quel treno, fermo su
un binario morto,
in una stazione sconosciuta.
È sera, c è nebbia,
aspetto qualcuno
che non arriva.
Quel treno così
diverso da quello
della canzone,
ma nel cielo
appare una stella
gigante, illumina
ombre ed il sogno
svanisce....
Apro le ali e plano lassù,
dirigendomi verso l'alba inquieta
scappando dalla presa della luna.
Passo tra le stelle ammalianti
che sfumano ma ancor scintillano,
perdendomi il manto blu del cielo.
Sorvolo montagne e le foschie
dove ho lasciato frammenti di me,
dove di me non c'è niente più.
Ed io invece ristagno
sul fondo adatto
le pieghe al mio corpo,
lascio il mio peso morto
sulle articolazioni stanche,
immobile il capo sulla spalla
preme il tempo che passa
senza alzare gli occhi,
e le braccia dal collo, stracci zuppi
muovono le polveri fluttuati,
le sole luccicano in mezzo al buio
ai pochi fili di luna.
sparpagliati sul guanciale
e li affido alla vita.
Attenta li esamina
costruendo un ordine,
tentando una priorità.
Predilige, fra tutte,
le pagine bianche
che dispone sempre all'inizio
di un libro avventuroso,
a guisa di frontespizio;
e come se non bastasse
vi ripone myosotis azzurri
a segnalibri e promemoria,
aspettando paziente
il sogno più bello
quello che io non sono
neanche in grado di sognare,
quello che lei è sempre pronta ad avverare.
farò il giro del mondo
la bicicletta senza freni
usata da bambino
quando l’aria era più chiara
e le strade impolverate
profumavano d’antico.
Con una stella di sceriffo
m’incamminerò deciso
verso strade sconosciute
pedalando alla rinfusa
per scacciare l’oppressore
l’inutile padrone
che affossa il nostro cuore.
Con una pistola di cartone
annullerò frontiere
sparando in aria
ma solo per intimorire
chi usa ancora le bandiere.
Con il coraggio di un coniglio
e il berretto da pompiere
brucerò dogane
lo stato
le chiese
e la costituzione
armerò un esercito
per la rivoluzione
soldatini di piombo
marceranno
verso un nuovo mondo.
Il vecchio taciturno guardò
la mano tremolante, e capì.
Riprese a scrivere a fatica,
lentamente dell’avvenente
Mata di incrollabile fede
cristiana e comprovata etica.
Di lei s’innamorò d’un amor
corrisposto un condottiero
saraceno, tal Grifone…
S’interruppe, posò la penna
e rovinò nella sedia a dondolo.
Annusò l’aria e udì così prone
per un’ultima volta quel canto.
Lo trovò un mastro d’ascia di
quei luoghi guidato dal dolce
miagolio di una gatta nera.
L’animale sedeva sui ginocchi
dell’uomo, due gocce
di rugiada pendevano dai suoi
occhi alidi e il primo mattino
lumeggiò su due lacrime
allo stagno aggrappate al petalo
d’una ninfea laconica che le
adagiò tra le purezze più intime.
In quella scrittoria di Capo Mulini
l’uomo sembra guardare trasognato
oltre la gora i mandorli in fiore.
E scrive di una bellissima ninfa del
mare e d’un pastorello perdutamente
innamorati, e della bile e dell’ardore
del ciclope invaghitosi di Galatea.
Vistosi respinto, e scoperto che lei
gli preferiva un mortale villico,
decise di togliere la vita al rivale.
La disperazione di lei impietosì gli dei
che tramutaron Aci in un fiume ciclico
che, riversandosi in mare sarebbe per
sempre restato accanto alla sua ninfa.
E quel flauto tornò a suonare armonico.
Ci mise del tempo a tollerare
quel termine “lapillare”.
Poi accettò il compromesso
con la sua penna il vecchio
taciturno, e tornò a scrivere.
L’amore può voler
dire aspettare.
La giovanissima Fillide prese
a scendere in spiaggia ogni
giorno sperando di vedere
all’orizzonte le navi che le
avrebbero riportato l’amato,
richiamato alle armi dal dovere
della guerra, accorata al pensiero
di mai più rivederlo.
Ormai certa che il suo Acamante
non sarebbe mai più tornato,
si lasciò morire di struggimento.
Sul finir dell’inverno, nonostante
avessero contribuito a tenerlo
lontano numerose avarie, fece
ritorno l’impavido guerriero.
La divinità protettrice degli amori
fedeli aveva mutato la giovane
in un mandorlo spoglio dai rami
vizzi, ma riconoscendola strinse
il tronco l’uomo dal rosso cimiero.
Pianse disperato e l’albero, come
percependo il tocco dell’amato,
si ricoprì di impalpabili stami.
Un pezzo di legno tornò
in superficie vivido, mentre
il giovine non fece più ritorno.
Figlio di un pescatore, addietro
dalle sue numerose immersioni
tutti lo volevano dattorno
per sentir delle meraviglie viste.
Cola ardeva d’amor per Etna
e quando, scendendo ancor più
in profondità vide che la Sicilia
posava su tre colonne delle quali
una sdrucciolava nell’infinito blu,
piena di vistose crepe e segnata
dal tempo, per evitare che l’isola
sprofondasse decise di restare
sott’acqua sorreggendola.
Con la luna piena e il solstizio
d’estate lascia di puntellare
il piedritto per un istante una volta
ogni cento anni per riemergere
e riveder l’amata Etna lapillare.
Quello che leggerete
sono le ultime quattro dedicatorie
di un vecchio taciturno che attese
la sua naiade tra elegie e ninfee
nella scrittoria lungo una gora.
Al mattino salutava i nannuferi
in fiore, e si accompagnava dove
Etna divenne il frutto divino della
fusione tra cielo e terra, figura
che cima verso la volta, e la sfiora.
Sedeva sulle grosse radici,
e i piedi era come se penetrassero
nelle profondità della terra.
Quel giorno osservò un legno
che galleggiava arso e fuligginoso.
Quando Pan suonò il flauto divino,
echeggiando l’armonia del silenzio,
i fiori di loto mossero
passi di danza
cantando in modo melodioso.
sotto alle scarpe sassi di pensieri
da calpestare, e tra i capelli ricordi,
di baci da dimenticare.
Il tuo cammino costante è arrivato
qui da me, e mi ha portato
fiori e ghirlande da odorare.
Io, ti ho donato sorrisi e luce,
Ma tra le mani, avevo
conchiglie e cavallucci di mare,
da proteggere ed ascoltare.
Sono la sirena che deve ritornare
ora vuoi strappare dal tuo petto il cuore,
che non sa parlare,
per avere ancora e ancora luce.
Nella notte senza rumore,
puoi davvero parlare.
sospinta dal vento
Vorrei adagiarmi su quelle onde
ma il vento mi porta da tutt'altra parte.
Le parlo abbastanza spesso
sapete?
Intendo alla felicità.
Ovverosia è quasi sempre
lei a venire
da me, in verità.
Con la bacchetta di sambuco
saremmo potuti essere
invincibili,
ma noi tre insieme
lo siamo già
amici miei, e inscindibili.
Ciao Ginny, no
non smettere di stringermi
e forse non se ne andrà.
Su quel che ancora
resta di questo ponte,
ho la felicità.






