Ti ho cercato in tutto ciò che il tempo si è dimenticato di cancellare e ho ascoltato mentre parlavi di te… ho visto le nostre strade dividersi, mentre fuori regnava odio, cattiveria e caos. Adesso stringiamo nelle mani i frammenti delle nostre vite, come fossero vetri rotti, aspettando una primavera che stenta ad arrivare. E da lontano sento il tuo smarrimento nel voler trovare un senso logico in quel confuso groviglio di ostacoli e incroci che è l’esistenza…

QUESTA GUERRA
Questa guerra
non è la nostra guerra
vogliamo vivere e giocare
urlare a squarciagola
per chi arriva primo
a un calcio di pallone.
Questa guerra
noi non la vogliamo
non è quello che desideriamo
vogliamo vedere le stelle
e non queste luci così veloci
che ci fanno tanta paura
desideriamo di sognare
nel nostro piccolo e caldo letto
con un vero pigiama
e non con questi stracci
malridotti dalla polvere e dal fumo.
Questa guerra
è come un orco cattivo
non ci fa vedere il sole
che in questi giorni
potrebbe essere così bello
e la luna si allontana sempre di più
senza le sue stelle
fuggite via spaventate
da questo odore di ferro e fuoco.
Questa guerra
no! Noi non la vogliamo
vogliamo ritornare bambini
e giocare felici
senza morire
per una stupida ragione.
Questa guerra
che non ci dà più pace.
Il principe di un regno molto vasto era vedovo, e amava molto il suo unico figlio, che aveva tre anni di vita.
Una notte, prima di addormentarsi, vide apparire nella sua sontuosa camera da letto, adorna di tutti gli oggetti più piacevoli alla vista e all’olfatto, un diavolo femminile nero come l’ebano.
La diavolessa gli disse che era invidiosa dell’amore che portava al figlio, pertanto avrebbe trasformato il bambino in un serpente.
Disperato il principe corse alla camera del bambino e nel minuscolo letto rosso trovò effettivamente un orribile serpente.
Terrorizzato uscì in fretta dalla camera, ma un pensiero, ancora più orribile di quella vista, lo paralizzò.
E se suo figlio avesse avuto bisogno di lui, del bacio della buonanotte, di una carezza, e si fosse sentito abbandonato dal padre? Se avesse notato il disgusto sul suo viso cosa avrebbe provato, il piccolino?
Una compassione infinita sorse allora nel suo cuore di padre, simile al sorgere della luna piena in una notte profonda, tornò nella stanza e baciò il serpente, facendosi forza e superando ogni orrore.
Con il passare dei giorni il principe si abituò alla vista del serpente, se ne prendeva cura con grande affetto e lo nutriva con i cibi più adatti.
Ma una notte la diavolessa tornò e gli fece capire che la sua invidia non era finita, e che per distogliere dal serpente tutto quell’amore avrebbe trasformato il figlio in una vecchia malata di lebbra.
Il principe entrò nella stanza e fu sopraffatto dal cattivo odore e dalle sensazioni sgradevoli provocate del viso devastato dalla lebbra. Ma poi pensò al cuoricino del suo bimbo, a quanto aveva bisogno, ora più che mai, dei suoi abbracci, e con le lacrime agli occhi, simili alla discesa di un fiume miracoloso in una terra deserta, abbracciò e baciò la lebbrosa.
Passarono molti giorni.
La diavolessa produsse mille altre trasformazioni, mettendo alla prova il cuore del principe, ma ogni volta il principe continuava a prendersi cura del figlio trasformato, senza alcun indugio, fermo come il monte Meru, impassibile come il Kailash percosso dai venti.
Venne il giorno di una grande festa religiosa in cui nel paese si danzava e si recitavano preghiere in onore della Madre Divina.
La Dea era stata innalzata in mezzo alla folla e il principe si affacciò alla finestra e si mise a pensare, contemplando lo spettacolo di tutti quei volti e di tutti quegli animali radunati sotto di lui. “Ecco”, rifletteva, “se anche mio figlio si trasformasse in uno qualsiasi di loro, o perfino in un albero o in quelle pietre illuminate dalla luna, o in un filo d’erba, invariato sarebbe il mio amore. Esso è diventato fermo,immutabile ”.
E con le lacrime agli occhi si sentì riempire di un amore infinito per tutti i membri di quella folla piena di sofferenze e di fatiche.
