Poi dopo qualche anno di stasi, una nuova opportunità folgorò la mia vita che tentava di ripartire: era bionda, viva, allegra, intelligente, instancabile. Con lei decidemmo che ti saresti chiamata Giulia, perché Emilia m’avrebbe ricordato troppo il passato e la fuga. Perché? Non lo so, non l’ho mai saputo, ma questo nome l’ho avuto sempre nella testa; non saprei se c’è entrato inconsciamente perché ho conosciuto una qualche Giulia che mi avesse colpito, o magari qualche canzone dedicata a Giulia mi era piaciuta (Gianni Togni? Vasco Rossi? Antonello Venditti? Chissà!) o semplicemente me ne piaceva il suono. Ma scappato dai miei vent’anni e dall’ipotesi Emilia, non potevi che chiamarti Giulia!
Con il mio pulcino biondo stavamo pianificando la tua esistenza nella nostra futura famiglia, nella casetta che avevamo comprato accendendo un mutuo e rallegrando anche un po’ di istituti di credito per avere in prestito i capitali necessari a disfare prima e ristrutturare poi quella casa che proprio lei aveva scelta tra quelle che visitammo da comprare, ma voleva sentirla ancora più “sua” (che ingenui… era delle banche, non nostra!). Del resto lavoravamo bene, due belli stipendi, banca ed istituti erano felici di accoglierci e proporci i vari tassi tra cui scegliere, la crisi del 2008 ancora non aveva piegato il mondo, l’Italia, tantomeno noi che sognavamo e progettavamo di avere non solo te, ma anche possibilmente un fratellino; se eventualmente la seconda fosse stata femminuccia anche lei, allora avremmo osato un terzo ed ultimo tentativo per avere anche un maschietto. Più o meno i trucchi per agevolare l’arrivo di una femminuccia o un maschietto li sapevamo, essenzialmente una questione di “profondità di sgancio della bomba” :-)))) perché i gameti maschili son più veloci ma tendono a schiattare prima e, se li sganci troppo distanti, non arrivano alla meta; certo nessuna garanzia, ma diciamo su per giù al 75% questa specie di selezione riesce; non è il 100%, ma è pur sempre molto più del 50%.
Il tempo passava, lavori e stipendi filavano, più che lisci direi proprio benone. Sia la mamma sia io eravamo contenti dei nostri impieghi e dei relativi introiti, ero molto stimato anche fuori regione negli ambienti in cui mi muovevo, ero il braccio destro del capo ed andavamo ovunque a portare la nostra professionalità; latitudini tra la Sicilia e il Belgio, dove in auto, dove in aereo. Tutte le volte che ero in trasferta, le videochiamate con la mamma erano gioiose (all’epoca non era consuetudine vedersi per telefono: io e lei ci vedevamo dai computer, con Skype, si parlava del futuro e di quanto ci mancavamo per quei 2 o 3 giorni di distanza) ed i rientri… focosi!
Frattanto, la solita pillola badava che tu fossi un preciso progetto e non un maldestro incidente: ne avevamo di cose da preparare per offrirti una vita serena! Non doveva mancarti nulla, non avresti dovuto soffrire nessuna rinuncia. I lavori per la casa continuavano favolosi, tutti gli impianti nuovi e non semplicemente “a norma” ma al massimo della qualità possibile, persino cablaggio lan e videosorveglianza, predisposizione al solare quando ancora non era di moda eccetera eccetera.
Poi arrivò il 2008. Poi andarono via i lavori. Poi andarono via i soldi. Poi le banche si fecero più cattive. Poi la mia salute andò a rotoli. Poi la mamma fuggì all’estero; io avrei dovuto raggiungerla e tentare di rifarci una vita fuori dall’Unione Europea, per complicare alle banche il divertimento di spellarci vivi. Ci tolsero una casa che non facemmo in tempo a vivere, senza tra l’altro azzerare i debiti: pretendevano, dopo averci portato via tutto, che restituissimo ancora più soldi di quanti ce ne avevano prestati, nonostante gli anni di regolare e puntuale pagamento delle rate. Come se non le avessimo mai pagate, eppure per anni ed anni non ne avevamo saltata neanche una. Imparai a muovermi a piedi fin dove potevo e purtroppo la meta abituale diventò l’ospedale, problemi che avevo da chissà quanti anni ma che erano stati trascurati perché non sembravano impattanti, diventarono insostenibili; si scoprì che erano di una gravità altissima e che occorrevano interventi chirurgici delicati per sperare, senza garanzie, di sopravvivere; mentre tutto intorno andava sempre più a rotoli.
