseaux a ricoprire le floride cosce. I seni maestosamente voluminosi sembravano voler infrangere la t-shirt già di per se aderente.
Ai piedi portava stivali alla  caviglia circondati da fibbie borchiate che fortunatamente, essendo privi di tacco, non alzarono la sua statura più del dovuto. Una principesca figura di donna alta poco più del mio naso stava ora di fronte a me, oggetto di mille pensieri e luce per i miei occhi.

"Scusami!". La "musica" assordante mi fece percepire a malapena la sua voce leggermente acuta, ma non per questo fastidiosa.

"Niente..." . Fu la mia risposta dopo aver osservato quella stupenda veduta.

Colto da un ridicolo imbarazzo mi girai verso il bancone alla ricerca della mia birra. La ritrovai davanti ai miei occhi, con numerose bollicine accostate al bicchiere : segno che la barista non sapeva affatto spillare. Mentre ritirai il resto schiaffatomi sul tavolo, sentii ancora qualcosa contrastare le mie braccia. Alzando gli occhi ammirai il suo profilo. Un delizioso contorno di magnificenza : il naso perfetto a disegnare una gradevole linea dritta; gli occhi appena coperti da ciocche biondo oro dei quali non riuscii ancora a scorgere il colore.

Con un gesto sensuale, discostò i capelli dal viso scoprendo le orecchie. Vidi orecchini circolari (dai quali pendeva una piccola croce) abbracciare delicatamente quei lobi delicati e il collo liscio e morbido risplendere desideroso di tanti piccoli baci.

"Scusami non ce l'ho con te!". Una fitta alla stomaco, folgorato dal suo incantevole sorriso. "E' che c'è un casino stasera!!!". Ora la sua voce suonava graziosa con una adorabile cadenza emiliana.

"Figurati! E' un piacere essere disturbato da te!". Ogni lasciata è persa.

Lo sguardo stupito, la sua dolce bocca pronta ad aprirsi per far risuonare una fragorosa risata. Non seppi se sentirmi ridicolo o inopportuno allo stesso tempo. Lei rise divertita, forse anche incredula di quello che aveva appena udito visto il mio iniziale imbarazzo.

"Ah si? Beh piacere di disturbarti io sono Cèline". Cèline : oh che bel nome! Mai nome più azzeccato per una ragazza così affascinante.

"Luca, piacere mio". Mi stupii di aver allungato la mano a cercare la sua così calda e strabordante di anelli. Appena la sua mano sfiorò la mia provai brividi piacevoli in tutto il corpo.

"Vieni qui spesso Cèline?". Era tempo delle domande di rito.

"Oh no, è la prima volta che vengo qui; sono venuta a sentire il mio amico che suona nei Lifers : il gruppo che ha suonato prima...". Quella odiosa "musica" continuava a coprire la sua voce.

Presi la palla al balzo : "Fumi?".

"Si e tu?".

"Purtroppo si, ti vanno due chiacchiere? Usciamo a fumare così parliamo meglio, qui c'è un casino". Riuscii finalmente a guardarla in faccia mentre le parlavo.

Cèline annuì afferrando la bevanda appena ordinata : vodka e Red Bull.

Facendomi spazio tra la folla, ammirai il suo fondoschiena : stupendamente abbondante come il resto del corpo. Camminando graziosamente, emanò un dolce profumo di rose, celestiale essenza che risanò l'aria pesante di quel salone.

Una volta all'esterno, ci appartammo lontano dalla discreta folla intenta a consumare sigarette. Giungemmo nelle vicinanze di un tavolo illuminato da un lampione; alle nostre spalle una fitta boscaglia che conduceva alla riva del fiume.

Finalmente potei ammirare i suoi occhi. Un'iride azzurra tendente al verde mi stregò all'istante; le ciglia colorate di azzurro e il contorno roseo mi fecero intendere che Cèline era una abile eye painter.

"Salute!". Il piacevole tintinnio del brindisi.

"Alla tua! E tu vieni qui spesso?".

"Ogni tanto, mi piace questo posto; a parte la musica".

Via libera alla conversazione inutile :

"Perché?? Gianni suona bene dai..."

"Non è proprio il mio genere scusa...".

