Una mente malata
m'infastidisce
più la guardo
mi accorgo
che devo lasciarla
al suo destino
senza dire nulla
accogliendola così
nei suoi ragionamenti
sognatori
Avrei voluto che non fosse
sbagliata e capisse
quanto si soffre, nel vederla
assente, e guardando unicamente
lei, soltanto lei
era buio, ma mi hai accecato come il sole,
ho la testa vuota e non per colpa mia,
mi sei apparso all'improvviso e mi hai portato via,
su per l'aria mi fai volar tenendomi la mano,
planiamo per l'universo passando Venere e Urano,
non posso neppur pensar che sulla terra dovremo far ritorno,
amami più che puoi, prima che faccia giorno,
con te, sotto la luce dell'aurora, mi vorrei svegliare,
ma è un sogno impossibile da realizzare.
Donna selvaggia che corri con i lupi,
che sanguini senza morire,
perché quel sangue è potenza di vita
che solo in te si crea,
che ti prendi cura degli uomini,
eterni bambini,
dalla culla sino al letto di morte,
non cessare di essere tale,
non perdere la tua invincibile femminilità,
perché è in te la salvezza di tutti noi.
L’ignoranza sta tra una pagina
e l’altra,
nel vuoto di un paio di secondi,
quando pensi
ed elabori
e poi sbagli.
Fino a che la lettura continua,
e allora dici:
“ecco lo sapevo!
proprio quello che stavo provando!”
Anche se tu,
tristemente, non hai saputo dirlo.
giace come foglia sul terreno
chiuso in quella gabbia
preso a schiaffi dal destino
e dai sorrisi del tempo
dietro sbarre di aria
pesanti come acciaio
lo sguardo sfiora il cielo
le spalle lontane dal passato
manca la voce per gridare
serve un sogno per vivere
basta un sole per rinascere
...oltre quella gabbia
di foglie ingiallite
prima avvisaglia
di un autunno precoce
che il vento fa roteare
in una danza dolente
Foglie ingiallite
come i pensieri
che la mia mente
invadono si sovrappongono,
video gioco di guerra
dove a morire
sono sempre io
Morte virtuale,
nulla ha di simile
alla pace del decesso corporale
dove l'anima
vola leggera verso
una luce
che dona bellezza, pace
eternità dove non vivono
albe, tramonti,
l'estate è perenne
come l'amore mio per te
All’ombra di quanto è rimasto intatto
una coscienza si racconta a sprazzi,
timidamente,
anelando alla fine della faida,
contemplando con un misto di odio e pena
le linee di confine che l’abbracciano.
Rinnegando e rigettando
ideologie e utopie,
per affrontare
malanni e cure,
frenetiche vendemmie,
potature,
innesti,
primeggiando
la lunga via per somigliare a un melo.
Lo so bene,
sono schiavo di me stesso,
ma non ho più paura
non ambisco più a un innesto.
Anche le mele
prima di essere mele
sono state fiore.
Io sono un fiore !!
anche se selvatico.
Io sono un minuto di gioia intensa,
la testimonianza vivente
dell’umana passionalità.
Non arriverò alla fine del ciclo,
non mi sacrificherò per trasformarmi in qualche frutto,
ma mi coglieranno associandomi a viso di donna.
Lascio la duplicità agli altri
la falsità al mondo,
e mi ubriaco di dialettica e nettari.
Perché una mattina,
improvvisamente,
sorprenderò il mondo attorno a me
e sarà una tempesta di colori e di odori,
una primavera impazzita
che renderà immortale,
anche solo per un giorno,
il romanticismo di un fiore
strappato all’asfalto,
sbocciato sul limitare del giorno
e appassito nella metropoli,
nella co2 newyorkese.
Sono selvatico,
perché nessuno mi potrà mangiare.
Sono inutile,
perché la poesia è morta.
Mi hanno cacciato
abbandonato e deriso,
ed io mi sono nascosto,
rifugiato
trapiantato.
