Il giorno 25 di aprile 1945.
Il nero leviatano della guerra,
si rintana negli oscuri meandri della Storia.
Non dorme,
attende la nuova chiamata al massacro.
Ci sarà altro cibo per lui,
la sua fame di sangue umano non ha confini.
Innumeri, da allora, furono le sue sortite,
guerre, devastazioni, stragi
nel nome di un Dio feroce.
Il Mostro che è in noi, non dorme mai
Ti guardavo parlare contro il soffitto.
Le pupille sgattaiolavano bugiarde
picchiando contro le bolle di vetro.
Odiavo chi ti buttava altro tempo sulla schiena,
chi ti tendeva una protesi sfigurata,
chi ti ammorbava con altre questioni di vitale importanza.
Non ero nessuno io.
Potevo solo curarti l'anemia con un pennarello
o farti ridere sulle disgrazie degli altri.
Non so quale fosse il vero problema
ma tu lo vedevi dalla finestra,
a sprecare le tue monetine in una slot immaginaria.
Allora lanciavi una pallina da tennis contro il soffitto,
la pallina ricadeva sfuggendo alla mano stanca
che non avrebbe fatto niente per recuperare le sue distrazioni.
Non ero di certo un uomo
io che sporulavo idee insensate e soluzioni giudaiche;
ero di certo un salvagente rotto
e tu naufraga su una secca in mezzo alle navi sbagliate.
E quegli edifici storici che vedevi dalla mansarda,
epistasi del cielo, grondavano una melma invitante.
L'ennesimo tramonto
non avrebbe sfondato nel mondo dello spettacolo
e qualcuno si cementava la bocca come una colombaia.
Avrei partecipato a quell'asta al ribasso
pur di portarmi a casa quel tuo risolino disgustato
che era sempre l'antitesi di quel soffitto mangiato dai topi.
è che le stelle si spengono da sole
e l'uomo è un folle
perso nel suo tramonto.
Quello che volevo dirti
è che ho camminato
giorni e giorni
mesi e anni
in bilico sul bordo di un fiume salato.
E nel cammino mi sono imbattuto
in meteore, pianeti e luci sconosciute
cercando il capo
nel filo ingarbugliato
delle mie ancestrali paure.
Quello che volevo dirti
è che nella ragnatela
di questo incredibile via vai
ci sono due strade sognate e immaginate
che un giorno si incroceranno
quando l'orizzonte sembra ormai svanire.
Quello che voglio dirti infine è
che questa follia lacera la mente
e mi porterà da te irrimediabilmente
come una esplosione
nel cielo variopinto
di una sconosciuta e unica costellazione.
Supplichevole silenzio
quei bonfonchi strozzati
sono come viandanti
Preghiere imploranti
nel rifugio della notte
dove suono e rumore
risuonano in eco
lo vedi, è li davanti a te
raggomitolato nel vuoto
sentilo, è li davanti a te
Nebbia di fiato muto
come un respiro
nell'eco della notte
un'anima ascolta .
il mio corpo
in questa magica notte
è l'abbraccio tuo
Il calore che il viso distende
dagli affanni del giorno
è la mano tua leggera
sulla mia guancia addormentata
La brezza rinfrescante
che soffia nella notte afosa
è il tuo respiro,
vento leggero il tuo profumo porta
Il battito del cuore tuo sento,
mi culla, mi ama,
ed io ti amo tanto, tanto
da sentir dolore nell'anima
Quante notti così magiche
vissute da noi,
un fiume che scorre all'infinito
fluisce nel mare, sequenza perpetua,
perfetta perchè di Dio creazione
… Il nostro tempo
scivolava al ritmo naturale
di una vita normale ….
All'alba nulla è normale,
svanita la magia dell'ultima notte con te
solo freddo mi avvolge
assenti le carezze,
il battito del cuore tuo è lontano
ed il tuo profumo più non sento …
nemmeno la tua voce ricordo
scivola al ritmo innaturale
di una vita per nulla normale …
L'amore è sempre tanto, tanto
da far male all'anima ….
quelle che verranno.
L'infanzia era un gioiello
e giaceva su colline brune
o vigne di rose che a morire tardavano -
in base al treno fuggito
la si poteva ricordare come una zia con una piccola borsetta
con dentro le caramelle.
al tuo sguardo non so resistere.
Le mie mani ti cercano:
voglio imparare le tue linee
e scorrerle chiudendo gli occhi.
Già da tempo abiti in me,
ma sembra giunto il nostro momento.
In ogni luogo ti ritrovo,
in ogni piega scorgo le tue parole.
Seppur tra mille altri
ti ritrovo,
e il tuo sostare, immobile,
non mi confonde.
l'alba separa
l'ombra
con una chiara luce
si perde nel vento
l'ansia delle nuvole.