"Ahahaha ma ti pare? Ognuno ha i suoi gusti... ma che genere ascolti?".

"Mah... Thrash, Death, Black metal..."

"Ah! Ho un amico che ascolta i Cradle Of Filth!"

"Ecco! Digli che non sono Black Metal! I Gorgon lo sono!"

"Chi??".

Dedussi che l'argomento musica (come per altre precedenti volte) non mi portava da nessuna parte con le donne; cambiai immediatamente discorso.

"Lascia stare... di dove sei? Vigevano?".

"See magari; sono di Sartirana Lomellina!"

"Cavoli! E' un bel pezzo!".

"Già, pensa te che sono uscita dal lavoro alle 20.00, ho mangiato di corsa per essere qui a sentire questo concerto che non mi interessa neanche...".

"E allora perché ci sei venuta?".

"Oh, Gian è un amico, ci conosciamo dai tempi della scuola e non ti dico la testa che mi ha fatto per essere qui".

"Ammirevole direi, significa che ci tieni alla sua amicizia".

"Certo! L'amicizia oggi è rara si sa...".

"Concordo; sei qui sola?".

"Mi ha accompagnato un'amica, ma in mezzo a tutta questa baldoria l'ho persa di vista...".

"Buono a sapersi!".

"Cosa? Che non trovo più la mia amica?".

"No, buono a sapersi che non sei qui in dolce compagnia".

Un velo d'imbarazzo si distese sul suo volto.

Mentre ci sedemmo sul tavolo con i piedi appoggiati alla panca sottostante venni a percepire il calore che emanava il suo corpo : dolce tepore di conforto e dolcezza. Mi parve che Cèline aveva perso le parole e per un attimo maledissi me stesso per averla messa troppo in imbarazzo.

Con lo sguardo fisso al suo bicchiere scoprì ancora una volta le orecchie coperte dagli stupendi capelli biondi.

"Cèline è davvero un bel nome... ma sei originaria di qui?".

La sua figura finalmente si rianimò : "Si Si... mio padre è appassionato di letteratura francese e di tutto ciò che riguarda la Francia".

"Apperò! Lui ti ha trasmesso questa passione?".

Una risata breve, armoniosa. "Oh no, le mie letture si spostano su tutt'altro genere; adoro solamente un' attrice francese : Simone Mareuil...".

I miei occhi si illuminarono : "Un chien andalou : fantastico!!! Lo sapevi che la Mareuil si diede fuoco nella piazza di Périgueux in pieno giorno?".

"Si! Povera, che brutta fine! Le si leggeva negli occhi che c'era qualcosa che non andava in lei... te ne puoi accorgere guardando il cortometraggio...".

Prese piede una piacevole conversazione su Buñuel e tutti suoi film; così geniali e malati allo stesso tempo. Sfogliando l'ordine cronologico dei suoi lavori, ritornammo a discutere di "Un Chein Andalu" riguardo il famoso occhio trafitto da una lama di rasoio, il quale lo stesso Bunuel affermò trattarsi di un occhio di vitello. La sensibilità animalista di Cèline prese il sopravvento :

"E' veramente triste come l'uomo può commettere certi orrori; ogni essere vivente è attaccato alla vita e fa di tutto per non farsela strappare da mani altrui...".

"Ci sono persone che non sanno apprezzare la vita e vogliono togliersela...". Inevitabilmente la conversazione prese una piega drammatica.

"Quelle sono persone senza ideali, passioni... sono persone che non apprezzano le piccole cose...". Il tono della sua voce si fece serio, cosiccome le mie successive parole :

"La vita senza passione e devozione non ha senso... esiste ancora gente che non sa amare; la vita richiede amore per qualsiasi cosa, richiede amore per... qualcuno...".

Mi accorsi di trovarmi a pochi centimetri dalle labbra di Cèline; il profumo di rose fiorite intenso. Istintivamente appoggiai le mie labbra alle sue. Il loro sapore era squisitamente fresco, sublime, incantevole. Calda, confortevole, dal gusto di vodka, la lingua di Cèline roteò sensualmente a cercare la mia, pronta ad accogliere tutto il suo desiderio. Accarezzai quello stupendo volto angelico, mentre le nostre lingue si contorcevano appassionatamente in una calda danza di piacere.

