Ho parlato alla Luna
che ci ha guardato
da lassù sorridendo.
Ho parlato alle Stelle
che hanno donato magia
a quella indimenticabile sera.
È l'alba
dì un nuovo giorno:
gli uccelli volano liberi
verso il Sole
e cantando,
mi danno il buongiorno.
E io sono lì,
aleggiando al di là
delle Nuvole,
con il mio
unico grande Sogno.
i miei abiti riempiono nuove stanze,
la mia auto custodita tutto l'anno nel garage del cortile,
dovrà accontentarsi dell'ombra del palazzo vescovile.
Sveglia presto la mattina,
la campane fanno il maschio della gallina,
tutti a bordo senza catene,
al mare mi aspettano le tre sirene.
Lungo la strada l'asfalto già infuocato,
un fiume accompagna la strada mezzo svuotato,
eccomi arrivato a destinazione,
per il parcheggio trovo subito una soluzione.
Sabbia fine accarezza i miei piedi
stessa spiaggia dove i primi passi io diedi,
il sole sul mare fa scintille,
lo avvertono subito le mie pupille.
Indosso meglio il mio cappello,
ora non esce fuori neanche un capello,
una sirena al bar mi fa sentire padrone,
mentre sulla piantina cerca il mio ombrellone.
Odo: 'Si è liberato un posto in prima fila, numero nove',
ora il mare è tutto mio e io mi sento Giove!
Già intravedo la battigia,
a lei mi sento spinto da una forte cupidigia.
E' come l'attrazione di un innamorato,
che la sua metà ha finalmente ritrovato,
Tutto mi sembra così eccitante,
non faccio in tempo a mettere l'abbronzante.
Corro verso la riva come un forsennato,
tanto che la mia ombra sembro aver seminato.
Ecco! il mio piede si è appena bagnato,
subito realizzo che un altro anno è già passato.
una donna con un foglio è protesa,
qualcuno racconta la sua storia,
dei suoi parenti sarà memoria.
C'è una donna che si trucca,
un'altra si aggiusta la parrucca,
gli infermieri a passo svelto,
il loro paziente han già scelto.
Sguardi fissi sul pavimento,
intanto il tempo passa lento,
qualcuno arriva da lontano,
Livorno, Ancora, non solo Milano.
Valigie riempite con compostezza,
trascinate con passo pieno di tristezza,
qualche signora bruna,
afferma che è solo fortuna.
Un'altra dalla capigliatura rossa,
attonita non si è ancora mossa,
la legge della vita qui scorre impietosa,
speriamo lasci ancora opportunità di cosa gioiosa.
D'incanto si ferma il tempo,
muoio di timido imbarazzo,
guance arrossate.
L’istinto di delicatezza
pervade i nostri esseri,
carichi di brividi,
contrasto di palpitio di cuori.
Mani si sfiorano nello scrivere
su quel libro ricco,
di firme regalate
da gente di passaggio.
Incontro fugace
intenso marchio a fuoco,
forza che vuole sfogare
in urlo di gioia da non placare.
Svanisce il pensiero
di pesante fardello,
alleggerito da un attimo di vita.
Ricordo… mio padre,
quando io ancora piccolo,
sedevo sulle sue gambe…
e il volante della sua bella auto mi concedeva.
Percorrevo le vecchie strade… felice ed attento
con la sua mano sicura pronto a correggermi.
Ricordo ancora la sua voce pacata per non distrarmi
”vai…vai così… bravo…
guarda lo specchietto e vedi chi c’è”.
Io , vedevo solo la strada che correva dietro
e non capivo.
Ancora oggi... guardo quello specchietto,
ma vedo solo un strada in fuga
che porta via i sogni che un tempo mi resero felice.
non sono giostre ma l'animo comunque scuote,
profumo in aria di candeggina,
gente spinta in carrozzina.
Sono un numero su una sedia,
insieme a gente alta , bassa e media,
via vai continuo di camici bianchi,
tutti mai domi ma dagli occhi stanchi.
Alcuni camici sono ben stirati,
altri molto stropicciati,
ma è dalla scarpa lucente,
che riconosci il dirigente.
Un suono con un numero richiama l'attenzione,
tutti gli occhi della sala al tabellone,
ecco il mio numero , il ventisette,
vado in ambulatorio con le mie cartellette.
L'ago è già affilato e pronto,
del mio stato d'animo non tiene conto,
ecco riempite un paio di fiale,
su di esse il mio codice fiscale.
Esco con un cerotto a ridosso dell'avambraccio,
che dolore, come faccio!
Aspetteremo fiduciosi i risultati,
sperando che i valori non siano sfasati.
Ti voglio chiedere scusa
per non aver capito
quanto mi volevi bene,
convincendomi che non sei solo
una stella, ma la notte sul
cui mantello le stelle le tiene
insieme.
Voglio chiederti scusa
per essermi sentito come
lo scolaro dell’ultima fila.
E tu la compagna
del primo banco dall’anima
comunque complicata
che non chiede e si defila.
Forse mi inviterai solo a restare,
perché sei la mano che asciuga
questi occhi turgidi di pianto.
Sarò allo scrittoio, consapevole
del dono che ogni giorno
avevo nel ritrovarti accanto.
è come se sentissi un soffio di vento,
ad esso sono attratte le mie dita,
come fa il ferro con la calamita.
Mi avvicino con compostezza,
spinto da una certa naturalezza,
lo apro e intravedo la tastiera,
accecato dai tasti servirebbe una visiera.
Il profumo di ebano arriva al mio olfatto,
e dall'odore vengo preso di soppiatto.
Ci son più tasti di un'astronave,
ora non mi sposterei neanche se cadesse una trave.
