dove prendi il sole a zero spese,
ti basta un asciugamano e un ombrellone,
e beato puoi goderti il solleone.
Dalla battigia incantato puoi ammirare,
un castello che domina il lungomare,
su di essa non c'è sabbia fine,
ma pietre e sassi come fossero palline.
Appare tutto selvaggio all'occhio del turista,
che al Golfo di Taranto allarga la vista,
nel pomeriggio c'è poi un'aria fine,
che si gode all'ombra delle vicine colline.
Al calar della sera,
più intima si fa l'atmosfera,
le luci brillano come l'oro,
e nitida appare a Nord la ridente Policoro.
Quando la notte ti dice di andar via,
già senti un pizzico di nostalgia,
ma l'indomani il mare bagnerà ancora questo Paradiso,
e questo ricordo estivo alimenterà il mio sorriso.
per sentirsi amati.
Mi bastano le buone maniere:
eredità di cavalieri trapassati.
Mi basta il seme di Artemisia
che un uccello sconosciuto
nel mio vaso ha piantato.
Mi basta la visita di uno spettro,
la protezione di un angelo randagio.
Mi basta questo tormento,
questa certezza di essere diverso:
un essere incantato.
Mi sento una molecola del cielo adesso.
Questo prato mi ha rapito.
Mi ha portato nel cespuglio.
Mi ha vestito di Papaveri e Nigelle,
e con una puntura di Biancospino
mi ha riconsegnato alla vita.
Il suo bacio chiaro e appuntito,
mi ha salvato.
all'alba
tra le braccia del Rosmarino,
in petali viola.
E al tramonto sfuggire,
reclinare il capolino,
deporre nel sonno la corona
della Calendula selvatica.
Ho visto Dio sbocciare
al bacio intenso di un'ape.
Sulla chioma di un prato incolto,
lungo il tragitto di un muretto.
Trasformarsi in desiderio
-nel momento in cui il Tarassaco-
finí i suoi giorni
e diventò Soffione.
Dentro tu
Fuori il mondo
Dentro sei, solo
Sei
Giorni per fare
Il suolo e il mare e
Il suono e dare
Luce, vita a piante e persone
Ai pesci nel fiume e i gabbiani sulla costa
Tutto passa e Lui resta
Solo sei giorni e poi dorme quieto
Muove il mondo con dolci respiri
Sparge intorno spiriti docili
Senza che noi cerchiam di sentirlo
Caldo umido dentro i polmoni
Canto umile e sento sapori
Di frutti celesti di viti e ginestre
Che crescono e formano file che restano
Mute nel tempo, cessano e raschiano vite vissute
In campi appassiti di fiori ingialliti
Cara mia trottola chiamata vita
Su te tu ti giri e tutti i tuoi fili
Tessuti e spezzati da spazi passati
E giorni finiti si fanno sottili su tutti i tuoi riti portati da uomini
Che sono freddi
Che non sanno respirare il suono
Dei prati mossi
Che credono sia bello muovere passi
A suon di marce, masse, marche e suole stanche
Ma dentro sono marci e mutano la vita togliendole stupore
Stuprano la terra crivellandola di botte
Credendola una docile indifesa ragazza
Ma la terra è grande, saggia, madre di una razza fatta pazza dal potere
Dal seguire non l'essere ma l'avere
Che crediamo di potere?
Noi punti sparsi nel cielo del nulla
Noi echi persi nella culla del bello
Niente
Nulla
Quella voce paterna che ci ha fatti
Che ha amato e dato e voluto solo abbracciarci
Ha portato uomo e donna a correr per la terra
E vedersi immolati per uno scherzo della sorte
A sentirsi incrociati come tra botti di guerra
O vedere ai volti loro sbattute molte porte
Porta morte vedere persone, quasi tutte
Che al tramonto grigio dei loro cinquanta
Si cullan tramortiti in voragini di vuoto
E sapere che "ti amo" non riescono più a dirlo
Che il canto della vita non possono udirlo
Il canto del merlo e correr del cervo
Creare castelli sui colli dei mondi
Avere ali d'angelo per sfidare i monti
Le pozze e ninfee che diventan maree
Avere telescopi negli occhi e petardi nel cuore
Che ci fanno palpitare al fermo restare della realtà
Che rendono il gioco della vita quieto e lesto
Per sapere che tutto questo, del resto, sembra solo vanità
Vorrei avere il coraggio di tornare bambino
Scoprire nuovi angoli del mondo negli anfratti del tempo
Scoppiare tremante al fratturare dei cieli col tuono
Fermarmi un istante a sentire e non capire
Sentire di volare come la fenice e fiorire come un ramo
Dire che sono felice e sapere che io amo
è un uomo che in mano sembra avere una balestra,
lo guardo meglio ed è un altro attrezzo,
di cui l'operato poco apprezzo.