Dopo un indefinito lasso di tempo mi staccai dalle sue labbra, sorridendole le dissi :

"Sei una creatura divina, ho desiderato questo fin dal primo momento che mi hai urtato...".

Cèline arrossì teneramente : "Ci credi al colpo di fulmine? E' stato lo stesso per me". Adorai il suo sguardo penetrante infliggere le mie passioni più sfrenate.

Afferrai la sua mano proponendole di allontanarci da occhi indiscreti. "Il retro del mio furgone è abbastanza spazioso per baciarci meglio".

Cèline non mostrò nessun segno di sfiducia anzi; ricambiò il sorriso donandomi un altro bacio lasciando che le mie braccia strinsero i suoi fianchi.

Finalmente l'arredamento che avevo allestito nel mio furgone Opel Vivaro divenne utile per uno scopo interessante. Per via dei miei lunghi viaggi in giro per l'Europa ad assistere a concerti, raduni biker e gite fuori porta, mi ero fornito di tutti i confort da viaggio inclusa una branda poco morbida ma tutto sommato accogliente. Per fortuna la batteria ricaricabile dell'impianto elettrico era ancora carica e ci permise di godere della preziosa luce.

"Caspita! Ma sei un Hippie allora?". Affermò Cèline divertita ad osservare l'interno della mia casa viaggiante.

"Magari! Ormai non può più tornare l'atmosfera degli anni 60... diciamo che mi piace andare in giro".

"Non ti ho ancora chiesto di dove sei, ma ti rendi conto?". Già adoravo la sua risata.

La strinsi nuovamente a me; questa volta fui io a spostarle i capelli dal viso : "E che importanza ha? Ogni tanto sono da una parte, quell'altra volta da un altra... un po’ come tutti...".

Il bacio che conseguì fu intervallato dalle mie mani curiose ad esplorare la morbidezza del suo corpo. Sfilandole il giubbotto potei ammirare le sue braccia : erano braccia piene, matronali, perfette per affondare un dolce morso. La sua carnagione color latte, molto simile alla luna più splendente, le donava una bellezza invidiabile e allo stesso tempo così tenera ed innocente.

Trattenni per un attimo l'eccitazione ad osservare i suoi fantastici seni, ora molto più in risalto a pochi millimetri dal mio petto. Le sue mani si fecero strada sotto la mia maglia. Avvertii lunghe e dolci carezze lungo il mio petto villoso. Con la libido ormai al culmine, cominciai a sentirmi i pantaloni stretti.

Privandomi della maglia, Cèline si avvicino al mio sterno : i miei capezzoli furono inondati dal calore della sua lingua. Ansimando le accarezzai il capo, ansioso di ricambiare quell'adorabile gesto. Non ne ebbi il tempo : le sue ginocchia toccarono il pavimento; la mia cintura si slacciò quasi per magia. Presentai la mia completa erezione ai suoi occhi lussuriosi. Dopo eccitanti complimenti riguardo la struttura del mio membro, un accogliente filo di saliva si posò sul mio prepuzio. Il caldo nettare del piacere si fece strada lungo le ramificazioni del mio apparato genitale, ma mi sforzai a resistere per non sciupare un momento così magico. La fellatio ad opera di Cèline fu così passionale che gemetti per tutta la sua durata.

La mia erezione si accentuò quando arrivò il momento di denudare il suo corpo. Il reggiseno di Cèline era anch'esso nero, decorato con piccoli brillantini sulle coppe : elegantissima anche nella biancheria intima. Sorridendo, constatò la mia impazienza a godere della vista di una delle più stupende qualità femminili.

Pesanti e voluminose le sue mammelle fecero comparsa; i capezzoli erano turgidi al limite dell'eccitazione contornati da grandi aureole rosate. La loro durezza venne a contatto con la mia bocca : succhiandoli e mordicchiandoli avidamente la feci sospirare mentre alzava la testa in preda alle vibrazioni dell'orgasmo. Per nulla al mondo avrei abbandonato la morbidezza dei suoi seni.

