per il mio domani
le finestre spalancate
al cuore
sto ballando stretto
con il mio futuro
tutto quel che vuol suonare
suoni
sto cambiando senti
le mie parole
nuove lettere
suonate al sole
tu mi hai detto bene
stammi ancora accanto
che ci salutiamo addio
strade diverse da adesso e poi
se mi vuoi chiama ancora
c'è da innamorarsi e da salutarci
comunque sia
fai col cuore e vai...
disegna dolci passi d’anima, schegge di solitudine
custodite contemplazioni d’infantile anelito
su delicati stupori partoriti lungo navate di cielo
con i colori dell’arcobaleno senza sibilo o tormento
come a voler condonare privo d’attese la pretesa.
All’angolo il buio dell’angelo spicca l’acerbo volo
tanto folle desiderio da allagare l’inquietudine
l’istante del viaggio allo sconfinato apice focale
nella visione d’un sole gemmato di vocazione
riverso in tracce sulla trama lasciata in balia
della consapevolezza finale al divenire
esser tempo concesso al vivere
al vivere il tempo d’amare.
irrompe nello spettacolo
in scena nella vita.
Un riflesso di solitario lampione
mi indica il viale
dell'atteso insuccesso.
Mentre solco il palco
delle luci e delle ombre
assecondo il flusso della vita,
con moto cadenzato
al ritmo dei pianeti
e delle tue mani giganti
da regista.
disfa il giorno
e da rifugio
a tutto il creato
e i miei occhi
s'accendono
di luna e di stelle
seduta nel silenzio
scruto l'orizzonte
farsi cielo e mare
un fruscio mi desta e
mi allontana,
in quel battito di ali
un'ombra fugge
la notte.
E scappo via....
Si parlava e d'improvviso si vedeva
tutto come da uno schermo
Ci si fermava e si poteva ma io dissi
"No, io non mi fermo"
Si cedeva o quantomeno si pensava
che fosse più facile
Per un futuro che non c'era o che comunque spaventava
era tutto inutile
Si guardavano quei film d'autore
dove sembrava tutto lo squallore
dov'era una speranza il lasciarsi andare
dov'era fraintesa una rivoluzione
Si vedeva che l'ipocondria era un copione
od una specie estinta di giustificazione
Si vedeva che era potente quanto la fame
il bisogno di ritrovarci in un'altra canzone
dei nostri sogni
nelle nostre carezze
sipario delle nostre debolezze
Impossibile accettare
la nostra dipartita
mentre il sole sorge di nascosto
ed una luna timida si fa notare
Lui non la guarda
l'eclissi può aspettare
eterno gioco di sgaurdi tra astri
Dopo noi non c'è infinito
la morte orgolgliosa
affila i suoi artigli
straccia la carne
di ciò che è stato
e nel grigiore barcolliamo
noi che dell'eterno
non siam figli
ma di umani sentimenti
del desiderio illuso
di un ricordo futuro
dilaniato dal Titano del tempo
Amore come ambizione immortale
realizzata solo
nell'eremo di un sogno.
“Ho avuto dei sogni, e ho avuto degli incubi. Ho sopraffatto gli incubi coi miei sogni.”
Mi hai aspettato al di là della paura,
mentre venticinque anni di male
covavano per un’ultima volta
sul mio petto inerme.
Quante sfumature
quante gradazioni
hanno saputo imporsi
su questa deriva surreale!
Come te, amica immaginaria,
che sei stata anima fragile e pura,
e che ora sei il mio ultimo baluardo
e l’unico vero paradosso credibile:
l’improvviso e inconsolabile
pavor nocturnus
che disturba
l’altrimenti eterno
silenzio del mio sole.
Forse è vero che stavo morendo
vicino al tuo povero corpo graffiato,
in preda ad un’antica fame per la vita
e ad una sete innaturale e languida:
l’occhio destro per sempre sbarrato
al percorso di un paio di sogni lucidi,
e il sinistro ancora chiuso al terrore.
O forse questa è davvero la fine,
la callosa paralisi che si scioglie
in scampato pericolo,
così che anche io
senza fretta
possa da ultimo
tornare a dormire.
“L'addio è un saluto triste racchiuso nelle lacrime di un fazzoletto.”
Quanti miliardi a primavera, dentro lei,
io sto fermo guardandole crescere
le ali già stanche della foglia universale
non più innamorato se non dell'inverno - e dentro lui
quanti milioni di pianeti color vino da scaldare
vanno, e vengono, e andranno senza titolo
sul fogliame secco accanto alla torbiera.
La luna scruta
con occhio di strega
la sinistra ombra
che, silenziosa,
nei vicoli sfugge.
Volge la sera
su strade e cortili,
su bici poggiate
ai lampioni
sulle corse dei bambini.
Cantano le mamme
il sugo sul fuoco,
raccolgono i padri
un po' di stanchezza,
tra fili di barba
e conti sul tavolo.
La tv accesa
suona note meccaniche
di applausi registrati.
L'ombra, nel mentre,
incede indisturbata
per la sua via,
brillano i riflessi
su mani che scappano,
da una tasca all'altra,
come lame siberiane
da celare
a sguardi curiosi.
Il vento agita
pagine di cronaca nera
e di notizie scadute.
I palloni sbattono ancora
su pali d'acciaio che
come malvagie divinità
negano gol
e balenate felicità.
Rientrano, al richiamo
di affettuosi rimproveri,
i monelli,
con le figurine
ben chiuse in tasca
e la giovinezza
che scalpita fra le dita.
Ma uno si attarda
ribelle ai richiami
attratto, forse,
da una luce fuggiasca
o il tesoro di un demone
nascosto nell'oscurità.