Il rumore è assai assordante,
imprecazioni ne faccio tante,
avrei bisogno di concentrazione,
ma l'uomo dalla verde tuta non vorrà sentir ragione.
E' qui sotto per lavorare,
anche lui a casa il pane dovrà portare,
allora mi prendo una pausa e lo guardo,
fisso sul terreno lui tiene il suo sguardo.
Va avanti spedito nella sua missione,
erba e fiori in attesa della loro esecuzione,
ecco che intravedo una timida margherita,
sotto un albero quasi assopita.
Il tagliaerba passa prepotente,
della margherita non ne rimane più niente,
torno dentro un po' rattristato,
per quel fiore ed il suo infausto fato.

Verdi tralci, pistillo e corolle rosa,
amor d'amore a suggellar calice in fiore..
Cuor a nutrir ape e coccinelle a posar sul fiore.
T'amo natural essenza, Divina orma a lasciar impronta.
Natural bellezza a turbar lo sguardo e
sogni a profumar di nobiltà e virtù,
petali ad inchinarsi alla terra.
Vento in sospir di vita, particelle colorate,
a dipinger sprazzi di virtù.
Beltà ed elogio su strade impolverate,
evoluzione in ciclo naturale.
Amor divelto e sognato, amor senza pretese.
Battiti di cuore e steli in fiore,
ad ammirar l'impronta del Signore!
Ispiratami dal dipinto di Pina Manoni!
sono nei pressi di Origgio,
vorrei continuare fino a Saronno,
ma ho già tanto sonno.
Dove andare non lo so,
quasi quasi mi fermo a Rho,
senza meta sono in giro come un pazzo,
d'improvviso mi ritrovo a Mazzo.
Non mi convince come paese,
alloro mi dirigo verso Arese,
Qui c'è un grande centro commerciale,
ma entrarvi mi sembra un po' banale.
Allora proseguo per Garbagnate,
ma cose particolari non ne ho trovate,
ogni paese all'altro qui sembra uguale,
decido quindi di prender la tangenziale.
Mi fermo ad un'area di servizio,
di fumare purtroppo ho ancora il vizio,
intanto la sera arriva piano,
e me ne torno a Milano.
di primavera, dice
una canzone,
margherite fresche
bisticciano
con fiocchi di neve
tardivi.
La natura è confusa
come noi,
mischia
caldo e freddo,
su alberi in fiore
si appoggia una
patina di gelo,
mentre il sole
litiga con nuvole,
margherite
osservano...
Eccola.
Un cigno bianco bianco entra in scena.
Le sue braccia ondeggiano sinuose
e si muove sul palco
a piccoli pas be bourrée.
Il violino risuona con lei:
Insieme, scivolano sognanti
sul lago che risplende al chiaro di luna.
Volteggia leggiadra,
Sembra stia per spiccare il volo…
Però, le ali, delicate, sono sempre più stanche
E le gambe, stremate, tremano
come le corde del pianoforte.
Ma non vuole fermarsi e continua,
Continua a seguire
la melodia che la trasporta lontano.
Ancora il violino risuona con lei:
Ancora insieme scivolano sognanti sul lago, che
Ancora risplende al chiaro di luna.
D’un tratto si ferma:
Elegante, cade a terra
E con dolce nostalgia,
guarda un’ultima volta il suo lago.
Il suono del violino si fa flebile,
Il pianoforte leggerissimo,
Ed infine
Scompare ogni suono.
la senti tra vento
che soffia su
boccioli,
fronde di tenero
verde.
Ma sarà il raduno
delle farfalle,
laggiù,
sul porticato,
leggere e smaglianti
nei loro colori,
a dare inizio
a questa stagione,
dove forse saremo
meno tesi,
più aperti agli altri...