Quasi dispiaciuta, la mia lingua andò ad accarezzare il suo stomaco giungendo all'ombelico. Mi trattenni ad adorare quella sensuale cicatrice, segno di vita e di purezza. La sua forma era a mezza luna, dolcemente profonda e accogliente al tatto. Nonostante lamentò solletico, Cèline apprezzò il mio gesto.

Improvvisamente si mise a sedere sulla branda, liberandosi di fuseaux e stivali. I suoi minuti piedi cicciottelli e divinamente strutturati presentarono un particolare : due anelli per ciascun anulare.

Facendo cadere le sue mutandine azzurre a terra, aprì il sipario alla sua intimità spalancando le cosce burrose. Caddi in ginocchio, incredulo e stupito ad osservare quel ritratto di bellezza. Avanzai a carponi impaziente di beneficiare del suo organo di piacere. Ricambiando appieno il sesso orale offertomi poco prima, sfiorai le sue cosce con il labbro inferiore; i gemiti di Cèline furono musica divina e ritemprante per le mie orecchie. I suoi piedi divennero tesoro invidiabile nelle mie mani, adorati con delicate carezze alle dita, alla pianta e anche alle caviglie. Lei non sembrò badare alla mia forma di feticismo; si abbandonò al piacere più puro chiudendo i suoi occhi sognanti.

Nudi e caldi i nostri copri si unirono in un peccaminoso abbraccio d'amore che sembrò durare in eterno. La fiamma della passione bruciò a lungo durante quella serata di metà settembre; calda, confortevole e voluttuosa penetrò nei nostri cuori per tanto, tanto tempo avvenire.

Con affetto, a Cèline.
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Profilo Autore: luke676  

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     Sussurri,
      parole spezzate,
      soffocate dall'emozione.

      Fruscii di vesti,
      che scivolano.
    
      Testimone di movenze
      nel corpo che oscilla:
      il silenzio.
     
      Creano le mani,
      come la  creta.
      
      Cercano,
      affondano,
      frugano.
      
      Armoniose grida  di piacere,
      violano il silenzio dell'amore
      quando come pioggia
      mi cadi dentro.