Pollice , medio e mignolo suonano i primi accordi,
e con essi affiorano mille ricordi,
Ora alla vista e all'olfatto si aggiunge l'udito,
il quale anch'esso appare stordito.
Sembro seduto su uno sgabello,
ma viaggio nel cielo come un uccello,
le dita scorrono ormai veloci,
le corde vibrano in armonia come buoni soci.
Ormai anche il tatto appare sopraffatto,
sul piano mi muovo come un gatto,
tra tasti bianchi e tasti neri,
nella testa ormai non ho più pensieri.
Solo il gusto non sono riuscito ancora a soddisfare,
ma di certo questo pianoforte non lo potrò mica mangiare!
circondato da un paio di sponde,
una culla sembrava avessero formato,
non mi illusi che bambino sarei tornato.
Su di me un orologio dalla duplice lancetta,
un paio d'ore erano passate in fretta,
bip uditi a ripetizione,
medici che corrono con apprensione.
Ogni tanto sento qualcosa gonfiare,
è un congegno che la mia pressione vuol misurare,
d'improvviso una scia di vento,
è qualcuno che passa molto veloce e poco contento.
Sono immobile, fisso, inerte,
solo le palpebre prima chiuse e poi aperte,
intanto arriva una signorina che dal sudore gronda,
abbassa la sponda e toglie qualche sonda.
Le sussurrai: " Vero che non morirò?"
Rispose: " Non fino a quando di turno io sarò".
Pensai che fosse più portata a far punture,
molto male le riuscivano le freddure.
Ma lei si allontanò veloce,
richiamata da una dolente voce,
intanto arrivò un uomo che con mestiere,
mi prese e mi portò via come fa un corriere.
Corridoi lunghi e curvi dagli angoli smussati,
segno che altri letti li avevano urtati,
ad un tratto anche il mio letto sentii strisciare,
contestualmente timide scuse udii sussurrare.
Quella scossa in quel preciso momento,
certo non mi fece molto contento.
Ma penso che seppur avesse recepito il mio lamento,
non avrebbe cambiato il suo incerto andamento.
Lungo il tragitto gente dallo sguardo prono,
mi guarda come se fossi il Santo Patrono,
finalmente intravedo la mia sospirata stanza,
e il corriere mi lascia lì portando via con se la sua tracotanza.
Stanca si faceva la luce e
tagliente l'ansia dell’attesa.
Rosseggiava il tramonto
sul dolore della carne, poi
fu l’urlo della vita, il vagito,
improvviso e prepotente...
E fu notte e tu le sorridesti.
Tu, preziosa perla, dono unico
come il ventre che t’accolse.
Luna mi serve Grant
in tacchi a spillo e calze nere,
non l’ho chiamata stanotte
per eccitare questo cielo
che soffre d’eutanasia,
un servizio in camera pagato
dalla fantasia che non dorme,
lungo le scale che sorridono
e gonfiano i battiti del cuore.
Luna serve per dormire,
in piedi per sveltire il dubbio
che accenda il silenzio pensatore
o racimoli verdi chicchi d’uva
tra le pieghe di malrossore.
Respira l’innocenza del mattino,
non l’ho chiamata ignaro
per forbire le mie labbra
del gusto di un selvatico fiore.
Sarei in procinto di partire.
Appare silenzioso
il raggio di luna
disteso sul mare…
Le onde addormentate
cullano dolcemente
i miei pensieri erranti.
Laggiù lontano nel tempo
torna prepotente
la tua immagine…
mi prende per mano
giocando allegramente
con le ombre
di una voce
assente
ma ancora
amica…
Forse le lacrime di ieri
si trasformeranno
in leggere carezze
trasportate in alto
dal vento.
già dal letto mi son divelto,
"Buongiorno, Lei è Tizio, Caio , Sempronio",
ebbene si siamo proprio in un nosocomio.
" Si spogli pure senza fretta",
mentre guarda sull'orologio l'inceder della lancetta.
" Segua me in questo percorso",
penso che sia meglio ricevere un morso.
Mi preleva un'infermiera tutta sola,
mentre sento il cuore in gola.
Labirinti intrecciati controvento,
ed io già ho perso l'orientamento.
Porte a destra e a manca,
la mia anima avanza stanca.
Ecco giunti ad una porta color canarino,
per aprirla serve passare un cartellino.
Si apre d'improvviso un girone dantesco,
chissà se da qui vivo ne esco.
In questo nuovo ed ovattato ambiente,
per lo più supina si presenta la gente.
Mi sa che quindi ci si deve adeguare,
ed infatti le ciabatte mi invitano a levare.
"Si sdrai su questo lettino"
mi faccio ancor più piccolino.
Comincia un altro cammino,
questa volta da supino.
Le plafoniere su di me scorron veloci,
intanto degli anestesisti sento già le voci.
Odo: " Ora le farò un'iniezione intravena",
ed io: " Non parli così con me , non ne vale la pena".
Nel frattempo la stanza cambia colore,
e di coperte calde sento l'odore.
Un altro piccolo tratto e sono a destinazione,
mi aspetta il chirurgo e la sua professione.
Poi il narrar diventa un'evitabile tortura,
tutto terminerà con dei punti di sutura.
Perle di sale son le collane,
tintinnii, appesi
alle notti di lampare.
Non rughe, i solchi sulla pelle
ma sentieri scavati
dall’acqua di mare.
Salmastro che scorre
sul freddo che ognuno
porta dentro.
… Siamo gente di mare…
Ascoltiamo urla di tempeste
ne accogliamo la furia
purificatrice dell’anima.
Torniamo caldi amanti
del nostro gigante e
naufraghi stesi sulla rena
asciughiamo sogni bagnati
stretti nei gusci di conchiglie.
E quando tutto tace
respiriamo e vegliamo
il silenzio accattivante
del suo riposo…







