Cammino sul filo
equilibrista inesperta
l'ebrezza del pericolo
voglio vivere
e lasciarmi cadere
scoprire così se
facoltà avrei di volare,
la risposta conosco
ne angelo
ne Icaro sono,
ne aquila imponente
regina dei cieli
Il mio corpo
involucro vuoto
inerte sul prato verde,
cosparso di fiori
di cui i colori più non vedrei
ne il profumo dell'erba
potrei più sentire
Ma l'anima mia
in volo verso il cielo
leggiadra tra le nuvole
dalla luce della pace
avvolta sarebbe,
svanirebbero
la stanchezza, la sofferenza
in un mare di inebriante
serenità
nuoterei in eterno
A tutti coloro che amo
direi di non piangere
che troppe lacrime
già ho versato
tanto da creare un fiume
sul mio cammino ...
mai soli sarebbero
perchè se pur si muore
mai ci si perde veramente
nel cuore nella mente
nell'aria circostante
vivo il ricordo
sempre permane …..
Ancestrale
il dubbio annebbia il trasversale
a sorseggiar spavaldo
diverticolo di quell'indecente miro
l'ancorché banale effimero
tutor di quel labiale ricco di effusioni
nel redarguir tombale il verso
e tutto ciò che fa diverso
l'altalena di nozioni un terzo
sensi e sensazioni il fulcro
endecasillabi seriosi di concetto
o nebulosi, quell'alternar parvenza
scoglia al frangere latenza e bruma
a scandagliar essenze
tra dossi e colli le cadenze
il senno e la ragione un cappio
a sviscerare retoriche pungenti
di chi paventa tentennar la logica
lo sgarbo,
giammai sarà riserbo
fonte ad arricchire il garbo
quel sussurrar tediose selle
l'accomodar che porge quel brillar di stelle
accoppia le parole a divenir gemelle
eppur sovente stride quel vibrar di pelle
e stona alquanto profferir bretelle
a sostener tensione quando piove a catinelle
sul bagnato accoglie l'umido ribelle
pozze di colmanti effluvi di brani e di storielle
al fine giunte a foce
di chi tentenna e non ha voce
sudar m'è pianto dell'umido
ch'è spento l'offuscar ch'è vanto
urta cozza senza un lamento
muore alfin a capoverso e spira.
fumo di sigaro
punge la gola.
Malinconici pensieri di freddi addii
separazioni improvvise
porta spalancata
su un abisso fatto di solitudini
disillusioni animate
illusioni assassinate.
Perdersi nei sogni sporchi
di un incubo alcolico
incurante camminando
su strade deserte
illuminate dal proprio riflesso di
solitudine.
Guardar le tante lettere
uccelli di carta
appollaiati su un tavolo
inutili voli mai spiccati
verso un insperato ritorno.
Febbre convulsa
di antiche nostalgie
scuote l’anima oppressa
di un orgoglio ferito
da un tragico addio.
Solitudine dimenticata giace all’ombra
di un buio tavolo
memore di tristi lacrime.
E' a tergo
il giubilar che effonde
del tutto
giunge affronto e perdo
gli strali ombrosi
oasi di tempo
allineate a cadenzar gli esplosi
Sufflar
tediose nenie
gioghi esistenziali al laccio
e lieto dispensare glorie
l'albergar di culla
intorno a questo nulla
di questa bara io mi giaccio
e tosto
scrivo mie memorie
Giunge al colmo
la sutura
dei vanti
l'estremo e la natura
ad inanellar di inutili l'evento
la gioia di un momento
la somma delle cose
mi giunge deleteria.
Sensazioni come elastici
si tendono
in una flaccida continuità
e in un mero riflesso dell’esistenza.
Ho la bocca chiusa
come se le labbra
si dovessero incollare
e una tristezza diffusa mi accompagna.
Tra nuvole desolate,
leggere e monotone,
vago e sfoglio la mia coscienza
come un libro di pietra.
Le cose morbide
su cui mi adagio
hanno spigoli
per la mia razionalità.
Aspetti fluttuanti,
macchie di movimenti,
voci d’incertezza,
cose che passano
e non accadono.
Grandi fruscii di alberi
intorno a me.
Da isole lontane
osservo la pianura
della mia meditazione.
Finzione e turbamento,
disordine e fredda pietra tombale.
L’anima ricorda e piange.
Parla cuore
vai a briglia sciolta
come un cavallo
nella prateria corre,
la criniera al vento
Racconta l'amarezza
che ti veste
urla contro i demoni
che non invitati
tornati son a farti visita
intrufolandosi nella mente
come tarli in vecchio armadio
La melma in cui cammini
a fatica
emana fetido olezzo,
anestetico virtuale
rallenta le membra
la volontà di vivere
Cerchi rifugio in un sonno
muto sterile da sogni
stato di catalessi
per non pensare
per non piangere
seppur piangere
più non puoi
gli occhi sono deserto
arido
Non arrenderti cuore
non morire di nuovo
questa volta
potresti non rinascere più
La mia vita inquieta
piange in ogni goccia di pioggia
e la malinconia spegne i desideri
negli acquazzoni notturni.
Come la mia tristezza
il temporale rovescia inutilmente
i suoi strali sulla terra
e le grondaie vomitano
torrenti d’acqua
nella mia anima umida,
sul mio corpo affranto.
La pioggia batte
contro la vetrata
e scende sulla mia coscienza
con un rumore molesto
come d’acqua su stalagmiti.
Un freddo smanioso
cinge con gelide mani
il mio povero cuore.
Ore grigie s’allungano,
si fanno pianura nel tempo
e trascinano oscurati momenti.
del giardino
ad occhi chiusi
i passi si dissolvono.
Sulle gelide gotte dalle lacrime invase
sbatte la neve
e i pensieri
congelati nel tempo che fu
al risveglio costringe.
Breve
ancor peggio del passato
la realtà sfiora lo sguardo
e il sostegno
nelle solitarie contrade
dallo schiamazzo del gioco
di alcuni bimbi improvvisamente ritrovi.
s’increspano le acque del lago,
sulle mie riflessioni
si ritira il sole.
E i miei sogni
si spengono
come la luce
oltre la collina.
Serro gli occhi
e la sera
lascia il posto
alla notte.
Nel buio
emergono alghe
e anatre selvatiche
tra scialbi luccichii.
la levigatezza di un foglio di carta,
provò a distinguere
le nervature di una foglia d’albero,
provò ad abbracciare
il calore della cenere del camino,
provò ad accarezzare
la morbidezza della pelle del viso,
provò a gustare
la sofficità di una mollica di pane,
provò a calpestare
la ruvidezza di una pietra di strada,
provò a saggiare
la fluidità dell’acqua di ruscello.
Provò a leggere il buio,
una notte.
Alzò le mani
e andò tastando
lo spessore scuro
intorno al letto.
E la notte,
impigliata
tra le sue dita,
s’addormentò
silenziosamente
fino all’alba.