 
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Profilo Autore: Eleonora  

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Oggi sono a casa solo, mia moglie è uscita con nostro figlio a spendere un po’ di soldi nei negozi di abbigliamento.  Sono coricato sul letto e il suono del campanello della vicina mi ha portato alla mente un episodio successo qualche anno fa.
L’ho conosciuta ad un  convegno:  alta, bella, altezzosa. Aveva un atteggiamento poco simpatico faceva la saccente, era anche un po’ arrogante. Il suo fascino però mi disarmava,  ho cercato di sedermi vicino a lei e malamente ci sono riuscito. Lei se ne è accorta e mi ha sorriso.
Durante il convegno l’ho parecchio disturbata e lei si è lasciata disturbare , ha calato i toni si è ammorbidita mentre  io mi scioglievo al suo profumo.
 Ho pranzato con lei, ho cenato con lei.  Le nostre camere d’albergo erano su piani diversi. La notte l’abbiamo trascorsa su di un unico piano.
Ho bussato alla sua camera con una scusa scema : “Scusa ho dimenticato lo shampo”. Lei mi ha accolto con un sorriso malizioso, indossava  solo  la camicetta e mostrava le sue belle gambe. Ho chiuso la porta dietro di me,  l’ho presa per mano e tirata contro il mio corpo. Con la mia mano dietro la sua testa la fermavo contro le mie labbra, la mia lingua accarezzava la sua, l’altra mano tra le sue gambe. Un brivido mi raggiunse quando mi accorsi che era senza mutandine. Finimmo sul letto, sotto la camicetta aveva un reggiseno di pizzo che lasciava intravedere i suoi capezzoli come ciliegie. Una notte di fuoco, lei  era bellissima e sensuale, un dolce che mi sono gustato a piccoli morsi. I suoi lamenti di piacere erano musica per le mie orecchie e facevano aumentare l’ardore.
Abitavamo nella stessa città, lei era sposata io pure. Non era la prima volta che tradivo mia moglie, le sono rimasto fedele i primi sei anni.
Lei preferiva  vedermi a casa sua quando suo marito era al lavoro. Era rischioso, ma intrigante. Le prime due volte andò tutto bene. Andare da lei per me era sempre un’emozione grande. Mi apriva la porta già pronta con un intimo da togliere il fiato, i capelli sciolti sulle spalle e il suo sorriso malizioso. Facevo fatica a svestirmi, mi sembrava di non esserne più capace, quando finalmente ero nudo ero già  pronto per lei per ogni suo desiderio. Le piaceva tanto darmi piacere, mi chiedeva di non toccarla, ci pensava lei. Io guardavo estasiato e il piacere mi toglieva la ragione.
Quando eravamo lontani  e soli mi faceva una richiesta inconsueta. Le faceva piacere vedere il mio membro in video chat e questo le bastava per eccitarsi.
La terza volta che andai a casa sua, mentre eravamo a letto, il campanello del citofono suonò. Io le dissi di non aprire, ma lei volle andare. Rispose, era sua madre, mi disse di non muovermi dalla camera da letto che tanto lei non sarebbe entrata. Si mise l’accappatoio e un asciugamano in testa e andò ad aprire la porta.
Io nudo sul letto sentivo il mio cuore in gola. Avrei voluto mettermi sotto al letto, in un armadio, ma mi sentivo troppo ridicolo. Rimasi lì, fermo nudo sotto le coperte un’ora esatta.
Iniziai a pensare: “Perché tradisco mia moglie? Tutto ha una scadenza, non è a lunga conservazione. E’ tutto molto complicato. Perché gli uomini tradiscono le loro compagne?
La donna dopo un po’ di anni  non viene più coccolata e circondata di affetto come i primi tempi, si dà tutto per scontato. Così fanno anche le donne che spesso si concentrano sulla cura e attenzione per i figli. L’uomo così cerca avventure.
Parlo dell’amore come in azienda: merce scaduta, si cambia. Eppure io ci credevo al mio matrimonio, è stata anche una storia tormentata, ho fatto di tutto per potermi sposare con lei.
L’amore ha tante sfaccettature.  Nei rapporti di coppia entrano in causa tanti fattori, due persone sono come due universi diversi e complicati, far combaciare tutto per anni è difficile. Non è impossibile, è solo difficile.
Forse si ama quando non si conosce ancora bene l’altro, perché dentro di noi nasce l'ideale d'amore.
Quando ero giovane pensavo molto all’amore, ma avevo le idee confuse, non che adesso io le abbia chiare. Se l’amore fosse chiaro e lineare forse nessuno si innamorerebbe. E’ un sentimento irrazionale, rasenta la pazzia. Cosa provo per questa bella e conturbante collega? Spesso per vederci usciamo con amici comuni. Lei ha sempre quell’atteggiamento da super donna, mi dà un po’ fastidio, ma è così bella e sexy.
C’è l’amore, ma anche l’infatuazione, l’attrazione fisica, le affinità elettive. Io ho amato veramente solo poche persone.
Mia moglie è  una persona adorabile e tranquillissima.
Non la lascerò mai. Penso sia amore, si è trasformato ma è pur sempre amore. Ci sono troppe cose che ci legano, uno su tutti nostro figlio, un amore comune. C’è anche la gatta, io non amavo gli animali è un amore che mi ha trasmesso mia moglie, le donne hanno questo potere magico trasmettere l’amore.”
Quando lei entrò in camera da letto ero immerso nei miei pensieri e mi spaventai a morte.
“Tutto a posto se n’è andata”, disse togliendosi l’accappatoio.
Le mie prestazioni, un po’ per la paura un po’ per i miei pensieri, crollarono. Lei era serena, mi fece un caffè. Mi salutò come sempre con un bacio appassionato.
“Ciao a presto”, dissi abbassando lo sguardo. Chiusi forte la porta.
Non la rividi mai più.
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Profilo Autore: Barbara  