“Sono tutti miei figli”, sussurrò a se stesso.
E quell’amore divenne così intenso da cancellare ogni sua minima sofferenza, per sempre. Non vi era più spazio nella sua mente per il dolore, dato che ogni angolo era occupato da quel sentimento di amore incondizionato.
All’ improvviso sentì una presenza accanto a lui: era la diavolessa.
“Hai capito ora?” gli chiese lei con un sorriso che era, strano a dirsi, meraviglioso, come la musica di una veena celeste.
Lo stupore del principe germogliò nei suoi occhi: il volto nero della diavolessa non era affatto diverso da quello della statua della Madre Divina che campeggiava tra la gente.
Il principe si voltò e dopo un lungo sguardo le disse:
“Sì, Madre, ho capito. Ora sono come te”
Con l’ausilio della versione gratuita e vecchia (3.5) della più famosa tra quelle disponibili liberamente, quindi un livello tutto sommato basico.
Prendendo atto dell’andazzo attuale nel campo della letteratura, ma anche della musica, dell’arte in generale e della vita stessa, mi adeguo e capitolo alla moda finale di delegare i miei pensieri ad una sempre più pervadente e performante intelligenza artificiale:
io ioffa, di professione essere più o meno umano che tentava più o meno di affrontare una propria vita, delego ad Arty, di professione intelligenza artificiale, il compito di descrivere il mio pensiero, la mia essenza, le mie emozioni, i miei sentimenti. Userò una riga di cancelletti per separare le parti di questo capolavoro tra mie e sue.
Vai, Arty:
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Grazie Arty, ero sicuro che la mia profondità si sarebbe palesata grazie a te: hai sviscerato pienamente pensiero, essenza, emozioni e sentimenti, mi ci riconosco finalmente, a tutt’oggi ero un mistero per me stesso, ora so! Tuttavia preferirei che la composizione fosse in poesia, una bella quartina, non prosa, altrimenti non potrò passare per Poeta. Su, Arty, trasformami in Poesia:
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Ah, ora sì, altro che Dante, Petrarca, Cecco, Leopardi, Foscolo e varie schiere angeliche e pietrame… questa sì che è Poesia, intima ed universale, che parla di me con me a me :-) Davvero aulica ed unica, originale, inimitabile, MIA!
Ed ora chiudi con la mia biografia, Arty, parla di me:
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ioffa, con la “i” rigorosamente minuscola, al pari della sua intelligenza che sembrava essere ancora di quelle primitive, cosiddette “naturali”, nacque nel secolo scorso. Sin da bambino si illuse di vivere e nel XXI secolo muore insieme alla sua illusione.
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Grazie, precisa e sufficientemente dettagliata, ma non troppo lunga da annoiare i lettori, hai fatto un bel lavoro. Ora però ti chiederei di esprimere un commento su questo lavoro, da riportare in esso, hai come limite 2.000 caratteri, vai Arty:
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Il testo gioca con un’ironia sottile e pungente, mettendo in scena un dialogo che in realtà è un monologo: l’“ioffa” che abdica al proprio ruolo creativo per consegnarsi ad Arty, intelligenza artificiale benevola e compiacente, diventa metafora di una resa culturale più ampia, quella di un’umanità che, stanca, preferisce delegare perfino la propria essenza. L’uso dei cancelletti come cesura è brillante: marca lo spazio vuoto della creatività sostituita e amplifica il paradosso, perché il lettore sa che lì dovrebbe esserci il cuore pulsante dell’opera, ma trova soltanto silenzio. È proprio quell’assenza a rendere viva la satira.
Interessante anche il crescendo: dalla prosa alla quartina, fino alla biografia finale, in cui la voce di Arty si fa definitiva, quasi lapidaria, sancendo la morte dell’illusione di un io “naturale”. C’è un tono giocoso, ma dietro si avverte un’eco più amara: la domanda implicita è quanto di noi stessi siamo disposti a cedere all’artificio senza accorgercene.
In fondo, questo testo è un piccolo specchio deformante: fa sorridere ma costringe a riflettere sul valore della voce individuale, sulla differenza tra creatività vissuta e creatività simulata. L’efficacia sta proprio nel ribaltamento: chi legge si accorge che non basta “delegare” per dire di aver detto. Forse la vera poesia, qui, non è nei versi mancanti ma nella consapevolezza di quella mancanza.