Arrivò il giorno in cui la mamma, di rientro qui al villaggio per una piccola vacanza, portandomi a passeggiare sul lungomare, esordì con il classico «Dobbiamo parlare!».
Lo sai cosa vuol dire quando una donna dice al “suo” uomo «Dobbiamo parlare!»? Vuol dire che, per un motivo o un’altro (spesso, inaspettatamente, è “l’altro” ma lo capisci anni dopo), non sei più “suo”. In giro raccontavamo che ci eravamo lasciati di comune accordo, ma in realtà lei era molto, molto più d’accordo di me. A tenerci uniti son rimasti solo banche, avvocati, istituti di credito e loschi personaggi che minacciano per avere soldi che non ho modo di trovare, nulla di più.
E tu?
Tu… beh, la pillola ha funzionato, sempre; ed in attesa del momento giusto per farti nascere… non sei mai nata! Sei rimasta uno dei miei tanti sogni bruciati, uno dei miei rimorsi, da aggiungere alla catasta di rammarichi. Un elemento in meno a tentare di dare un senso a questa mia esistenza sbagliata.
Mi dispiace di non averti mai vista, mai baciata, mai stretta tra le mie braccia; ma mi consola non averti mai trascinata nel mio inferno. Almeno non me lo rinfaccerai e non mi odierai.
Mentre qui pian piano continua a bagnarsi tutto nonostante fuori non piova, mi resta una sola cosa da dirti, figlia mia: addio, Giulia.
23/08/2024
Parbleu!
La polluzione sesquipedale scaturita dal più classico solipsismo finto borghese,ben si rapporta ad una sorta di amichettismo extraconiugale,confortato altresì dalla resipiscenza parossistica del substrato istituzionale,degno del più becero pangermanesimo berlinocentrico.Evidentemente,la coagulazione ortostatica del segmento epidurale neoclassico, avulso dalla catechesi Sanbenedettina più scontata,si differenzia, surrettiziamente nel maggiore accanimento qualunquistico di tipo giacobino,con conseguenze catartiche nel cerchiobottismo più esasperante, soprattutto dopo l'anniversario della presa della Bastiglia!
Oh,parbleu!
Durante la quaresima,con un certo quid di quattrini ho acquistato quarantaquattro quaglie in un quotato quagliodromo di un certo Quirino che aveva fatto il vicequestore a Quarto Oggiaro e che,in quattro e quattrotto mi fece una quietanza senza tante querimonie.
Contento come Quasimodo dopo aver scritto una quartina su un quaderno a quadretti con la copertina in quadricromia o come uno qualunque che ha trovato un quadrifoglio,invitai una mia amica di scala quaranta di nome Quinzy al ristorante QuiQuoQua dove ci rimpinzammo di quadrucci al quartirolo,una quiche Lorraine alla quinoa e quattro quartini di Chianti Querciabella doc.Uscimmo cantando a squarciagola Quando,Quando, Quando,salimmo sul mio quad e tornammo nel mio appartamento nel quartierino del Quadraro.
Così cominciammo una simpatica querelle di baci e avances in quantità fino ad un clamoroso ballo del qua qua con il sottofondo di una compilations di pezzi di Quincy Jones e vari remakes di canzoni dei Queens…e quando mai!
Ho incontrato dal barbiere di Siviglia la Norma e sua sorella Tosca che si facevano belle per andare al compleanno di Otello organizzato a casa di una Italiana in Algeri di nome Aida.C'era anche una certa Madama Butterfly con suo marito, un rusticone affiliato alla Cavalleria Rusticana che raccontava di aver partecipato, col suo amico Rigoletto, al Matrimonio di Figaro durante i Vespri siciliani insieme a sua cugina che ,recentemente ,era stata Traviata da uno dei Nibelunghi dopo aver bevuto un Elisir d'amore a casa di una certa Adriana Lecouvreur, mentre era Sonnambula, non prima di aver ascoltato il suono suadente di un Flauto Magico. A questo punto la cugina decise di vendicarsi e così spiegò la cosa ad un suo caro amico ,un certo Andrea Chenier ,che decise di interpellare tal Guglielmo Tell che era a capo di un gruppo di Masnadieri.Questi , però, rispose che non l'avrebbe fatto neanche per tutto l'oro del Reno e solo la Forza del Destino poteva risolvere la questione. Mannaggia a questi Puritani! E allora decise di chiamare tutte le sue più care amiche, la Carmen, la Fedora, la Francesca da Rimini e la Manon e di portarle al bar dell'amico Fritz per prendere una solenne sbornia e dimenticare finalmente tutto il fattaccio...Così Fan Tutte!