Appesa
ad un lembo di cielo
la vita
scolpita da campanule gialle
da papaveri rossi
dal rimbombo di voci
dal petto pieno di parole.
E scompare
con trambusto
un cinguettio
stipato sul tetto.
Una dolcezza
sfiora
un raggio tiepido
e spanna
un battito di ciglia.
Al mare le luci
è tempo di tramonti.
Avevo paura per te
quando guardavi negli occhi quelli oltre il confine.
Ti avrebbe accettata chiunque,
senza capienza d'origine,
per il solo fatto di macinare quella gentile malizia del falò.
Era l'arabo perduto nel suo stesso mondo
e non aspettava altro che quella verità microscopica
mostratagli da te in un albergo a cielo aperto.
Le loro donne non ti vedevano di buon occhio,
potevi essere benissimo la parte demoniaca del diamante.
Avevo paura per te,
soldato sconcertante e sconcertato in missione di pace
e insolita balia per quei bimbi orfani di ideali.
Capii di non doverti alcuna protezione
quando mi mostrasti il carro armato di legno
fatto da quel Sasha in un giorno di pioggia.
ma l’avverso e crudo destino
la madre per altri viali portò.
Il frugoletto, oltre al yo-yo,
ebbe le tenere cure dei nonni.
Il pargolo, divenuto fanciullo,
dormì tranquilli i suoi sonni
e dei nonni fu il vero trastullo.
Elementari, medie e superiori,
ma al ricevimento dei genitori
la madre fu assente all’appello
e la domanda fu vero martello:
“Hai tu una madre o non l’hai?”.
La risposta fu cagione di lai.
Un dì nella stesura di un tema
alla penna diede il suo cuore
e l’inchiostro dipinse il patema
di chi non ha materno l’amore.
Letto ciò che scrisse il discente
la docente, costernata, esclamò:
“Il tuo quadro è nero e dolente,
quindi, al bisogno, io ci sarò”.
L'ALUNNO ALLA SUA INSEGNANTE:
La felicità, forse, esiste in terra,
ma sol nell’urna dov’io riposerò.
Pure l’amore nel mio cuore erra,
ma se lo sfioro, tosto lo perderò.
La tua lettera, Valeria, è la speme,
che mi toglie dal baratro esiziale,
della gioia giorno e notte è seme,
nonché lanterna per il mio ideale.
Insegnavi, ma ti sentivi mamma,
leggendo l’affanno del mio cuore.
Il giusto ruolo a te più confacente
con grazia mi leniva il dramma,
affievoliva ogni dì il mio dolore,
mi schiudeva l’anima e la mente.
La radice verbale del tuo nome
compendia le tue parole, gli atti,
la premura di docente e mamma.
Aurora sarà il tuo soprannome,
sorella di Elios e di Selene, infatti
ai miei dì hai dato luce e calma.
Il tempo fugge, però non cancella
il tuo ricordo, che per me è vita;
io non ti oblierò, anima gemella,
tu sei il balsamo per la mia ferita.
con la speranza
d’imprimerli ancora,
avranno orme
da coltivare
sarà un tramonto che lascerò
per un’alba a venire.
Conterò ogni singolo passo
che la terra mi dona
avendo cura di
non alzare polvere
per non annebbiare gli occhi
di chi ancora ha forza di sorridermi.
E taciturno lascerò impressa
una scia
dove ogni lacrima
potrà dar pace all’anima
di chi
non sa più camminare
senza un sorriso.
nero come l'inverno polare
che perderanno l'anima
i tuoi incauti amanti
agnelli sacrificali
sull'altare dell'amore.
Diavola assetata
che ti bevi la disperazione
come fosse miele,
miscelandola nelle vene
con i tuoi globuli avvelenati,
fiele da iniettare
al sapore di baci.
Regina degli inganni
è nei tuoi occhi scuri,
atomi siderali,
che si spengono i soli
e cadono i mondi
di angeli innamorati.
Da quell'oscurità sfuggire
vorrei, se solo sapessi io
-pirata della notte-
quanta luce rubare al cielo
per incidere il tuo cuore
di stelle.
Aperitivo rosso fuoco
di caldo desiderio al sole,
antipasto dolce salato
con retrogusto
di carezze tiepide,
primi da gustare
assaporando occhiate
che peccaminose annunciano
paradisi larghi,
secondi forti
dove labbra invitano
ad agguantare il cibo
con la foga- invito della bramosia,
il tutto avvolto
dal pane d’amore
e companatico di passione
e il contorno fresco
dei tuoi baci al suono
di un violino complice
della tua bellezza.
Conclude il vino
l’armonia soave
del tuo abbraccio magico
che m’inebria il cuore.











