L' avevano chiamata Aristea un nome inusuale, non perche' fossero cultori di mitologia, ma perché era figlia di contadini e questo nome dal sapore di melassa portava in sé sonorità agresti. Lei la figura sottile chiusa in un abito marroncino di una taglia più grande, le dita affusolate, gli occhi profondi come il mare che bagnava la sua isola avrebbe voluto sparire. Sparire nella stoffa lisa dei suoi abiti, essere solo un intervallo all'interno della sua stessa esistenza. L'intervallo in musica rappresenta la distanza tra due note. Quella stessa distanza che Aristea percepiva tra il suo corpo ( la vita terrena) e la sua anima ( connessa al suo spirito divino) . Quando la " bestia " che la voleva inchiodata alla sua magrezza, era venuta a trovarla , indossava il suo abito da sposa. L'abito da sposa confezionatole dalla madre ed assieme ad esso il fardello della vergogna per lo stupro subito. Nel ventre il figlio del disonore. La bestia a partire dal giorno delle nozze, l'aveva presa a se' . Se lei non era più padrona della sua vita , sperava che misurando il cibo, osservando ossessivamente la sua immagine allo specchio, provocandosi il vomito avrebbe finalmente preso in mano la sua vita. Aristea in realtà era ignara di vivere ai margini della sua stessa esistenza consumata dal dolore.
