Alberto e Fabienne potevano ritenersi soddisfatti: grazie ai guadagni fruttati del Bovio Resturant, avevano messo da parte un po’ di soldi per comprare una casa; tutte le sere in cui a fine turno andarono a letto con la febbre erano servite a qualcosa. Graziano Ansaldi, uomo dagli ideali rustici e padre di Fabienne, non fu molto d’accordo riguardo la convivenza, ma non appena vide la possibilità di inserire la figlia nel personale del ristorante, decise di lasciar via libera alla coppia. In passato Fabienne svolse migliaia di lavori ma nessuno di essi era andato a buon fine; riguardo ad Alberto si poteva dire lo stesso, fino a quando decise di frequentare la scuola alberghiera di Alba. La bionda consorte non impazziva all’idea di dover fare la cameriera, ma l’amore per l’uomo al suo fianco la spinse ad andare avanti.

Tra gli amici della coppia vi era un certo Fabio: un ragazzo smilzo dai capelli castani a metà orecchie e dotato di grande spirito imprenditoriale. Dato il suo carisma, si propose come cameriere nel ristorante situato a La Morra. Nonostante l’abilità del giovane, la sua presenza e quella di Alberto e Fabienne non bastarono a coprire il servizio ai tavoli.

“Occorrono almeno un altro paio di camerieri”. Disse Fabienne dopo una giornata faticosa. Alla donna venne in mente Martina, una ragazza torinese che lavorava da anni nella ristorazione. Da qualche tempo non aveva notizie dell’amica, sapendo soltanto che viaggiava tra il Piemonte e la Liguria lavorando di albergo in albergo.

 “Spero di non aver perso il numero”. Ma per fortuna, il contatto era ancora presente nella rubrica del telefono.

Martina rispose dopo due squilli; le due ragazze si salutarono calorosamente, come se fossero passati secoli dal loro ultimo incontro.

Quando Fabienne le espose l’opportunità, Martina rimase sorpresa ed entusiasta. Dato che il proprietario del “Hotel Riviera” di Diano Marina non aveva nessuna intenzione di rinnovarle il contratto, accettò la proposta senza pensarci troppo. Riguardo alla sistemazione, Martina era intenzionata a pagare l’affitto di un appartamento, ma Fabienne le disse che poteva tranquillamente alloggiare nelle camere del ristorante allestite per il personale. Dopo averla ringraziata infinitamente le diede appuntamento il sabato successivo alla stazione di Bra.

In un limpido pomeriggio di inizio aprile, Martina scese dal treno con una grande borsa a tracolla di colore azzurro, i capelli neri semi raccolti e un paio di occhiali da sole neri dalle lenti grandi. Alberto rimase stupito dall’affetto con cui si salutarono le due amiche, pensando che pareva di vedere una madre accogliere il figlio al finire della guerra. Imbarazzato, osservò le ragazze discutere come se lui non esistesse. L’amica della compagna aveva proprio un bel viso: forse un po’ rotondo e abbondante, ma dai lineamenti sottili. Le piccole labbra erano colorate con un rossetto di colore rosso spiccante, gli occhi nascosti dagli enormi occhiali contenevano un’iride di un verde particolare, un colore tanto dolce e affascinante. L’ abbigliamento, tipicamente incentrato sul colore nero, copriva fino al collo un corpo formoso che non amava particolarmente mettere in mostra.

“Oh scusa, lui è Alberto”. Smettendo di dargli le spalle, finalmente Fabienne si decise di presentarlo a Martina.

Stringendo la sua mano color del latte, Alberto inarcò le sopracciglia. La formosa bruna parlava decisamente troppo e si accorse che trasformava anche Fabienne in una inarrestabile chiacchierona.

Di ritorno verso La Morra, tentò di entrare nelle loro conversazioni, ma invano: anche se alzava la voce, non vi era spazio per le sue opinioni.

Per sua gioia il viaggio non fu molto lungo e una volta sistemata Martina nella camera assegnata, ebbe di nuovo Fabienne tutta per se.

“Per oggi lasciamola riposare, comincerà domani”. Disse allegramente la compagna.