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Mentre aspettavo il treno pensavo: “ Sono matta, sto facendo una cosa che non dovrei fare. Sono innamorata sto facendo una cosa per amore, ma se non lo conosco personalmente?”
Tutti pensieri contrastanti che non facevano altro che aumentare l’ansia.
Cercando di calmarmi mi dicevo: “ Ormai sei qua, è un incontro tra amici, parleremo come sempre di libri e della nostra vita”
Tutto è successo per caso per una passione comune per i libri e la poesia. I social network aiutano a creare amicizie. La nostra era diventata un’amicizia profonda, intensa, un amore tra i cavi del telefono.
L’idea di incontrarlo mi spaventava, ma dopo mesi di chat su facebook ci sembrava giusto farlo, almeno una volta, per scambiarci opinioni di persona.
Scesa dal treno sentivo il cuore in gola, anche se sapevo che il suo treno sarebbe arrivato dopo il mio, non ho resistito e gli ho telefonato.
“Ciao sono arrivata! Dove ti aspetto? C’è molta gente come facciamo? E’ in ritardo il tuo treno?”
La sua voce calma: “ Rilassati! Tra un po’ arrivo e vuoi vedere che ti trovo subito?”
Mi sono sentita una scema, in effetti ero agitatissima. Ho detto timorosa: “Scusa, è vero sono preoccupata”
Lui mi ha detto ridendo: “ Tesoro, appena arrivo andremo al bar a prenderci qualcosa”
Mi sono seduta sulle panchine dell’ingresso principale e ho cercato di stare calma.
Quando l’ho visto procedere verso di me sorridente ho pensato che sarei svenuta, ma così non è stato.
Mi sono alzata e ci siamo abbracciati. Nel suo abbraccio l’ansia se ne è andata, ma non ho detto una parola.
“Andiamo al bar” ha detto lui tranquillo.
Ci siamo seduti su di una poltroncina a due posti. C’era molta gente.
Mentre aspettavamo l’ordinazione lui mi ha chiesto: “ Come stai? Sei più calma ora?” Mi ha passato la mano tra i capelli, mi guardava sorridendo. Io ho solo avuto la forza di dire di sì, poi mi sono avvicinata al suo viso e l’ho baciato.
Erano mesi che immaginavo quel momento. Abbiamo continuato fino a quando la cameriera ci ha interrotti consegnandoci l’ordinazione.
Lui mi ha circondata con frasi dolci che ora non ricordo ero troppo emozionata per poter memorizzare.
Non ricordo cosa ho ordinato, non ricordo cosa ho bevuto. Ricordo che i baci sono continuati, la mia mano accarezzava il suo petto, poi è scesa. Non ho resistito, nonostante la gente, è arrivata tra le sue gambe.
Ho sentito quanto mi desiderava e sentivo quanto lo desideravo io.
Con molto coraggio  ho detto: “Andiamo in bagno!” Lui molto più prudente mi ha risposto: “ C’è gente, come facciamo?”.
Mi sono alzata e mi sono diretta verso i bagni delle signore. Lui mi ha seguita. Abbiamo aspettato il momento giusto poi siamo entrati nello stesso bagno.
L’ho spinto sul wc chiuso, gli ho slacciato i pantaloni. Mi sono tirata su la gonna e ho solo scostato il perizoma.
Mi sono seduta di fronte e su di lui. Eravamo troppo eccitati è stato un attimo.
Lui era dentro di me. Non potevamo gemere eravamo circondati da gente.
Lui mi baciava il collo, quando ha iniziato a mordermi piano non ho resistito e ho come miagolato. Con una mossa fulminea mi ha chiuso la bocca con la sua mano forte.
Non ero più io. Ho fatto scivolare la mia mano tra le mie gambe e mentre lui si muoveva ho iniziato a toccarmi.
Il piacere mi faceva sudare avrei voluto urlare, ma la mia bocca era sigillata.
Quando sono venuta, mi sono buttata su di lui che mi ha abbracciata forte.
Ha lasciato la mia bocca, mi ha presa forte i fianchi e mi ha mossa su e giù.
Mi sentivo totalmente di sua proprietà. Quando è venuto mi ha spostata con forza. Io a stento mi reggevo in piedi. Ci siamo ricomposti.
Quando mi sono ripresa ho detto: “ Ho vergogna ad uscire”
Mi ha guardato, ha riso e mi ha detto: “ Ti amo …. sei una stronza”
 
 
 
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Profilo Autore: Barbara  

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