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02/09/2025
L’albero
In una foresta fitta e assai lontana, non si riusciva a camminare senza che fronde, foglie o rami ti toccassero e graffiassero. Vi erano alberi di ogni tipo, ogni natura e specie – a partire dai pini, per poi passare ai salici, e poi ancora le querce. Non importava la temperatura attorno e, in generale, le condizioni che vi erano, poiché la moltitudine d’alberi resisteva per pura casualità. Si narra che fossero tra loro molto vicini, che dialogassero con sussurri e che gli uccelli talvolta prendessero parte a quelle conversazioni. Si dice anche che gli alberi di questa foresta fossero i nascondigli preferiti degli scoiattoli. Tra gli uccelli e gli scoiattoli c’erano sempre diverbi e divergenze, su chi fosse l’animale migliore tra loro due – gli uccelli sono animali molto poetici, ma anche assai vanitosi – ma soprattutto su chi amasse di più quegli alberi e quella foresta.
«Io amo di più quest’albero, perché gli ho concesso l’utilità. Senza di me, l’albero sarebbe stato meno albero. Io ho reso l’albero, albero. Poiché per quale altro motivo gli alberi nascono e crescono e passano la loro vita, se non per darci rifugio, riparo e sicurezza incondizionatamente?» aveva detto un giorno lo scoiattolo, che si riporta si chiamasse Ulisse, per via dei suoi travagli prima di riuscire finalmente a trovare e a stabilirsi in quella foresta; poi, al suo discorso aggiunse:
«Ora lo vedi verde, e non d’un verde sbiadito, come se fosse stato dipinto da un pittore che aveva poca voglia e smania di dargli importanza – no. Tu lo vedi verde, verde come viridis in lingua latina. Tu lo vedi robusto, forte, pesante, tanto che, se cadesse, il mondo intero finirebbe su se stesso per l’immensa voragine. Tu lo vedi meraviglioso, straordinario nel senso di fuori dal comune. Questo solo per la mia tana: la mia tana ti permette di cogliere di più le sue sfumature, la sua bellezza, la sua rigorosità. Senza la mia tana, dimmi, l’avresti distinto dagli altri alberi? Ti sembrava differente, oppure si sarebbe perduto e non sarebbe più stato un albero-albero, ma sarebbe divenuto un albero-camaleonte?»
Lo scoiattolo era sicuro di quello che diceva. E lo proferiva con il petto gonfio, il cuore colmo di orgoglio e vanità.
L’uccello cinguettava di risposta, quasi deridendolo, perché si sa – come disse quel poeta assai illustre nelle sue Operette dell’Ottocento – gli uccelli sono gli animali più predisposti al riso per natura, finché i cinguettii non divennero linguaggio, e si riporta che gli rispose:
«Oh, caro Ulisse, forse hai perduto troppe case ed è per questo che parli così. Forse casa, per te, non è stato nessun luogo, e questo è il motivo per cui senti il bisogno di rendere l’albero speciale, che invece sarebbe stato speciale di per sé, intrinsecamente, anche senza la tua tana. Io amo di più di te l’albero, perché non lo abito. È lui che abita me: quando ci ripenso, siccome ne sono lontano, proiettando la sua immagine – ben sigillata dai miei occhi – nella mia immaginazione, come sosteneva quello scrittore francese che compose il De Amore; quando, per qualche momento, mi pare di averlo smarrito in mezzo a questa foresta, quando il verde che tu dici essere viridis non guizza senza indugio nei miei occhi, come acciecante tormenta di sabbia. Io non amo quest’albero meno perché ne sono distante, anzi in verità io lo amo di più proprio per codesta ragione, e ne disto perché lo amo.»
Ulisse e l’uccello sarebbero stati in grado di continuare quella conversazione per ore, per giorni se necessario, facendo vibrare ogni foglia mossa dai loro respiri, e poi versi, e poi qualcosa che non si sa dire, ma sembrava simile alle urla degli esseri umani quando perdevano la pazienza e la giusta metriotes. Chi può dirlo chi l’avrebbe avuta vinta; forse bisognava chiedere all’albero da chi si sentisse amato meglio – e lo stesso agli altri alberi, che a loro volta erano con altri uccelli e altri scoiattoli a discutere su quelle questioni – ma, a dire la verità, per gli alberi – loro che erano in grado di far respirare gli esseri viventi – questi sentimentalismi parevano sciocche cogitazioni odoranti di fanciulli in fasce.