Fiore pitosforo nato spontaneo
e cresciuto
nella terra dell’ignoranza,
orgoglioso e incurante,
all’ombra della grande mela
naturalmente.
hai risposto
alla chiamata del Signore
hai deciso
la strada in salita
non è facile
in questo tempo
ma tu sarai
un buon pastore
perchè hai
deciso
dettato dal cuore
di seguire
le orme del Signore
Amo lei
solo lei
il mio cuore è per lei
e vivo ogni giorno
con un unica speranza.
Guardo lei
nei miei occhi
c'è solo lei
anche quando litighiamo
m'innamoro sempre più.
amo lei
anche se dice
che non scrivo per lei
che m'importa
tanto so che non è la verità.
Ogni istante
il mio respiro
prende fiato
solo se c'è lei
questo amore così morbido
me lo porto dentro il cuore
ed è questo importante....
Solo lei
soltanto lei
il resto lo lascio indietro
non serve
non respiro
senza di lei....
Dieci volte, quel giorno, ti ho incontrata,
tra sprazzi di colori celata,
sui fogli, come la Maja desnuda, adagiata.
Hai teso le braccia e ho sentito la tua chiamata.
Aprendo il fascicolo, l’arcigno dottore mi chiese:
cosa vede in questa immagine?
Ma è Valeria, la conosceva anche lei?
Ricorda com’erano odorosi e scompigliati questi suoi cappelli dorati?
E, mi dica ora, qui cosa vede?
Disse il dottore, voltando pagina.
E’ evidente, è l’azzurro profondo dei suoi occhi,
che spicca inconfondibile tra colorate macchie!
Bene, continuiamo, disse. E al mio sguardo
propose una nuova figura.
Oh! Sì! quante volte ho baciato la sua bocca sensuale,
che qui ancora m’invita, così morbida e rosata!
La bocca? Davvero? Disse il dottore
guardandomi con attenzione. E questo?
Ma, dottore, anche i seni di lei mi mostra?
Queste due corolle di fuoco spesso sono state il mio guanciale!
Si, certo, disse il dottore,
con una nuova ruga in mezzo agli occhi. E qui?
Dio! Le sue mani, dalle lunghe dita attente,
così fresche sui miei fianchi! Lei non può immaginare, dottore!
Immagino, immagino, rispose. Ma andiamo avanti.
E in questa tavola più scura?
Il più bello dei suoi giardini, così profumato,
in esso mi sono perso e ritrovato spesso.
Ma è sicuro? Un giardino così scuro?
Guardi ancora e mi dica..
Forse anche un bosco, una grotta accogliente,
un asilo, un ristoro, una casa, tutto questo insieme.
Capisco. Forse può bastare così. Ma guardiamo ancora un’immagine.
Cosa vede in questo foglio tutto bianco?
Ma non è ovvio? E’ la sua anima, così pura, tutta luce e trasparenza,
è Valeria nella sua essenza. Ma Lei non la conosceva?
Sono anni che, rinchiuso in questo cupo palazzo,
continuo a vederti, occhieggi da ogni macchia sulle pareti.
Ogni tanto passa il dottore e con uno stanco sorriso mi chiede:
come sta la sua Valeria? Anche oggi l’ha incontrata?
che il mondo è rinchiuso e ristretto
in pochi centimetri ardenti
che van dal ginocchio rotondo
all’orlo che inizia la gonna.
Le cattedre a scuola scoperte
donavano sogni agli alunni
che vaghi sbirciavano sotto
le gambe di “Quella” di storia;
ovunque ti trovi, nei tram,
in teatro a passeggio
financo all’interno di chiese
lo sguardo è strappato e rapito
da gonne che scoprono appena
le gioie che poco intravedi;
fai finta di volgere gli occhi
altrove per falso pudore
ma poi quella rosea visione
per forza ti ammalia la mente.
Non è nelle spiagge, ove vedi
esposte le grazie al completo
che l’occhio si ferma a guardare,
ma è proprio in quei pochi centimetri
alzati con fare distratto
che imbambola la fantasia:
sorgente di sogni e di bene
di un vortice come un ciclone
che l’occhio magnetico attira
travolto da umana passione.
scherzosa...ma non troppo.....