Giugno 2023 - La storia prende spunto dall'attuale contesto politico culturale italiano a seguito delle accese e discriminanti discussioni sulle congetture uomo, donna, coppia.
"L’amore verso una persona,
inteso come quell’incontrollabile sentimento
che nasce istintivamente dentro di noi,
alimentato dall’attrazione e dalla condivisione,
è fonte di felicità
e fa superare ogni ostacolo,
ogni pregiudizio,
ogni differenza,
ogni distanza,
senza regole,
senza limiti,
senza confini."
Amore Senza Confini - YouTube
Ricorderò sempre il giorno in cui l'ho vista per la prima volta, ero in viaggio per una conferenza in Olanda.
Fu un meeting di un certo livello e la fondazione organizzatrice aveva predisposto il mio alloggio presso il Grand Hotel Downtown di Amsterdam.
Tornai al Downtown Hotel e chiesi di lei descrivendola, questa volta ebbi più fortuna una giovane donna alla reception mi disse di conoscerla e che non frequentava più l’Hotel, che si chiamava Hylke e che probabilmente lavorava in un ristorante in zona Duivendrecht. Ormai ero vicino, mi armai di coraggio, dovevo a tutti i costi ritrovarla.
Compresi allora che l’amore verso una persona, inteso come quell’incontrollabile sentimento che nasce istintivamente dentro di noi, alimentato dall’attrazione e dalla condivisione, è fonte di felicità e fa superare ogni ostacolo, ogni pregiudizio, ogni differenza, ogni distanza, senza regole, senza limiti, senza confini.
Nacqui. E forse già da quel momento fui come sono oggi: sconclusionato. Mi piacerebbe spiegarvelo bene raccontandovi di come arrivai alle prime poppate, ai primi sorrisi, ai primi versi, ai primi passi, alle prime parole… ma in realtà non ricordo nulla dei miei primi mesi, i miei primi ricordi sufficientemente nitidi risalgono al periodo delle suore, l’asilo con tanti altri bambini simili a me (più o meno, non proprio uguali) controllati a vista da questi autoritari guardiani vestiti di nero che erano le suore. Lì disegnavamo, lì cantavamo, lì imparavamo filastrocche e tante, tante preghiere per rabbonire quei mostri da horror che erano il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo, ma soprattutto lì giocavamo e bisticciavamo. A dire il vero io non bisticciavo molto, le suore dicevano che ero un bambino bravo, un modello da seguire. Seguire per andare poi chissà dove?! Non è che abbia mai avuto l’indole del condottiero che traccia la strada per sé e per gli altri! Però ero un osservatore abbastanza attento e guardando bene gli altri bambini avevo capito che si dividevano in due categorie: i bambini propriamente detti, come me, e le bambine, che erano diverse, più interessanti, più belline, più gentili… mi piacevano! Un po’ tutte, ma una biondina in particolare mi affascinava tanto che pensavo spesso a lei anche quando non ero all’asilo, persino a volte la sognavo! La chiameremo Filomena (giusto per darle un nome che non c'entra nulla con il suo nome vero). Filomena aveva begli occhi, bei capelli, bella bocca, bel nasino, belle guance, bella faccia, bella testa, bel corpo, tutta bella! Educata, gentile, intelligente! La elessi quindi a mia Principessa. Sì, mi piaceva e la sognavo, ma cercare di parlarle mi intimidiva un po’; io ero un genio della scienza, avevo ormai capito che le bambine poi si trasformano, come vedevamo sui libri che i bruchi si trasformano in farfalle, così avevo capito che le bambine si trasformano e quando passa il tempo entrano in un’altra categoria. Anzi due. Beh, abbiate pietà, non ero ancora