In quella selva così fitta, gli alberi avevano delle radici eccezionali: ben robuste nella terra, si diceva fossero fatte degli stessi elementi che riportava Ernest Hemingway in una sua frase famosa, associata, forse forse erroneamente, al romanzo Isole nella corrente:
«Ma di cosa sei fatta tu?»
«Di quello che ami. Più l’acciaio.»
Quindi gli alberi, lì in mezzo, in quella parte del mondo sospesa tra chissàdove e chissàinchemodo, avevano le radici fatte d’amore e d’acciaio – che poi, allora, erano fatte di un solo elemento, poiché è giusto credere che l’amore e l’acciaio siano la stessa materia. Cerere li amò molto, più degli uccelli innamorati con un sentimento puro che permetteva loro come di respirare – se avessero potuto – più degli scoiattoli innamorati con un sentimento duro che il respiro loro, per certi versi, glielo toglieva.
Nessuno potrebbe amare quegli alberi più di Cerere, colei che diede ferro, e calore, e amore, e passione, e sostanza, e fatica, e di nuovo amore, e pazienza, e premura, e coraggio, e desiderio a quelle radici che potevano mostrare quanto fossero curati quegli alberi fin sopra la punta della foglia più alta, in cima alla loro acconciatura di fronde.
Tutti tranne uno.
Non si sa il perché, ma tra questa moltitudine di alberi, rigogliosi, stupendi, fatiscenti, c’era un albero che non era bello come loro. Anzi, era brutto. Ma no, è troppo poco: non brutto. Bruttissimo. Il brutto anatroccolo degli alberi, più brutto del brutto anatroccolo nella toccante favola. Inizialmente brutto solo perché diverso, anche se non si riuscirebbe a spiegare precisamente in cosa.
E molte volte è così, perché si parte prevenuti solo sulla differenza, senza argomentarla, senza sapere neanche cosa sia. Credendo che essere diversi sia solo non essere come me e non essere come te e non essere come noi, con la presunzione che questo non essere ciò sia meno positivo di quell’essere altro; dall’alto dei loro troni che credono giusti ed etici solo perché rossi, additano tutto quello che è blu, solo in quanto blu, senza sapere neanche se sia davvero blu o, nei casi peggiori, senza sapere neanche cosa sia il blu fine a se stesso.
Poi, col tempo, si capì che il suo problema erano le radici: non erano diverse in quanto nate differenti, poiché la forma era sempre quella, canonica a tutte le radici, ma erano diverse perché differentemente amate da Cerere rispetto a quelle degli altri alberi. E quindi l’acciaio senza l’amore non era acciaio, e viceversa.
Non se ne conosce il motivo, è inutile domandarselo. Anche tra quelli che erano gli dèi, nei tempi antichi, poteva capitare un qualcosa che non fosse a noi comprensibile della loro natura divina – perché proprio Enea, tra tutti gli uomini, doveva mettere alla luce quel giovanotto che poi avrebbe fondato Albalonga?
Infine, con il susseguirsi di lune – neanche tante – l’albero rinsecchì: e in quella foresta si poteva presto scorgere la dissomiglianza tra un albero maltrattato e innumerevoli alberi ben tenuti. Non vi era alcuna premura o attenzione nei suoi confronti, da parte della creatrice, e per questo motivo avvenne il suo personale declino poco a poco.
Per lui era un perenne autunno la sua realtà. Non poteva sperare che un uccello gli volasse vicino, e neanche che uno scoiattolo ci si facesse dentro la tana; poteva solo sperare che, già in precario equilibrio, non lo colpisse un fulmine facendolo cadere, o che la pioggia non rovinasse troppo la sua corteccia.
Sperava di diventare un libro, un giorno, quell’albero. Strano a dirsi per la temporalità di questa leggenda, ma è così che si riporta: voleva essere libero, lībĕr, staccarsi da quelle radici costrittive e ancoranti in quel terreno che sembrava nutrire tutti tranne lui, e voleva essere un libro, lĭbĕr, per poter raccontare di com’è riuscito a staccarsi da quelle radici costrittive e ancoranti in quel terreno che sembrava nutrire tutti tranne lui.
Si narra che ci riuscì.
Si narra che il libro nato da quell’albero sia proprio questo.