I passi conducono
il curioso avventuriero
dietro il muro di pietra
(che lo sguardo nega)
dove un ghigno
e l'ombra sinistra
lo ghermiscono.
“Ma la sera, quando vengono le tempeste, in mortale angoscia noi ci chiniamo, mesti, puntiamo le radici e aspettiamo tremanti se la morte ci colga oppure passi avanti.”
Cit. Herman Hesse
Io non lo so se questa è poesia,
o se si tratta soltanto di un ciuffo di peli bianchi
che volano leggeri, in una sospensione
di ossigeno e pensieri rarefatti:
come le setole piumose
del piscialetto
che si disperdono
nella balia impietosa
del secco vento
che viene da est,
per reinventare se stessi
e radicarsi ai piedi
di una qualunque
torre di Babele.
Ma di sicuro,
e lo so bene anch’io,
è un propagarsi di vita
questo distacco:
l’evoluzione del suono,
di una specie di linguaggio
che prima ci avvicina
ma poi ci allontana.
Perché solo l’amore,
povera anima caduca,
può trasformare
un seme in fiore,
o un’immagine
in poesia.
“Un giorno verrà la pace con l'ultima stanchezza, e la terra madre mi accoglierà in sé.”
Cit. Herman Hesse
Si è scolorita
la foto dove sorridi
dove le mie labbra
hanno inciso
sospiri e ricordi mai taciuti
e ti bacio
in un istante
assaporo
tutta la tua allegria.
Non mi distraggo
se non con uno sguardo
da regalarti al cielo
Se potessi
fermerei il mio tormento
lo darei al vento
ma so che l'odore e il tuo profumo
mi seguirà.
Un'altra foto
una quiete apparente
è pronta li ad osservarmi
potrà sbiadirsi
infiltrarsi in ogni angolo
della mia esistenza
resistendomi
alle sere.
Ora che sei
nei miei pensieri
profumi di ore felici.
E il sole spegne
tutti i miei dolori.
nella morte senza senso passo dopo passo
ventagli di nostalgie arredano il vivo.
A passeggio il cuore legge l’amore
chiama a sé l’aquilone dai giochi di notte
trama colori immersi nell’addio in esilio
sulla nuvola la paura rema scie di sogno
e il pianto ha il capo chino su note senza tempo.
Arrivini enzende dai su mare
In gana e acciapare unu recreu,
Lassendesi s’affettu familiare
Issegus a comente cheret Deu;
Arrivini isperende libertade
A una terra noa, in cantidade.
Arrivini isperende umanidade
E fruttos e fiores dai sa zente
Cun risos de sa mezus calidade
Offridos da unu populu innozente,
Chi inventat, segund’issos, cun amore
Su modu e lis passare su dolore.
Arrivini cun barcas a motore
Pienas de miseria e de piantu
Fuende dai desertos de terrore
Antigos de ischiavos e dibantu.
Sas undas de su mare e-i sas istellas
Segretana de-i cussas navicellas.
E benini isperende cosas bellas
E festas e ispantos de sustanzia
E cantigos e ballos e fruscellas
Pienas de su mele e s’abbundanzia.
Si sonniana comente criadura
Un’attera facciada e sa natura.
Ma appena chi s’abbrazana a sa dura
Isterrida e sa terra disizada,
Aberini sos ojos a s’iscura
Penosa condiscione apparizada.
E bidene brinchende cussu muru
Chi semus castigados nois puru.
Ch’innoghe no est su logu pius seguru
Po issos nè po nois digrasciados,
Malaidos a reu, disoccupados,
Drogados cundennados a s’iscuru;
E poveros chi deven’ippettare
In fila, po su turnu e mandigare .
Segnalazione: Siniscola.aprile 2011
Povera gente!
Arrivano venendo dal mare
Cercando tranquillità,
lasciando gli affetti familiari
dietro di se, a seconda di come vuole Dio;
arrivano sperando nella libertà
ad una nuova terra, numerosi.
Arrivano sperando umanità
E frutti e fiori dalla gente
Con sorrisi della migliore qualità
Offerti da un popolo innocente
Che inventa, secondo loro, con amore
Il modo di sconfiggere il dolore.
Arrivano con barche a motore
Piene di miseria e di pianto
Fuggendo dai deserti del terrore
Antichi di schiavi e di vergogna.
Le onde del mare e le stelle
Sanno i segreti dei quelle navicelle.
E vengono sperando cose belle
E feste e meraviglie di sostanza
E canti e balli e cestini
Pieni del miele dell’abbondanza.
Sognano come un bambino
Un’altra faccia della natura.
Ma appena abbracciano la dura
Estensione della terra desiderata,
aprono gli occhi alla scura
penosa condizione preparata,
e vedono saltando quel muro
che siamo castigati anche noi.
Che qui non è il posto più sicuro
Per loro ne per noi disgraziati,
malati a bizeffe, disoccupati,
drogati condannati al buio;
e poveri che devono aspettare
in fila, facendo il turno per mangiare.
poesia premiata nel 2011 per un fatto analogo, drammatico e feroce. cosa è cambiato? niente! peggiora sempre! che almeno Dio li accolga!
Sfiorerò ogni minuscola goccia
in cerca dello spazio dove sosta
la tua immagine,
tra gli angoli e le attese
per una nuova rinascita.
Al sole tiepido di uno sguardo lontano
disegnavi i nuovi confini di una vita desiderata,
alla luce soffusa e pietosa
di una luna incredula.
Luna, globo del passaggio terreno,
appesa come vessillo
su antenne paraboliche
che urlano tutta la nostra rabbia.