approdato all’università e quindi un po’ di confusione sulla fisiologia umana ce l’avevo, anche sull’anatomia non è che fossi certo al 100%, che io avevo ancora fratellini solo maschi. Però che le bambine non avevano il pisellino lo sapevo già! Non sapevo il perché, ma sapevo che quella è la cosa che più distingueva i bambini dalle bambine. Oltre al fatto che le bambine erano più belle e più gentili. Lo sapevo perché le suore avevano grande fiducia in me e quindi se stavano troppo indaffarate ed a qualcuno scappava la pipì, delegavano me per accompagnare in bagno e starci attento, sia che fossero bambini, sia che fossero bambine! Ero l’unico jolly, altri maschietti che accompagnassero in bagno una femminuccia in emergenza non ce n’erano. Ma dicevo del mio aver capito che poi le bambine si trasformano, quindi diventano o mamme o nonne! Or/or! Le due categorie erano ai miei occhi nettamente separate, le mamme erano belle, dolci, protettive, le nonne erano brutte, antipatiche e incomprensibili. Questo perché la mia mamma, giovane e bella, era sempre disponibile, capace di aiutare me e i fratellini, parlava bene, in italiano, con toni rassicuranti. La nonna invece, che viveva di fianco, era rude, parlava un dialetto nient'affatto forbito, era sempre nervosa, ci sgridava e poi a me non piaceva la sua abitudine di prendere, ogni volta che la gatta bianca sfornava una nuova cucciolata nel giardino, i gattini neonati, sbatterli con forza contro un muro e poi gettarli nella spazzatura! Mi veniva da piangere. Così mi ritrovavo a pregare talvolta il misterioso Signore delle suore, chiedendogli (perché lui poteva tutto, ce lo spiegavano sempre) di fare in modo che Filomena crescendo si trasformasse in una mamma e non in una nonna! Sperando anche che non le crescessero però le tette (che le mamme e le nonne le avevano, a volte specialmente le mamme decisamente ingombranti ed a me, diversamente da altri bambini, quelle grosse mongolfiere sul petto non piacevano). Sperando soprattutto che stesse sempre con me! Mi piaceva davvero, Ma non glielo sapevo dire. Arrivai a fare a botte con un altro bambino per lei, perché la infastidiva, fino a fargli sanguinare il muso, e le suore rincararono la dose quando lui le chiamò piangendo, perché sostenevano che se io, proprio io, lo avevo picchiato, allora sicuramente lo avevo fatto per un motivo giusto, per punirlo di qualche marachella grave. Invece l’avevo fatto solo per gelosia, ma non lo dissi alle suore né a Filomena. Filomena non seppe mai che animava i miei sogni, l’asilo finì perché diventando grandi passammo alle scuole “vere” e non la vidi mai più. Fu la prima della serie di stelline che entravano nel mio cuore senza che la mia bocca trovasse il coraggio di dire nulla. Del resto, com’ero (e son rimasto) inconcludente in amore, sono inconcludente anche in tutto il resto.
Troppo insicuro per impegnarmi sufficientemente in qualsiasi ambito.
Son sempre stato così nelle relazioni interpersonali, ma anche nel rapportarmi con il mondo del gioco, dello studio, del lavoro… qualcosa vorrà dire se non mi sono laureato!
L’insicurezza e la sconclusionatezza mi hanno accompagnato in tutte le tappe della mia vita, specialmente in quelle più importanti, impedendomi di portare a felice conclusione alcunché.
Diventato grande e cominciata la scuola elementare, infatti, ricordo ancora, dopo quasi una cinquantina d’anni, quella mattina in cui io timido bimbo tra gli altri nuovi compagni
21/06/2024
1 - Personaggi.