“Oh, povera!”. L’ironia di Alberto la irritò.

“Perché?”.

“No, niente”.

“Non ti sta simpatica? Io la adoro, è una persona squisita”.

“Oh no, perché dovrebbe starmi antipatica?”. Rispose Alberto con tono neutro.

“Non so, in macchina non dicevi niente e poi non la guardavi molto bene”.

“Ci credo! Quando siete insieme non fareste nemmeno parlare un D.J.!”

Fabienne rise spensierata alla battuta e strinse il braccio di Alberto; in quel momento, osservando le verdi colline, l’uomo si accorse di quanto era preziosa la sua presenza.

“A proposito”. Intervenne la compagna. “Sai che prima di fare la cameriera Marti faceva la D.J. in una radio?”.

“Davvero?”.

“Sì, sì. Aveva creato un programma di musica Metal”.

“Ma dai? Che gruppi metteva in radio?”.

“Adesso non ricordo, alcuni avevano dei nomi impronunciabili. Ascoltavo sempre il suo programma, se no mi faceva una testa così”.

“Come si chiamava il programma?”.

“Mi pare… Morbid… aspetta, ce l’ho sulla punta della lingua. Sì ecco: Morbid Scream!”.

“Interessante…”. Osservando il suo look, Alberto immaginò fosse ascoltatrice di musica alternativa, ma quello che veramente gli premeva in quel momento era che avrebbe svolto il suo compito nel migliore dei modi.

Nonostante gli anni di esperienza, il servizio di Martina si rivelò poco efficiente. Alberto, conscio del fatto che tutti posso sbagliare nella vita, lasciò correre. Quando apparvero diverse recensioni negative su Trip Advisor, decise di parlare a quattr’occhi.

Martina, mostrandosi inizialmente dispiaciuta, replicò: “Non sono la sola a lavorare qui, ci sono anche Fabio e Mario. Può darsi che abbiano sbagliato loro”.

“Martina”. Disse Alberto tentando di mantenere la calma. “In questa recensione c’è scritto: “lite tra la cameriera e il proprietario per conti sbagliati”. Ora, guardando la data, io non ero presente quel giorno; alla cassa doveva esserci Fabio. Inoltre Fabienne da un po’ di tempo esegue raramente il servizio ai tavoli e l’unica cameriera femmina sei tu”.

Sotto lo sguardo severo di Alberto, Martina rimase senza parole; roteando i pollici rispose: “Mi dispiace, non si ripeterà più”.

Subito dopo si allontanò dalla cassa e continuò a svolgere il proprio lavoro. Per il resto della giornata non ci furono magagne; tutto sembrava filare lisco come l’olio. Al suo rientro a casa Alberto dovette fare i conti con il carattere spigoloso di Fabienne che, chissà per quale motivo, pareva imbronciata.

Quando le chiese cosa la inacidiva lei rispose con un rapido: “Niente!”, ma quando furono a letto decise di esporgli il suo fastidio.

“Cosa hai detto alla Marti oggi pomeriggio?”. Udendo quel nome si sentì colpito da un attacco di orticaria.

“Le ho detto che ha sbagliato delle comande, ogni volta che c’è lei di turno succede qualche casino. In più Fabio non mi dice un cazzo di come si comporta”.

“Beh, c’è comunque modo e modo di dire le cose”.

“Scusa, come gliel’avrei detto secondo te?”. Chiese Alberto mettendosi seduto sul letto.

“Ti dico solo che è venuta da me in lacrime…”.

“Ommadonna!”.

“Cerca di essere un po’ meno severo”.

“Fabienne, ma che dici? Non mi sembra di essere un orco assassino!”.

Ma secondo Fabienne Alberto aveva sbagliato a trattare la sua amica come “una pezza da piedi”.

“Senti tesoro, ma che ti sta succedendo? Da quando è arrivata quella matta parli solo di lei: Martina qui, Martina là…”.

“Non è vero quello che dici e non mi sta succedendo proprio niente!”. Alzandosi dal cuscino Fabienne alzò la voce. “Ti sto chiedendo solo di usare modi più gentili con i nostri camerieri”.

