Mia nonna Maria Rita entrò per la prima volta in contatto diretto con la morte all'età di tredici anni. Era una tranquilla mattina di maggio del 1958, la primavera esplodeva in tutto il suo splendore, un sole lieve indorava le colline, i roseti erano in piena fioritura e le viole permeavano l'aria con il loro profumo inebriante. Anche la natura era contenta. Iolanda, la sorella maggiore, era in cucina, Paolo, il fratello, era uscito di buon mattino ed era impegnato nel lavoro dei campi. La nonna se ne stava in camera sua ad imbellettarsi alla toeletta e indossava il nuovo vestito fiorato, un regalo del padre ricevuto per Pasqua, di certo una novità, poiché i loro vestiti nella prima infanzia li aveva sempre cuciti Rosina, la madre, sarta in casa.
Quando le due ragazze, appena adolescenti, udirono un urlo, si precipitarono nella camera da letto dei genitori e ad entrambe venne un colpo al cuore, si riempirono gli occhi di lacrime. Rosina era con il capo abbandonato sul cuscino, gli occhi vacui, persi nel vuoto, sbarrati, immobili. Ogni tentativo di salvarla risultò vano e mia nonna, da un giorno all'altro si ritrovò sola, in un mondo che le incuteva sempre più timore.Camminava per il paese in preda ad una continua agitazione da quel momento poi diventò sempre più sospettosa e prudente, per cui questa sua successiva paura la fece vivere in uno stato di infelicità permanente. Con il tempo diventò una bravissima donna di casa, una cuoca provetta ma aveva il cuore in continuo tormento. Divertirsi, per i paesani, era considerato un peccato; solo chi faticava manualmente veniva apprezzato. Ricamava molto bene insieme alle sue amiche Santina, Elena, Berardina, quest'ultima era l'unica che frequentasse il ginnasio a Leonessa. Con l'amica Stefania invece seguiva lezioni di cucito, impartite loro da una sarta che arrivava in paese due volte a settimana. Stefania era una ragazza dalla folta chioma bionda, che raccoglieva sulla nuca ed era ipovedente dalla nascita. Attraverso il tatto, toccando la stoffa con le mani, percepiva la fattura del tessuto e iniziava a ricamare ghirigori con grande maestri. Un episodio significativo che mi raccontava mia nonna che mi è rimasto impresso e si riferiva al giorno in cui Stefania ebbe il menarca e si trovava a casa sua. All'improvviso la ragazza si senti un liquido bagnarle le mutandine, quindi preoccupata, andò in bagno e quando tornò, aveva tutte le mani sporche di sangue." Ti serve aiuto?" le chiese dolcemente mia nonna, alla quale il ciclo era arrivato l'anno precedente e quindi era ben informata." Grazie" rispose lei e la seguì in bagno imbarazzata, ma ascoltò le sue raccomandazioni, si lasciò lavare nella tinozza e poi applicare una pezza di stoffa sulle mutande, fissata con due spilli, così come si usava allora, dopodiché, tornarono a ricamare. Sedute alla finestra, per carpire l'ultima luce del sole, prima del tramonto le due amiche se ne stavano quiete a chiacchierare tra loro mentre sostituivano i polsini delle camicie degli uomini di casa. Era un lavoro di estrema precisione nel quale chissà per quale strana capacità sensoriale o intuitiva Stefania era molto abile. Dai racconti che mi faceva mia nonna, credo che mia nonna ammirasse la sua amica, però segretamente.
Quando le due ragazze, appena adolescenti, udirono un urlo, si precipitarono nella camera da letto dei genitori e ad entrambe venne un colpo al cuore, si riempirono gli occhi di lacrime. Rosina era con il capo abbandonato sul cuscino, gli occhi vacui, persi nel vuoto, sbarrati, immobili. Ogni tentativo di salvarla risultò vano e mia nonna, da un giorno all'altro si ritrovò sola, in un mondo che le incuteva sempre più timore.Camminava per il paese in preda ad una continua agitazione da quel momento poi diventò sempre più sospettosa e prudente, per cui questa sua successiva paura la fece vivere in uno stato di infelicità permanente. Con il tempo diventò una bravissima donna di casa, una cuoca provetta ma aveva il cuore in continuo tormento. Divertirsi, per i paesani, era considerato un peccato; solo chi faticava manualmente veniva apprezzato. Ricamava molto bene insieme alle sue amiche Santina, Elena, Berardina, quest'ultima era l'unica che frequentasse il ginnasio a Leonessa. Con l'amica Stefania invece seguiva lezioni di cucito, impartite loro da una sarta che arrivava in paese due volte a settimana. Stefania era una ragazza dalla folta chioma bionda, che raccoglieva sulla nuca ed era ipovedente dalla nascita. Attraverso il tatto, toccando la stoffa con le mani, percepiva la fattura del tessuto e iniziava a ricamare ghirigori con grande maestri. Un episodio significativo che mi raccontava mia nonna che mi è rimasto impresso e si riferiva al giorno in cui Stefania ebbe il menarca e si trovava a casa sua. All'improvviso la ragazza si senti un liquido bagnarle le mutandine, quindi preoccupata, andò in bagno e quando tornò, aveva tutte le mani sporche di sangue." Ti serve aiuto?" le chiese dolcemente mia nonna, alla quale il ciclo era arrivato l'anno precedente e quindi era ben informata." Grazie" rispose lei e la seguì in bagno imbarazzata, ma ascoltò le sue raccomandazioni, si lasciò lavare nella tinozza e poi applicare una pezza di stoffa sulle mutande, fissata con due spilli, così come si usava allora, dopodiché, tornarono a ricamare. Sedute alla finestra, per carpire l'ultima luce del sole, prima del tramonto le due amiche se ne stavano quiete a chiacchierare tra loro mentre sostituivano i polsini delle camicie degli uomini di casa. Era un lavoro di estrema precisione nel quale chissà per quale strana capacità sensoriale o intuitiva Stefania era molto abile. Dai racconti che mi faceva mia nonna, credo che mia nonna ammirasse la sua amica, però segretamente.

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