Per proteggere le identità reali battezziamo, oltre a ioffa, due personaggi:
PIT è docente di italiano e latino nel triennio del liceo,
PIF è docente di filosofia e storia;
PIF è convintamente ateo, profondamente comunista, in ottimo rapporto con me, con reciproca profonda stima, sempre disponibile al dialogo e convinto dell’utilità degli studi e della cultura per chiunque; è anche amico di David Maria Turoldo;
PIT(bull) è, volendone semplificare la descrizione, ignorante, arrogante, classista con farcitura di bigottismo e fatalismo, conosce mnemonicamente le lezioni di italiano e latino che impartisce senza entusiasmare nessuno; i suoi criteri di valutazione vertono su chi sia lo studente, non certo su cosa lo stesso risponde nelle interrogazioni o cosa scrive nei compiti; il rapporto con me, immagino sia intuibile, è pessimo, dato che vengo a scuola con la corriera dal villaggetto di contadinacci e son pure figlio di comunista, credente sì (mio padre, non io), ma pur sempre comunista.
2 - Qualche aneddoto del passato remoto per inquadrare meglio PIT.
Solitamente nelle interrogazioni, di italiano molto più che di latino, oltre a rispondere sempre correttamente a tutte le domande che mi faceva PIT, se c’era occasione andavo oltre, magari nel parlare di qualche autore, contestualizzandolo nella società in cui viveva ed analizzando le sue opere riferendole a quella realtà, per esempio, o citando i rapporti che avesse con altri autori o personaggi notabili dell’epoca, oppure mi divertivo a scavare nel commento di un testo aggiungendo considerazioni ulteriori rispetto a quelle già presenti nei libri che usavamo; beh, rimase alla storia della nostra classe in una di quelle occasioni, dopo che aggiunsi considerazioni approfondite ad un’analisi di un testo poetico durante un’interrogazione, un suo sbottare in:
«ioffa¹, io non capisco perché ogni volta ti sforzi per farmi fare brutta figura!»
Restai tra il sorpreso, il risentito e lo spaventato, ma fu questione di pochi secondi e poi con una serenità inaspettata risposi pacato:
«Prof, le giuro che non mi sforzo per niente in tal senso»
e mentre tornavo a preoccuparmi per aver osato rispondere in quel modo io che tra l’altro ero esageratamente timido, vidi l’intera classe ridere ma a quanto pare PIT non colse il sarcasmo di quella risposta ed andò oltre nell’interrogazione semplicemente invitandomi ad attenermi a quello che c’era scritto sul libro.
Sempre per capire quanto brillante fosse PIT, un altro aneddoto che coinvolge sia PIT sia PIF: eravamo più o meno agli inizi del 2° quadrimestre del 4° anno, PIT aveva adottato come testi per la letteratura italiana dei volumacci (erano più di uno per anno) pesanti e costosi ma davvero ben fatti, ricchi, interessanti; ci dissero che venivano impiegati anche in ambito universitario, erano mica “robetta da liceo”. Per questa scelta aveva molto orgoglio ed in effetti quei libri sviluppavano commenti alle opere da diversi punti di vista tenendo conto di diverse ideologie, delle relazioni tra autori, opere e contesto socioeconomicopolitico; a me piacevano molto (qualcuno in classe li odiava non tanto per il prezzo esagerato quanto per il loro essere macigni pesanti sia per gli zaini sia per lo studio); solo che un giorno PIF si complimentò con PIT per la scelta di quei libri lasciandosi scappare che “non chiudono ad un’analisi di approccio anche marxista nello studio di autori e società”; non l’avesse mai detto: PIT scandalizzata ci dice che non utilizzeremo più da quel momento in poi quei libri ma che dovevamo procurarci (a metà del 4° anno?) un unico testo molto più compatto, economico e semplice (che era di impronta conservatrice nei pochi commenti ai testi, molto sommario nel presentare gli autori e non contestualizzava un bel niente).
¹: ovviamente non disse “ioffa” ma usò il mio vero cognome.
3 - Aneddoto più prossimo, prologo dell’incontro.
Correggendo un compito in classe di italiano, PIT umilia alcuni studenti parsi meno brillanti nella stesura del tema, per la scrittura goffa e qualcuno addirittura con qualche errore grammaticale serio (per un 4° liceo, non certo a livelli di analfabetismo), dichiarandoli infine degli “esseri del tutto inutili alla società ed alla vita” (erano studenti che disprezzava da tutti i punti di vista, nessuno tra loro aveva genitori “illustri” o ricchi).