“Allora la prossima volta le dirò: “Brava! Hai fatto bene a sbagliare!”.

Conseguì una discussione dalla durata di mezz’ora, che purtroppo non si concluse con una soluzione.

Sdraiato sul fianco destro, Alberto osservò il comodino per tutta la notte; era sicuro che Fabienne stava facendo altrettanto.

Quando le prime luci del mattino entrarono nella stanza, decise di alzarsi; nell’altro lato del letto Fabienne aveva ancora gli occhi chiusi, ma non appena Alberto le voltò le spalle con i vestiti in mano, li aprì di scatto.

“Litigare per colpa di quella! Ma chi è questa??”. Pensò Alberto spalmandosi in viso della schiuma da barba.

Per tutta la notte aveva progettato uno modo per ripagarla di quella litigata e quando stette per uscire di casa, tutti i dettagli erano pronti per la sua “vendetta”.

Giungendo davanti al Bovio si accorse che Fabio aveva già aperto l’ingresso; quella mattina insieme all’amico avrebbe dovuto sistemare alcune faccende burocratiche. Poco dopo Martina scese dalla sua stanza, salutando entrambi con un caloroso “Buongiorno”. Dagli occhi di Alberto uscirono due lampi indirizzati a quella donna che stava entrando nel piccolo bagno che i camerieri usavano come spogliatoio. Quando uscì con indosso la divisa, Martina iniziò a sistemare tavoli e sedie; gli occhi vigili di Alberto non persero neanche un movimento. Proprio quando stava per alzarsi e dirle tutte le parole che si era preparato, pensò: “Ma no, lasciamo stare va…”.

Un giorno il sindaco decise di pranzare al ristorante. Il Dottor Pandolfi era un uomo panciuto sempre vestito elegante; la donna in sua compagnia assomigliava tanto ad una cariatide; alla faccia di chi diceva che in gioventù veniva scambiata per Mara Berni. Alberto accolse la coppia calorosamente riservandogli un posto in terrazza. Ai suoi dipendenti chiese la massima professionalità, in particolare a Martina.

La ragazza ascoltò attentamente tutte le indicazioni, ma non appena vide l’assurda coppia fece una smorfia di disgusto.

Neanche a farlo apposta, le furono affidate le portate del loro tavolo.

Ogni volta che si avvicinava, il sindaco  lanciava occhiate dolci e imbarazzanti sorrisetti. Solamente il pensiero di averlo a dieci centimetri di distanza la fece inorridire.

Dopo aver spazzolato il risotto alla zucca, Pandolfi si rivolse alla compagna: “Scusami un attimo Magda cara, vado al bagno”.

Trascinando la sua mole fino ai servizi igienici, vide Martina appoggiata al bancone del bar con il cellulare tra le mani.

Pandolfi si avvicinò con passo lento: “Permette signorina? Dottor Guido Pandolfi”. Togliendo il cappello mise in mostra le calvizie.

Sollevando gli occhi Martina avrebbe voluto tanto rispondere: “E sti cazzi?”, ma ricordando i rimproveri di Alberto si trattenne: “Piacere”.

Per allontanarsi da quell’uomo che le metteva la nausea, intascò il cellulare dirigendosi verso la cucina. Pandolfi, che non era intenzionato a mollare la preda, si mise a seguirla. 

“Signorina, non mi vuole dire il suo nome? Ho un affare importante da proporle”.

“Martina”. Disse seccata la ragazza arrestando il suo passo. Osservandolo da vicino, avrebbe tanto voluto chiudere gli occhi per far scomparire quell’orrore.

“Mi permetta Martina: lei è una bella ragazza, molto professionale.” Seguirono mille altri complimenti che Martina era già stufa di sentire.“Vorrei chiederle se le piacerebbe prestare servizio a casa mia.”

“No!”. Con un secco rifiuto Martina gli voltò le spalle di nuovo.

“Andiamo Martina, lei è così graziosa”. Allungando la mano rugosa, il primo cittadino raggiunse l’abbondante fondoschiena della cameriera.

“Brutto maiale porco schifoso! Ma come cazzo ti permetti?”. Lo schiaffo investì in pieno il viso paffuto di Pandolfi.

