Gioco coi colori
di orchidee e rose
le scuoto... le lego.
Le mani si appassionano
tra corde e polvere.
Piccole gioie malinconiche
fanno sorridere
alcune parti dell'anima.
E si ritorna infantile,
in un giardino gentile dove
basta il bacino di una mamma
a far guarire
la puntura di una spina.
una stanza tale fatta di ore
di gente rude e introversa, studiando
del profilo il vizio fragile e poi
dagli zigomi riderne
cercando lo spregio per gli anni
per una ruga che non riesce
a stirarsi in felicità.
nessuno che asciughi la brina
dei nostri occhi affondati
anche se un giovane oggi
forse un creativo
portava un pistillo di sole
mi sfregava sul fianco
odore di pioppi e wisteria.
Mi narrarono di un sovrano giusto
che visse credendo nella pace tra i popoli
e nell’uguaglianza tra le genti.
E ancora di un cavaliere che imparò
a credere in tutto questo, che andò contro
il suo re per gli occhi di una donna…
finchè i suoi non gli furono spenti.
Le leggende non raccontano però
di un uomo che affrontava le insidie
fino a che di detrattori non ne restava
da combattere neppure uno,
e che quella notte nel fruscio brandiva
la penna sguainata e credeva di sentirsi
perduto… non aveva di fronte nessuno.
Per quanto tu possa essere razionale, ci sarà
sempre una favola alla quale finirai per credere
… io lo so come si raccontano, in ginocchio
e guardandoti a uno a uno i pensieri nelle pause.
Significa: ci credo, come te… da bambino, sai
credevo non tanto alle favole, ma a chi me le leggeva.
Tuttora è così… ti dono il suono del batacchio
delle campane al tramonto che amerai guardare.
Trattalo bene, mi appartiene.
E se mi regalerai un’altra notte, ricorda solo che
ti ho raccontato una fiaba bellissima mentre dormivi.
Non c’erano cavalieri e re.
C’eri tu con i tuoi pensieri.
C’eri tu che senza pause mi ascoltavi.
Andrò ancora sul sentiero di sempre,
a destra il mare pronto ad ascoltarmi,
a manca il resto, la vita mia compresa.
Del sale odorerò il profumo antico
e, gli occhi chini, chiederò perdono
se mai non riuscissi a confessarmi.
Là, dove nasce l’ennesima mia alba.
In memoria di Sorek
che la guerra pose triste
- al cui popolo rei guaiste -
sia il canto come stèl.
Lodi la poesia
il suo amor di sapere,
capace di prevedere
pace su quella babèl!
Un uom straordinario...
...altro semplice eroe
...raro profum di benzòe
di questo mondo crudel.
La sapienza che serve
è primariamente mite
parla con voci romite:
“...altro vanto d’Israel.”
E dopo
Ho sfoderato così velocemente
il telecomando da sotto il cuscino
del divano che quella canaglia
pensavo si stesse ancora riorganizzando.
Invece non c’è più il tuo lumicino
sotto i riflettori, ma niente ti può
privare della mente nemmeno
quando chiudi gli occhi…
credo che guarderò il televisore spento
mentre intanto penso all’alieno
maledetto che avevi dentro
con grande diffidenza e con paura.
Mi piace temperare le matite quasi sempre
al buio, ma è in quello degli altri che si ode
il rumore che fanno i trucioli di segatura.
E guardando quei tasti del telecomando
mai usati con altrettanta paura e diffidenza
penserò, forse, la cura per il cancro è latente
chissà in qualcuno che non può permettersi
di studiare… dentro alla testa, in una stanza.
-Rivendico il diritto di parlare apertamente della nostra malattia, che non è esibizionismo né un
credersi invincibili, anzi: è un diritto a sentirsi umani. Anche fragili, ma forti nel reagire.
(Nadia Toffa)
s'è mmiso ncapa 'e fa' sfoggio 'e bbellezze.
Una, ddoje, tre, ciento...mamma quanta stelle!
Una cchiù bbrillante 'e n'ata: che ricchezza!
Si mme riesce m'aggi' 'a levà 'o sfizio
'e cuntarle tutte quante...una a una.
Mò ce provo, aggi' 'a vedè si mme riesce...
ma nun pozzo, me ncanto a gguardà 'a luna.
Stesa ncopp'â rena...nfaccia 'o cielo,
so' affascinata e rrapita a 'stu chiarore.
Troppa bbella 'sta serata 'e luna chiena,
sento ll'addore 'e mare e me nnammoro.
A ll'intrasatto na stella mamma parturisce:
'o cielo se fa chino chino 'e ponte 'e diamante.
Cierti sstelle rimanene appuntate ncielo,
ate se tuffene 'int'ô mare luccicante.
Ammaliata resto ccà a fissà 'o cielo stellato:
si una more...ne nascene subbete mill'ate.
Ncapa nu desiderio: chissà si vengo accuntentata!
Vulesse, ah comme vulesse...ca foss'eterna 'sta nuttata!
Quante orme!
Poi, m’inginocchiai
sull'ultimo centimetro d’asciutto
per catturare la curva dell’onda.
Quanti sogni!
Invece, scarabocchiai
il primo tratto di futuro
immaginando l’uomo che non ero.
Quanta vita!
Così, m’addormentai
al suono falso di sirena stramba
per scopiazzare Ulisse ed altri eroi.
Quanta gloria!
In verità, sognai le stelle,
le stesse sopra la mia testa,
e contemplai la notte danzatrice.
Quanti passi!
Ballava sulla pista dei miei anni,
apriva i suoi chiarori allo scirocco
ma non a me che li aspettavo.
di una giornata uguale
sotto un cielo
dalle nuvole violato
ascoltando una musica
di foglie al vento
e l'incessante accento
delle onde sulla riva
sono un sasso levigato dal tempo
radice strappata alla terra
seduto su una vita di fantasmi
e aspetterò il tramonto
assediato dai ricordi
intrecciando
origami di pensieri
... e in questa imminente notte
muta di parole
sarò l'ospite gradito
del mio silenzio...
guanti bucati e cuore a pezzi.
Sono un vecchio clown dal naso rosso
ed un cappello buffo per far sorridere.
Casco a terra tra capriole goffe,
mi rialzo dinanzi all'allegria ingenua
di bambini che mi guardano ammirati.
Sono un clown dal sorriso stampato
sul volto dal trucco e cerone.
Un pagliaccio dalla lacrima muta,
che scende da dietro, nessuno la vede,
ma la sento io, su questo cuore in pena...
quando tra tanti volti e mille sorrisi
non c'è il mio preferito.
Ma non vi preoccupate, sorridete gente,
è il mio lavoro, povero di ricchezze
ma dietro quel sipario è ricco di vuoti
che nessuno potrà mai riempire.