Nel frattempo PIF con la collaborazione del preside sta organizzando un incontro degli studenti del triennio con padre David Maria Turoldo per parlare di letteratura ed in particolare di poesia; PIT ne approfitta per cercare di farsi notare dal venturo illustre ospite e ci impone, un paio di giorni prima del suo arrivo, di scrivere ciascuno una poesia, che avrebbe poi scelto le più belle da leggere al poeta quando sarebbe entrato da noi; io ne approfitto per comporre un sonetto in cui, con metafore attinenti alla fisica e all’elettronica (ero appassionato e preparato nel comparto tecnico/scientifico) mostro che tutti i membri di un sistema, ossia fuor di metafora tutti gli studenti della nostra classe, hanno dignità e, svolgendo quanto richiesto dal proprio ruolo e consentito dalle singole capacità, risultano tutti utili se non addirittura indispensabili per il buon funzionamento del sistema (o della classe); per quanto possiate non crederci, dal punto di vista formale il sonetto è perfetto, uno schema rime classico ABBA ABBA CDC DCD in una metrica precisa di endecasillabi canonici a maiore, ho scelto la variante a maiore dell’endecasillabo per aumentare la marzialità dell’esposizione; beh, quando l’ha letta, l’ha bollata come porcheria (ma non perché ne abbia capito il significato criticante l’umiliazione che aveva fatto ai miei compagni, più semplicemente perché manca l’associazione cuore/amore o verginesanta/chiesasivanta) e menomale che su quelle poesie non mette voti in registro!
4 - L’incontro.
Però il giorno tanto atteso quando finalmente Turoldo entra nella nostra classe, dopo un pochino di dibattito PIT se ne esce tronfiamente con «Ho insegnato ai ragazzi a scrivere poesie, gliene faccio leggere una a caso… ioffa² vieni in cattedra, magari leggiamo la tua»; la leggo e a padre Turoldo piace molto, ne comprende anche benissimo il significato e lo condivide, ne parliamo, senza ovviamente svelargli l’antefatto dell’umiliazione subita pochi giorni prima dai miei compagni, poi esprime apprezzamenti anche sulla forma oltre al significato, e lì PIT si inorgoglisce ripetendo (ed era falsissimo, ci aveva solo imposto di scriverne una ciascuno) che ci ha insegnato a comporre le poesie in maniera profonda e corretta; non scorderò mai il mezzo sorriso con cui Turoldo ha reagito guardandomi, avendo capito che PIT è solo un pavone ignorante esibizionista ed arrogante; poi continua a parlare alla classe portando avanti il tema del mio sonetto.
E niente, a parte la soddisfazione di una rivalsa sul pessimo giudizio che ne aveva espresso PIT, quella giornata e quell’apprezzamento che di un mio sonetto stava facendo un vero poeta mi emozionano tantissimo!
²: vedere la nota ¹ del 2° paragrafo.
5 - Epilogo.
PIT il giorno dopo troverà modo di ribadirmi che ha scelto di far leggere il mio sonetto e non altre poesie più belle scritte dai miei compagni perché non voleva pavoneggiarsi troppo con Turoldo nella sua capacità di insegnare ad una classe a comporre poesie, quindi ha preferito proporgli un lavoro mediocre, non le migliori che la classe ha composto! Son certo che, nonostante le spiegazioni fatte da Turoldo commentandomi, PIT non abbia comunque capito il significato del mio sonetto.
02-05/05/2024
Ero bravo da piccolo a fare castelli di sabbia, ne facevo sempre, non mi venivano affatto male, ma li innalzavo sempre vicino alla battigia sicché il mare lentamente ma inesorabilmente li erodeva, partendo dal basso e facendo man mano crollare le parti superiori per poi portarsele via come aveva già fatto con il basamento.
Una ventina di anni fa invece ho provato a farne uno davvero importante, grande, destinato nel mio candido progetto a sfidare i secoli, del resto sabbia ce n’era e sembrava illimitata, carriole e palette potevo prenderne a profusione, tempo ne avevo quanto ne volevo o almeno quanto pensavo ne bastasse e poi l’esperienza mi avrebbe dovuto insegnare che van fatti abbastanza lontano dal mare, anche nascondendoci dentro qualche rinforzo, che so, legni, sassi… ma niente, come uno stupido l’ho fatto troppo grande, troppo fragile e come al solito troppo vicino al mare: è bastata la prima onda seria a far crollare tutto, poi le onde successive impietose hanno anche livellato le sabbiose macerie e rapito senza possibilità di riscatto secchielli, carriole e palette, trascinandole in lontani abissi.