Alberto, udendo il sonoro colpo, si girò di scatto. Appena vide la bruna insultare il sindaco, fu quasi colto da una sincope; lasciando la cassa si avvicinò a placare l’ira della donna.

“Ma… che succede?”. Balbettò dividendo i due.

“La… la signorina mi ha aggredito!”. Disse Pandolfi con il viso bordò. “Mi sono lamentato del risotto insipido e lei mi ha alzato le mani”.

“Ma che dici maledetto vecchiaccio? Questo stronzo mi ha toccato il culo!”.

Intanto buona parte della clientela si era radunata nella sala interna.

“E’ inaudito! La signorina dichiara il falso, con permesso lascio questo ristorante!”.

Aprendosi un varco in mezzo alla gente, Pandolfi raggiunse la compagna: “Andiamocene Magda”. La vecchia cariatide alzandosi a fatica dalla sedia gli chiese cosa era successo.

“Non volevano sentir ragioni per il risotto disgustoso. La cameriera si è permessa anche di aggredirmi. Ah, ma non tornerò mai più qui, ne sentiranno delle belle riguardo questo postaccio!”.

Sotto gli occhi stupiti della gente i due si dileguarono.

All’interno del ristorante, Alberto si avvicinò a Martina mostrando uno  sguardo assassino: “Ma che fai?”.  Le urlò in faccia. “Te metti a menà er sindaco? Ma non capisci che quello ci fa chiudere?”. 

“Sindaco?”. Rispose Martina seguendolo verso il terrazzo. “Un gran maiale!  Quello le mani addosso non me le mette!”.

“Te possino ammazzà! Me mena pure er sindaco, siamo rovinati, siamo rovinati...”. Disse a bassa voce guardandosi intorno alla ricerca di Pandolfi. 

Fallendo nell’impresa, rientrò nella sala del ristorante. Nel frattempo Fabienne era scesa dal paino superiore dove stava dando una mano a Mario.

“Cosa è successo? Cos’è tutto questo casino?”. Chiese preoccupata.

“Chiedilo a lei!”. Alberto indicò Martina che stava seduta su una sedia con i gomiti appoggiati al tavolo e le mani nei capelli.

Fabienne si avvicinò chiedendole il motivo del suo stato. Nemmeno quella volta risparmiò insulti per il sindaco, narrando l’episodio appena successo.

“Il sindaco Pandolfi?”. Fabienne aveva tutta l’aria di essere sorpresa.

“Proprio lui! E’ un gran porco, come tutti gli uomini!”. Gli occhi di Martina divennero lucidi.

“Su Marti, non fare così. Ora è passata”.

“Io la caccio questa, io la caccio…”. Continuava a ripetere Alberto passeggiando nervosamente.

Mentre accarezzava i capelli di Martina, Fabienne gettò un occhiata di rimprovero al compagno che, tra mille imprecazioni, lasciò la sala.

“Marti…”. Disse dolcemente Fabienne. “Vieni, andiamo a fumare una sigaretta.”

Asciugando le lacrime Martina si alzò e seguì l’amica nel retro del ristorante.

“Scusate, non avrei dovuto reagire così. Ora avrete un sacco di problemi con il sindaco…”. Disse con aria dispiaciuta la cameriera.

“Non preoccuparti, Alberto è sempre un po’ tragico. Scommetto che quel vecchio mollusco non metterà più piede qui…”.

Scenerando nel piccolo posacenere Martina sorrise: “Già è proprio un mollusco… dici sul serio?”.

“Oh si, glielo si legge in faccia che è un uomo senza palle”.

“Un mollusco senza palle…”.

Guardandosi in faccia le due amiche esplosero in una lunga risata.

Il duro compito di fare sbollire la rabbia ad Alberto toccò, come sempre, a Fabienne. Dopo lo spiacevole episodio del sindaco Pandolfi, il compagno era seriamente intenzionato a cacciare Martina. Nella sua immensa bontà, Fabienne gli chiese di darle un’altra possibilità, dicendo che il suo gesto era stato di pura difesa.

“Cosa avresti fatto se avesse toccato a me il culo?”. Chiese a bruciapelo.