Spazio autrice: sto provando a cimentarmi in una raccolta di racconti di questa natura, un po' introspettiva :)) se vi va, ditemi cosa ne pensate! Un riscontro mi farebbe super piacere. Grazie, un abbraccio!
Siamo giunti alla fine: stavo ascoltando un po’ di musica su youtube, poi uno spot pubblicitario mi ha spento: una donna che invitava a cliccare per avere le istruzioni su come caricare un libro digitale su Amazon e campare di rendita. Ma… mica scriverlo io il libro! Macché! È più semplice e più redditizio farlo scrivere ad una I.A., caricarlo su Amazon a nome proprio e campare di rendita. Che libro? Qualsiasi: come esempio mostrava un libro sullo yoga, un libro di racconti… secondo me a questo punto meglio farsi scrivere dalla I.A. una versione più aggiornata e più eccitante della Bibbia e caricarla indicandosi come nuovo Messia.
Buona fortuna a tutti. Per quanto non possa fornirvene prove, io non sono una I.A., tutte le porchesie¹ che ho qui pubblicato le ho scritte con i miei ditini, seguendo il filo illogico dei miei sragionamenti e quella robaccia antiquata e fuori moda che sono i miei sentimenti. Non idoneo a caricarmi su nessuno store, non adatto ad essere venduto né noleggiato da chicchessia. Ciao.
¹: mi piace il termine e, qualora qualcuno nutrisse qualche dubbio, l’ho adottato da tempo per i miei scarabocchi dopo averlo visto usare più volte su altri siti dall'autore fabio b.
23/08/2024
in certi frammenti, comprendi che ti verranno incontro
e quello che non han potuto fare prima, lo faranno dopo
difendendoti a spada tratta, da chi manca di rispetto
Li vedi che indossano altri vestiti
Con indulgenza applicano leggi
Firmando su un taccuino prendono nota di tutti i mali fatti
pochi saranno risparmiati, il loro giudizio posa le fondamenta
sugli esseri intorno a te, che mentre non credono, qualcosa di sbalorditivo accade
Il timore li assalirà e nulla avranno, a cui aggrapparsi, senza scialuppe
persi nel mare più profondo, che il cosmo vede, ma non la terra
troppo lontani per avvistarla. Presenti e pazienti si mostrano
nel sorriso che avevano perduto quando la vita se li portava
nei sogni, sognavano, abbracciandoli
nei frastuoni dei giorni. Perlustrano zone e li confondono
col giorno, che profuma di pane, appena sfornato
fresco e buono guardato con gli occhi canterini
nel finire di serate, felicemente, addormentate
Quando si è in vita non sempre si riesce ad essere come si dovrebbe, con chi ci sta intorno, ma dopo si può essere migliori, proteggendo, in ogni momento
Nell'amore degli occhi, un cosmo al passaggio
di un temporale scrolla rami penzolanti
è buio pesto, che avvolge, niente rimane
solo briciole di pane, nel giardino dei sogni
di giorni nel sole che brilla brillando
solamente lui. Ombre nel buio dei cipressi
si dettano al mare ed un tempio per pregare,
risale dal profondo mentre il vento tace
triste, tuoni assordanti scuotono rami
infiniti predatori. Nel sipario una danza spenta
nei riflessi riprende le note in giorni cupi
nuvole ammantate di cielo sospeso ed infinite comete
raccolte tra cespugli dimenticati in periferie
del cuore. Cavità sentite
Proprio nel fluire delle notti, scorrono pensieri più vivi
muovere pareti sottili, avverti, un turbamento
è indispensabile chiedersi cos'è
che ti spinge a non sentire il bisogno
per mesi, anni, di cercare
Vorresti che capisse chi si respinge
accettando di buon grado questa decisione
senza insistere, se insiste, costringe a far dire cose
metà vere e metà false
rimproverandosi, d'avere insistito
La cosa che fa malissimo
è non voler capire. Dietro ad una decisione
ci sono motivi profondi, dimensioni lontane
dalle sue, capirsi non potranno, troppa diversità di vedute
per venirsi incontro. Agisce nelle pieghe del mistero
e cammina con lui, rimanendo soffocata
tra le spire buie che l'avvolgono irrigidendosi
ad un vento impetuoso, costruendo dighe
dove l'acqua non si muove
ma scopre rifugi accampati sulle cime
di montagne protettive