Pochi anni fa ho tentato di riprendere in mano i progetti più vecchi ed ambiziosi per ricostruire, ma sul limitare della battigia, che senza più carriole anche volendo non me ne sarei potuto allontanare, ed a mani nude perché secchielli e palette non ne ho più e non sono più in grado di acquistarne. Il castello cresceva lentamente, tra una manata e l’altra di sabbia bagnata dovevo fermarmi a riprendere fiato perché io ormai son vecchio -prematuramente vecchio- e acciaccato; il mare invece no, non invecchia mai ed ha sempre tutta l’energia che vuole, così di quest’ultimo castello non son riuscito a completare neanche le fondamenta: porto la sabbia nei palmi delle mani unite, la compatto un po’ senza crederci più di tanto, perché so che appena mi giro per prendere un’altra manata di sabbia bagnata, l’onda arriva, mi supera sbeffeggiando e lava via quella che avevo appena messo per tentare di innalzare un nuovo piccolo castello, o almeno una stabile torretta difensiva. Una scena ridicola: continuo a prendere la sabbia bagnata e portarla al limite della battigia mentre le onde continuano a raggiungerla e riportarsela indietro, finché… finché… pausa, un attimo, respiro a polmoni più o meno pieni per placare l’affanno, mentre mi giro per cogliere ancora sabbia vedo una cosa sbattuta dall’ultima onda sulla collinetta di sabbia slavata del mio malfatto castelletto… cos’è?
Qualcosa di marrone… sapendo quanto mi ami la fortuna, se mi piove addosso qualcosa di marrone una mezza idea di cosa possa essere ce l’ho subito! Però no, non è quella, è qualcosa di più rigido, è vetro, è una bottiglia… è una bottiglia di vino, ma ovviamente di quelle più economiche da discount, mica roba gran riserva, ed ovviamente è vuot… no, aspetta, qualcosa dentro c’è, vuoi vedere che è la mappa per l’isola del tesoro? O un messaggio della mia amata sirena.
Insomma, dentro la bottiglia c’è un foglietto arrotolato! Basta con questa inutile corsa a tentar di fare un inutile castello di inutile sabbia, vediamo cosa mi offre il destino: prendo la bottiglia, mi siedo sulla spiaggia che all’improvviso m’appare deserta, non ci sono più bambini che ridacchiano guardando come sono sfigato con il mio castello rovinante mentre i loro vengono su e magari per qualche giorno o per qualche anno resistono pure; non c’è più nessuno, solo io e la mia bottiglia che con fatica, ansimando, riesco a stappare; il tappo di sughero lo vado a gettare nel cestino perché una coscienza ce l’avrei, in un altro cestino lascio la bottiglia vuota dopo aver estratto il mitico foglietto.
Ora lo srotolo con gli occhi sgranati e come al solito pieni di speranza senza aver avuto ancora nessuna garanzia. Cos’è? No… nessuna mappa… è scritto fitto fitto… non è un manoscritto sirenico con cuoricini disegnati… ma che diavolo è?
Come sarebbe a dire notifica? Chi? Cosa? Porco Giuda! È un’intimazione a pagare in fretta!
L’agenzia delle entrate mi fa notare che non ho mai pagato l’IMU per tutti i castelli distrutti dalla mia infanzia ad oggi, me li ha conteggiati tutti, anche quelli che non sto riuscendo a costruirmi in questi ultimi anni, e per tutti ci sono aggiunte anche tasse extra per le mancate autorizzazioni, concessioni, permessi, quelle robe lì e poi tanti, tanti interessi, a tassi che sarebbero di usura ma non posso certo pagare alcun avvocato per contestare alcunché. Sogni infranti, castelli spazzati via ed in più lo stato che richiede tasse arretrate di cui non sapevo nulla, oltre ovviamente i vecchi fornitori di secchielli e palette che ancora aspettano di essere saldati. Tasse esagerate per un nulla scivolato tra le dita e lavato via dal mare. Accidenti alle tasse, ai foglietti, ai messaggi in bottiglia, alle bottiglie di vino e a chi ancora non mi ha tagliato le mani ogni volta che mi sono azzardato a prendere sabbia per fare un nuovo castello!
19/04/2024