“Ma cosa c’entra?”. Solamente ad immaginare quel vecchio maiale palpare la sua donna, gli fece salire la voglia di scorticarlo vivo. “E va bene…”. I modi di Fabienne erano decisamente convincenti. “Però alla prossima la caccio su due piedi”. Osservando la contentezza negli occhi della consorte, non riuscì a spiegarsi cosa la legava così tanto a quella ragazza un poco imbranata.

Da giorni l’uomo viveva nel terrore che il sindaco si sarebbe ripresentato al ristorante, ma da quella volta Pandolfi non venne mai più. Lo smacco che aveva subito fu troppo umiliante per un uomo della sua “stoffa”. Anche se decise di tenerla in servizio, Alberto non rivolse più la parola a Martina, parlandole solamente in caso di necessità. Verso la fine della settimana successiva la vide avvicinarsi con una espressione dispiaciuta, tipica di quando commetteva qualche errore.

“Alberto… ti posso parlare un secondo?”.

“Che c’è ancora?”. Rispose seccato seduto ad un tavolo; il suo sguardo non si alzò dal foglio su cui stava scrivendo.

“Riguardo quella storia del sindaco… ecco, mi dispiace”.

“Sì ok, non pensarci e torna al lavoro”.

“Prima di tornare al lavoro volevo appunto dirti che mi dispiace di aver fatto fare brutta figura al ristorante, soprattutto a te e Fabienne che mi avete accolta qui. Senza di voi non saprei dove andare, scusate.”

“Va bene Martina, scuse accettate”.

“Grazie Alberto”. Dopo aver mostrato un sorriso pieno, la cameriera riprese il lavoro con più entusiasmo.

“Però!”. Pensò Alberto. “Sembra tanto fredda ma invece non riesce a nascondere la sensibilità”.

Nonostante non le andasse ancora a genio, iniziò a vederla sotto una nuova luce. Più di una volta volle complimentarsi con lei, ma pensò che si sarebbe montata troppo la testa. Facendo l’ennesimo esame di coscienza, non era certo intenzionato a diventare come il “suocero” Graziano e quindi, un pomeriggio di fine maggio decise di parlarle.

 “Dov’è finita Martina?”. Chiese a Mario quel giorno bloccandolo all’inizio della scalinata del piano superiore.

“Non so, non l’ho vista”.

Leggermente infastidito si mise a cercarla in ogni angolo del ristorante. Sembrava sparita: non la trovò nemmeno nelle cantine. Si accorse che l’unica porta che non aveva ancora aperto era quella dello “spogliatoio” dei camerieri.

“Impossibile sia qui”. Pensò spalancando la porta.

“Oh!”. Esclamò Martina all’interno mentre teneva il piede appoggiato allo sgabello. La donna istintivamente coprì la gamba destra che stava per essere vestita da una calza in nylon.

“Scusa…”.  Alberto chiuse la porta immediatamente.

Sentendosi il cuore in gola si allontanò, la mano che aveva sfiorato la sua fronte era bagnata.

Poco dopo Martina uscì dallo spogliatoio, la nuova divisa era linda e ordinata.

“Scusa mi dovevo cambiare”. Disse avvicinandosi ad Alberto che stava caricando la lavastoviglie. “Mi sono macchiata la divisa con un intero piatto di tagliolini al ragù che ha avanzato il signore del tavolo diciotto. Avevi bisogno?”.

“No! Ho… sbagliato porta”.

Giocherellando con i lacci del grembiule sopra la divisa, Martina rimase stupita: “Ah! Ok, torno fuori allora”.

Prima di voltarsi Alberto attese che raggiunse la terrazza. La temperatura era godibile, ma all’interno di quel ristorante si sentì soffocare; nemmeno slacciando i bottoni della camicia nera ottenne beneficio.

“Fabio!”. Reggendo una bottiglia di vino tra le mani, il collega giunse puntuale davanti a lui.

 “Io vado a casa, puoi continuare tu?”.

“Che c’è? Non ti senti bene?”.

“Deve essere il caldo… ho bisogno di stendermi”.

“Va bene non preoccuparti, ci penso io alla cassa”.

Congedandosi con l’amico non vide l’ora di essere a casa.

Quel pomeriggio Fabienne, su esplicita richiesta, dovette accompagnare il padre a ritirare delle bottiglie di vino a Brossasco. Nella dimora deserta si tolse tutti i vestiti ed entrò in bagno.

L’acqua gelida della doccia fece diminuire la calura sparsa in tutto il corpo, ma l’erezione in mezzo alle gambe non accennava a scomparire. Maledisse le mani che meccanicamente si avvicinarono in quel punto. Godette a ripensare a quelle cosce bianche e burrose e ai piedi dalle dita cicciottelle; le immaginò sovrapporsi in un movimento sensuale. La pianta del piede sinistro accarezzava lentamente il manto liscio e vellutato della coscia destra. Avvicinandosi, sussurrava piccoli baci alla pelle morbida fino a giungere al collo dei piedi. Quando riaprì gli occhi un liquido bianco scese insieme all’acqua e non era certo bagnoschiuma.  

 “Mio dio…”. Sussurrò chiudendo il rubinetto dell’acqua. “Come… come ho potuto?”.

Come ipnotizzato trascinò il corpo grondante fuori dalla doccia.

Togliendo un pezzo di carta dal rotolo appoggiato sulla mensola, lo fece passare sul pavimento della doccia. Senza nemmeno guardarlo lo gettò nel WC lasciandolo inghiottire dall’acqua di scarico.

“Mai più!”. Disse guardandosi allo specchio e provando vergogna.

Ovviamente il primo pensiero fu per la consorte tanto lontana da casa e ignara dei suoi pensieri peccaminosi.

“Perdonami Fabi…”. Quasi pianse a rimembrare le attenzioni che gli riservava la donna; mai più avrebbe trovato una ragazza così dolce.

Il resto del pomeriggio lo passò sdraiato sul divano senza nemmeno togliere l’accappatoio. Quando l’acqua gli era penetrata anche nelle ossa decise di alzarsi: “Stasera le cucinerò la pizza, tornerà stanca”.

Dovette sbrigarsi a tirare la pasta, in meno di un ora Fabienne sarebbe rientrata. Con qualche difficoltà riuscì a disegnare la forma di quella che sembrava essere una pizza. Oltre a delle fette di prosciutto cotto, aggiunse delle olive e fece in tempo anche a cuocere delle patate fritte.

“Che profumo!”. Disse allegra la compagna aprendo la porta di casa.

“Ma sei già a casa?”. Entrando in cucina lo vide reggere un piatto contenente una pizza coperta da una montagna di patatine.

“Amore…”. Un lungo bacio sulle labbra. “Grazie!”.

“Mi sono detto: la mia gioia sarà stanca, vado a casa a prepararle la pizza”.

“Sei unico, un tesoro davvero. Ma chi c’è al ristorante?”.

“Ho chiesto a Fabio di sostituirmi, per una volta tanto!”.

“Hai fatto bene!”. Alla prima forchettata Fabienne rimase meravigliata. “Ma è squisita! Bravo amore mio!”

“Mah, a me non sembra nulla di che”.

“No, no… ti dico che è buona”.

Osservandola affettuosamente le disse: “Mi sei mancata tanto oggi…”.

“Anche tu. Non ne potevo più di stare con papà, a volte quando ci si mette è davvero pesante. Stava litigando perfino con il principale della cantina. Secondo lui, da qualche tempo il vino che gli forniscono ha un sapore strano… robe da matti! A te come è andata oggi?”.

“Eh?”. Rispose Alberto con sguardo assente.

“Come è andata oggi? E’ venuta un po’ di gente?”.

“Oh sì, un bel incasso come sempre”.

Terminata la cena, Fabienne si alzò da tavola e iniziò a lavare i piatti nel lavello. Abbracciandola da dietro Alberto le baciò il collo calorosamente; con un gesto sensuale raggiunse i suoi fianchi.

“Hey! Quanta foga! Ti sono mancata così tanto?”.

“Tantissimo…”. Quando terminò di asciugare i piatti l’aveva già spogliata della maglietta; i morbidi seni, fatti prontamente uscire dal reggiseno nero, vennero strizzati dalle sue mani calde.

“Aspetta…”. La voce di Fabienne già tremava. “Lascia almeno che…”.

“No, non resisto più Fabienne…”.

Incontrando la sua lingua la guidò verso il tavolo dove la tovaglia venne spostata. Aprendole le gambe, tolse anche le mutandine già bagnate dal liquido passionale. Travolta dalla lussuria, Fabienne trovò tanto sensuale fare l’amore tra gli avanzi di cibo. Raggiunto l’apice del godimento, Alberto la trascinò in camera da letto. Distesa sul letto Fabienne ebbe il secondo, il terzo e poi il quarto orgasmo; la sua gioia era alle stelle. Esausta si addormentò nuda sulla sua pancia.

Nonostante fosse più provato della compagna, Alberto non riusciva a prendere sonno. Nella mente danzava ancora l’immagine di Martina. Commise un altro peccato: mentre giocava con le cosce di Fabienne, immaginò fossero quelle dalla cameriera. Eppure quelle della sua donna erano simili; a contatto con la pelle trasmettevano una morbidezza senza eguali.

Le poche ore di sonno non fecero ricordare nessun sogno e di questo ne fu felice. Alle prime luci del giorno Fabienne stava ancora dormendo, durante la notte si era sposata sul suo petto. Il respiro caldo che batteva contro il capezzolo gli trasmise conforto; quanto era bello svegliarsi in compagnia della propria donna. La svegliò dolcemente accarezzandole i capelli, i suoi sospiri erano tanto simili a quelli di un gattino.

Stirando il proprio corpo, la bionda gli diede un piccolo bacio sulla guancia: “Vado a fare la doccia amore, questa mattina sono di turno”.

Sentendo pronunciare la parola “doccia” la felicità svanì; il gesto del pomeriggio prima aveva ancora il sapore amaro del pentimento. Mentre Fabienne raggiunse il bagno, si alzò dal letto iniziando a vestirsi.

Dopo colazione, Alberto salutò la consorte con il solito lungo bacio. Vedendola camminare verso il centro del paese si domandò: “Cosa mi manca? Ho una ragazza bellissima, un bel ristorante, una casa grande… bah! Deve essere stato un momento di debolezza”.   

Il giorno dopo, essendo di turno, decise di mantenere un certo distacco da Martina. Il look della ragazza quella mattina però, non passava certo inosservato: i primi bottoni della camicetta nera erano slacciati e le maniche avvolte fino ai gomiti; sulle braccia erano presenti pochi tatuaggi dai tratti fini; la pelle chiara risaltava i seni accuratamente retti dal reggiseno bianco che si intravedeva dal tessuto trasparente. Una cintura bianca e nera dalla grande fibbia reggeva i jeans aderenti; Alberto ebbe paura ad abbassare lo sguardo verso gli oggetti del suo desiderio tanto visibili sotto i pantaloni neri. Le scarpe erano le solite che indossava al lavoro: delle Reebok alte e nere. La cameriera raccolse i capelli in due chignon laterali, adottando un leggero trucco sotto gli occhi; le labbra invece spiccavano grazie ad un rossetto dal colore rosso intenso.

Dirigendosi verso lo “spogliatoio” Martina diede il buongiorno ad Alberto. Il tono della sua voce era caloroso, decisamente cordiale.

L’uomo ricambiando svogliatamente tornò a concentrarsi sul lavoro che aveva appena iniziato. I conti divennero confusi quando Martina chiuse la porta. Impiegando meno tempo del solito, la donna uscì rilassata.

“Martina”. Il richiamo di Alberto preannunciava un rimprovero.

Mentre la cameriera si avvicinava al solito tavolo dove Alberto svolgeva le sue attività, il proprietario si sforzò a mantenere lo sguardo basso.

“Non ti sembra di esagerare?”. Formulando la domanda dovette per forza guardarla negli occhi. In presenza del lieve mascara, il verde indefinibile dell’iride brillava seduzione.

“Perché?”. Domandò stupita.

“Il rossetto… siamo in un ristorante”.

“Ma… io mantengo un aspetto curato per la clientela. Penso faccia piacere”. 

“Ma i clienti non devono avere l’impressione di trovarsi in un bordello”.

 “Va bene…”. Il suo sguardo freddo riuscì a zittire Alberto, anche se l’ultima parola l’aveva offesa.

“Per oggi va bene così…”. Fissato da quegli occhi felini  Alberto riprese a parlare: “Da… da domani metti un rossetto meno vistoso per favore”.

“Intesi, Alberto”. Vedendolo tornare a scrivere Martina notò delle gocce di sudore sulla sua fronte. “Ieri volevo parlarti ma non c’eri”. Continuò la ragazza estraendo un blocchetto dalla tasca del grembiule.

“Che c’è?”. Chiese Alberto facendo una fatica enorme a rialzare gli occhi.

“Riguarda le ore del mese scorso, so che ti segni tutto ma ho dei conti che non tornano”.

Sfogliando le pagine Martina bagnò l’indice di saliva; vedendo il dito avvicinarsi alle piccole labbra, Alberto chiuse gli occhi.

“Aspetta, non trovo più le ore che ho segnato”. L’indice sfiorò di nuovo la lingua salutare per due, tre volte. “Ma dove saranno andate a finire?”. Il dito questa volta si fermò accanto al labbro inferiore, i denti bianchissimi lo mordevano lentamente.

Grazie alla luce del sole che entrava dalle finestre, Alberto vide il dito bagnato e aprendo leggermente la bocca lo osservò in silenzio.

Leggendo attentamente gli appunti, Martina lo fece passare sulle labbra rosse senza far perdere loro il colore caldo e vivace.

“Mannaggia! Com’è possibile? L’ho letto ieri sera…”.

“E’ possibile invece!”. Improvvisamente, sotto lo sguardo stupito di Martina, Alberto scattò in piedi dalla sedia. “Come faccio io a sbagliarmi? Tutti i  giorni controllo ogni cosa!”. Visibilmente alterato si mise a passeggiare il più lontano possibile dalla cameriera.

“Venite pagati tutti i mesi puntualmente e dite che ci sono degli errori?”.

Ritirando il blocchetto, Martina esibì un espressione delusa: “Sì… forse mi… mi sono sbagliata”.

“E vorrei vedere!”. Prima di lasciare la sala Alberto fece un passo indietro e si voltò verso Martina che stava ancora immobile davanti al tavolo.

“Forza al lavoro! Già sono arrivati due clienti!”.

Restando sola nella sala si mise nervosamente a giocare con le dita. Accarezzando l’indice ancora bagnato di saliva disse sotto voce: “Sì… Alberto”.     

Alberto non vide l’ora che la giornata finisse; sentiva una strana stanchezza e un senso di disagio che non seppe spiegare. I colleghi e Fabienne stessa rimasero sorpresi dalla sua impazienza; ogni piccola distrazione venne contestata ed ogni errore parve una catastrofe. Verso sera ringraziò tutte le divinità di aver fatto finire quella stressante giornata di lavoro, ma a tavola Fabienne gli fece la tanto temuta domanda:

“Cosa c’è che non va?”.

Mostrandosi stupito rispose rapidamente: “Niente, perché?”.

“E’ da un po’ di tempo che sei insofferente, con mille pensieri per la testa. Se hai qualcosa ne parliamo, come abbiamo sempre fatto”.

“Non c’è niente tesoro, te l’assicuro. Solo un po’ di stanchezza”.

“Forse è meglio che prendi qualche giorno di pausa…”.

Alberto si sentì rabbrividire: “No, no… come faccio? Non posso mancare”.

“Secondo me è meglio”

“No amore, la mia presenza è necessaria”.

Al termine di una lunga discussione si fece convincere. Fabienne propose di sostituirlo per una settimana intera; con l’aiuto di Fabio avrebbe svolto il lavoro di Alberto tranquillamente.

“Sì, mi farà bene”. Pensò a letto con le mani appoggiate alla nuca. “Restando a casa eviterò di vederla”. Sereno e rilassato si addormentò recuperando il sonno arretrato. 
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Profilo Autore: luke676  

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